“Sembrava il Titanic”

Per riuscire ad essere pensato, l’in-credibile deve essere ricondotto al già conosciuto. Lo sconvolgimento di ciò che è sotto i nostri piedi, il disordine di quel che abbiamo davanti agli occhi, il caos in cui improvvisamente possiamo sprofondare deve necessariamente essere ricondotto ad elementi noti che permettano la ripresa del controllo, innanzitutto di noi stessi. E’ un meccanismo di elaborazione che serve a dare senso e, allo stesso tempo, si tratta di un processo di rassicurazione. E’ così che la lava vulcanica che spazza via la propria abitazione viene raccontata (oggi, non so ieri) in maniera sorprendentemente domestica: la colata di magma procede “come l’impasto del pane“.
Per fare un altro esempio, è anche il caso delle prime pagine dei giornali l’indomani dell’11 settembre 2001, quando i titolisti affiancarono la foto della nube del WTC di New York a quella di Pearl Harbor del 1941; oppure basta ricordare che una delle icone di quei giorni è l’alzabandiera da parte di tre vigili del fuoco, copia della celebre fotografia dei marines di Iwo Jima impegnati nella stessa operazione.
In queste ore, drammatiche e concitate, i sopravvissuti all’affondamento della nave “Costa Concordia” ripetono (o, almeno, così titolano le home-page di tutti i giornali) che “sembrava il Titanic“, anzi “la scena di un film“. Naturalmente, adesso che il pericolo è passato si può parlare di “un film”, ma in quei momenti di panico non lo era e non lo sembrava nemmeno, perché era molto peggio, era reale: “E’ stato veramente un incubo, in confronto le scene del Titanic facevano meno paura“.
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Qui sotto e tra i commenti raccolgo articoli sulle testimonianze dei naufraghi, comprese le polemiche sui soccorsi.
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* Redazione, I testimoni: “Staff inadeguato, nave fuori rotta”, «CorSera», 14 gennaio 2012: QUI;
* L. Montanari, S. Poli, M. Vanni, Arriva il traghetto con i primi naufraghi, «Repubblica», 14 gennaio 2012: QUI;
* R. Amato, “Scene di panico su tutta la nave, sembrava di essere sul Titanic”, «Repubblica», 14 gennaio 2012: QUI;
* Video, Il racconto di un passeggero, «RaiNews24», 14 gennaio 2012: QUI;
* G. Longo, I superstiti: “La gente si buttava in mare”, «La Stampa», 14 gennaio 2012: QUI;
* Twitter, Una scena da Titanic (raccolta di tweet), «Il Tirreno», 14 gennaio 2012: QUI;
* Redazione, Liveblogging del naufragio, «Il Post», 14 gennaio 2012: QUI;
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I passeggeri: “Sembrava Titanic, nessuno sapeva cosa fare”. È che nessuno arriva sveglio al finale
(Spinoza, 16 gennaio 2012).

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8 thoughts on ““Sembrava il Titanic”

  1. Testimonianze di alcuni naufraghi raccolte dai giornali online:

    Mara Parmegiani Alfonsi, giornalista: «È stato un momento infernale. Erano circa le 21 e stavamo per andare a cena, quindi eravamo anche vestiti abbastanza leggeri. Abbiamo sentito un urto e le luci si sono spente, dai tavoli sono caduti gli oggetti e i bicchieri. Siamo tutti corsi verso il ponte e a fatica abbiamo raccolto i salvagenti, ma il comandante ci ha assicurato che si trattava solamente di un guasto alle macchine, e non era vero: sotto la chiglia già c’era uno squarcio di cento metri». «C’è stato un vero e proprio assalto alle scialuppe con personale totalmente non addestrato, non idoneo alla situazione, tanto che proprio mentre venivano calate ci sono stati gli incidenti, tanto che abbiamo dovuto sostituire il comandante della nostra scialuppa con un ufficiale di macchina di una compagnia diversa». Insomma, il personale era «Totalmente impreparato alle emergenze», e a detta di Parmigiani le responsabilità sarebbero anche del capitano che «al momento della tragedia si trovava a cena, me ne assumo la responsabilità: era a cena». «Abbiamo trascorso la notte avvolti solo nelle coperte, trasportati prima al Giglio e poi qui a Porto Santo Stefano, senza un bicchiere di latte né una bevanda calda».

    Ilaria (23 anni di Roma) e Safa (22 anni di Perugia): «Eravamo a cena ieri sera quando ha cominciato a tremare tutto, la luce è andata via e la gente ha cominciato a gridare aiuto. Dopo che ha tremato tutto la nave ha cominciato a piegarsi su un lato. Nella sala ristorante sono caduti oggetti, bicchieri, vassoi e piatti. Ci siamo anche feriti ma la cosa più drammatica è sentire la voce delle persone, in particolare delle mamme, chiamare i propri familiari, soprattutto i bambini. Era buio e non sapevamo cosa fare. La gente cadeva in terra mano a mano che la nave si inclinava. Sentivamo la voce del comandante ma abbiamo pensato a correre verso un’uscita. Un’ora dopo è suonata la sirena ed è stato dato l’ordine di evacuazione». «Ma per l’inclinazione della nave alcune scialuppe non sono state calate in acqua, sono finite sui ponti sottostanti e crediamo che in parecchi si siano fatti male o siano rimasti contusi. C’era anche chi si buttava in acqua».

    Pasquale Zumpo (di Fucecchio) e Alessandro Mammucari (di Velletri): “E’ stato veramente un incubo, in confronto le scene del Titanic facevano meno paura”. “Secondo noi i soccorsi sono stati gestiti malissimo, perchè ci hanno fatto aspettare troppo prima di imbarcarci sulle scialuppe, è passata almeno un’ora e il panico aumentava. Nella nave non si stava in piedi, si scivolava dappertutto. Nel ristorante volavano i tavolini da una parte all’altra e la gente si è buttata in acqua anche perchè eravamo talmente inclinati che si rischiava di prendere in testa le scialuppe di salvataggio”.

    Un gruppo di turisti croati: “Abbiamo sentito un bel botto, è chiaro che abbiamo preso uno scoglio, nonostante che abbiano continuato a parlare di un guasto elettrico. Stavamo mangiando, tutto è caduto per terra. Ma la vera paura è arrivata dopo che è suonato l’allarme e siamo tutti accorsi verso le scialuppe. La nave si è inclinata, la gente è rotolata a terra, molti si sono feriti così. Un gruppo di persone è salito sulla lancia di salvataggio, ma a causa dell’inclinazione della nave la scialuppa non è caduta in mare, ma all’interno della Costa Concordia e ha sfondato una cabina. E lì ci sono stati molti feriti, forse morti”.

    Francesca Migliavacca (romana, dipendente Rai): “Scene di panico da subito. C’è stata come una frenata. La gente urlava, si montava addosso, la nave si è inclinata. L’equipaggio ci diceva di andare all’esterno. La gente si buttava verso le scialuppe, non si riusciva a salire. La nostra lancia di salvatagggio nello scendere ha sbattuto più volte contro il fianco della nave, sono stati attimi terribili, sembrava di cadere nel vuoto”.

    Monica Santini (musicista della nave): “Ho sentito la nave inclinarsi. Stavamo suonando. La gente correva dappertutto. Ci hanno fatto mettere i giubbotti di salvataggio e poi ci hanno fatto andare sul ponte 4. Sono 12 anni che lavoro sulle navi Costa, non era mai successo niente”.

    Francesco e Caterina di Cutro (sposi in viaggio di nozze, di Crotone): “Ce la ricorderemo per sempre la luna di miele. Abbiamo sentito come uno sfregamento. Ci hanno detto che era un black out, ma si sentiva che eravamo andati a sbattere contro qualcosa. Noi abbiamo capito subito, perchè la nave si è inclinata. Siamo corsi alle scialuppe ma il personale ci diceva di tornare nei saloni. Per fortuna non gli abbiamo dato retta. Abbiamo visto la morte negli occhi”.

    Luigi (di Bari): “Ci hanno lasciato allo sbando. Era il panico generale. Anche lo stesso personale di bordo era completamente disorganizzato. Non avevano disposizioni su cosa fare”.

    Alcuni testimoni: «E’ stato un incubo, sembrava di essere sul Titanic, abbiamo veramente creduto di morire». «Eravamo a cena, all’improvviso il cibo e i bicchieri ci sono caduti addosso». «Gli altoparlanti hanno diffuso una voce che invitava alla calma: “Parlo a nome del capitano, è soltanto un blackout”. Soltanto dopo un’ora si è sentito il suono di 7 sirene, il segnale che la barca stava affondando».

    Yuri e Noemi Selvaggio (due fratelli di 18 e 23 anni): «Ovunque c’erano urla di disperazione, la gente si gettava in mare. Noi siamo riusciti a salvarci perchè ci hanno calato in acqua con una scialuppa. Ma è stato davvero orribile».

    Emilia Rosi (48 anni, veterana dalle crociere): «Nessno ci ha assistito». «Sono al mio decimo viaggio e non ho mai vissuto una situazione simile».

    Natasha Wertmuller (una cittadina svizzera in vacanza in Italia): «La nave si è piegata, ho avuto paura di morire di freddo».

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    La fotografia in homepage di Repubblica (h14:30, 14 gennaio 2012):
    isola del giglio, 14 gennaio 2012

  2. Dal blog ufficiale della compagnia Costa:

    Comunicazione importante – Sabato 14 gennaio 2012 ore 01:00 – Costa Concordia – Isola del Gilgio
    By Costa Crociere – 14 gennaio 2012 – 01:10
    http://blog.costacrociere.it/post/Comunicazione-importante-Sabato-14-gennaio-0100.aspx
    Costa Crociere conferma che sono in corso le operazioni di evacuazione di emergenza, vicino all’Isola del Giglio, dei circa 3.200 passeggeri e dei circa 1.000 membri di equipaggio a bordo di Costa Concordia. Le operazioni di evacuazione sono state effettuate prontamente, ma la posizione della nave, che diventando più difficoltosa, sta complicando le ultime operazioni di sbarco. Al momento non è possibile definire le cause del problema occorso. L’azienda si sta adoperando con il massimo impegno per dare la massima assistenza.
    Costa Concordia stava effettuando una crociera nel Mediterraneo partita da Civitavecchia con scali previsti a Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma, Cagliari, Palermo. A bordo c’erano circa 1.000 passeggeri di nazionalita’ italiana, oltre 500 tedeschi, circa 160 francesi e 1.000 membri di equipaggio
    .

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    Comunicazione Importante – 14 gennaio 2012 ore 05.00 – Costa Concordia – Isola del Giglio
    By Costa Crociere – 14 gennaio 2012 – 05:23
    http://blog.costacrociere.it/post/Comunicazione-Importante-04-gennaio-2012-ore-0500-Costa-Concordia-Isola-del-Giglio.aspx
    E’ una tragedia che sconvolge la nostra azienda. Il nostro primo pensiero va alle vittime, e vogliamo esprimere il nostro cordoglio e la nostra vicinanza ai loro familiari e amici. In questo momento tutti i nostri sforzi sono concentrati nelle ultime operazioni di emergenza, oltre che nell’offrire assistenza agli ospiti e all’equipaggio che erano a bordo della nave, per farli rientrare al più presto a casa. Le procedure di emergenza sono scattate immediatamente per procedere all’evacuazione della nave. L’inclinazione che ha assunto progressivamente la nave ha reso le operazioni di evacuazione estremamente difficoltose. Vogliamo esprimere un profondo e sentito ringraziamento alla Guardia Costiera e alle forze da essa coordinate, incluse le autorità e i cittadini dell’Isola del Giglio, che si sono prodigate nelle operazioni di salvataggio e assistenza agli ospiti e all’equipaggio. L’azienda collaborerà, con la massima disponibilità, con le autorità competenti per verificare le cause dell’accaduto”.

  3. Tra i commenti c’è chi evidenzia che la nave è salpata di venerdì 13 e chi ricorda lo sventurato varo del 2006 (la mancata rottura della bottiglia sulla fiancata sarebbe un cattivo presagio).
    Probabilmente tali commentatori sono solo dei buontemponi, ma non per questo meno indicativi di come può essere letto un disastro come quello della scorsa notte.

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    AGGIORNAMENTO del 16 gennaio 2012, h18:55.

    Un giornale ceco (“Dnes Quil”) ha recuperato un’intervista al capitano della Costa Concordia, Francesco Schettino, del dicembre 2010 in cui dice: “Non avrei mai voluto trovarmi nei panni del comandante del Titanic”. Nel rilancio di “Repubblica” questa battuta viene commentata con le seguenti parole: “ora quell’affermazione […] suona come un presagio o uno scherzo del destino“.
    Il resto dell’articolo è QUI.

  4. Abbiamo bisogno di capire ciò che accade intorno a noi e di ricondurre l’incomprensibile a categorie conosciute. E’ per questo che la calamità naturale assume spesso sembianze umane o mostruose, ma comunque immaginabili, dunque in qualche misura “controllabili”. Evidentemente ciò non può avvenire considerando la natura semplicemente per quel che è. Ecco alcune definizioni del terremoto in Emilia apparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni:

    * «Un terremoto vigliacco, classista, che ha colpito soprattutto operai, seppellendo sotto la sua forza chi aveva bisogno di un lavoro», http://www.unita.it/italia/viaggio-sulla-statale-12-strada-simbolo-dell-emila-ferita-1.416264
    * «Il mostro è qui sotto», http://www.vanityfair.it/news/italia/2012/05/29/terremoto-emilia-san-felice-sul-panaro
    * «Emilia, il terremoto infinito», http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/terremoto-emilia-crolli-durata-1252068/
    * «Ore 9, il mostro arriva in fabbrica», «il mostro del sottosuolo», «il demone che ruba i campanili e toglie il pane quotidiano», «ha sbranato i semplici e gli indifesi: gli uomini al lavoro», «Puntuale come un impiegato che timbra il cartellino», http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/05/30/ore-il-mostro-arriva-in-fabbrica.html
    * «Sembrava una bomba. Come durante la guerra», «il rombo del mostro, il ruggito pauroso che ben conosce chi lo ha già sentito, che viene da sotto verso l’alto e scoppia sopra la testa», http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/454968/
    * «Terremoto killer colpisce ancora in Emilia», «Il terremoto si presenta come killer in Emilia», http://www.milanoweb.com/terremoto-killer-colpisce-ancora-in-emilia/
    * «Terremoto assassino colpisce ancora l’Emilia», http://www.romadamare.it/terremoto-assassino-colpisce-ancora-lemilia/
    * «Il terremoto non si vede ma c’è, nascosto nelle cose e nelle persone», http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2012/1-giugno-2012/terremoto-nascosto-201427267412.shtml
    * «Ieri mattina alle 9 e un minuto le campane di Castelmassa si sono messe a suonare. Era la musica lugubre del terremoto», http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2012/30-maggio-2012/ore-901-sisma-suona-campane-uccide-operaio-polesine-201398932418.shtml

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    VARIAZIONE SUL TEMA:
    * «I terremoti del 20 e 29 maggio in Emilia saranno ricordati forse anche come i terremoti dei capannoni killer», http://notizie.virgilio.it/gallery/terremoto-in-emilia-crollo-dei-capannoni.html

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    ALTRO POSSIBILE FILONE D’INDAGINE:
    Il terremoto come metafora di crisi più generali e diffuse:
    * «Ed è impossibile non vedere nel terremoto nazionale del 29 maggio la metafora dell’Italia. Un Paese impaurito, su cui pare accanirsi un destino avverso. Ma anche un Paese solidale, che non resta inerte, che reagisce, che resiste», http://www.corriere.it/editoriali/12_maggio_30/epicentro-del-dolore-aldo-cazzullo_2e7f3a82-aa17-11e1-8196-b3ccb09a7f99.shtml

    Naturalmente, questo vale per qualsiasi emergenza: ogni volta ci troviamo dinnanzi all’allegoria di un Paese sull’orlo dell’abisso; basti pensare al gravissimo episodio – molto diverso – avvenuto immediatamente prima del territorio emiliano, l’attentato alla scuola di Brindisi:
    * «L’infame attentato di Brindisi accaduto stamani tocca tutti noi, e colpisce proprio quei giovani che sono il nostro futuro, la speranza in ogni campo per il nostro paese», http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/2012/05/19/715189-attentato-scuola-brindisi-annullato-art-tourism.shtml

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    ULTERIORI OSSERVAZIONI:
    Intorno ai resoconti dalle zone sinistrate ci sono ormai sempre le stesse formule. Valgono per l’Emilia e per l’Aquila, così come per il Giappone e Haiti. Il narratore di turno è sempre colpito da due cose: il silenzio “irreale” e la straordinaria “dignità” dei sinistrati. Un esempio molto esplicito:
    * «entrando nella zona più colpita l’impressione è di grande compostezza e dignità», http://www.corriere.it/editoriali/12_maggio_30/epicentro-del-dolore-aldo-cazzullo_2e7f3a82-aa17-11e1-8196-b3ccb09a7f99.shtml .

    Non di rado si usano termini piuttosto impropri, come ad esempio “popolo”: “popolo abruzzese” (tre anni fa era evocato ovunque; tra i tantissimi link: http://www.adnkronos.com/IGN/Speciali/LAquila_un_anno_dal_terremoto/Napolitano-Ora-stesso-spirito-di-coesione-per-le-sfide-del-Paese_213664464.html) e “popolo emiliano” (questo è stato evocato meno, ma comunque non è mancato: http://www.ticinonews.ch/articolo.aspx?id=264028&rubrica=2). La ragione è comprensibile: creare una dimensione che favorisca lo stringersi gli uni gli altri per proteggersi e farsi forza, così da recuperare un valore comunitario in cui la solidarietà assomigli a quella che vige nei piccoli gruppi, tra simili in cui vi è poco individualismo e la coscienza collettiva prevale su quella individuale.

    Probabilmente, la particolarità del caso emiliano è il frequente riferimento alla laboriosità degli abitanti:
    * «ci sono voglia e forza per rimettere in moto l’economia di questo lembo d’Emilia dove il lavoro è un dogma», http://www.ilrestodelcarlino.it/cronaca/2012/06/01/722096-terremoto-il-mostro-e-lanima.shtml

    A tutto questo, infine, si aggiunge una speciale caratteristica nostrana che fa da onnipresente condimento: la straordinaria generosità degli italiani, che nel momento del bisogno si stringono gli uni gli altri e dimostrano di essere una grande nazione. Basta vedere il numero di sms… Insomma, noi viviamo di emergenze.

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    PER CONCLUDERE (MOMENTANEAMENTE):
    Ogni volta che leggo un articolo di cronaca dalle città terremotate mi domando se ciò che vi è scritto è il resoconto (il più) fedele (possibile) di quel che il giornalista ha visto-ascoltato-incontrato o è la sua interpretazione (spesso enfatizzata). E’ una domanda sciocca, so già la risposta, non è difficile accorgersi che «il demone che ruba i campanili e toglie il pane quotidiano» è un’invenzione letteraria del cronista e non la riproduzione di quanto percepito localmente. Tuttavia tali definizioni, viaggiando su (tutti) i mezzi di comunicazione, dopo un giro nazionale e internazionale poi tornano in loco e contribuiscono ad alimentare una certa percezione dell’accaduto.
    Ho presentato in maniera corretta, dunque, l’elenco che ho avviato qui sopra? Le metafore e le analogie usate dai giornalisti per descrivere il sisma sono elaborazioni culturali dei sinistrati stessi o enfatizzazioni di una “informazione drogata”?
    Evidentemente, ritengo che l’una alimenti l’altra, ma che – in una società mediatizzata – la seconda opzione rivesta un ruolo fondamentale nella creazione di immagini mentali.
    Proprio sul ruolo del giornalismo “esagerato” (perché ampolloso e cinico), Michele Brambilla ha scritto un commento di semplice buon senso. Eccolo:

    “La Stampa”, 1 giugno 2012, http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/456530/

    BASTA CON LE ESAGERAZIONI, L’EMILIA NON E’ SCOMPARSA
    Tutto viene enfatizzato a dismisura, a partire dalla paura della gente
    di Michele Brambilla

    Nelle ultime due settimane in Emilia Romagna ci sono stati 24 morti e danni per svariati miliardi di euro; gli sfollati sono quindicimila. Bastano queste cifre per dire che una situazione è grave e degna di attenzione da parte di tutti gli italiani? Evidentemente no, non basta. Così sono giorni che in tv, alla radio e sui giornali si sente parlare di «interi paesi cancellati dalle carte geografiche», o più sobriamente «rasi al suolo». Ho sentito dire che Cavezzo, dov’ero appena stato, «non esiste più». Ci sono titoli sui siti web – anche, ahimè, dei grandi giornali – che parlano di migliaia di emiliani che «soffrono la fame», di «assalti di sciacalli alle case danneggiate».
    Mi domando se chi dice e scrive queste cose sia stato davvero in questi giorni a Mirandola, Cavezzo, Rovereto sul Secchia, Medolla, Carpi. Paesi che hanno subito danni ingentissimi e molti lutti: ma che esistono ancora. Paesi popolati da persone in difficoltà: ma non ridotte alla fame. Paesi in cui i capannoni crollati sono per fortuna una piccolissima percentuale, non la norma. Paesi in cui le abitazioni private hanno tenuto, grazie al cielo: anzi, grazie agli emiliani che le hanno costruite meglio che altrove.
    C’è stato un terremoto, e basterebbe usare questa parola, terremoto: ce ne sono molte altre che incutono più terrore? E invece no: si parla di inferno, di un mondo spazzato via, di un’intera regione in ginocchio. Non è così: provate a girare per tutta l’area, da Modena fino su ai paesi dell’epicentro, e vedrete un film che non è quello che viene raccontato. Un film drammatico, certo. Ma perché dire e scrivere che è come il Friuli, l’Irpinia, L’Aquila? In Friuli ci furono mille morti, centomila sfollati, 18.000 case completamente distrutte, 75.000 gravemente danneggiate. In Irpinia tremila morti, 280.000 sfollati, 362.000 abitazioni distrutte o rese inagibili. L’Aquila è ancora oggi, quella sì, una città in ginocchio. L’Emilia no: la gente che vi abita ha paura, e questo è comprensibile, ma le grandi città sono intatte, il 95 per cento dei paesi pure, eppure l’altra sera in tv abbiamo sentito parlare (testuale) di «una regione distrutta».
    Tutto viene enfatizzato a dismisura, a partire dalla paura della gente, che già ha buoni motivi per avere paura. L’altra notte l’ho trascorsa in piedi fra la gente in tenda. Una notte certamente disagevole, soprattutto per la preoccupazione per il futuro. Ma non ho visto alcuna scena di panico. La mattina alle nove accendo la radio e sento: «Notte di terrore nelle tendopoli per sessanta nuove scosse». Che ci sono state, ma non tali da essere percepite.
    Non si tratta di sminuire la gravità di quello che è accaduto, ma di evitare che ai danni del terremoto si aggiungano quelli di un’informazione drogata. L’altra sera parlavo con Michele de Pascale, assessore al Turismo del Comune di Cervia. Mi diceva di non capire la contraddizione: «Stiamo accogliendo nei nostri alberghi gli sfollati perché qui da noi sono al sicuro. Poi riceviamo disdette per quest’estate: i clienti hanno sentito in tv che l’Emilia è distrutta. L’altro giorno un albergatore mi ha detto che lo hanno chiamato dalla Germania per annullare la prenotazione e hanno chiesto: ma siete ancora vivi?».
    Domande alle quali ne aggiungo una diretta umilmente alla categoria di cui faccio parte: vogliamo davvero aiutare gli emiliani a ripartire? Atteniamoci ai fatti. Sono già abbastanza gravi che non c’è bisogno di metterci il carico
    .

  5. Pingback: La Costa Concordia «come se» | Paesaggi vulcanici

  6. “Il Post”, 26 ottobre 2014, QUI (via-“Slate“)

    PERCHE’ E’ SBAGLIATO DIRE CHE EBOLA “SEMBRA UN FILM”
    Gli “incubi ad occhi aperti” che ci costruiamo a partire dal nostro immaginario catastrofista sono esagerati e un po’ egoisti, dice Slate
    di Willa Paskin – Slate

    La scena si apre con un neonato sorridente, al tramonto, all’aperto. La madre, la sorella e la nonna si affaccendano attorno a lui chiacchierando in tono rilassato in una lingua straniera [niente sottotitoli per lo spettatore]. Un animale, qualcosa come un pipistrello, vola fuori dagli alberi e fa cadere a terra un pezzo di un frutto [l’animale va scelto a seconda della malattia]. Il neonato allunga il suo braccino paffuto, raccoglie il pezzetto e se lo infila in bocca. Succhiandolo, sbavandoci sopra, mangiandone un pochino. Arriva la madre, che lo prende in braccio. Il neonato lascia cadere il frutto. Fra le braccia della madre, comincia a tossire.
    Stiamo vivendo la prima parte di un film catastrofico? O è paranoico anche solo pensarlo?
    Il noto giornalista americano Brian Williams, durante un recente servizio su ebola andato in onda sulla NBC, ha detto: «alcune di queste scene ricordano quelle di un film». «Assomiglia più a un film che alla realtà», ha detto la giornalista Abby Huntsman su MSNBC. Da quando si è cominciato a parlare di ebola sui media occidentali, sono due i film a cui si fa costante riferimento:
    Virus Letale, un thriller del 1995 che racconta di un virus simile a ebola che si diffonde in Africa e viene fermato da Dustin Hoffman, e Contagion, diretto da Steven Soderbergh nel 2011 – tornato nella classifica dei film più comprati su Amazon – riguardo un virus che uccide 26 milioni di persone prima che venga trovato un vaccino. Il tema del virus-che-non-può-essere-fermato è ricorrente in molti altri film, serie tv e romanzi: è la trama di storie come quelle di The Walking Dead, Il Passaggio, The Strain, 28 giorni dopo, fra i moltissimi.
    Non c’è nulla di più banale e però irrefrenabile che paragonare eventi accaduti realmente a cose che vediamo nei film. Poco dopo l’11 settembre, il mondo sembrava uno di quei film di Michael Bay in cui esplode tutto. L’espressione “sembra di stare in un film” ha una sua valenza icastica: è il tipico momento surreale in cui il riconoscimento di una certa situazione diventa significativo, simbolico, twittabile – anche se è figlio di un’intuizione estemporanea, tanto solida quanto riconoscere che il cielo, oggi, ha una sfumatura simile a quello disegnato nei Simpson
    .
    I genitori e gli amici del neonato cullano e lavano il suo cadavere piangendo, strillando, lamentandosi [il suo corpo dovrebbe apparire devastato dal virus: ma poiché si tratta di un bambino piccolo, per favore, rimaniamo entro i confini della decenza]. Sua madre, avvolta in un colorato vestito africano, distrutta, si passa la mano sopra la fronte imperlata di sudore. Comincia a sanguinare dal naso. La telecamera zooma all’indietro, e fra uno strillo e l’altro ci accorgiamo di un tappeto sonoro composto da più persone che tossiscono.
    Tentiamo di comprimere la catastrofe all’interno di una narrativa per renderla comprensibile, creando un contesto per avvenimenti che altrimenti potrebbero non averlo. E nonostante le rassicurazioni degli operatori sanitari riguardo al fatto che ebola non sia un virus così grave come quelli rappresentati in Virus letale o Contagion, non possiamo fare a meno di pensare che la storia della sua diffusione provenga da una sceneggiatura. Come in Virus letale, ebola è un potente virus che distrugge i tessuti e che proviene dall’Africa. Come in Contagion, i tentativi di contenere l’infezione in un solo paese sono falliti, e la paura si è diffusa più velocemente del virus stesso (un medico, nel film, dice: «per ammalarti, devi entrare in contatto con un malato o una persona da lui toccata. Per spaventarti, tutto ciò che devi fare è entrare in contatto con una notizia non confermata in televisione o su Internet»). In più, ci sono stati altri elementi fatti a forma di passaggi di una sceneggiatura: il potenziale vaccino che non può essere sviluppato in tempo; il malato che va all’ospedale e viene rifiutato; l’arrogante affermazione che gli ospedali americani siano equipaggiati per affrontare l’epidemia, e i casi delle due infermiere infettate che dimostra come non lo siano affatto.
    Vivere una situazione “da film” ci permette di provare un misto di compiacimento e panico: il compiacimento è dato dal fatto che la sappiamo lunga, noi, su come andrà a finire questo film. Nonostante le rassicurazioni, il virus si diffonderà distruggendo le strutture della società: solo allora, forse, lo ZMapp tirato in ballo all’inizio potrà essere distribuito. Dato che ciascuno è il protagonista del proprio film, ognuno di noi pensa di cavarsela. Ma chi può dire lo stesso di quelli che ci stanno attorno?
    La componente di panico è anch’essa prodotta dal fatto che sappiamo bene come andranno le cose: collasso totale della società. Nel migliore dei casi finisci in cantina con la tua famiglia e un fucile, a razionare acqua e scatolette di fagioli. E poi: sei davvero sicuro di essere il protagonista del film? E se fossi uno fra i personaggi principali che muore per dimostrare che nessuno è davvero al sicuro?

    Brevi immagini di alcuni soldati di una città dell’Africa occidentale che posizionano transenne. La gente povera viene messa in quarantena, le strade sono piene di cadaveri. Un uomo [non americano] si imbarca su un aereo, sudando copiosamente dalle sopracciglia.
    C’è del privilegio a pensare e preoccuparsi con questi schemi mentali. È la tipica situazione di chi non ha nulla da temere nell’immediato e ha tempo di inventarsi incubi a occhi aperti. È la reazione che puoi avere quando un giornale, preoccupato di occupare un po’ di spazio, apre un dibattito sul considerare o meno ebola l’“ISIS degli agenti biologici”. È la stessa sensazione che si prova che si prova stando su una montagna russa o guardando film catastrofici: esperienze vicine a quella della morte, ma sicure e non interamente rigettate. Sono la paura e il panico sfumate con la stessa nauseante ma inspiegabilmente soddisfacente sensazione che si prova guardando Gwyneth Paltrow che si contorce sul pavimento, sbirciando fra le dita della mano con cui ci copriamo il viso. È la differenza fra osservare lo svolgimento di un dato evento ed trovarcisi in mezzo.
    Per gli americani, quando Thomas Eric Duncan è morto a Dallas di ebola – dopo l’infezione di due infermiere che lo hanno curato, dopo la promessa che non sarebbe accaduto – è come se fosse iniziato il secondo tempo del film. Ma questo virus è in giro da mesi e ha già fatto migliaia di morti: se questo è davvero l’inizio del secondo tempo, lo è solo dalla prospettiva degli americani
    .
    Una donna entra in un negozio di abiti da sposa. Sta sorridendo ma sembra un po’ pallida. Accetta un bicchiere di champagne da un dipendente del negozio, che comincia a mostrarle dei vestiti. La donna ne guarda alcuni e poi si blocca all’improvviso. Il bicchiere di champagne cade a terra in slow motion, rompendosi in mille pezzi.
    La ragione della sopravvivenza di ebola in Africa non è data dall’impossibilità che venga contenuto, ma dalla povertà e dal caos di quei posti, e dal fatto che le strutture sanitarie locali siano mal equipaggiate. Le premesse non sono esattamente quelle di un film catastrofico. Ma la nostra mente distorce queste storie, e ci preoccupiamo della possibilità di dover razionare l’acqua o chiudere le frontiere. Cose che si fanno sempre, nei film, ma che nella vita reale aumentano solo la sensazione di panico. Se gli avvenimenti dell’11 settembre possono essere presi a esempio, dovremmo sapere bene che conoscere la trama di un film non ci aiuta a predirne il finale; e che anzi quanto più la nostra fame di contesto narrativo esercita la sua influenza, tanto più saremo spinti verso decisioni affrettate e reazioni “da film”.
    Priscilla Wald, professoressa della Duke University e autrice del libro
    Contagious: Cultures, Carriers, and the Outbreak Narrative, ha spiegato che al momento siamo nella fase della storia in cui è in corso la ricerca di un eroe. È il momento in cui alcuni scienziati svegli e coraggiosi si inventano una soluzione che può riguardare – o anche no: non lo sappiamo ancora – un loro coinvolgimento in prima persona, tipo sperimentare su di sé di un vaccino per vedere se funziona. Lo sviluppo di ebola, però, potrebbe non prevedere tutto questo. La Nigeria e il Senegal hanno annunciato che il virus è stato contenuto con metodi a noi già noti. L’esperto di malattie infettive Paul Farmer ha scritto sulla London Review of Books che «se i pazienti ricevono una diagnosi tempestiva assieme a un trattamento aggressivo nei confronti della malattia, fino al 90 per cento di loro dovrebbe sopravvivere». Ebola, insomma, resiste al tentativo di comprimerla in una “storia”. E così dovremmo fare anche noi.
    Lo schermo si tinge di nero e appare una mappa del mondo. Una linea rossa unisce l’Africa occidentale al Texas, e il Texas all’Ohio. Poi la linea si interrompe. Nel frattempo, la Guinea, la Liberia e la Sierra Leone continuano a colorarsi di rosso.

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