L’incendio che ha bruciato un terzo del Vesuvio

L’11 luglio 2017, un mese fa, sul Vesuvio infuriava uno degli incendi più disastrosi della sua storia, profondamente diverso da quelli che sono stati descritti nelle cronache dei secoli scorsi. Gli incendi d’un tempo – così venivano chiamate le eruzioni succedutesi dal 1631 al 1944 – erano certamente spaventosi e, talvolta, distruttivi, ma comunque sempre opera della natura. L’incendio che un mese fa ha bruciato un terzo dell’area del Parco Nazionale istituito nel 1995 intorno al vulcano napoletano, invece, è un atto totalmente umano. Non ne conosciamo ancora le cause, né i colpevoli, infatti le piste investigative sono molte, tutte con una loro quota di verosimiglianza, nonché tutte contemporaneamente possibili: business dell’emergenza, della bonifica e della riforestazione; economia dei rifiuti e dell’abusivismo; espressioni della criminalità spicciola in ascesa o della criminalità organizzata in radicamento; vandalismo urbano e turbe psichiatriche, disattenzione e noncuranza. Ciò su cui insistiamo noi, invece, riguarda il ruolo delle istituzioni: ciò che i roghi vesuviani hanno reso lampante è l’inadeguatezza, l’impreparazione, l’insufficienza, il ritardo della pianificazione, della prevenzione, dell’assunzione di responsabilità da parte degli amministratori pubblici, dall’Ente Parco alla Regione, passando per i Comuni e la Città Metropolitana.
Per tenere memoria di un evento che riteniamo uno spartiacque nella gestione (ordinaria) del nostro territorio, così come nella prevenzione dei rischi (tutti), abbiamo messo insieme dei dati che Natale De Gregorio ha trasformato in tre infografiche: la cronologia delle fiamme sul Vesuvio, i numero del disastro, gli effetti della distruzione (con, alla fine, un piccolo lume di speranza).

RischioVesuvioRoghi

RischioVesuvioNumeri

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E’ bene ricordare, infine, che l’incendio dell’11 luglio non è arrivato all’improvviso, perché il Vesuvio bruciava già da un mese. Pertanto, riproponiamo qui i nostri interventi pubblicati sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, nonché i contributi di altri studiosi e attivisti particolarmente utili per una corretta lettura degli eventi.

Un approfondimento interessante è stato pubblicato su “Napoli Monitor”, con vari contributi:

Altre analisi e testimonianze che consigliamo sono le seguenti:

  • 16 luglio, Luigi Vitiello sui volontari che distribuiscono cibo agli animali sopravvissuti.
  • 23 luglio, Giovanni Marino, coordinatore del Movimento “Cittadini per il Parco”, sulla fiducia al Presidente del Parco Nazionale.
  • 26 luglio, Marco Manna sulla Mobilitazione “Vesuvio Basta Fiamme”.
  • 28 luglio, Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della DDA di Napoli, sul pericolo di infiltrazioni criminali nel business del rimboschimento e della bonifica.
  • 6 agosto, Giovanni Marino, coordinatore del Movimento “Cittadini per il Parco”, sul piano di rilancio del Parco da parte del Presidente.
  • 7 agosto, Giovanni Gugg sulla visione d’insieme del fenomeno degli incendi.

PS: questo post è una versione estesa dello status pubblicato su Fb dalla pagina “Rischio Vesuvio”: QUI.

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Il terremoto è una questione politica e culturale

27 marzo 2017:

Da mesi Alessandro Chiappanuvoli racconta su “Internazionale” l’ultimo, infinito, terremoto nell’Italia Centrale. Pochi giorni fa ha pubblicato un nuovo testo, che però va oltre la cronaca e, anzi, può essere considerato come una riflessione socio-politica sulla prevenzione sismica. L’operazione è ambiziosa: cambiare il paradigma secondo cui il terremoto sia un fenomeno in primo luogo fisico, tecnico ed economico, per proporne, invece, un altro in cui tale problema sia affrontato innanzitutto come culturale, dunque politico e sociale.

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L’articolo è ricco di spunti di riflessione, nonché di contributi da parte di studiosi come Antonello Ciccozzi, Stefano Ventura, Fabio Carnelli (e, niente meno, io stesso).
Nel caso non l’abbiate ancora letto, ve lo consiglio: riguarda tutti noi, nessuno escluso.

giogg-citato-su-internazionale_2017-marzo(Questo secondo screenshot mi è stato inviato dall’Inghilterra, da un’amica che non ne sapeva nulla)

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Su Fb l’articolo è stato molto condiviso e commentato. Ecco alcune presentazioni fatte dai miei contatti:

Alessandro Chiappanuvoli:
Vi prego la massima condivisione, il problema della prevenzione sismica deve diventare una questione nazionale.
Nell’articolo sono citate le persone che mi hanno aiutato a scriverlo: Antonello Ciccozzi, Fabio Carnelli, Stefano Ventura, Giogg, Samanta Di Persio; che ringrazio ancora. In sostanza, da mio nonno e il mio paese, Cansatessa, si introducono alcune delle questioni più rilevanti in tema di prevenzione sismica. La prevenzione è in primo luogo un problema culturale, quindi ci riguarda tutti.

Fabio Carnelli:
Oggi su “Internazionale”, “Oltre il rischio sismico” viene preso in considerazione ed usato per ragionare in modo trasversale sul rischio sismico in Italia (questo era lo scopo del libro).
Grazie ad Alessandro Chiappanuvoli, con Stefano Ventura si è provato anche a dare degli stimoli a partire dalle riflessioni di “Sismografie/Lavoro Culturale” e dal lavoro che che ogni giorno facciamo nel nostro quotidiano.

Giuseppe Forino:
Ieri “Internazionale” ha pubblicato un articolo, molto ben scritto, che rivendica la necessità di ripensare al rischio sismico (e a tutti i tipi di rischi, aggiungerei) come qualcosa che, prima ancora di scienza e tecnica, sia un problema culturale e politico. L’articolo rende giustizia agli accademici che cercano anche di andare oltre l’accademia e attinge a piene mani da un testo importante di Fabio Carnelli e Stefano Ventura, autori di “Oltre il rischio sismico” nonché animatori dei dibattito in corso su “Sismografie/Lavoro Culturale”, e dalle riflessioni dell’antropologo Giogg.
“Dobbiamo comprendere che il problema del rischio sismico deve diventare culturale e politico, e soltanto poi tecnico ed economico”.

Pietro Saitta (tra i commenti di una condivisione):
Molto buono, Alessandro. Anche se non sono affatto convinto che debba diventare un allarme come il fumo o altro. Quelli sono meccanismi neoliberali per eccellenza, che si accompagnano al ritiro dello Stato e alla responsabilizzazione dell’individuo. Insomma dove c’è quel tipo allarme di solito non c’é piú controllo sui processi, né uguaglianza è tantomeno razionalitá. Ma per il resto é davvero ottimo.

Presentazione del Piano di Evacuazione del Vesuvio

Ieri [12 ottobre 2016] la Regione Campania e la Protezione Civile hanno presentato il “Piano di Evacuazione” della zona-rossa del Vesuvio. La pagina Fb “Rischio Vesuvio” ne ha scritto alcune considerazioni, al di là degli slogan e delle facili rassicurazioni, poi riportate anche dal website “Aucelluzzo“:

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L’attuale sistema di prevenzione del rischio per il vulcano Vesuvio prevede 4 diversi livelli di allerta:

  1. base (che ha un tempo indefinito ed è quello in cui ci troviamo adesso);
  2. attenzione (che ha un tempo indefinito o, comunque, non meno di alcuni mesi);
  3. preallarme (da mesi a settimane);
  4. allarme (da settimane a giorni).

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(Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo a due articoli: qui e qui)

Facciamo questa premessa perché oggi il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e il Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Fabrizio Curcio, hanno incontrato la stampa per illustrare il “Piano Evacuazione del Vesuvio”, come annunciato ieri. A rigore, la fase di evacuazione si compirebbe in due momenti: il primo spontaneo (durante il livello di “preallarme”) e il secondo obbligatorio (durante il livello di “allarme”). Questa specificazione oggi non è stata riportata dai giornali online che, invece, hanno sottolineato tutti un’affermazione di De Luca: «Mettiamo in salvo 700mila cittadini in 72 ore» [Repubblica, Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno]. Questa frase non è nuova, l’hanno ripetuta tutti i governatori campani degli ultimi anni, almeno a partire dall’aggiornamento del Piano del 2003, e, tradotta in termini più accessibili, significa che, quando verrà decretato ufficialmente l’allarme dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in (almeno) 3 giorni lasceranno le proprie case 10mila persone all’ora. A questo punto, per chi dovesse avere dei dubbi sull’attuabilità di tale proposito, segnaliamo le parole di Curcio in un servizio-video di “FanPage“: «il Piano è sostenibile con le infrastrutture [territoriali] che si hanno adesso». Il Capo della Protezione Civile, poi, ha lasciato intendere che, con adeguamenti futuri (sia delle infrastrutture, sia del Piano stesso), tale scenario potrebbe anche migliorare.

Il documento presentato oggi è disponibile sul sito-web della Regione Campania [pdf] e riguarda le modalità di sgombero della “zona rossa” secondo lo schema seguente:

  1. allontanamento: dalla propria abitazione alle “aree di attesa” (indicate nel Piano di Protezione Civile di ogni singolo comune) e poi alle “aree di incontro” fuori dalla zona di maggior rischio (ad opera della Regione Campania);
  2. trasferimento: dalle “aree di incontro” ai “punti di prima accoglienza” (organizzato dalla Regione ospitante);
  3. accoglienza: dai “punti di prima accoglienza” alle “strutture di accoglienza” (è un’operazione a cura della Regione ospitante che prevede l’uso delle reti ferroviaria, stradale, marittima e aerea).

Si tratta, in effetti, di un passo in avanti rispetto al “Piano di Emergenza“, il quale fornisce solo delle indicazioni generali, per quanto influenti (ad esempio, nel nostro caso, perimetra una “zona rossa” e una “zona gialla”, stabilisce dei gemellaggi e così via). Il “Piano di Evacuazione“, invece, indica – nel dettaglio – le strade, i mezzi, i tempi, gli organi, le modalità con cui far allontanare la popolazione.

(Sulla differenza, non solo terminologica, tra questi due strumenti,
suggeriamo il seguente approfondimento)

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Clicca sull’immagine per accedere al “Piano di Evacuazione del Vesuvio”

Ora, posto che tutto ciò sia attuabile (e ce lo auguriamo vivamente), vogliamo evidenziare due aspetti che ci sembrano lacunosi, se non addirittura assenti:

  • Alla catena di passaggi previsti da questo “Piano di Evacuazione” manca il primo, essenziale anello: non esistono ancora, infatti, tutti i “Piani di Emergenza Comunali” delle municipalità della “zona rossa”. Per essere concreti, in quale piazza del comune “X” (in quale “luogo di attesa”) dovrà farsi trovare uno dei 500 pullman messi a disposizione dalle istituzioni per caricare i residenti? Inoltre, quel bus quali strade dovrà percorrere per evacuare? Vi sembra una sciocchezza? Invece no, perché è il “Piano di Emergenza Comunale” a dover fornire questa informazione, che è possibile ricavare solo dopo un’attenta valutazione della vulnerabilità strutturale dei palazzi che si affacciano su una determinata strada, la quale potrebbe essere impercorribile a causa di crolli di edifici troppo vecchi e non resistenti ai sismi pre-eruttivi. Inoltre, è fondamentale un’armonizzazione dei singoli piani comunali, perché il bus del nostro esempio attraverserà comuni diversi, per cui è fondamentale che le vie di fuga di un paese siano razionalizzate con quelle della città adiacente.
  • Se anche tutto fosse già definito e preparato a livello burocratico e istituzionale, ci domandiamo: la popolazione ne è a conoscenza? Io, abitante del solito comune “X”, so dove recarmi per essere sfollato? Dove posso ricevere questa informazione? Esiste un ufficio, una brochure o un sito internet che me lo spieghi efficacemente? Ma, soprattutto, come può essere sostenibile un Piano che non è partecipato, che non è comunicato, che non è conosciuto? Come si può pensare che tutto filerà liscio se quanto progettato non ha mai neanche preso in considerazione la necessità di includere e di ascoltare le voci del territorio?

Noi vogliamo credere alle buone intenzioni di tutti, ma allora ci aspettiamo entro la fine di questo mese – la stessa scadenza annunciata dalle suddette autorità per il completamento definitivo del Piano – anche un preciso programma di informazione e comunicazione. Si potrebbe/dovrebbe aprire, ad esempio, un website regionale espressamente dedicato al rischio Vesuvio, chiaro e facilmente accessibile, oltre a dei canali di dialogo con la popolazione, magari sui socialmedia che, come dimostra questa nostra pagina Fb (autonoma e indipendente), sono uno dei canali privilegiati di accesso alle informazioni, nonché di formazione e diffusione della consapevolezza del rischio.

Postilla
Al contrario di quel che generalmente si ritiene, i numeri possono essere molto nebbiosi e, dunque, essere usati a proprio piacimento. In particolare, per il caso del Vesuvio la questione riguarda il numero preciso di abitanti da evacuare: quanti sono, esattamente? Il Piano presentato ieri prevede due tipi di allontanamento dalla “zona rossa”: il primo spontaneo e autonomo già nella fase di “preallarme” (secondo i dati della Protezione Civile si tratterebbe di metà della popolazione residente, dunque circa 350mila persone che si allontanerebbero con mezzi propri), il secondo obbligatorio e con mezzi messi a disposizione dalle istituzioni durante la fase di “allarme” (riguarderebbe i restanti 350mila residenti, da sfollare nelle famose 72 ore indicate da De Luca).
A questa precisazione va aggiunta una ulteriore considerazione: ad oggi non si sa quante persone abitino nel territorio entro la cosiddetta “linea Gurioli“, ovvero all’interno della “zona rossa”: tale perimetro, infatti, non segue i confini comunali, come nella precedente zonizzazione del 1995, e non è stato effettuato alcun censimento per conoscere il numero esatto di persone coinvolte. Inoltre, entrando nel merito, non sappiamo quante siano le persone con disabilità o con particolari necessità mediche, non sappiamo quanti siano gli anziani e quanti i bambini, non sappiamo quanti siano i nuclei familiari e così via: tutte informazioni essenziali per un’evacuazione operativa che, invece, al momento appare come una mera intenzione, un semplice annuncio verbale.

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INTEGRAZIONE del 5 novembre 2016:
Il 2 novembre il blogger MalKo ha pubblicato un post molto interessante in cui spiega i limiti del Piano di Evacuazione del Vesuvio: QUI.

Una bella eruzione e tutto si risolve

Un quarto di secolo fa l’allora neo-parlamentare Vittorio Sgarbi, ai primi di aprile del 1992 disse: «Le case di Zafferana [Etnea] sono un orrore, meglio se la lava le cancella» (concetto che ribadì più volte nei giorni successivi e anche dopo parecchi anni). L’Etna aveva cominciato un’intensa attività eruttiva nel dicembre precedente e la colata lavica che ne era fuoriuscita stava minacciando l’abitato di quel versante del vulcano.

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La situazione era talmente delicata che intervennero militari e ingegneri con mine e ruspe… e alcuni abitanti del paese tentarono anche con il sacro, praticando un “rito in emergenza”:

«L’8 aprile 1992 il magma supera lo sbarramento costruito dai militari e dalla Protezione Civile a “Portella Calanna” e tracima verso “Piano dell’Acqua” e “Valle San Giacomo”, minacciando i quartieri “Sciara” e “Ballo”, che cominciano a prepararsi all’evacuazione.
Due giorni dopo, il 10 aprile 1992, la popolazione, allarmata, porta in processione la statua della Patrona, la Madonna della Provvidenza, fino al fronte lavico, al “Piano dell’Acqua”, e chiede l’intercessione della Beata Vergine Maria, affinché il fluire impetuoso e minaccioso della lava si arresti».

Dopo un paio di settimane di preghiere (e di lavoro) la lava si fermò e il parroco fece suonare le campane a festa.

Questa storia m’è tornata in mente oggi, leggendo di una giornalista che l’altra mattina ha detto in tv: «Mi auguro che il Vesuvio si riprenda le case che i napoletani hanno messo là».
In trasmissione si parlava di abusivismo edilizio e, come un riflesso pavloviano, anche in questo caso c’è stato qualcuno che ha tirato fuori il Vesuvio (non capita mai che si esemplifichi facendo riferimento all’abusivismo di Genova, tanto per chiarire). Peccato, però, che intorno al vulcano napoletano l’abusivismo, per quanto gravemente dannoso, sia un fenomeno comunque marginale rispetto al resto della cementificazione, che, al contrario, è del tutto legale. In altre parole, l’urbanizzazione che in alcuni decenni ha prodotto un’esposizione al rischio come in pochi altri posti del mondo, è autorizzata, legittima, regolare, consentita, lecita.

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Stesso discorso per Zafferana, dove non è che non ci sia abusivismo o non ci siano edifici indegni della storia architettonica siciliana e dell’impareggiabile paesaggio etneo, tutt’altro, ma a osservare con più attenzione ci si accorgerebbe che quello è uno dei comuni della provincia di Catania in cui il fenomeno è più basso (secondo un rapporto regionale del 2012).

Bene, precisato ciò, ora possiamo tornare alle chiacchiere da bar e a tifare per l’asteroide.

Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo.

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AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.

“Allarme Vesuvio”; e ho detto tutto

Come ho già scritto altre volte, per una ampia gamma (pseudo)giornalistica il Vesuvio è una notizia bomba (spesso lo “pseudo” è concreto: specie sul web, girano siti che sembrano giornalstici ma non hanno alcuna credenziale, almeno formale): tutto ciò che conta per questo tipo di informazione è il titolo, sufficientemente clamoroso da indurre un click, da cui discende il resto, che è ciò che davvero conta per loro: aumento dell’audience, dunque della pubblicità e degli introiti economici. Da qualche giorno, in questa schiera va inserito anche l’ “Huffington Post Italia“, che con un articolo imbarazzante è riuscito a non dire alcunché in merito a ciò che il titolo prometteva (ma, come dirò, è l’intera notizia ad essere stata coperta in maniera inadeguata e incompetente da numerosi organi d’informazione, anche riconosciuti).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo dell’Huffington Post Italia.

In meno di quindici righe viene trattato (omettendo nomi e confondendo ambiti) un argomento ritenuto grave se, nel testo stesso, viene specificato che riguarda «un’area fortemente a rischio, dove vivono oltre tre milioni di persone». Nel brano, firmato dalla Redazione, viene affermato che l’eruzione del Vesuvio è una possibilità, ma questo è un errore perché, in realtà, si tratta di una certezza (ripetuta da anni), sebbene non si sappia bene come avverrà tale eruzione (esistono, tuttavia, degli scenari previsionali) e si ignori del tutto il quando si verificherà l’esplosione (ed è intorno a tale incertezza che si gioca la partita scientifico-politico-sociale del rischio geologico in provincia di Napoli).
Come dicevo, in poche righe non solo non viene detto nulla nel merito, ma ci sono addirittura omissioni e confusioni. Si fa riferimento a due vulcanologi, ma non ne viene fatto il nome, rimandando ad un’intervista dei due al “Giornale” (che, in realtà, non esiste; c’è, piuttosto, un servizio di “SkyTG24” in cui parlano i due scienziati); poi si mischia il caso flegreo a quello vesuviano (da tempo, i due studiosi sostengono che nel sottosuolo ci sia un’unica «sacca di magma» per i due vulcani, ma lo stato urbanistico di superficie delle due aree è piuttosto diverso e, sebbene preoccupante in entrambi i casi, comporta problematiche differenti) e, infine, si usano come sinonimi concetti (e strumenti) diversi come il “piano di emergenza” e il “piano di evacuazione” (che, restando sul generale, andrebbero ripensati, non semplicemente rinnovati).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Giornale”.

Per saperne di più, dunque, ho cercato altre fonti. Innanzitutto l’articolo citato del “Giornale“, che è altrettanto sciatto e scialbo, dove tuttavia si viene a sapere che i due studiosi sono Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo dell’Osservatorio Vesuviano, i quali avrebbero lanciato un nuovo allarme vulcanico dalle pagine della prestigiosa rivista “Nature“, sul cui website, però, non c’è traccia di contributi recenti sull’argomento in oggetto.
Allora ho consultato “Il Mattino“, in cui c’è qualche ulteriore informazione (ma anche in questo caso col solito fraintendimento: «Settantuno anni dopo il Vesuvio potrebbe tornare a eruttare? E’ una possibilità»; no, è una certezza, ma non si sa quando, sicuramente non domani). L’articolo è arricchito da un’intervento di Francesco Emilio Borrelli, consigliere della Regione Campania per la lista Davvero Verdi, che su questo argomento non fa mai mancare la sua voce, a mio avviso sempre sbagliando obiettivo: da un ambientalista ci si aspetterebbe attenzione al delirio cementizio che ha causato la vulnerabilità dell’area, non una vacua denuncia dell’insufficienza del piano di emergenza (che possiamo rifare quante volte vogliamo e seguendo principi sempre diversi, ma che non mitigherà mai il rischio, il quale invece richiede altri interventi).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Mattino”.

Il consigliere, inoltre, critica l’eventualità di trivellazioni in area flegrea strizzando l’occhio alle montanti pulsioni antiscientifiche tanto di moda tra i politici italiani (io, nel merito, non ho le competenze per affermare alcunché, se non intravedere grigi interessi economici) e poi si lancia in un annuncio impegnativo (una tecnica comunicativa consolidata e, a quanto pare, vincente, visto il consenso dei promettitori di professione): «Con la Regione Campania ci faremo promotori di un new deal affinché i piani vengano realizzati». Questi, infine, a detta del Dipartimento di Protezione Civile «esistono, da anni, e sono entrambi [dei Campi Flegrei e del Vesuvio] attualmente in corso di aggiornamento» (ma, tanto per restare in superficie, se la popolazione non li conosce, che valore ha tale esistenza?).
Per concludere, la notizia è stata diffusa anche in televisione attraverso “SkyTG24“, in un servizio di 4 minuti, con interviste a Mastrolorenzo e Pappalardo e, in chiusura, al diretore dell’OV Giuseppe De Natale:

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming del servizio video di SkyTG24.

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PS: l’intera faccenda l’ho conosciuta tramite questo post su fb.

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AGGIORNAMENTO del pomeriggio del 24 agosto 2015:
Le considerazioni di questo post, come spero sia chiaro, riguardano esclusivamente l’aspetto giornalistico e culturale degli ultimi episodi relativi all’informazione sul rischio vulcanico in area napoletana; non toccano gli aspetti vulcanologici, sui quali non ho competenze tecniche. Reazioni, tuttavia, ci sono state anche su questo specifico ambito, come le precisazioni del direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, in merito alle affermazioni dei due ricercatori citati. Il testo è stato diffuso con una nota ufficiale del 23 agosto (ieri, ma l’ho scoperta solo ora attraverso Vesuviolive, e questo mi porta a riflettere sull’efficacia dell’attuale comunicazione ufficiale da parte dell’OV e del DPC, della quale scriverò presto):

Precisazioni del Direttore in merito alle notizie diffuse da alcuni media sullo stato del Vesuvio

Ieri ed oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani provenienti da alcune testate giornalistiche e TV.
Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti.
A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano,sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo web. Pertanto, ogni informazione sullo stato dei vulcani campani che non provenga da canali ufficiali dell’INGV potrebbe riportare l’opinione personale di qualche singolo ricercatore, italiano o straniero, oppure di qualche giornalista, politico p semplice cittadino, ma non riflette in alcun modo la visione ufficiale dell’INGV che, come si è detto, è l’unico Ente che rileva e studia in maniera continua, sistematica ed in tempo reale, lo stato dei vulcani.
I cittadini quindi, e gli stessi giornalisti, se desiderano avere notizie certificate ed aggiornate sullo stato dei vulcani campani, possono consultare il presente sito web o rivolgersi ai Colleghi di turno presenti in Sala Monitoraggio 24/24 h oppure (per questioni particolarmente importanti e/o per concordare interviste) alla Segreteria di Direzione nelle ore lavorative (i rispettivi numeri telefonici sono riportati nella sezione ‘contatti’ di questo sito). Il nostro Istituto è sempre+ disponibile ad informare correttamente ed a rispondere a qualunque domanda dei cittadini e dei media, relativamente allo stato dei nostri vulcani.
Nello specifico, a commento delle notizie diffuse ieri ed oggi da alcuni media e che hanno evidentemente causato ansia e preoccupazione in una parte di popolazione, si rileva quanto segue:

1) Non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori citati dai media in questione;

2) Il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza;

3) Il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegre (tra cui il sottoscritto); è un fatto talmente noto che anche il numero di Settembre di Focus, nel suo articolo sui nostri vulcani, lo rende graficamente nella figura principale; e non ha alcuna implicazione allarmistica: semplicemente, nei primi anni del 2000, riuscimmo a definire, come forma e come profondità, la sorgente magmatica di alimentazione primaria dei vulcani campani;

4) I 20_30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni.

Il Direttore

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INTEGRAZIONE del 25 agosto 2015:
Due segnalazioni:

  • Un’amica astrofisica ha scritto un post ironico tra macchie solari e allarmi vesuviani: QUI.
  • Questo mio post è stato citato in un articolo del blog “SPGeology”, che ieri aveva già affrontato il tema dell’ultima bufala vesuviana: “[queste pseudo informazioni] normalmente le lascio passare e non le condivido nè ne parlo per non regalare loro altri clic, ma stavolta mi sono proprio scocciato” (condivido pienamente).

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AGGIORNAMENTO del 28 agosto 2015:
Sul “Mattino” di Napoli c’è una coda delle polemiche seguite all’ultimo allarmismo sul Vesuvio; lo racconta “San Sebastiano al Vesuvio News” (l’articolo è riprodotto tra i commenti: qui).