Presentazione del Piano di Evacuazione del Vesuvio

Ieri [12 ottobre 2016] la Regione Campania e la Protezione Civile hanno presentato il “Piano di Evacuazione” della zona-rossa del Vesuvio. La pagina Fb “Rischio Vesuvio” ne ha scritto alcune considerazioni, al di là degli slogan e delle facili rassicurazioni, poi riportate anche dal website “Aucelluzzo“:

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L’attuale sistema di prevenzione del rischio per il vulcano Vesuvio prevede 4 diversi livelli di allerta:

  1. base (che ha un tempo indefinito ed è quello in cui ci troviamo adesso);
  2. attenzione (che ha un tempo indefinito o, comunque, non meno di alcuni mesi);
  3. preallarme (da mesi a settimane);
  4. allarme (da settimane a giorni).

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(Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo a due articoli: qui e qui)

Facciamo questa premessa perché oggi il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e il Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Fabrizio Curcio, hanno incontrato la stampa per illustrare il “Piano Evacuazione del Vesuvio”, come annunciato ieri. A rigore, la fase di evacuazione si compirebbe in due momenti: il primo spontaneo (durante il livello di “preallarme”) e il secondo obbligatorio (durante il livello di “allarme”). Questa specificazione oggi non è stata riportata dai giornali online che, invece, hanno sottolineato tutti un’affermazione di De Luca: «Mettiamo in salvo 700mila cittadini in 72 ore» [Repubblica, Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno]. Questa frase non è nuova, l’hanno ripetuta tutti i governatori campani degli ultimi anni, almeno a partire dall’aggiornamento del Piano del 2003, e, tradotta in termini più accessibili, significa che, quando verrà decretato ufficialmente l’allarme dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in (almeno) 3 giorni lasceranno le proprie case 10mila persone all’ora. A questo punto, per chi dovesse avere dei dubbi sull’attuabilità di tale proposito, segnaliamo le parole di Curcio in un servizio-video di “FanPage“: «il Piano è sostenibile con le infrastrutture [territoriali] che si hanno adesso». Il Capo della Protezione Civile, poi, ha lasciato intendere che, con adeguamenti futuri (sia delle infrastrutture, sia del Piano stesso), tale scenario potrebbe anche migliorare.

Il documento presentato oggi è disponibile sul sito-web della Regione Campania [pdf] e riguarda le modalità di sgombero della “zona rossa” secondo lo schema seguente:

  1. allontanamento: dalla propria abitazione alle “aree di attesa” (indicate nel Piano di Protezione Civile di ogni singolo comune) e poi alle “aree di incontro” fuori dalla zona di maggior rischio (ad opera della Regione Campania);
  2. trasferimento: dalle “aree di incontro” ai “punti di prima accoglienza” (organizzato dalla Regione ospitante);
  3. accoglienza: dai “punti di prima accoglienza” alle “strutture di accoglienza” (è un’operazione a cura della Regione ospitante che prevede l’uso delle reti ferroviaria, stradale, marittima e aerea).

Si tratta, in effetti, di un passo in avanti rispetto al “Piano di Emergenza“, il quale fornisce solo delle indicazioni generali, per quanto influenti (ad esempio, nel nostro caso, perimetra una “zona rossa” e una “zona gialla”, stabilisce dei gemellaggi e così via). Il “Piano di Evacuazione“, invece, indica – nel dettaglio – le strade, i mezzi, i tempi, gli organi, le modalità con cui far allontanare la popolazione.

(Sulla differenza, non solo terminologica, tra questi due strumenti,
suggeriamo il seguente approfondimento)

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Clicca sull’immagine per accedere al “Piano di Evacuazione del Vesuvio”

Ora, posto che tutto ciò sia attuabile (e ce lo auguriamo vivamente), vogliamo evidenziare due aspetti che ci sembrano lacunosi, se non addirittura assenti:

  • Alla catena di passaggi previsti da questo “Piano di Evacuazione” manca il primo, essenziale anello: non esistono ancora, infatti, tutti i “Piani di Emergenza Comunali” delle municipalità della “zona rossa”. Per essere concreti, in quale piazza del comune “X” (in quale “luogo di attesa”) dovrà farsi trovare uno dei 500 pullman messi a disposizione dalle istituzioni per caricare i residenti? Inoltre, quel bus quali strade dovrà percorrere per evacuare? Vi sembra una sciocchezza? Invece no, perché è il “Piano di Emergenza Comunale” a dover fornire questa informazione, che è possibile ricavare solo dopo un’attenta valutazione della vulnerabilità strutturale dei palazzi che si affacciano su una determinata strada, la quale potrebbe essere impercorribile a causa di crolli di edifici troppo vecchi e non resistenti ai sismi pre-eruttivi. Inoltre, è fondamentale un’armonizzazione dei singoli piani comunali, perché il bus del nostro esempio attraverserà comuni diversi, per cui è fondamentale che le vie di fuga di un paese siano razionalizzate con quelle della città adiacente.
  • Se anche tutto fosse già definito e preparato a livello burocratico e istituzionale, ci domandiamo: la popolazione ne è a conoscenza? Io, abitante del solito comune “X”, so dove recarmi per essere sfollato? Dove posso ricevere questa informazione? Esiste un ufficio, una brochure o un sito internet che me lo spieghi efficacemente? Ma, soprattutto, come può essere sostenibile un Piano che non è partecipato, che non è comunicato, che non è conosciuto? Come si può pensare che tutto filerà liscio se quanto progettato non ha mai neanche preso in considerazione la necessità di includere e di ascoltare le voci del territorio?

Noi vogliamo credere alle buone intenzioni di tutti, ma allora ci aspettiamo entro la fine di questo mese – la stessa scadenza annunciata dalle suddette autorità per il completamento definitivo del Piano – anche un preciso programma di informazione e comunicazione. Si potrebbe/dovrebbe aprire, ad esempio, un website regionale espressamente dedicato al rischio Vesuvio, chiaro e facilmente accessibile, oltre a dei canali di dialogo con la popolazione, magari sui socialmedia che, come dimostra questa nostra pagina Fb (autonoma e indipendente), sono uno dei canali privilegiati di accesso alle informazioni, nonché di formazione e diffusione della consapevolezza del rischio.

Postilla
Al contrario di quel che generalmente si ritiene, i numeri possono essere molto nebbiosi e, dunque, essere usati a proprio piacimento. In particolare, per il caso del Vesuvio la questione riguarda il numero preciso di abitanti da evacuare: quanti sono, esattamente? Il Piano presentato ieri prevede due tipi di allontanamento dalla “zona rossa”: il primo spontaneo e autonomo già nella fase di “preallarme” (secondo i dati della Protezione Civile si tratterebbe di metà della popolazione residente, dunque circa 350mila persone che si allontanerebbero con mezzi propri), il secondo obbligatorio e con mezzi messi a disposizione dalle istituzioni durante la fase di “allarme” (riguarderebbe i restanti 350mila residenti, da sfollare nelle famose 72 ore indicate da De Luca).
A questa precisazione va aggiunta una ulteriore considerazione: ad oggi non si sa quante persone abitino nel territorio entro la cosiddetta “linea Gurioli“, ovvero all’interno della “zona rossa”: tale perimetro, infatti, non segue i confini comunali, come nella precedente zonizzazione del 1995, e non è stato effettuato alcun censimento per conoscere il numero esatto di persone coinvolte. Inoltre, entrando nel merito, non sappiamo quante siano le persone con disabilità o con particolari necessità mediche, non sappiamo quanti siano gli anziani e quanti i bambini, non sappiamo quanti siano i nuclei familiari e così via: tutte informazioni essenziali per un’evacuazione operativa che, invece, al momento appare come una mera intenzione, un semplice annuncio verbale.

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INTEGRAZIONE del 5 novembre 2016:
Il 2 novembre il blogger MalKo ha pubblicato un post molto interessante in cui spiega i limiti del Piano di Evacuazione del Vesuvio: QUI.

Aggiornato il Piano di Emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei

In questi giorni [prima metà di settembre 2016] è stato ridefinito il piano di emergenza vulcanico dei Campi Flegrei. Segue la stessa impostazione di quello per il Vesuvio: individuazione di uno scenario eruttivo atteso, conseguente divisione del territorio in una zona “rossa” e una “gialla”, gemellaggio dei comuni (e quartieri) a maggior rischio con le regioni d’Italia.
La mappa che riguarda il comune di Napoli fa una certa impressione: pressoché l’intero territorio è interessato dal rischio vulcanico flegreo, mentre la parte restante (quella orientale) rientra nell’area a rischio vesuviano.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 14 settembre 2016, qui.

Sulla Gazzetta Ufficiale del 19 agosto 2016 è pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 giugno sull’aggiornamento del “Piano di Emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei“. Si tratta di un solo articolo e di cinque allegati che ridefiniscono le zone “rossa” e “gialla”, i gemellaggi tra i comuni a rischio e le regioni italiane ospitanti, nonché altre informazioni sulle aree interessate dalla possibile ricaduta di ceneri in base allo scenario eruttivo atteso.

La “zona rossa” dei Campi Flegrei riguarda sette comuni: gli interi comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, parte dei comuni di Giugliano in Campania, Marano di Napoli e alcune municipalità di Napoli: per intero le municipalità 9 (quartieri Soccavo e Pianura); 10 (quartieri Bagnoli e Fuorigrotta) e alcune porzioni delle municipalità 1 (quartieri di San Ferdinando, Posillipo e Chiaia), 5 (quartieri di Arenella e Vomero) e 8 (quartiere di Chiaiano). Ciascuna di tali entità territoriali è gemellata con una regione italiana.

La “zona gialla” comprende sei comuni e ventiquattro quartieri del comune di Napoli: Villaricca, Calvizzano, Marano di Napoli, Mugnano di Napoli, Melito di Napoli, Casavatore; i quartieri di Napoli sono Arenella, Avvocata, Barra, Chiaia, Chiaiano, Mercato, Miano, Montecalvario, Pendino, Piscinola, Poggioreale, Porto, San Carlo all’Arena, San Ferdinando, San Giovanni a Teduccio, San Giuseppe, San Lorenzo, San Pietro a Patierno, Scampia, Secondigliano, Stella, Vicaria, Vomero, Zona Industriale.

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Clicca sull’immagine per accedere alla fonte primaria.

I Campi Flegrei sono noti per il bradisismo (i fenomeni più recenti si sono avuti 1950-52, 1969-72, 1982-84), ma si tratta anche di uno dei sistemi vulcanici più attivi e pericolosi al mondo, come riportato ieri dalla pagina fb “Italia Unita per la Scienza“.

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INTEGRAZIONE dell’11 ottobre 2016:
Un lungo e ricco articolo di MalKo sul caso dei Campi Flegrei è pubblicato sul suo blog il 27 settembre 2016: QUI.

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

Linee guida per la pianificazione dell’emergenza

Cittadini ed esperti hanno spesso sottolineato l’assenza di una adeguata pianificazione dell’emergenza per la zona rossa del Vesuvio [ad esempio, qui], soprattutto a livello comunale [qui]. In genere le istituzioni hanno pressoché taciuto tale preoccupazione, sottolineando, piuttosto, che il Piano di Emergenza generale c’è ed è condiviso (lo ha fatto, con grande risonanza mediatica, anche il numero di agosto 2014 de “Le Scienze” [qui e qui]).
Chi segue con regolarità la vicenda, invece, sa bene che le lacune sono tante, soprattutto a livello locale, come si evince chiaramente dal fatto che alcuni mesi fa la Regione Campania ha lanciato un bando di finanziamento dei piani comunali di protezione civile. Ma la situazione è delicata anche a livello più ampio se solo oggi, 25 settembre 2014, sono state approvate le “Indicazioni per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza per la zona rossa del Vesuvio” [pdf]. In altre parole, solo oggi sono state chiarite le modalità con cui dovranno essere redatti i piani d’emergenza comunali (le “aree di attesa” e i “punti di incontro”), regionali (i “punti di prima accoglienza”) ed extra-regionali (le “strutture di accoglienza”).

—>  Linee guida per la pianificazione dell’emergenza vesuviana  <—
(versione parziale, pdf)

Ne hanno scritto vari organi di stampa, compresi “Il Giornale della Protezione Civile” e il “Corriere del Mezzogiorno“. Quel che nessuno scrive, mi sembra, è come si dovranno raggiungere i vari punti di incontro e le strutture di accoglienza. Con mezzi propri? E allora a cosa servono le aree di attesa? E chi non è autosufficiente o ha bisogno di cure mediche o non possiede un’automobile? Ma soprattutto, sappiamo chi sono costoro, quanti sono e dove sono? Insomma, queste “indicazioni per la pianificazione” in cosa consistono, nella ripartizione delle fasi di allerta e nell’organizzazione della catena di comando?
Ancora una volta l’entusiasmo istituzionale e mediatico va preso con molta cautela e scremato da ogni lettura semplicistica. Come ho letto in un commento online,

«si parla di ipotetici “aree di incontro” per censire la popolazione in uscita. Lo si può fare se gli sfollati salgono su un treno o su un pullman, a cui si può imporre di dirigersi verso queste aree, ma chi si sposta a decine di migliaia contemporaneamente con le proprie automobili, ma come si pensa di censirle?? Non certo in partenza, come scritto su questo documento, ma semmai unicamente una volta giunto a destinazione (sempre che qualcuno lo abbia informato quale sia la regione di destinazione).
Altro quesito: come gestisco il nucleo familiare es. di Pompei che mi giunge con la propria macchina sul litorale pontino, perché non ne vuole sapere di recarsi in Valle D’Aosta (sua Regione di destinazione secondo la pianificazione), visto che è a 800 Km di distanza da casa sua e visto che, sempre la pianificazione, prevede l’accoglienza nel Lazio unicamente degli abitanti di Ottaviano e di tre quartieri di Napoli? Che facciamo, chiamiamo i Carabinieri per cacciarli via?».

Le criticità sono e restano molte, ma aspetto di leggere il documento ufficiale completo per poter esprimere un parere ponderato e documentato. Intanto, però, un po’ di onestà intellettuale da parte dei rappresentanti istituzionali quando qualcuno denuncia delle falle non sarebbe male.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

Convivere col vulcano. Un’intervista sulla “vesuvianità” oggi

Cos’è rimasto dello “Sterminator Vesevo” nell’immaginario collettivo? A 70 anni dall’ultima eruzione del Vesuvio, ne ho parlato in quest’intervista di Ciro Teodonno:

“Il mediano”, 31 marzo 2014, QUI

L’ANTROPOLOGO VESUVIANO
Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo.
di Ciro Teodonno

Circa tre anni fa, per le strade della cittadina di San Sebastiano al Vesuvio, si aggirava una figura armata di macchina fotografica e registratore.
Per mesi, incuriosendo i più e turbando qualche malpensante dalla coscienza sporca, ha studiato la realtà locale e le sue peculiarità vulcaniche, ma dal punto di vista antropologico, regalandoci una visione razionale di quello che siamo al di fuori di ogni tipo di luogo comune. Quell’antropologo è Giogg, sorrentino di nascita, cosmopolita per vocazione ma vesuviano d’adozione; con la sua tesi di dottorato, sul concetto del rischio vulcanico ci ha scrutati come nessuno ha forse mai fatto e a lui, oggi, per il settantesimo dell’ultima eruzione, chiediamo lumi su di noi e il nostro Vulcano
. […]

CONTINUA QUI (oppure QUI)

Il racconto del Vesuvio sulla stampa degli ultimi giorni

Negli ultimi tempi mi torna spesso in mente un passaggio di un post di Hamilton Santià riportato nei primi giorni del 2014 su “Ciwati”:

«Lo ammetto, ho sempre creduto all’utopia della rete come luogo della costruzione di una nuova cittadinanza consapevole, di una nuova diffusione della conoscenza. Per questo mi sento a disagio quando vedo che ad oggi internet è solo un enorme bar in cui ognuno dice la sua e lo dice in maniera più violenta perché non esistono più quei confini del corpo».

Il riferimento era alle parole d’odio che spudoratamente ogni giorno vengono vomitate sul web contro il nemico di turno (in quel caso era addirittura Pierluigi Bersani ricoverato d’urgenza in ospedale), ma più in generale vi si esprimeva sconforto verso una speranza digitale tradita. La rete, infatti, da possibile strumento di sviluppo di un’intelligenza più ampia e collettiva, al momento è spesso preda di una moltitudine piuttosto chiassosa che esprime giudizi improvvisati su qualsiasi cosa e che diffonde svariate notizie infondate (o dalle fonti inconsistenti), generalmente catastrofiste. Sembrerebbe un fenomeno spontaneo dovuto ad un generale abbassamento della soglia del pudore e della cautela, ma probabilmente lo è solo in parte perché, al contrario, frequente è il caso di notizie (o pseudo tali) che vengono costruite da organi di stampa in cerca di audience: il clamore, facendo rumore, attira sempre un certo flusso di visitatori su determinate pagine web e questo, in concreto, significa vendita di banner pubblicitari, cioè aumento degli introiti di denaro. Ciò accade ad ogni livello: dai webjournal più autorevoli che non si fanno mancare il “boxino morboso” e i cuccioli di dalmata, fino ai notiziari locali che propongono articoli sensazionalistici, passando per blog specializzati in teorie del complotto, unicamente votati a creare scalpore e momentanea indignazione. Nel settore dell’informazione, però, talvolta può essere una notizia l’informazione stessa, ovvero un giornale può riferire ciò che raccontano i concorrenti o gli altri media e può spiegare il modo in cui lo fanno. Per avere una loro dignità, tuttavia, articoli del genere necessitano di un punto di vista chiaro, di un taglio teorico ed interpretativo esplicito, altrimenti l’effetto è quello di un’illusione ottica o di un’operazione di plagio.
All’interno delle multiformi dinamiche assunte dalla comunicazione contemporanea, il Vesuvio è molto presente; il vulcano napoletano – come ho già scritto qualche tempo fa – è una notizia di per sé, figurarsi quando sulle sue pendici vi si registra anche solo una lieve scossa sismica; non mancano, però, per completare il quadro, nemmeno gli articoli metagiornalistici, come quello edito il 18 febbraio 2014 dal website de “Il Mattino”.

Ieri il principale quotidiano di Napoli ha pubblicato un pezzo non firmato che non avrebbe sfigurato sul blog di un Luke Thomas qualsiasi [chi è], un testo assemblato raccattando tra le cialtronerie diffuse da una serie di website di “serie c” e confezionato senza alcuna capacità critica, per di più senza nemmeno motivazioni di cronaca (sul web, l’ultima ondata apocalittica vesuviana si è avuta durante le festività natalizie 2013-2014 e, per porvi un argine, lo stesso direttore dell’OV ha dovuto scriverne una nota).
Nel pezzo in questione, intitolato “«Un milione di vittime per la prossima eruzione del Vesuvio». La paura corre sul web“,  viene ampiamente citata una dichiarazione di Flavio Dobran, di cui tuttavia non è mai fornita la fonte originaria: l’articolo sostiene che provenga da «uno studio pubblicato nei mesi scorsi», ma non ne indica il titolo, la rivista, la casa editrice, un abstract, un link… niente. Inoltre, quelle parole circolano sul web da almeno due anni, non da qualche mese: 

«All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944 esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli s’innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di 7 chilometri spazzando via case, bruciando alberi, asfissiando animale, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto, in appena 15 minuti».

Per quanto catastrofista e disarmante, la drammatica ipotesi avanzata da Dobran non è affatto irreale, tuttavia delinea solo uno tra gli scenari possibili. Al momento, infatti, nessuno sul pianeta è in grado di (pre)dire l’entità, le modalità e i tempi del risveglio del Vesuvio (e se qualcuno lo afferma è un cialtrone, senza appello). Che avvenga tra 1 anno o tra 2 secoli, la prossima eruzione potrebbe essere subpliniana (come nel 1631: catastrofica), pliniana (come nel 79 dC: spaventosa), ancora più potente (come 3800 anni fa: infernale) o, al contrario, modesta (come quella del 1944: improbabile, ma non è escluso). Considerando le lacune e i ritardi dell’attuale Piano di Emergenza, anche io sono piuttosto pessimista e temo che una eventuale eruzione possa causare una tragedia senza precedenti, tuttavia, per essere operativi, la questione che bisogna porsi è la seguente: tra i vari scenari possibili, a quale possiamo dare delle risposte concrete? per quale tipo di eruzione siamo in grado di organizzare un piano di protezione civile realistico? Verosimilmente solo quello del 1631, devono essersi risposti nel 1995 gli estensori della prima versione del Piano. Forse è una sottostima, io non sono in grado di confutarlo, ma sarei meno preoccupato se la colossale macchina organizzativa che comunque è necessaria, si avviasse seriamente già su questo scenario, nonostante difetti e carenze.
Di Dobran sono disponibili dei testi scientifici sul vulcano, ma anche contributi in merito alla pianificazione dell’emergenza. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, è piuttosto stimolante il volume Vesuvius 2000: education, security and prosperity (a cura di F. Dobran, edito nel 2006 da Elsevier Science & Technology), in cui vi è delineata una logica di convivenza col vulcano alternativa a quella emergenziale del Piano della Protezione Civile. Secondo Dobran, infatti, si dovrebbe puntare a «disegnare e costruire» un ambiente «sicuro e prospero» per i vesuviani, per cui la «grande sfida» è che «le popolazioni intorno al vulcano acquisiscano la consapevolezza dell’ambiente in cui vivono e partecipino alla soluzione di questa difficile situazione». L’obiettivo di «un nuovo paradigma per i vesuviani», cioè, passerebbe per una sorta di “uomo nuovo”, rigenerato dall’educazione e dalla conoscenza, così come dalla partecipazione democratica e dalla moderna tecnologia.
Com’è intuibile, s
i tratta di un obiettivo forse ideale, ma che tuttavia si pone in maniera costruttiva rispetto alla questione di fondo, per cui ho difficoltà a comprendere la ratio (giornalistica) del rilanciare periodicamente allarmi di entità inapprocciabile: ripetere che moriranno «un milione di esseri umani in 15 minuti» ha un qualche altro scopo, oltre a quello di determinare la paralisi di qualsiasi iniziativa? D’altra parte, cosa si vuole proteggere se sparirà ogni forma di vita in un quarto d’ora? Ebbene, forse è il caso di ribadire ancora una volta che:

«È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra» (DPC e INGV, 28 agosto 2013, qui)

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Negli ultimi giorni, però, l’attenzione mediatica al Vesuvio è stata particolarmente alta anche per un ulteriore fattore: la definizione governativa dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni d’Italia. L’altro ieri sera, 17 febbraio 2014, il principale telegiornale italiano ne ha trasmesso un servizio, soffermandosi sulle scarse e scarne vie di fuga e raccogliendo alcune testimonianze degli abitanti. Tra queste se ne distinguono due:

Anziana: «Addò ce mànnano? Che putìmmo fà?»
Giornalista: «Vi mandano in Veneto»
Anziana: «Veneto? E dove si trova il Veneto?».

Giornalista: «Lei si è mai sentito minacciato dal Vesuvio?»
Giovane: «No, mai».

Seguendo in diretta, ho immaginato il pensiero dell’intera nazione in quell’istante: «ignoranti e insensibili, sono pazzi questi vesuviani». L’abusivismo, i condoni che periodicamente lo legalizzano, la mancanza di strade adeguate, l’impreparazione all’emergenza sono problemi reali ed enormi, ma sono innanzitutto prodotti storici, ovvero sono il frutto di scelte o di mancate scelte. L‘entità del rischio vesuviano, in altre parole, è dato dall’assenza di pianificazione territoriale e da una politica (locale e non solo) votata al rimando. Ma c’è di più. Come tendo a ripetere spesso, nel caso vesuviano è del tutto insufficiente una comunicazione coordinata ed autorevole da parte delle istituzioni, un dialogo aperto con gli abitanti che eviti allarmismi ingiustificati, un colloquio durevole e comprensibile che porti il Tg1 – visto che ne sto parlando – ad evitare inutili montaggi  sensazionalistici, perché, a rigore, non è necessario che un’anziana sappia dove si trova il Veneto, ma è fondamentale che sappia in quale piazza del paese debba presentarsi in caso di allarme affinché qualcuno la porti in Veneto.

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Infine, e tocco ancora un caso giornalistico, come viene raccontato il rischio vesuviano nel resto d’Italia? Il 15 febbraio 2014 il quotidiano trentino “L’Adige” ha scritto dei nuovi gemellaggi tra i comuni della zona rossa e le regioni italiane, che questa volta interessano anche Trento e Bolzano. Nel precedente elenco, infatti, tali province non erano coinvolte, mentre adesso, con la nuova perimetrazione del rischio vulcanico, è stato previsto che accolgano i 14mila abitanti di Pollena Trocchia. L’idea, tuttavia, non sembra essere stata recepita con particolare entusiasmo tra le Dolomiti, se l’autore del pezzo definisce questa decisione come «l’ultimo “regalino” del governo Letta». Necessariamente, a questo punto, mi sembra opportuno riproporre una domanda già posta in calce ad un precedente mio intervento:

«le altre regioni del nostro Paese lo sanno che il “rischio Vesuvio” riguarda anche loro? Si stanno attrezzando per l’accoglienza degli eventuali sfollati napoletani? Il Piano di Emergenza (giusto, sbagliato, incompleto, sottostimato e così via) è comunque “nazionale”, lo sa il resto d’Italia?»

Su quest’ultimo caso spero di riuscire a recuperare gli articoli dei giornali locali delle altre regioni. Se chi capita su questo blog vuole collaborare in tal senso, ne sarei molto contento.

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.
a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

I nuovi gemellaggi dei comuni vesuviani

Solo pochi giorni fa avevo scritto del mancato aggiornamento dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia, in seguito al rinnovo della perimetrazione della zona rossa dello scorso agosto.
Oggi, 14 febbraio 2014, però, quella revisione è arrivata: il Presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, ha firmato le modifiche al Piano di Emergenza Nazionale del Vesuvio.

Ecco il testo pubblicato sul website del Dipartimento di Protezione Civile (e questa è la direttiva sui nuovi gemellaggi vesuviani firmata dal Presidente del Consiglio alcuni giorni fa, in pdf):

Vesuvio: firmato aggiornamento piano emergenza
Definiti gemellaggi comuni zona rossa con Regioni

«Sono state firmate oggi dal Presidente del Consiglio dei Ministri le Disposizioni per l’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico del Vesuvio.
Il documento, che ha ottenuto l’intesa della
Conferenza unificata lo scorso 6 febbraio, oltre a stabilire l’area da evacuare cautelativamente in caso di ripresa dell’attività eruttiva, definisce i gemellaggi tra i 25 Comuni che hanno aree ricadenti proprio nella cosiddetta zona rossa e le Regioni e Province Autonome che accoglierebbero nei loro territori la popolazione evacuata. Le aree da sottoporre ad evacuazione cautelativa sono, infatti, sia quelle soggette ad alta probabilità di invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) sia quelle soggette ad alta probabilità di crolli delle coperture degli edifici per importanti accumuli di materiale piroclastico (zona rossa 2).
In particolare, saranno i successivi protocolli d’intesa che Regioni e Province Autonome dovranno sottoscrivere con la Regione Campania e le amministrazioni comunali interessate – d’intesa con il Dipartimento della Protezione civile – a rendere effettivamente operativi i gemellaggi, prevedendo specifici piani per il trasferimento e l’accoglienza della popolazione da assistere.
Nel frattempo, entro 45 giorni da quando le
Disposizioni del Presidente del Consiglio verranno pubblicate in Gazzetta Ufficiale, il Capo del Dipartimento della Protezione civile – d’intesa con la Regione Campania e sentita nuovamente la Conferenza Unificata – dovrà fornire alle diverse componenti e strutture operative del Servizio Nazionale della Protezione Civile le indicazioni per l’aggiornamento delle rispettive pianificazioni di emergenza previste per lo specifico rischio vulcanico al Vesuvio, aggiornamento che dovrà compiersi entro i successivi quattro mesi.
La pianificazione nazionale nasce dal concorso delle pianificazioni di tutti i soggetti coinvolti, dalle istituzioni centrali e periferiche, alle organizzazioni di volontariato e alle società di servizi: l’obiettivo del piano di emergenza nazionale, infatti, è quello di assicurare la mobilitazione di tutte le componenti e strutture operative del Servizio Nazionale della Protezione Civile come un’unica organizzazione volta a portare soccorso e assistenza ai cittadini.
Infine, si riportano di seguito i gemellaggi tra i 25 Comuni della zona rossa e le Regioni e Province Autonome
».

Regione/Provincia Autonoma  –  Comune
Piemonte                                                             Portici
Valle d’Aosta                                                      Nola
Liguria                                                                   Cercola
Lombardia                                                           Torre del Greco
«                                                                               Somma Vesuviana
Province Autonome di
Trento e Bolzano                                              Pollena Trocchia
Veneto                                                                   San Giuseppe Vesuviano
«                                                                               Sant’Anastasia
«                                                                               Pomigliano d’Arco (enclave nel territorio di Sant’Anastasia)
Friuli Venezia Giulia                                        Palma Campania
Emilia Romagna                                                Ercolano
Toscana                                                                 San Giorgio a Cremano
Umbria                                                                   San Gennaro Vesuviano
Marche                                                                   Poggiomarino
Lazio                                                                        Ottaviano
«                                                                                Napoli (parte della circoscrizione di
«                                                                                Barra – Ponticelli – San Giovanni a Teduccio)
Abruzzo                                                                  Terzigno
Molise                                                                      Massa di Somma
Puglia                                                                       Torre Annunziata
«                                                                                 San Sebastiano del Vesuvio
Basilicata                                                                Boscotrecase
Calabria                                                                   Boscoreale
Sicilia                                                                        Scafati
«                                                                                  Trecase
Sardegna                                                                  Pompei

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VESUVIO_gemellaggi_2014

Clicca sull’immagine per ingrandirla.

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L’aggiornamento dei gemellaggi era necessario, tuttavia le problematiche da affrontare sono ancora molte. E’ urgente, infatti, rispondere a domande di tipo operativo. Ad esempio: come si raggiungeranno tali regioni? Per quali strade? Con quali mezzi? Partendo da dove? Con quali modalità/priorità verrà effettuata l’evacuazione? Quale destinazione precisa dovrà essere raggiunta? In loco, a chi ci si dovrà rivolgere? Le regioni ospitanti stanno organizzando l’accoglienza?

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A proposito di ciò, l’assessore regionale alla Protezione civile della Regione Campania, Edoardo Cosenza, ha dichiarato:

«Con la definizione da parte del Governo della zona rossa del Vesuvio e dei gemellaggi,  si stabilisce una pietra miliare per il Piano di emergenza Rischio Vesuvio: i 700mila abitanti interessati (150mila in più rispetto al precedente Piano), in caso di necessità verrebbero trasferiti nelle Regioni gemellate, sostenuti dallo Stato» (QUI).

«Partirà ora il lavoro congiunto di Regione Campania, Dipartimento nazionale di Protezione civile e delle altre Regioni gemellate, per stabilire le modalità organizzative di dettaglio, di concerto con i Comuni interessati. Da mesi, la Regione, attraverso il Dipartimento per le Politiche territoriali, ha intrapreso le azioni per il coordinamento della mobilità dei cittadini, le modalità di evacuazione degli ospedali e di messa in sicurezza dei beni culturali, di concerto con il Mibac» (QUI). 

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Un’ulteriore immagine con l’elenco dei gemellaggi è QUI.