Riti in emergenza e riti di commemorazione: un mio articolo su Lavoro Culturale

5 aprile 2017:

Essere pubblicati la vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila è una responsabilità e un onore. Quel sisma ha provocato immenso dolore e innumerevoli fratture ancora non riassorbite, eppure – come sostengono alcune studiose che ammiro molto – la catastrofe è anche generativa, infatti, almeno per le scienze sociali italiane, quel terremoto ha rappresentato un punto di svolta: sociologi, antropologi, geografi, storici, linguisti hanno cominciato a porre il disastro al centro delle loro analisi, producendo in pochi anni riflessioni preziose. Una generazione di ricercatori – impegnati e a vocazione internazionale – sta costruendo un sapere che spero venga ascoltato dalle istituzioni del nostro Paese per migliorare la preparazione agli eventi nefasti, la prevenzione, la mitigazione, la risposta, la comunicazione, la ricostruzione.
Partendo dai miei studi intorno al Vesuvio, in questo contributo nella sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” spiego le ragioni dei “riti in emergenza”, che non sono pratiche di superstizione, bensì concrete strategie di sopravvivenza.

Screenshot 2017-04-07 13.59.39

Dopo circa un’ora dalla pubblicazione del testo, sono stato contattato da Valentina Risi di “Radio MPA” per invitarmi in diretta durante la sua trasmissione del mattino. Ebbene, il mio intervento è ascoltabile qui:

giogg-citato-su-radio-mpa-2017-aprile

Segnalo, inoltre, che l’articolo è corredato di un abstract esteso in inglese: “Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory“.

– – –

Anche in questo caso l’articolo è stato molto condiviso su Fb. Riporto alcune presentazioni che ne hanno fatto i miei contatti:

Lavoro Culturale:
A otto anni dal terremoto dell’Aquila, Giogg si interroga sui “riti in emergenza”, ovvero quei dispositivi folklorici utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tentare di tenere insieme una collettività dopo un trauma.

Sismografie:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo una riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta, qui su “Sismografie”, anche un lungo abstract in inglese.

Giuseppe Forino:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo su Sismografie la bella e approfondita riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta nella sezione di approfondimento dei disastri anche la versione inglese!

Massimiliano Coviello:
Riti in emergenza. Il folklore nella gestione dei traumi sismici.

Silvia Jop:
Su “Lavoro Culturale”, alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila: proteggersi dai terremoti: riti in emergenza e memoria sismica. Di Giogg.

Stefano Ventura‎:
Su “Sismografie” – il focus al quale contribuisco su “Lavoro culturale” – c’è un articolo molto interessante scritto dal bravo studioso Giogg in cui si parla dei riti collettivi che hanno accompagnato le emergenze nel corso della storia. Da leggere!

Fabio Carnelli:
This is a first attempt to publish articles in English by “Sismografie”, the section focusing on risk and disaster within “Lavoro Culturale”, a human science blog edited by a growing network of Italian social scientists. The “Sismografie” section has collected more than 60 articles on risks and disasters issues over 5 years. Giuseppe Forino (University of Newcastle), Stefano Ventura (University of Siena) and me (University of Milano-Bicocca) feel the urgency to promote a knowledge exchange between international and Italian scholars around risks and disasters issues. Our goal is that of reaching a large audience and promoting a public debate by using academic research in an interdisciplinary and applied perspective on a blog.
Today, you will find an extendend abstract of the article by the anthropologist Giogg on emergency rituals and seismic memory in Central Italy.
You can also contribute to Sismografie by submitting your article (3 pages) which will have an extended abstract in Italian.
“Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory” by Giogg.

Radio MPA:
A Radio MPA abbiamo ospitato il Professore Giogg dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e, a partire dal suo articolo pubblicato su “Lavoro Culturale”, abbiamo parlato dell’importanza dei riti di emergenza e di commemorazione per le comunità che subiscono un terremoto o altri eventi disastrosi.

Simone Valitutto:
I riti del rischio, quelli di ieri e quelli di oggi. Un altro fondamentale tassello della comprensione dell’attuale a firma di Giogg.

Altre condivisioni sono in alcuni gruppi-Fb, ad esempio: qui, qui e qui. Infine, tra i commenti ricevuti, segnalo questo di Alessandro Chiappanuvoli:

Dalle arrostate comunitarie nei giorni immediatamente successivi al 6 aprile 2009 (riti sacrificali per forzato scongelamento, soprattutto di agnelli e pecore) al rito di commemorazione per eccellenza che si riconfermerà questa notte nella fiaccolata, quanto c’è di sacro anche dove non sembra apparentemente. Ottimo articolo. Bello averlo letto proprio in questo giorno.
(E che bello vedere tante persone taggate! Già siamo una piccola comunità che può muovere grandi passi. Attiviamo una mailing list per discutere insieme eventuali idee per costituire una rete o un gruppo di pressione?).

Il terremoto è una questione politica e culturale

27 marzo 2017:

Da mesi Alessandro Chiappanuvoli racconta su “Internazionale” l’ultimo, infinito, terremoto nell’Italia Centrale. Pochi giorni fa ha pubblicato un nuovo testo, che però va oltre la cronaca e, anzi, può essere considerato come una riflessione socio-politica sulla prevenzione sismica. L’operazione è ambiziosa: cambiare il paradigma secondo cui il terremoto sia un fenomeno in primo luogo fisico, tecnico ed economico, per proporne, invece, un altro in cui tale problema sia affrontato innanzitutto come culturale, dunque politico e sociale.

Screenshot 2017-03-26 10.25.49_internazionale

L’articolo è ricco di spunti di riflessione, nonché di contributi da parte di studiosi come Antonello Ciccozzi, Stefano Ventura, Fabio Carnelli (e, niente meno, io stesso).
Nel caso non l’abbiate ancora letto, ve lo consiglio: riguarda tutti noi, nessuno escluso.

giogg-citato-su-internazionale_2017-marzo(Questo secondo screenshot mi è stato inviato dall’Inghilterra, da un’amica che non ne sapeva nulla)

– – –

Su Fb l’articolo è stato molto condiviso e commentato. Ecco alcune presentazioni fatte dai miei contatti:

Alessandro Chiappanuvoli:
Vi prego la massima condivisione, il problema della prevenzione sismica deve diventare una questione nazionale.
Nell’articolo sono citate le persone che mi hanno aiutato a scriverlo: Antonello Ciccozzi, Fabio Carnelli, Stefano Ventura, Giogg, Samanta Di Persio; che ringrazio ancora. In sostanza, da mio nonno e il mio paese, Cansatessa, si introducono alcune delle questioni più rilevanti in tema di prevenzione sismica. La prevenzione è in primo luogo un problema culturale, quindi ci riguarda tutti.

Fabio Carnelli:
Oggi su “Internazionale”, “Oltre il rischio sismico” viene preso in considerazione ed usato per ragionare in modo trasversale sul rischio sismico in Italia (questo era lo scopo del libro).
Grazie ad Alessandro Chiappanuvoli, con Stefano Ventura si è provato anche a dare degli stimoli a partire dalle riflessioni di “Sismografie/Lavoro Culturale” e dal lavoro che che ogni giorno facciamo nel nostro quotidiano.

Giuseppe Forino:
Ieri “Internazionale” ha pubblicato un articolo, molto ben scritto, che rivendica la necessità di ripensare al rischio sismico (e a tutti i tipi di rischi, aggiungerei) come qualcosa che, prima ancora di scienza e tecnica, sia un problema culturale e politico. L’articolo rende giustizia agli accademici che cercano anche di andare oltre l’accademia e attinge a piene mani da un testo importante di Fabio Carnelli e Stefano Ventura, autori di “Oltre il rischio sismico” nonché animatori dei dibattito in corso su “Sismografie/Lavoro Culturale”, e dalle riflessioni dell’antropologo Giogg.
“Dobbiamo comprendere che il problema del rischio sismico deve diventare culturale e politico, e soltanto poi tecnico ed economico”.

Pietro Saitta (tra i commenti di una condivisione):
Molto buono, Alessandro. Anche se non sono affatto convinto che debba diventare un allarme come il fumo o altro. Quelli sono meccanismi neoliberali per eccellenza, che si accompagnano al ritiro dello Stato e alla responsabilizzazione dell’individuo. Insomma dove c’è quel tipo allarme di solito non c’é piú controllo sui processi, né uguaglianza è tantomeno razionalitá. Ma per il resto é davvero ottimo.

Recuperare l’intimità col Vesuvio

Al momento, il rischio Vesuvio è affrontato unicamente in termini di fuga (piano di emergenza, piano di evacuazione, gemellaggi…), ma alcuni cominciano a declinarlo anche in maniera più lungimirante, ovvero in termini di mitigazione. Il problema, però, è che questa seconda accezione rischia di essere ridotta ad una mera questione di travasi: svuotare la “zona rossa” per riempire altre aree non meglio identificate. In realtà, la sfida che ci pone il vulcano napoletano è ancora più profonda e riguarda il recupero di una relazione, anche intima, con il territorio vesuviano.

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio:

rischio-vesuvio_vittorio-sgarbi_maria-pace-ottieri_2017-01-25

Stamani Vittorio Sgarbi, che ha oltre un milione e mezzo di follower su Fb, ha condiviso un post del website “Tike.News”: “E quando di sveglierà il Vesuvio cosa faremo?“.
L’articolo non è firmato, ma ha un’immagine di Mel Gibson nei panni di William Wallace, l’eroe medievale scozzese reso celebre dal film “Braveheart”, probabilmente per alludere al “coraggio” mostrato dal redatorre per aver espresso “verità scomode”. Nel testo, infatti, è scritto:

«Se si vuole salvare la “zona rossa” del Vesuvio e i suoi abitanti, bisogna elaborare per tempo un Piano di demolizioni che sfoltisca l’inverecondo, anche paesaggisticamente, ginepraio di edifici del 25 Comuni a rischio. Altrimenti, non servirà a nulla nemmeno il migliore e il più costoso Piano di Evacuazione».

L’articolo, poi, fa un elogio delle cosiddette “new town”, ma a nostro avviso l’argomentazione si impoverisce molto e meriterebbe, piuttosto, di maggiori approfondimenti. Al di là di ciò, invitiamo a leggere anche i commenti alla condivisione di Sgarbi, perché forniscono un’idea di come il rischio Vesuvio sia visto in Italia, tra stereotipi, banalità e altre manifestazioni da webeti.

Su un altro website, “Napoli Monitor”, proprio ieri Maria Pace Ottieri ha pubblicato “Brevi viaggi intorno al Vesuvio. Appunti per un reportage“, una serie di stimoli su un lavoro più ampio cui si sta dedicando da qualche tempo, e il suo contributo comincia riportando le parole di Giogg, antropologo, il quale sostiene:

«Fuggire in caso di allarme è ovvio, ed è chiaro che bisogna organizzare al meglio un’enorme operazione di evacuazione con il miglior piano possibile, ma il rischio vesuviano è molto di più, [perché riguarda] temi arditi come il de-cementificare, de-congestionare, de-urbanizzare e lavorare al coinvolgimento sociale, rione per rione, condominio per condominio».

Quello di Ottieri è un vero e proprio reportage intorno al Vesuvio e riporta la complessità del territorio, le sue problematiche e le sue ricchezze, le sue potenzialità e le sue trascuratezze. Occuparsi del rischio Vesuvio non riguarda solo l’organizzazione della fuga in caso di allarme, né semplicemente immaginare svuotamenti della “zona rossa” al fine di riempire altri territori, come se fosse una mera questione di travaso, ma è un tema che riguarda la visione della regione, il perseguimento di politiche eque e sostenibili, la lungimiranza di una convivenza con la natura che va del tutto ricostruita. Come afferma un testimone di Maria Pace Ottieri,

«A noi da piccoli non ci raccontavano “Pinocchio”, ma la lava, l’eruzione, la storia di mio padre che si rifugiò in un pozzo. Ora la terra è mia, a mia sorella non interessa, io invece ci tengo moltissimo, non mi so staccare, faccio i pomodori, i cavoli, i friarielli, le scarole, li vendo, li regalo a mio figlio, agli amici».

La vera sfida è recuperare questa relazione, anche intima, con il territorio vesuviano.

Due pubblicazioni in sociologia del post-disastro e resilienza

Oggi e domani (1 e 2 dicembre 2016) a Torino si terrà la quinta conferenza nazionale [Fb] della sezione “Sociologia del Territorio” di AIS, l’Associazione Italiana di Sociologia.
Il programma completo è QUI.

ais-territorio_presentazione-libro_2016_disastri

Per la giornata di oggi, in particolare, segnalo che nel pomeriggio ci sarà la presentazione di due imminenti pubblicazioni:

  • Disastri socio-naturali, resilienza e vulnerabilità: la prospettiva territorialista nel dibattito attuale“, numero monografico di “Sociologia Urbana e Rurale”, curato da Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori;
  • Tracce di società in territori fragili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana“, sempre a cura di Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori, per l’editore Franco Angeli.

In quest’ultimo c’è un mio contributo: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“, ma ne parlerò più diffusamente quando avrò il volume cartaceo tra le mani.

– – –

AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2017:
Per ulteriori informazioni su queste due pubblicazioni, rimando a questo mio post.

Contributi sul terremoto dell’Appenino Piceno-Laziale

Sul terremoto che ha colpito l’Appennino Piceno-Laziale il 24 agosto 2016 ho redatto due articoli, uno a caldo sul racconto mediatico nei primi giorni dopo il sisma [pubblicato su “il Lavoro Culturale“, il 15 settembre, un paio di settimane dopo la sua scrittura] e un altro sulla necessità di una ricostruzione condivisa, non solo per quanto riguarda gli aspetti materiali [pubblicato su “Labsus” il 20 settembre].
Cliccando sui due screenshot in basso, si visualizzano i link ai rispettivi testi:

– – –

INTEGRAZIONE del 7 ottobre 2016:
Il post-terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale durerà a lungo, come ogni disastro di quell’entità. Ci vorrà tempo per ricostruire le case, le attività economiche, i legami spaziali e, soprattutto, quelli sociali e affettivi, così violentemente spezzati dalla scossa del 24 agosto scorso.
Delle varie fasi di un disastro, questo è il lungo momento in cui bisogna essere vigili sulle modalità della ricostruzione materiale: ad un mese dal sisma, Fabrizio Gatti ha già verificato i primi sprechi, senza benefici per la popolazione. Ma questo è anche il periodo in cui bisogna adoperarsi per la tenuta delle comunità sinistrate: come ha scritto ieri Stefano Portelli,

«Le conseguenze delle scelte che si faranno in questi giorni su Amatrice saranno profonde e durature. Ma quanto ne sono coscienti le autorità che gestiscono il post-sisma? Oltre alle esigenze immediate di casa, alimenti, scuole per i bambini, ci sono altri bisogni vitali per gli abitanti. Uno è quello di rimanere uniti, per evitare che i ricordi del 24 agosto si trasformino in ossessioni individuali, in famiglie disfunzionali, in traumi permanenti – insomma, in fantasmi».

E’ quanto testimonia anche Gaia Paolini, una giovane blogger di Arquata sul Tronto che, intervistata dalla BBC, dice:

«Stiamo tentando di conservare la memoria di questo luogo e di preservarne il futuro, quando verranno costruiti i nuovi edifici, speriamo al più presto».

Della necessità di una “antropologia dei momenti critici” (delle crisi, dei conflitti, delle rotture che scombussolano la vita sociale) era convinto anche Georges Balandier, come mostra questa intervista-lezione del 1995 (video di 1h37′), diffusa ieri dall’EHESS:

screenshot-2016-10-07-10-23-51

Seminario sui riti vesuviani e l’emergenza vulcanica tra media e new media

Martedì 10 maggio 2016, nell’ambito delle attività del corso di “Antropologia della Comunicazione” tenuto dalla prof.ssa Gianfranca Ranisio presso il Dipartimento di “Scienze Sociali” dell’Università di Napoli “Federico II”, ho tenuto un seminario sui linguaggi delle pratiche devozionali vesuviane legate alle attività eruttive, nonché sui toni che il discorso sul rischio vulcanico assume oggi attraverso i new media.

13161769_634958746656022_1557326571351694587_o

Nei giorni precedenti ho postato varie immagini e citazioni d’epoca in merito alle emergenze vesuviane, passate e contemporanee, e al loro legame con la sfera del sacro. Le ripropongo qui:

13116174_635171383301425_8271175224748094728_o

«Dopo pochi istanti, una processione preceduta da una rozza croce di legno, seguita dalla statua di Sant’Anna, e accompagnata da una fittissima calca di popolo si avanzava verso il luogo del disastro. Si pregava, si piangeva; ed il pianto e la preghiera si alternavano col canto delle laudi della chiesa! Tutti imploravano la cessazione del flagello, e perfino gli scettici non trovavano nulla a ridire!»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 34)

13100798_635605053258058_5971268729669587488_n

«Le particolari processioni delle Verginelle scapigliate, e scalze, le donne piangenti, le congregationi, di nobili, & ignobili, la confraternita di diverse religioni, e precisamente quelle del Rosario di PP. Predicatori andavano con tanta devotione, che parevano la trionfante, e gloriosa compagnia di Sant’Ursula»
(Michel’Angelo Masino, “Distinta relatione dell’incendio del sevo Vesuvio”, Gio. Domenico Roncagliolo, Napoli 1632, p. 20)

13147266_636418946510002_8563250262822380192_o

«Il popolo in movimento per l’eruzione del Vesuvio, si avviò al Duomo per ottenere a sera inoltrata la statua di San Gennaro col Sangue. Il cardinale si negò per timore di maggiori disordini, i popolani mossi dallo sdegno volevano scassinare le porte del Duomo per prendersi a viva forza la statua»
(D. D’Anna, “Le Glorie di S. Gennaro. Vita, monumenti, miracolo”, Michele d’Auria Editore, Napoli 1912, p. 108)

13082521_637060493112514_355003302983292399_n

«L’apertura di un’altra discarica provocherebbe la morte definitiva del territorio. [È necessario che le istituzioni ascoltino] il grido di dolore di quanti vogliono difendere la qualità della propria vita [e proteggere] questa meravigliosa terra che il Creatore ci ha consegnato e che tutti, con coraggio, dobbiamo ‘custodire e coltivare’»
(Beniamino Depalma, vescovo di Nola, in “Emergenza rifiuti. Il vescovo di Nola: ‘Discarica morte del territorio’”, articolo redazionale di «La Repubblica», 22 ottobre 2010)

13147784_637335629751667_6110902714646829639_o

«Fu allora che impauriti e sconvolti ma pure con grande fede, i cittadini corsero in chiesa dove confortati da un sacerdote locale, don Vincenzo Precchia, e da lui guidati, presero sulle spalle le statue della Madonna Addolorata e del patrono San Gennaro. […] Fu allora che quasi fuori di senno, qualcuno prima, e tutti in coro poi, gridarono alla Vergine e a San Gennaro: “Ci dovete salvare, salvateci! Salvate il paese o brucerete anche voi con le case nostre”»
(Giuseppe Tortora, parroco di Trecase, cit. in C. Avvisati, “1906: quando il Vesuvio perse la testa”, Nicola Longobardi Editore, Castellammare di Stabia 2008, p. 64)

13179324_637509683067595_2402074120450192558_n

«[Gli abitani] chiedono insistentemente che la Chiesa venga aperta, perché, prima di abbandonare la città, vogliono vedere ancora una volta la bella Madonna, vogliono parlarle le parole del cuore, ed implorare da Lei protezione e salvezza. […] Anche qui è stata trasportata l’immagine di S. M. della Neve, e quando, alle ore 13 circa, la lava resta immobile, sgorgano dagli occhi di tutti gli astanti lagrime di consolazione»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 38, 44).