Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

Una bella eruzione e tutto si risolve

Un quarto di secolo fa l’allora neo-parlamentare Vittorio Sgarbi, ai primi di aprile del 1992 disse: «Le case di Zafferana [Etnea] sono un orrore, meglio se la lava le cancella» (concetto che ribadì più volte nei giorni successivi e anche dopo parecchi anni). L’Etna aveva cominciato un’intensa attività eruttiva nel dicembre precedente e la colata lavica che ne era fuoriuscita stava minacciando l’abitato di quel versante del vulcano.

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La situazione era talmente delicata che intervennero militari e ingegneri con mine e ruspe… e alcuni abitanti del paese tentarono anche con il sacro, praticando un “rito in emergenza”:

«L’8 aprile 1992 il magma supera lo sbarramento costruito dai militari e dalla Protezione Civile a “Portella Calanna” e tracima verso “Piano dell’Acqua” e “Valle San Giacomo”, minacciando i quartieri “Sciara” e “Ballo”, che cominciano a prepararsi all’evacuazione.
Due giorni dopo, il 10 aprile 1992, la popolazione, allarmata, porta in processione la statua della Patrona, la Madonna della Provvidenza, fino al fronte lavico, al “Piano dell’Acqua”, e chiede l’intercessione della Beata Vergine Maria, affinché il fluire impetuoso e minaccioso della lava si arresti».

Dopo un paio di settimane di preghiere (e di lavoro) la lava si fermò e il parroco fece suonare le campane a festa.

Questa storia m’è tornata in mente oggi, leggendo di una giornalista che l’altra mattina ha detto in tv: «Mi auguro che il Vesuvio si riprenda le case che i napoletani hanno messo là».
In trasmissione si parlava di abusivismo edilizio e, come un riflesso pavloviano, anche in questo caso c’è stato qualcuno che ha tirato fuori il Vesuvio (non capita mai che si esemplifichi facendo riferimento all’abusivismo di Genova, tanto per chiarire). Peccato, però, che intorno al vulcano napoletano l’abusivismo, per quanto gravemente dannoso, sia un fenomeno comunque marginale rispetto al resto della cementificazione, che, al contrario, è del tutto legale. In altre parole, l’urbanizzazione che in alcuni decenni ha prodotto un’esposizione al rischio come in pochi altri posti del mondo, è autorizzata, legittima, regolare, consentita, lecita.

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Stesso discorso per Zafferana, dove non è che non ci sia abusivismo o non ci siano edifici indegni della storia architettonica siciliana e dell’impareggiabile paesaggio etneo, tutt’altro, ma a osservare con più attenzione ci si accorgerebbe che quello è uno dei comuni della provincia di Catania in cui il fenomeno è più basso (secondo un rapporto regionale del 2012).

Bene, precisato ciò, ora possiamo tornare alle chiacchiere da bar e a tifare per l’asteroide.

Seminario sui riti vesuviani e l’emergenza vulcanica tra media e new media

Martedì 10 maggio 2016, nell’ambito delle attività del corso di “Antropologia della Comunicazione” tenuto dalla prof.ssa Gianfranca Ranisio presso il Dipartimento di “Scienze Sociali” dell’Università di Napoli “Federico II”, ho tenuto un seminario sui linguaggi delle pratiche devozionali vesuviane legate alle attività eruttive, nonché sui toni che il discorso sul rischio vulcanico assume oggi attraverso i new media.

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Nei giorni precedenti ho postato varie immagini e citazioni d’epoca in merito alle emergenze vesuviane, passate e contemporanee, e al loro legame con la sfera del sacro. Le ripropongo qui:

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«Dopo pochi istanti, una processione preceduta da una rozza croce di legno, seguita dalla statua di Sant’Anna, e accompagnata da una fittissima calca di popolo si avanzava verso il luogo del disastro. Si pregava, si piangeva; ed il pianto e la preghiera si alternavano col canto delle laudi della chiesa! Tutti imploravano la cessazione del flagello, e perfino gli scettici non trovavano nulla a ridire!»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 34)

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«Le particolari processioni delle Verginelle scapigliate, e scalze, le donne piangenti, le congregationi, di nobili, & ignobili, la confraternita di diverse religioni, e precisamente quelle del Rosario di PP. Predicatori andavano con tanta devotione, che parevano la trionfante, e gloriosa compagnia di Sant’Ursula»
(Michel’Angelo Masino, “Distinta relatione dell’incendio del sevo Vesuvio”, Gio. Domenico Roncagliolo, Napoli 1632, p. 20)

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«Il popolo in movimento per l’eruzione del Vesuvio, si avviò al Duomo per ottenere a sera inoltrata la statua di San Gennaro col Sangue. Il cardinale si negò per timore di maggiori disordini, i popolani mossi dallo sdegno volevano scassinare le porte del Duomo per prendersi a viva forza la statua»
(D. D’Anna, “Le Glorie di S. Gennaro. Vita, monumenti, miracolo”, Michele d’Auria Editore, Napoli 1912, p. 108)

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«L’apertura di un’altra discarica provocherebbe la morte definitiva del territorio. [È necessario che le istituzioni ascoltino] il grido di dolore di quanti vogliono difendere la qualità della propria vita [e proteggere] questa meravigliosa terra che il Creatore ci ha consegnato e che tutti, con coraggio, dobbiamo ‘custodire e coltivare’»
(Beniamino Depalma, vescovo di Nola, in “Emergenza rifiuti. Il vescovo di Nola: ‘Discarica morte del territorio’”, articolo redazionale di «La Repubblica», 22 ottobre 2010)

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«Fu allora che impauriti e sconvolti ma pure con grande fede, i cittadini corsero in chiesa dove confortati da un sacerdote locale, don Vincenzo Precchia, e da lui guidati, presero sulle spalle le statue della Madonna Addolorata e del patrono San Gennaro. […] Fu allora che quasi fuori di senno, qualcuno prima, e tutti in coro poi, gridarono alla Vergine e a San Gennaro: “Ci dovete salvare, salvateci! Salvate il paese o brucerete anche voi con le case nostre”»
(Giuseppe Tortora, parroco di Trecase, cit. in C. Avvisati, “1906: quando il Vesuvio perse la testa”, Nicola Longobardi Editore, Castellammare di Stabia 2008, p. 64)

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«[Gli abitani] chiedono insistentemente che la Chiesa venga aperta, perché, prima di abbandonare la città, vogliono vedere ancora una volta la bella Madonna, vogliono parlarle le parole del cuore, ed implorare da Lei protezione e salvezza. […] Anche qui è stata trasportata l’immagine di S. M. della Neve, e quando, alle ore 13 circa, la lava resta immobile, sgorgano dagli occhi di tutti gli astanti lagrime di consolazione»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 38, 44).

Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo.

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AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.

“Allarme Vesuvio”; e ho detto tutto

Come ho già scritto altre volte, per una ampia gamma (pseudo)giornalistica il Vesuvio è una notizia bomba (spesso lo “pseudo” è concreto: specie sul web, girano siti che sembrano giornalstici ma non hanno alcuna credenziale, almeno formale): tutto ciò che conta per questo tipo di informazione è il titolo, sufficientemente clamoroso da indurre un click, da cui discende il resto, che è ciò che davvero conta per loro: aumento dell’audience, dunque della pubblicità e degli introiti economici. Da qualche giorno, in questa schiera va inserito anche l’ “Huffington Post Italia“, che con un articolo imbarazzante è riuscito a non dire alcunché in merito a ciò che il titolo prometteva (ma, come dirò, è l’intera notizia ad essere stata coperta in maniera inadeguata e incompetente da numerosi organi d’informazione, anche riconosciuti).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo dell’Huffington Post Italia.

In meno di quindici righe viene trattato (omettendo nomi e confondendo ambiti) un argomento ritenuto grave se, nel testo stesso, viene specificato che riguarda «un’area fortemente a rischio, dove vivono oltre tre milioni di persone». Nel brano, firmato dalla Redazione, viene affermato che l’eruzione del Vesuvio è una possibilità, ma questo è un errore perché, in realtà, si tratta di una certezza (ripetuta da anni), sebbene non si sappia bene come avverrà tale eruzione (esistono, tuttavia, degli scenari previsionali) e si ignori del tutto il quando si verificherà l’esplosione (ed è intorno a tale incertezza che si gioca la partita scientifico-politico-sociale del rischio geologico in provincia di Napoli).
Come dicevo, in poche righe non solo non viene detto nulla nel merito, ma ci sono addirittura omissioni e confusioni. Si fa riferimento a due vulcanologi, ma non ne viene fatto il nome, rimandando ad un’intervista dei due al “Giornale” (che, in realtà, non esiste; c’è, piuttosto, un servizio di “SkyTG24” in cui parlano i due scienziati); poi si mischia il caso flegreo a quello vesuviano (da tempo, i due studiosi sostengono che nel sottosuolo ci sia un’unica «sacca di magma» per i due vulcani, ma lo stato urbanistico di superficie delle due aree è piuttosto diverso e, sebbene preoccupante in entrambi i casi, comporta problematiche differenti) e, infine, si usano come sinonimi concetti (e strumenti) diversi come il “piano di emergenza” e il “piano di evacuazione” (che, restando sul generale, andrebbero ripensati, non semplicemente rinnovati).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Giornale”.

Per saperne di più, dunque, ho cercato altre fonti. Innanzitutto l’articolo citato del “Giornale“, che è altrettanto sciatto e scialbo, dove tuttavia si viene a sapere che i due studiosi sono Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo dell’Osservatorio Vesuviano, i quali avrebbero lanciato un nuovo allarme vulcanico dalle pagine della prestigiosa rivista “Nature“, sul cui website, però, non c’è traccia di contributi recenti sull’argomento in oggetto.
Allora ho consultato “Il Mattino“, in cui c’è qualche ulteriore informazione (ma anche in questo caso col solito fraintendimento: «Settantuno anni dopo il Vesuvio potrebbe tornare a eruttare? E’ una possibilità»; no, è una certezza, ma non si sa quando, sicuramente non domani). L’articolo è arricchito da un’intervento di Francesco Emilio Borrelli, consigliere della Regione Campania per la lista Davvero Verdi, che su questo argomento non fa mai mancare la sua voce, a mio avviso sempre sbagliando obiettivo: da un ambientalista ci si aspetterebbe attenzione al delirio cementizio che ha causato la vulnerabilità dell’area, non una vacua denuncia dell’insufficienza del piano di emergenza (che possiamo rifare quante volte vogliamo e seguendo principi sempre diversi, ma che non mitigherà mai il rischio, il quale invece richiede altri interventi).

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo del “Mattino”.

Il consigliere, inoltre, critica l’eventualità di trivellazioni in area flegrea strizzando l’occhio alle montanti pulsioni antiscientifiche tanto di moda tra i politici italiani (io, nel merito, non ho le competenze per affermare alcunché, se non intravedere grigi interessi economici) e poi si lancia in un annuncio impegnativo (una tecnica comunicativa consolidata e, a quanto pare, vincente, visto il consenso dei promettitori di professione): «Con la Regione Campania ci faremo promotori di un new deal affinché i piani vengano realizzati». Questi, infine, a detta del Dipartimento di Protezione Civile «esistono, da anni, e sono entrambi [dei Campi Flegrei e del Vesuvio] attualmente in corso di aggiornamento» (ma, tanto per restare in superficie, se la popolazione non li conosce, che valore ha tale esistenza?).
Per concludere, la notizia è stata diffusa anche in televisione attraverso “SkyTG24“, in un servizio di 4 minuti, con interviste a Mastrolorenzo e Pappalardo e, in chiusura, al diretore dell’OV Giuseppe De Natale:

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming del servizio video di SkyTG24.

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PS: l’intera faccenda l’ho conosciuta tramite questo post su fb.

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AGGIORNAMENTO del pomeriggio del 24 agosto 2015:
Le considerazioni di questo post, come spero sia chiaro, riguardano esclusivamente l’aspetto giornalistico e culturale degli ultimi episodi relativi all’informazione sul rischio vulcanico in area napoletana; non toccano gli aspetti vulcanologici, sui quali non ho competenze tecniche. Reazioni, tuttavia, ci sono state anche su questo specifico ambito, come le precisazioni del direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, in merito alle affermazioni dei due ricercatori citati. Il testo è stato diffuso con una nota ufficiale del 23 agosto (ieri, ma l’ho scoperta solo ora attraverso Vesuviolive, e questo mi porta a riflettere sull’efficacia dell’attuale comunicazione ufficiale da parte dell’OV e del DPC, della quale scriverò presto):

Precisazioni del Direttore in merito alle notizie diffuse da alcuni media sullo stato del Vesuvio

Ieri ed oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani provenienti da alcune testate giornalistiche e TV.
Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti.
A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano,sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo web. Pertanto, ogni informazione sullo stato dei vulcani campani che non provenga da canali ufficiali dell’INGV potrebbe riportare l’opinione personale di qualche singolo ricercatore, italiano o straniero, oppure di qualche giornalista, politico p semplice cittadino, ma non riflette in alcun modo la visione ufficiale dell’INGV che, come si è detto, è l’unico Ente che rileva e studia in maniera continua, sistematica ed in tempo reale, lo stato dei vulcani.
I cittadini quindi, e gli stessi giornalisti, se desiderano avere notizie certificate ed aggiornate sullo stato dei vulcani campani, possono consultare il presente sito web o rivolgersi ai Colleghi di turno presenti in Sala Monitoraggio 24/24 h oppure (per questioni particolarmente importanti e/o per concordare interviste) alla Segreteria di Direzione nelle ore lavorative (i rispettivi numeri telefonici sono riportati nella sezione ‘contatti’ di questo sito). Il nostro Istituto è sempre+ disponibile ad informare correttamente ed a rispondere a qualunque domanda dei cittadini e dei media, relativamente allo stato dei nostri vulcani.
Nello specifico, a commento delle notizie diffuse ieri ed oggi da alcuni media e che hanno evidentemente causato ansia e preoccupazione in una parte di popolazione, si rileva quanto segue:

1) Non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori citati dai media in questione;

2) Il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza;

3) Il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegre (tra cui il sottoscritto); è un fatto talmente noto che anche il numero di Settembre di Focus, nel suo articolo sui nostri vulcani, lo rende graficamente nella figura principale; e non ha alcuna implicazione allarmistica: semplicemente, nei primi anni del 2000, riuscimmo a definire, come forma e come profondità, la sorgente magmatica di alimentazione primaria dei vulcani campani;

4) I 20_30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni.

Il Direttore

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INTEGRAZIONE del 25 agosto 2015:
Due segnalazioni:

  • Un’amica astrofisica ha scritto un post ironico tra macchie solari e allarmi vesuviani: QUI.
  • Questo mio post è stato citato in un articolo del blog “SPGeology”, che ieri aveva già affrontato il tema dell’ultima bufala vesuviana: “[queste pseudo informazioni] normalmente le lascio passare e non le condivido nè ne parlo per non regalare loro altri clic, ma stavolta mi sono proprio scocciato” (condivido pienamente).

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AGGIORNAMENTO del 28 agosto 2015:
Sul “Mattino” di Napoli c’è una coda delle polemiche seguite all’ultimo allarmismo sul Vesuvio; lo racconta “San Sebastiano al Vesuvio News” (l’articolo è riprodotto tra i commenti: qui).

Il Vesuvio su “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city

«Se sei un vulcanologo, nulla può farti più paura del pensiero della prossima eruzione del Vesuvio». Così comincia un articolo pubblicato il 29 luglio 2015 da Erik Klemetti sull’edizione statunitense di “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city. Il testo discute la grande pericolosità del vulcano napoletano, ma è ricco di esempi in giro per il mondo, specie negli USA, come l’area di Seattle, soggetta alla possibilità d’un terremoto apocalittico, come ha recentemente evidenziato il “New Yorker” [ne ho scritto qualche breve riflessione qui].
Il testo di “Wired” fornisce dati e link di approfondimento, per cui ne consiglio la lettura integrale; tuttavia di seguito ne estrapolo (e traduco) i passaggi che si riferiscono più esplicitamente a condizioni politico-sociali: il rapporto tra spazio urbano e rischio vulcanico, la comunicazione tra istituzioni e popolazione, l’entità dei possibili danni (e vittime) ed eventuali ripercussioni più ampie, la necessità di una preparazione all’emergenza e di una mitigazione del rischio.

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Clicca sull’immagine per accedere all’articolo di Wired.

Il Vesuvio non è “vicino” come il Rainer a Seattle o il Popocatépetl a Città del Messico, ma è un vulcano letteralmente dentro un’area metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti: «il cratere sommitale del Vesuvio si trova a circa 12km dal centro di Napoli. [Per cui] Napoli e l’Italia devono prepararsi ad una inimmaginabile eruzione del Vesuvio [in cui la comunicazione fa la differenza, se non si vuole finire] con catastrofi come Armero o L’Aquila».
Stante questa situazione, però, sorge una domanda che può mettere i brividi: «sarebbe possibile un’evacuazione di milioni di persone nel corso di una grande eruzione del Vesuvio?». La più grande evacuazione della storia degli Stati Uniti si è avuta nel 2005 per l’uragano Rita, quando più di 3 milioni di persone furono evacuate da un’ampia area tra Texas e Louisiana, in gran parte dalla zona metropolitana di Houston. Ma si trattava di una evacuazione temporanea, rientrata dopo pochi giorni dalla tempesta. «Immaginate cosa potrebbe succedere se tutta Napoli dovesse essere evacuata dinnanzi ad una turbolenza del Vesuvio che potrebbe protrarsi per mesi o anni».
Attualmente, sulla zona considerata di maggior rischio vivono oltre 675mila abitanti. Con una grande eruzione, tuttavia, l’area ricoperta di cenere vulcanica sarebbe anche di centinaia di chilometri, per cui avrebbe un impatto su almeno 6 milioni di persone.

«Secondo alcune stime, una grande eruzione del Vesuvio potrebbe uccidere oltre 10.000 persone, ma se dovesse esserci un’evacuazione a lungo termine, il numero potrebbe salire a causa di malattie legate alla precarietà delle condizioni in alloggi temporanei. Il colpo per l’economia italiana potrebbe essere più di 20miliardi di dollari… e questo è probabilmente una stima per difetto che non include le spese di ricovero, potenzialmente per milioni di profughi di origine vesuviana».

Direi che il quadro è piuttosto apocalittico, ma l’autore del pezzo non si ferma a questo stadio deprimente e, invece, tenta di rispondere alla seguente domanda: quindi non c’è alcuna speranza?
Al contrario, risponde Klemetti: «Ecco cosa deve essere fatto perché Napoli (o qualsiasi grande città, vicino a un vulcano) sia pronta per la prossima grande eruzione»:

1) Monitoraggio del vulcano: significa che bisogna avere sia strumenti sufficienti per misurare ogni attività del vulcano, sia – ed è ancora più importante – persone addestrate ad interpretare i segnali.
2) Mitigazione: la pianificazione dell’emergenza deve essere fatta ora, anche per un disastro che potrebbe non avvenire durante la nostra vita. Il piano deve essere chiaro e facile da seguire. in quanto verrà trasmesso a nuove persone nel corso degli anni. Inoltre deve essere costantemente riveduto, ogni volta che sono disponibili nuove informazioni o quando è la città stessa a cambiare.
3) Comunicazione: gli scienziati devono comunicare in modo efficace e in maniera chiara al pubblico a proposito della minaccia rappresentata dal vulcano. Tra gli scienziati, i progettisti, i coordinatori dell’emergenza e il pubblico dev’esserci fiducia – e la comunicazione è la chiave di questa fiducia.
4) Pratica: i piani sono strumenti utili, ma la pratica e le esercitazioni lo sono ancor di più. Un ottimo esempio è rappresentato dal vulcano Rabaul in Papua Nuova Guinea, dove la pratica ha salvato delle vite nel corso di una imponente eruzione.

Evidentemente, ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e sviluppato, magari anche criticamente (le esercitazioni, ad esempio, sono spesso delle vere e proprie macchine per la costruzione di consenso, non per la prevenzione). Ma come conclude l’articolo, per quanto i vulcani possano essere pericolosi e mortali, oltre che belli e imponenti, «essere preparati alla prossima eruzione è la chiave che può rendere o meno il vulcano più pericoloso del mondo nel più mortale».
Credo, tuttavia, che manchi un quinto elemento, ovvero una seria e profonda riflessione sul modello di “sviluppo” che ha concretamente prodotto l’entità del rischio (l’enorme vulnerabilità) dell’area vesuviana. E’ un punto pochissimo dibattuto, che invece reputo centrale, specie se oltre a prepararci all’emergenza intendiamo anche mitigare il rischio per le generazioni future. Come ho scritto altrove (il mio contributo uscirà a settembre):

«Il Vesuvio, prima ancora che questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ci pone delle domande epocali sul nostro modello economico, sul nostro rapporto col territorio, l’ambiente e l’ecosistema, sul nostro modo di costruire e vivere le città, sulle nostre istituzioni, sulla rappresentanza e la partecipazione».

E questo vale per Napoli quanto per Seattle e qualsiasi altra città del mondo.

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INTEGRAZIONE del 3 agosto 2015:
L’utente fb Fabrizio Centonze ha commentato uno status della pagina “Rischio Vesuvio…” che linkava a questo post. Le sue osservazioni precisano alcuni passaggi dell’articolo originale su “Wired”:

L’articolo originale contiene 2 errori. L’eruzione del 1631 è una VEI 4. L’eruzione di Rabaul bisogna eliminarla dai successi delle protezioni civili perchè è stata un evacuazione spontanea nella notte. Bisogna anche dire che De Natale non era al corrente di questo (io Si) ma i suoi colleghi hanno provveduto ad informarlo. Detto questo l’articolo contiene degli ottimi spunti. Nessun vulcanologo al mondo conosce il tipo di eruzione che farà il vesuvio semplicemente perchè non si può conoscere prima. Si parla di Probabilità per questo. Personalmente preferisco gli scenari. Se parliamo di scenari eruttivi allora vengono fuori tutte le magagne del piano di emergenza.

La dismisura del prossimo disastro

Ieri il “New Yorker” ha pubblicato un articolo di Kathryn Schulz su un prossimo, catastrofico, terremoto che colpirà la costa occidentale nordamericana, in particolare la zona di Seattle e Vancouver, tra gli stati dell’Oregon e di Washington negli USA e del British Columbia in Canada. Già un “big one” è atteso in California, lungo la famosa faglia di Sant’Andrea, ma quest’altro è definito “the real big one“, si muoverà lungo la zona di subduzione della Cascadia, renderà “irriconoscibile” quella regione del continente e causerà la morte di 13.000 persone, nonché il ferimento di altre 27.000. Com’è ovvio, queste cifre sono fintamente precise, emergono da scenari non univoci ed hanno un notevole tasso di aleatorietà (per la prossima eruzione vesuviana, ad esempio, c’è una compagnia di assicurazione che parla di 8.000 morti, ma ci sono altre proiezioni, riprese soprattutto dai siti web sensazionalistici, che hanno cifre molto più alte). Insomma, l’articolo non svela nulla di particolarmente inedito e si ferma sul punto di sempre: l’indeterminatezza sul quando. Intanto, però, quel testo – ben scritto e documentato storicamente – produce già ora delle reazioni sociali. “BuzzFeed” ne ha raccolte alcune, pubblicate su Twitter da persone “andate fuori di testa“.
Ora, come dovremmo reagire?
C’è chi invita ad abbandonare quelle terre e chi insinua un’operazione di speculazione immobiliare per abbassare i prezzi delle case. Oppure c’è chi prospetta emergenze perenni, per cui si dovrebbe vivere in un costante stato di allerta, o addirittura complete ricostruzioni con criteri antisismici (ma per quale magnitudo di riferimento? qual è la soglia accettabile? e per delle città costiere come ci si difende da uno tsunami?).
Ma potremmo cogliere questa occasione per riflettere anche sulla qualità della nostra cultura scientifica, sul ruolo predittivo della scienza, nonché sull’uso che i massmedia fanno di tali notizie, alimentando un’elaborazione sociale che sempre più di frequente passa per i socialmedia, ovvero in uno spazio libero, ma anche sbandato.
Ebbene, siamo sicuri che questi drammatici scenari (che potrebbero avverarsi domani o tra mille anni) aiutino a “prendere consapevolezza”? E, poi, consapevolezza di cosa esattamente? Che il nostro pianeta è vivo e che la crosta terrestre su cui abitiamo si muove? O che le nostre città sono vulnerabili in sé? O che tutto ciò è solo un’ulteriore forma della “culture of fear” di cui sperimentiamo quotidianamente innumerevoli sfumature: dalla politica all’ecologia, dal cibo alla sanità, dalla convivenza interetnica a quella famigliare? C’è un’inquietudine diffusa che sta diventando condizione di vita: ci troviamo costantemente all’ultima spiaggia, siamo perennemente alla vigilia di un’apocalisse, non vengono prospettati che scenari fuori misura (solo ieri circolava la pseudonotizia di una glaciazione nel 2030 e una settimana fa la Nutella faceva venire terribili malattie).
Studiando il caso del Vesuvio, mi sono fatto l’idea che la continua rincorsa dell’eccesso e l’uso di toni esorbitanti non fa che produrre vaghezza e incredulità, che a loro volta alimentano una precisa forma mentis: il sospetto. Questo, però, non è uno scetticismo inteso come postura intellettuale, bensì qualcosa che assomiglia alla caratteristica dei totalitarismi: un’erosione sociale dall’interno, uno svuotamento di senso che rischia di inaridire tutti e tutto.
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Un sunto in francese è stato pubblicato da Slate.fr, mentre io ne ho scritto sul mio fb.

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Il 15 luglio 2015 “Il Post” ha pubblicato un lungo articolo in italiano sul pezzo del New Yorker: Il terremoto che arriverà.
Tra i link dell’articolo c’è questo, che porta al trailer del film catastrofico “San Andreas”:

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INTEGRAZIONE del 24 luglio 2015:
Il webjournal francese “Slate.fr” ha pubblicato un lungo testo del meteorologo Eric Holthaus sul grande sisma oggetto dell’articolo del “New Yorker”: «Un gigantesque tremblement de terre peut-il vraiment rayer Seattle de la carte?».

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AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2016:
Kathryn Schulz, autrice dell’articolo pubblicato dal “New Yorker”, di cui ho parlato qui sopra, ha vinto il Premio Pulitzer 2016 per la categoria “Feature Writing”. La motivazione: “For an elegant scientific narrative of the rupturing of the Cascadia fault line, a masterwork of environmental reporting and writing“.

Il caos del rischio Vesuvio

L’elaborazione sociale del rischio è il prodotto dell’incontro tra prospettive e sensibilità diverse [qui]. Scienza, politica e mass-media sono le tre voci principali del discorso pubblico sul rischio, ma – in merito al caso vesuviano – non sempre sono in accordo tra loro.
Scientificamente, non si sa con certezza cosa ci sia sotto i vulcani napoletani, né di che tipo sarà la prossima eruzione del Vesuvio (o dei Campi Flegrei), allora si ragiona per probabilità di possibili scenari, ma nessuno è in grado di dire cosa-come-quando accadrà esattamente [qui o qui, oppure quiqui, ma soprattutto qui].
Politicamente, le contraddizioni sono ancora più profonde e continue: viene riperimetrata la zona rossa [qui], eppure vi si fa rientrare il cemento riaprendo i termini dei vecchi condoni [qui+qui e qui+qui]; si prendono accordi con i militari statunitensi per avvertirli in caso di allarme [qui], ma non si studia alcun programma di comunicazione al resto della popolazione [qui, qui e qui]; e l’elenco potrebbe continuare.
Mediaticamente, si leggono articoli di livello nazionale sulla bontà del piano di emergenza (vedi “Le Scienze” dello scorso agosto: qui) nonostante vi siano diverse segnalazioni dell’inadeguatezza delle misure di prevenzione/protezione [qui e qui] e, tra i webjournal locali, si incontrano quasi quotidianamente articoli apocalittici/complottisti infondati [qui e qui] o semplici copia-incolla dei comunicati stampa diffusi dai vari assessorati [qui e qui].
Dinnanzi a queste voci – in contrasto tra loro e al loro interno – c’è una popolazione che ogni giorno di più perde punti di riferimento, restando in attesa di un segnale qualsiasi che, però, non arriva mai e che, dunque, porta a procrastinare una immobilità sempre più pericolosa [qui e qui].

In questo lungo editoriale, MalKo fa il punto dell’ambigua e caotica situazione attuale (19 ottobre 2014):

Rischio Vesuvio: il problema è politico, istituzionale, giuridico o irrisolvibile?
di MalKo

Due prefetti ebbero sul loro tavolo istituzionale la notizia che non c’era nessun piano di evacuazione per l’area vesuviana. L’appello invitava a preparare un piano di emergenza per surrogare quello di emergenza inesistente a fronte del rischio dettato dal Vesuvio e dalla sua insondabilità geologica. L’appello cadde nel vuoto. […] La corte europea di Strasburgo chiamata in causa dal persistere di una certa indifferenza istituzionale tutta italiana e che mina qualche principio universale, intanto studia il caso. […] Il Presidente Ugo Leone commissario straordinario del Parco Vesuvio, non ha avuto dubbi sul definire connivente con il rischio chi non si oppone alla cementificazione nella zona rossa Vesuvio, sia in senso colposo dovuto presumibilmente all’ignoranza, sia in senso doloso dovuto magari a un mero calcolo elettorale. Più chiaro di così […].

[IL POST COMPLETO E’ QUI O QUI]

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AGGIORNAMENTO del 27 ottobre 2014
(che esemplifica il caos informativo in cui vivono i vesuviani)

Il 14 ottobre 2014 si è tenuto un convegno dell’ordine dei geologi della Campania in cui si sono distinte due voci, non pienamente in accordo tra loro, diciamo così: quella del presidente dell’ordine Francesco Peduto («Serve un piano per ridurre la popolazione», “Metropolis WEB”, 14 ottobre 2014, QUI) e quella dell’assessore regionale alla protezione civile Eduardo Cosenza («Non c’è un problema di viabilità nei comuni per le strade strette. In caso di preallarme ci sono almeno 72 ore di tempo», “Metropolis WEB”, 14 ottobre 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 26 novembre 2014:
Poi dicono che il Piano di Emergenza c’è. Ma allora perché ancora confusione e incertezza, come traspare dalle ultime notizie? Ora pare che in caso di pre-allarme vulcanico ci sarà «l’allontanamento autonomo della popolazione […] su gomma, privata e pubblica, verso le Regioni e le Province autonome gemellate [percorrendo] la rete stradale attualmente esistente» (Pasquale Carotenuto, Fuga dal Vesuvio: avverrà su auto e bus, ma si aspetta il parere dei sindaci. L’assessore alla Protezione civile della Regione Campania Edoardo Cosenza ha tenuto una riunione con gli amministratori comunali della zona rossa del Vesuvio con l’obiettivo di condividere il piano di allontanamento dei cittadini in caso di rischio vulcanico, in “Il Fatto Vesuviano”, 25 novembre 2014).

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

A tre anni da Fukushima

Oggi, tre anni fa, il Giappone veniva devastato da un cataclisma senza pari, un evento così grande e così complesso da aver reso insufficienti le definizioni classiche: da allora la dizione “catastrofe naturale” appare del tutto anacronistica. Vi furono 15.880 morti e 2.694 dispersi, ma per certi versi il post-disastro fu anche più duro: nella sola prefettura di Fukushima perirono 1.656 persone a causa dello stress e per complicazioni di salute, più delle 1.607 morte direttamente nell’evento. Intorno alla centrale nucleare di Daiichi, 13.000 sono i chilometri quadrati da decontaminare e i più giovani sono i maggiormente colpiti dalle radiazioni: è in corso uno studio epidemiologico su circa 360.000 bambini e adolescenti che vivevano nella zona esposta alla contaminazione nel 2011 ed è attivo anche un costante monitoraggio psicologico (un quarto dei bambini dai 3 ai 5 anni che hanno vissuto lo tsunami soffrono di disturbi comportamentali) [QUI].
Il nuovo millennio si è aperto con eventi shockanti: gli attentati di New York (che a loro volta hanno generato altri orrori, come quello di Madrid, di cui oggi è il decennale), lo tsunami di Sumatra, l’inondazione di New Orleans, il terremoto di Haiti, la sequenza disastrosa di Fukushima. Come riuscire a dare una spiegazione a tutto ciò? Se Goethe sosteneva che con il sisma di Lisbona del 1755 Voltaire (cioè “il mondo antico”) aveva lasciato il posto a Rousseau (considerato “il mondo nuovo”, razionale e libero dal peso di Dio), oggi Dupuy ritiene che è proprio l’approccio voltairiano a dover essere recuperato, perché più adatto alla visione postmoderna che guarda in faccia la contingenza dell’evento, piuttosto che «abbandonarsi alle consolazioni finte delle spiegazioni razionalizzanti» [QUI].
Se è difficile dare un senso a catastrofi di tali entità e modalità, l’approccio antropologico può indicare una strada: il fulcro di uno studio socio-culturale di questo tipo non è “dentro all’evento”, ma fuori di esso, nel sistema sociale che è colpito. La comunità disastrata, spiega Lombardi, reagisce «in funzione del tipo di cultura specifico posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di quell’evento» [QUI]. E’ per questa ragione che due episodi di pari intensità e di caratteristiche simili che colpiscono due sistemi sociali diversi non producono mai gli stessi danni e spesso non sono nemmeno paragonabili tra loro [QUI].
Quel che è accaduto a Fukushima e in Giappone tre anni fa ha un significato specifico per le comunità direttamente colpite, ma probabilmente lo ha anche a livello planetario, data la grande eco mediatica ed emotiva che non smette di riverberarsi. Dovremmo domandarci, pertanto, se quella tragedia ha modificato la nostra visione del “male”; dovremmo interrogarci come fecero i contemporanei del disastro di Lisbona: cos’è oggi il male, Dio, la natura, la giustizia?, quali sono le aspirazioni e il destino degli esseri umani?, cos’è veramente “progresso”? Probabilmente risposte definitive non ce ne sono, ma ritengo che vi siano di certo percorsi di conoscenza e, dunque, di presa di coscienza. In quest’ottica, quell’evento può (potrebbe) essere considerato “apocalittico”, ovvero come qualcosa «che è portatore di rivelazione» [Dupuy].

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Oggi, 11 marzo 2014, i principali giornali italiani dedicano un ricordo all’anniversario:

  • Ilaria Maria Sala, Fukushima 3 anni dopo. Il dramma dei bambini colpiti dalle radiazioni. Crescono in modo anomalo i tumori alla tiroide. E in migliaia non possono più giocare all’aria aperta, “La Stampa”: QUI.
  • Redazione, Fukushima, il Giappone ricorda le 18mila vittime dello tsunami di tre anni fa. Ancora non risolti i problemi alla centrale nucleare dell’incidente. Circa 270mila giapponesi non sono ancora potuti tornare nelle loro case, “La Repubblica”: QUI
  • Emilio Fuccillo, Tre anni fa il disastro di Fukushima, l’emergenza continua, “RaiNews”: QUI
  • Damir Sagolj, reportage fotografico, Fukushima: 3 anni dal disastro, “Corriere della Sera”: QUI.

Damir Sagolj, settembre 2013:
“Un blocco stradale impedisce l’ingresso nella zona altamente contaminata di Namie”
(clicca sull’immagine per accedere alle altre fotografie del reportage)

Il VIDEO dell’inchino dell’imperatore Akihito alla cerimonia in onore delle vittime tenuta a Tokyo.

Tre anni fa ero in piena etnografia vesuviana. Il disastro giapponese entrò prepotentemente nelle conversazioni e nelle interviste che raccolsi in quei giorni. Io, però, non riuscii a scriverne nulla, se non questo (che poi ho aggiornato con reportage e analisi pubblicate online).

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INTEGRAZIONE del 12 giugno 2014:
In Finlandia c’è un sito di stoccaggio di scorie radioattive, il complesso di Onkalo, pensato per durare 100mila anni. In altri termini, un’eternità. «Nothing built by man has lasted a tenth of that time, but we consider ourselves a very potent civilization».
Il regista danese Michael Madsen lo ha raccontato nel documentario “Into Eternity” (2010, website), ponendo al centro della riflessione l’avvenire che stiamo lasciando alle generazioni future. «If you, some time far into the future, find this, what will it tell you about us?».
L’opera (1h15′) è visibile su YouTube (en, sub-en):

Il film verrà proiettato il 16 giugno 2014 al Musée du Louvre, dopo la conferenza di Michaël Ferrier intitolata “Notes sur l’art au temps de Fukushima“: QUI.