Il caos del rischio Vesuvio

L’elaborazione sociale del rischio è il prodotto dell’incontro tra prospettive e sensibilità diverse [qui]. Scienza, politica e mass-media sono le tre voci principali del discorso pubblico sul rischio, ma – in merito al caso vesuviano – non sempre sono in accordo tra loro.
Scientificamente, non si sa con certezza cosa ci sia sotto i vulcani napoletani, né di che tipo sarà la prossima eruzione del Vesuvio (o dei Campi Flegrei), allora si ragiona per probabilità di possibili scenari, ma nessuno è in grado di dire cosa-come-quando accadrà esattamente [qui o qui, oppure quiqui, ma soprattutto qui].
Politicamente, le contraddizioni sono ancora più profonde e continue: viene riperimetrata la zona rossa [qui], eppure vi si fa rientrare il cemento riaprendo i termini dei vecchi condoni [qui+qui e qui+qui]; si prendono accordi con i militari statunitensi per avvertirli in caso di allarme [qui], ma non si studia alcun programma di comunicazione al resto della popolazione [qui, qui e qui]; e l’elenco potrebbe continuare.
Mediaticamente, si leggono articoli di livello nazionale sulla bontà del piano di emergenza (vedi “Le Scienze” dello scorso agosto: qui) nonostante vi siano diverse segnalazioni dell’inadeguatezza delle misure di prevenzione/protezione [qui e qui] e, tra i webjournal locali, si incontrano quasi quotidianamente articoli apocalittici/complottisti infondati [qui e qui] o semplici copia-incolla dei comunicati stampa diffusi dai vari assessorati [qui e qui].
Dinnanzi a queste voci – in contrasto tra loro e al loro interno – c’è una popolazione che ogni giorno di più perde punti di riferimento, restando in attesa di un segnale qualsiasi che, però, non arriva mai e che, dunque, porta a procrastinare una immobilità sempre più pericolosa [qui e qui].

In questo lungo editoriale, MalKo fa il punto dell’ambigua e caotica situazione attuale (19 ottobre 2014):

Rischio Vesuvio: il problema è politico, istituzionale, giuridico o irrisolvibile?
di MalKo

Due prefetti ebbero sul loro tavolo istituzionale la notizia che non c’era nessun piano di evacuazione per l’area vesuviana. L’appello invitava a preparare un piano di emergenza per surrogare quello di emergenza inesistente a fronte del rischio dettato dal Vesuvio e dalla sua insondabilità geologica. L’appello cadde nel vuoto. […] La corte europea di Strasburgo chiamata in causa dal persistere di una certa indifferenza istituzionale tutta italiana e che mina qualche principio universale, intanto studia il caso. […] Il Presidente Ugo Leone commissario straordinario del Parco Vesuvio, non ha avuto dubbi sul definire connivente con il rischio chi non si oppone alla cementificazione nella zona rossa Vesuvio, sia in senso colposo dovuto presumibilmente all’ignoranza, sia in senso doloso dovuto magari a un mero calcolo elettorale. Più chiaro di così […].

[IL POST COMPLETO E’ QUI O QUI]

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AGGIORNAMENTO del 27 ottobre 2014
(che esemplifica il caos informativo in cui vivono i vesuviani)

Il 14 ottobre 2014 si è tenuto un convegno dell’ordine dei geologi della Campania in cui si sono distinte due voci, non pienamente in accordo tra loro, diciamo così: quella del presidente dell’ordine Francesco Peduto («Serve un piano per ridurre la popolazione», “Metropolis WEB”, 14 ottobre 2014, QUI) e quella dell’assessore regionale alla protezione civile Eduardo Cosenza («Non c’è un problema di viabilità nei comuni per le strade strette. In caso di preallarme ci sono almeno 72 ore di tempo», “Metropolis WEB”, 14 ottobre 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 26 novembre 2014:
Poi dicono che il Piano di Emergenza c’è. Ma allora perché ancora confusione e incertezza, come traspare dalle ultime notizie? Ora pare che in caso di pre-allarme vulcanico ci sarà «l’allontanamento autonomo della popolazione […] su gomma, privata e pubblica, verso le Regioni e le Province autonome gemellate [percorrendo] la rete stradale attualmente esistente» (Pasquale Carotenuto, Fuga dal Vesuvio: avverrà su auto e bus, ma si aspetta il parere dei sindaci. L’assessore alla Protezione civile della Regione Campania Edoardo Cosenza ha tenuto una riunione con gli amministratori comunali della zona rossa del Vesuvio con l’obiettivo di condividere il piano di allontanamento dei cittadini in caso di rischio vulcanico, in “Il Fatto Vesuviano”, 25 novembre 2014).

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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Simulazioni d’emergenza intorno al Fuji

Il “piano di emergenza” dall’area del monte Fuji, il vulcano simbolo del Giappone, prevede l’evacuazione di 1.200.000 persone (750mila dai 14 comuni della “zona rossa” e 470mila dalla zona dove sono previste cadute di cenere) [qui e qui].
Il Fuji non erutta dall’inverno del 1707-1708 [qui], ma pochi giorni fa – anche in seguito allo shock dovuto alle decine di morti per l’eruzione del vulcano Ontake [qui] – c’è stata una esercitazione che ha coinvolto circa 2500 abitanti di 26 diverse municipalità [qui].
Sono state sperimentate varie possibilità di fuga: veicoli privati su strade specifiche (soprattutto nelle zone poco servite dal trasporto pubblico), “evacuazione prioritaria” per le persone con problemi di mobilità, apposizione di grossi blocchi di cemento per simulare le barriere che potrebbero deviare o contenere le colate di lava [qui e qui].

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Mi sembra che le similitudini col caso del Vesuvio siano più di una (il numero di persone interessate dal piano di emergenza e lo scenario eruttivo preso in considerazione, innanzitutto), ma con una differenza bella grossa: in Giappone le esercitazioni le fanno.

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AGGIORNAMENTO:
In serata un utente di FB ha lasciato un commento che solleva un dubbio comprensibile:

Non per fare quello che ha sempre qualcosa da dire su tutto, ma 2500 abitanti su un totale di 1milione e settecentomila sono meno del 5%. Davvero non mi è chiara la valenza di un’esercitazione che coinvolga un numero così esiguo di persone. Rispettando tale proporzione basterebbe coinvolgere 1500 persone intorno al Vesuvio, pari a 25 autobus GT e siamo con la coscienza a posto?

Ho risposto così:

Le esercitazioni sono sempre su un campione della popolazione: servono a testare le forze, le strategie, le risorse. La loro ripetizione, anno dopo anno, permette a un numero sempre maggiore di abitanti di conoscere le procedure di emergenza. Il problema è quando le esercitazioni vengono effettuate una tantum o addirittura una volta sola.
Ad esempio, nell’ottobre 2006 la Regione Campania e la Protezione Civile effettuarono MESIMEX (Major Emergency Simulation Exercise), un’esercitazione che coinvolse circa 2000 abitanti della zona rossa vesuviana. Si trattò di un’esperienza importante, per quanto possa sembrare numericamente limitata. La questione preoccupante è che non venne ripetuta (e corretta), per cui ci troviamo a realizzare solo esercitazioni molto più piccole ed episodiche, generalmente di livello comunale (Somma Vesuviana nel 1999, Portici nel 2001, Pollena Trocchia nel 2004 e nel 2011).