Della necessità di un osservatorio sulla disinformazione

Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, 8 dicembre 2016:

screenshot-2016-12-08-16-01-12

Ieri, 7 dicembre 2016, “Il Giornale” ha pubblicato un articolo su un recente convegno dell’Ordine degli Ingegneri di Napoli («Vulcano rischio napoletano») e ha riportato una dichiarazione del capo dei Vigili del Fuoco regionale, Michele Maria La Veglia.
Il tutto è stato presentato con questo titolo:

«Vesuvio, l’allarme degli esperti: “Se erutta 600mila vittime in 300 secondi”. Secondo i dati emersi dal convegno sul Vesuvio organizzato dall’Ordine degli Ingegneri una possibile eruzione del vulcano provocherebbe una strage»

La notizia ci è stata segnalata nel gruppo-Fb “Associazione Nazionale Disaster Manager“, dove è stata criticata per i toni sensazionalistici.

Come sa chi segue la nostra pagina Fb, questo tipo di linguaggio, nel caso del Vesuvio, è ciclico. Nel corso degli anni, abbiamo conservato molti articoli volti a suscitare scalpore, spesso diffusi da pseudo-webjournal, talvolta addirittura da siti internet momentanei che hanno l’unico interesse a moltiplicare e convogliare audience per monetizzare in brevissimo tempo, grazie ai banner pubblicitari. Riteniamo sia una vera e propria deriva della comunicazione contemporanea che, purtroppo, ha coinvolto anche i giornali veri (che piaccia o no la loro linea editoriale), come in questo caso. Lo si verifica ad ogni minima scossa sismica nel Sannio o in Irpinia, per stare alla Campania, che osserviamo con più attenzione. La particolarità è che non sono quasi mai bufale, ma esasperazione di notizie reali.
Il fenomeno va denunciato, ma anche analizzato, così da riconoscerne alcuni elementi ricorrenti:

  1. i giornalisti che si occupano di rischi e di disastri (di origine naturale o antropica) spesso non sono alfabetizzati a quel tema e al suo linguaggio specifico;
  2. le testate giornalistiche non si fanno scrupoli a lanciare titoli eclatanti al fine di creare emozione (che porta al click o alla vendita di qualche copia cartacea in più);
  3. gli intervistati (siano essi scienziati, ingegneri, tecnici o operatori di protezione civile e dei vigili del fuoco) devono essere più cauti nelle loro dichiarazioni mediatiche (poi, certo, alcuni invece sono pienamente consapevoli del tono usato proprio perché vogliono creare effetto);
  4. i lettori (i cittadini) sono spesso indifesi dinnanzi a tanto clamore, che proprio chi fa narrazione del presente dovrebbe in qualche modo mediare e interpretare, ovvero saper raccontare.

E’ in occasioni di questo tipo che sentiamo tantissimo la mancanza di un osservatorio sulla disinformazione scientifica e sul rispetto della deontologia giornalistica. Andrebbe istituito e, se può essere utile, noi siamo disponibili a contribuirvi.

Il post con cui abbiamo saputo di questa notizia:

screenshot-2016-12-08-16-44-52

Il Piano di Emergenza del Comune di Napoli

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio:

Da un paio di giorni il website del Comune di Napoli ha aggiornato la sua sezione dedicata ai rischi del territorio, recentemente affrontati dal Piano di Emergenza Comunale.
Le nuove perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano hanno coinvolto il capoluogo della Campania, il cui territorio ne risulta interamente interessato (potete vederlo dalla mappa che abbiamo come copertina o potete rileggere ciò che scrivemmo alcune settimane fa). Il rischio vulcanico e il rischio sismico sono, infatti, due dei cinque rischi cui risponde il Piano napoletano; gli altri sono i rischi idrogeologico, industriale e degli incendi boschivi.
La lettura è lunga e non sempre agevole, ma se abitate o lavorate a Napoli vi consigliamo di dargli uno sguardo.

Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

screenshot-2016-11-14-10-14-05

– – –

AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

Terremoto dell’Italia Centrale: bufale e détour dell’informazione

Dal punto di vista mediatico, due sono le caratteristiche principali delle scosse sismiche di fine di ottobre:

  1. la valanga di notizie false e di toni esasperati che fin dai primi minuti post-terremoto si è riversata sui socialmedia (e non solo);
  2. il puntuale détour nel discorso sul rischio che porta a parlare delle minacce geologiche che gravano su Napoli.

Per difendersi dalla prima degenerazione, ieri la pagina “Rischio Vesuvio…” ha pubblicato i link a vari debunker delle ultime bufale, nonché un vademecum per bonificare il nostro ambiente digitale:

terremoto_difendersi-dalla-disinformazione

TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: COME DIFENDERSI DALLA DISINFORMAZIONE
Gli ultimi terremoti nell’Italia Centrale del 26 ottobre (a Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera) e del 30 ottobre (a Norcia, Preci e, ancora, Castelsantangelo sul Nera) sono stati forti (la seconda, addirittura, con una magnitudo che non veniva raggiunta dal 1980), ma per una serie di circostanze non hanno provocato morti, sebbene i danni ai centri abitati e alle attività economiche siano molto gravi, potenzialmente critici per la tenuta delle stesse comunità umane.
Dal punto di vista mediatico, uno dei dati che sono saltati agli occhi è stato il livello di diffusione, pervasività e insistenza di notizie false che sono circolate sui socialmedia (e non solo) fin dai primi minuti dopo le scosse sismiche.
Tra le principali, segnaliamo:
1) Una senatrice ha accusato il governo di truccare la magnitudo per non risarcire le vittime.
2) Un consigliere regionale se l’è presa con i petrolieri.
3) Un noto giornalista ha attaccato il Papa perché dovrebbe consacrare l’Italia alla Madonna.
Tra i tanti che hanno svelato queste bugie, consigliamo: Fabio Grandinetti su “L’Espresso”, così come Mario Munafò, Juanne Pili su “FanPage”, Davide Casati sul “Corriere della Sera”, Giuditta Mosca su “Wired” e, soprattutto, “Valigia Blu” che ha ricostruito il processo con cui è nata e si è diffusa la notizia falsa della magnitudo abbassata. Assodato che la disinformazione è inquinamento, tutto ciò non fa altro che confermare quel che sosteniamo da tempo, ovvero che siano necessarie ed urgenti una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico e una più autorevole e costante comunicazione in merito ai rischi.
Per cominciare a migliorare il nostro ambiente (digitale e non solo), si potrebbero seguire i consigli per una sana convivenza sul web diffusi due settimane fa da “Valigia Blu“: «1. Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia; 2. Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica; 3. Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici; 4. Prima di condividere controlla la fonte; 5. Prima di condividere controlla la data dell’articolo; 6. Ricordati di citare la fonte; 7. Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione».

Per razionalizzare il secondo punto, invece, stamattina ha ascoltato la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano e il suo invito a focalizzare l’attenzione su ciò che, attualmente, desta reale preoccupazione:

terremoto_intervista-alla-direttrice-dell-ov

TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: QUALI EFFETTI SU NAPOLI?
Come era capitato già dopo il sisma del 24 agosto ad Amatrice, Accumoli ed Arquata del Tronto, così anche dopo le scosse telluriche di fine ottobre il tema del rischio si è esteso alla minaccia sismica e vulcanica che grava su Napoli e la sua provincia. In effetti, negli ultimi due mesi l’argomento è stato affrontato spesso: la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile, infatti, hanno presentato il Piano di Emergenza dei Campi Flegrei e il Piano di Evacuazione del Vesuvio. Inoltre, come abbiamo evidenziato noi stessi due settimane fa, ciò ha palesato la fragilità del capoluogo campano, completamente interessato dai vulcani ad est e ad ovest del suo nucleo urbano.
Per non dare corda ai ciarlatani, riteniamo fondamentale ascoltare le parole di chi studia questi fenomeni. A tal proposito segnaliamo che l’altro ieri “La Repubblica” ha intervistato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
La scienziata ha affermato che con le ultime scosse «abbiamo ballato, ma non c’è pericolo. E se il grande incubo dei napoletani è il Vesuvio, la nostra attenzione [dell’Osservatorio Vesuviano] è tutta puntata sui Campi Flegrei: nella zona della Solfatara e di Pisciarelli il livello di guardia è giallo». Dopo aver brevemente parlato anche del Vesuvio e del Marsili (che attualmente non destano preoccupazione), la dottoressa Bianco ha concluso dicendo: «Non è il terremoto che crea problemi, ma come l’uomo ha costruito nelle zone in cui avviene un terremoto. Noi siamo al nostro posto, incessantemente da 175 anni, ma occorrerebbe fare una sostanziale azione di messa in sicurezza del territorio a tutti i livelli, con un check up di tutti gli edifici e reali azioni preventive».
Per ciò che riguarda i sismi in Campania, è bene ricordare che le aree sismogenetiche più importanti sono quelle dell’Irpinia e del Sannio e che potranno provocare terremoti in futuro, per cui è essenziale, come ci ha spiegato un’altra geologa, che «in questo tempo dobbiamo tutti preoccuparci di rendere le nostre case, scuole e uffici, più sicuri e in grado di resistere a scosse forti».

– – –

INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

– – –

Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

Napoli e il rischio vulcanico: tra Vesuvio e Campi Flegrei

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, il Vesuvio non pone solo delle questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ma fornisce spunti di riflessione sul modello urbanistico, economico e democratico seguito nel corso del Novecento. L’altro ieri [12 ottobre 2016] è stato presentato il (corposo) “Piano di Evacuazione del Vesuvio”, di cui poco fa ha scritto anche “The Independent“, a sottolinerare l’eco che il caso-Vesuvio ha in larga parte del pianeta. Però, al di là dell’organizzazione della fuga in caso di allarme (che è e resta un compito cruciale), non si può prescindere da una riflessione più ampia sullo stato del territorio. Oggi l’occasione è fornita da un’immagine inedita, sebbene sotto gli occhi di tutti: unendo le perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano, infatti, emerge una mappa che pone la città di Napoli e la sua provincia sotto un’ottica completamente nuova.
Ne ha scritto la pagina Fb Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci:

L’altro ieri, il 12 ottobre 2016, la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno presentato alla stampa il “Piano di Evacuazione del Vesuvio” [ne abbiamo scritto qui, qui e qui].
Poche settimane fa le stesse istituzioni hanno aggiornato il “Piano di Emergenza dei Campi Flegrei“, che stabilisce una “zona rossa” includente tutta l’area occidentale di Napoli e una “zona gialla” che arriva a lambire i quartieri più orientali del capoluogo, ovvero quelli interessati dal rischio vesuviano.
Come si può osservare dall’immagine qui in basso, abbiamo affiancato le perimetrazioni del rischio vulcanico di entrambi i complessi, Vesuvio e Campi Flegrei, così da far emergere due dati fondamentali:
1) il comune di Napoli è interamente interessato dal rischio vulcanico;
2) pressoché tutta la provincia è soggetta a tale minaccia.

vesuvio_campi-flegrei_zona-rossa-gialla_rischio_vulcano_napoli_2016

L’immagine è stata realizzata da Gaetano Magro (che ringraziamo).

Teniamo a sottolineare che le zone “rossa” e “gialla” si differenziano principalmente per due parametri: un fattore tempo (la “zona rossa” è quella più direttamente e immediatamente soggetta all’eruzione) e un fattore pericolosità (terremoti, flussi piroclastici e lave si abbattono con più violenza nelle immediate vicinanze del cratere). Entrambe le perimetrazioni, però, sono importanti e, anzi, nella “zona gialla” è molto alto il rischio crolli per l’accumulo di ceneri sui tetti delle abitazioni (a titolo esemplificativo: nel 1944 i 26 morti dell’ultima eruzione vesuviana furono tutti fuori dall’attuale “zona rossa”).
Come ha osservato l’urbanista Aldo Loris Rossi, la provincia di Napoli ha un’estensione quanto l’area all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma, con la particolarità che vi sono presenti ben due vulcani attivi. Si tratta di un caso unico al mondo e, a nostro avviso, richiede risposte coraggiose e inedite, che vadano oltre l’organizzazione della fuga, per quanto importante: c’è da ripensare, cioè, il rapporto città-campagna, l’urbanizzazione (tra legale e illegale), le infrastrutture e la loro manutenzione, nonché la partecipazione, la sussidiarietà e la governance.
Su Napoli, poi, c’è da sfatare un’illusione, ovvero che non sia mai stata colpita da eruzioni. In realtà, strati di lava sono stati riscontrati in più punti del centro cittadino e, come ha mostrato Mario Tozzi in tv un anno fa, il rapporto tra Napoli e il Vesuvio ha una storia lunga almeno 2000 anni. In ogni caso, gli Lloyd’s di Londra hanno anche calcolato quanto costerebbe a Napoli un’eruzione vulcanica: 1,08 miliardi di euro, ovvero il 15,48% della ricchezza cittadina. Come è noto, prevenire i rischi avrebbe un impatto economico molto minore.
Stretta tra due vulcani, dunque, Napoli deve ripensarsi urgentemente alla luce di queste nuove mappe del rischio: la città è cresciuta in maniera disordinata durante il Novecento e, come ha scritto un mese fa Roberto Saviano, «nel capoluogo campano il 44% degli edifici è a rischio sisma». Le istituzioni cittadine (e metropolitane, ex provinciali) hanno ormai il dovere (burocratico, ma soprattutto etico) di prendere delle misure, di studiare delle soluzioni. Napoli, come ha rivelato Angelo Agrippa due giorni fa, non ha ancora un “Piano di Emergenza Comunale” (né per il rischio idrogeologico, né per quello sismico ed eruttivo, né per quasiasi altra minaccia). Il vicesindaco Raffaele Del Giudice ha replicato che il Piano sarà pronto «tra dieci giorni», ma il punto non è solo di rispettare una scadenza, bensì di costruire un sistema di protezione molto più articolato e lungimirante. Innanzitutto sarà necessario – ad opera della Regione o del Dipartimento di Protezione Civile – armonizzare e razionalizzare i singoli Piani di Emergenza Comunali, ma soprattutto sarà fondamentale avviare una gestione del territorio più ecocompatibile ed equa, nonché instaurare un continuo e costante dialogo con la popolazione: informarla, aggiornarla, ascoltarla, includerla.
La questione riguarda ogni livello istituzionale e al momento, al di là delle carte, cosa di tutto ciò sia in lavorazione o in programma non è dato sapere.

Presentazione del Piano di Evacuazione del Vesuvio

Ieri [12 ottobre 2016] la Regione Campania e la Protezione Civile hanno presentato il “Piano di Evacuazione” della zona-rossa del Vesuvio. La pagina Fb “Rischio Vesuvio” ne ha scritto alcune considerazioni, al di là degli slogan e delle facili rassicurazioni, poi riportate anche dal website “Aucelluzzo“:

2021055_pon0724

L’attuale sistema di prevenzione del rischio per il vulcano Vesuvio prevede 4 diversi livelli di allerta:

  1. base (che ha un tempo indefinito ed è quello in cui ci troviamo adesso);
  2. attenzione (che ha un tempo indefinito o, comunque, non meno di alcuni mesi);
  3. preallarme (da mesi a settimane);
  4. allarme (da settimane a giorni).

livelliallerta_malko

(Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo a due articoli: qui e qui)

Facciamo questa premessa perché oggi il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e il Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Fabrizio Curcio, hanno incontrato la stampa per illustrare il “Piano Evacuazione del Vesuvio”, come annunciato ieri. A rigore, la fase di evacuazione si compirebbe in due momenti: il primo spontaneo (durante il livello di “preallarme”) e il secondo obbligatorio (durante il livello di “allarme”). Questa specificazione oggi non è stata riportata dai giornali online che, invece, hanno sottolineato tutti un’affermazione di De Luca: «Mettiamo in salvo 700mila cittadini in 72 ore» [Repubblica, Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno]. Questa frase non è nuova, l’hanno ripetuta tutti i governatori campani degli ultimi anni, almeno a partire dall’aggiornamento del Piano del 2003, e, tradotta in termini più accessibili, significa che, quando verrà decretato ufficialmente l’allarme dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in (almeno) 3 giorni lasceranno le proprie case 10mila persone all’ora. A questo punto, per chi dovesse avere dei dubbi sull’attuabilità di tale proposito, segnaliamo le parole di Curcio in un servizio-video di “FanPage“: «il Piano è sostenibile con le infrastrutture [territoriali] che si hanno adesso». Il Capo della Protezione Civile, poi, ha lasciato intendere che, con adeguamenti futuri (sia delle infrastrutture, sia del Piano stesso), tale scenario potrebbe anche migliorare.

Il documento presentato oggi è disponibile sul sito-web della Regione Campania [pdf] e riguarda le modalità di sgombero della “zona rossa” secondo lo schema seguente:

  1. allontanamento: dalla propria abitazione alle “aree di attesa” (indicate nel Piano di Protezione Civile di ogni singolo comune) e poi alle “aree di incontro” fuori dalla zona di maggior rischio (ad opera della Regione Campania);
  2. trasferimento: dalle “aree di incontro” ai “punti di prima accoglienza” (organizzato dalla Regione ospitante);
  3. accoglienza: dai “punti di prima accoglienza” alle “strutture di accoglienza” (è un’operazione a cura della Regione ospitante che prevede l’uso delle reti ferroviaria, stradale, marittima e aerea).

Si tratta, in effetti, di un passo in avanti rispetto al “Piano di Emergenza“, il quale fornisce solo delle indicazioni generali, per quanto influenti (ad esempio, nel nostro caso, perimetra una “zona rossa” e una “zona gialla”, stabilisce dei gemellaggi e così via). Il “Piano di Evacuazione“, invece, indica – nel dettaglio – le strade, i mezzi, i tempi, gli organi, le modalità con cui far allontanare la popolazione.

(Sulla differenza, non solo terminologica, tra questi due strumenti,
suggeriamo il seguente approfondimento)

screenshot-2016-10-13-11-35-55

Clicca sull’immagine per accedere al “Piano di Evacuazione del Vesuvio”

Ora, posto che tutto ciò sia attuabile (e ce lo auguriamo vivamente), vogliamo evidenziare due aspetti che ci sembrano lacunosi, se non addirittura assenti:

  • Alla catena di passaggi previsti da questo “Piano di Evacuazione” manca il primo, essenziale anello: non esistono ancora, infatti, tutti i “Piani di Emergenza Comunali” delle municipalità della “zona rossa”. Per essere concreti, in quale piazza del comune “X” (in quale “luogo di attesa”) dovrà farsi trovare uno dei 500 pullman messi a disposizione dalle istituzioni per caricare i residenti? Inoltre, quel bus quali strade dovrà percorrere per evacuare? Vi sembra una sciocchezza? Invece no, perché è il “Piano di Emergenza Comunale” a dover fornire questa informazione, che è possibile ricavare solo dopo un’attenta valutazione della vulnerabilità strutturale dei palazzi che si affacciano su una determinata strada, la quale potrebbe essere impercorribile a causa di crolli di edifici troppo vecchi e non resistenti ai sismi pre-eruttivi. Inoltre, è fondamentale un’armonizzazione dei singoli piani comunali, perché il bus del nostro esempio attraverserà comuni diversi, per cui è fondamentale che le vie di fuga di un paese siano razionalizzate con quelle della città adiacente.
  • Se anche tutto fosse già definito e preparato a livello burocratico e istituzionale, ci domandiamo: la popolazione ne è a conoscenza? Io, abitante del solito comune “X”, so dove recarmi per essere sfollato? Dove posso ricevere questa informazione? Esiste un ufficio, una brochure o un sito internet che me lo spieghi efficacemente? Ma, soprattutto, come può essere sostenibile un Piano che non è partecipato, che non è comunicato, che non è conosciuto? Come si può pensare che tutto filerà liscio se quanto progettato non ha mai neanche preso in considerazione la necessità di includere e di ascoltare le voci del territorio?

Noi vogliamo credere alle buone intenzioni di tutti, ma allora ci aspettiamo entro la fine di questo mese – la stessa scadenza annunciata dalle suddette autorità per il completamento definitivo del Piano – anche un preciso programma di informazione e comunicazione. Si potrebbe/dovrebbe aprire, ad esempio, un website regionale espressamente dedicato al rischio Vesuvio, chiaro e facilmente accessibile, oltre a dei canali di dialogo con la popolazione, magari sui socialmedia che, come dimostra questa nostra pagina Fb (autonoma e indipendente), sono uno dei canali privilegiati di accesso alle informazioni, nonché di formazione e diffusione della consapevolezza del rischio.

Postilla
Al contrario di quel che generalmente si ritiene, i numeri possono essere molto nebbiosi e, dunque, essere usati a proprio piacimento. In particolare, per il caso del Vesuvio la questione riguarda il numero preciso di abitanti da evacuare: quanti sono, esattamente? Il Piano presentato ieri prevede due tipi di allontanamento dalla “zona rossa”: il primo spontaneo e autonomo già nella fase di “preallarme” (secondo i dati della Protezione Civile si tratterebbe di metà della popolazione residente, dunque circa 350mila persone che si allontanerebbero con mezzi propri), il secondo obbligatorio e con mezzi messi a disposizione dalle istituzioni durante la fase di “allarme” (riguarderebbe i restanti 350mila residenti, da sfollare nelle famose 72 ore indicate da De Luca).
A questa precisazione va aggiunta una ulteriore considerazione: ad oggi non si sa quante persone abitino nel territorio entro la cosiddetta “linea Gurioli“, ovvero all’interno della “zona rossa”: tale perimetro, infatti, non segue i confini comunali, come nella precedente zonizzazione del 1995, e non è stato effettuato alcun censimento per conoscere il numero esatto di persone coinvolte. Inoltre, entrando nel merito, non sappiamo quante siano le persone con disabilità o con particolari necessità mediche, non sappiamo quanti siano gli anziani e quanti i bambini, non sappiamo quanti siano i nuclei familiari e così via: tutte informazioni essenziali per un’evacuazione operativa che, invece, al momento appare come una mera intenzione, un semplice annuncio verbale.

– – –

INTEGRAZIONE del 5 novembre 2016:
Il 2 novembre il blogger MalKo ha pubblicato un post molto interessante in cui spiega i limiti del Piano di Evacuazione del Vesuvio: QUI.

Gli 8 buoni comportamenti in caso di inondazione

4 ottobre 2016

Il dissesto idrogeologico è tra i problemi più gravi e frequenti d’Italia: come scriveva circa un anno fa Gian Antonio Stella, negli ultimi cinquant’anni abbiamo avuto almeno «5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati» in 2.458 comuni nei disastri causati dall’acqua; e i costi per affrontare i danni e i disagi superano la cifra di 7 miliardi l’anno dal dopoguerra a oggi (dal 1951, il bilancio sarebbe di 448 miliardi di euro, con una accelerazione di anno in anno più marcata).
Secondo un altro calcolo, dal 1960 al 2012 in Italia si sono avute oltre 4.200 tra frane e alluvioni.
Com’era noto già a Leonardo da Vinci, per capire dove si abbatterà il prossimo disastro bisogna conoscere la storia del territorio. Siamo in ottobre, in Italia sta per piovere e i luoghi più esposti sono tanti, ma tutti ben conosciuti. Tra questi anche la Penisola Sorrentino-Amalfitana, della quale tempo fa elencai i principali disastri idrogeologici avvenuti dal 1910 al 2010 (mancano i casi più recenti e dovrei aggiornare la cronologia almeno con la frana del Capo di Sorrento, nel marzo 2014).
Come ho già evidenziato ieri per l’anniversario dell’alluvione in Costa Azzurra, gli “imputati” principali di questa fragilità sono essenzialmente tre:

  1. l’abbandono delle terre, specie quelle collinari;
  2. il riscaldamento climatico che provoca fenomeni metereologici improvvisi e violenti;
  3. l’urbanizzazione eccessiva.

Già nel 1973 Antonio Cederna scriveva che «la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica» sono «il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana». Nel frattempo la consapevolezza del consumo di suolo si è fatta largo, ma intanto, come ricorda Fabio Balocco, «dal 1956 ad oggi la superficie impermeabilizzata dal cemento e dall’asfalto in Italia è aumentata del 500%». Ed è con questo stato delle cose che dobbiamo fare i conti.
Non sono un sostenitore dell’approccio emergenziale, ritengo che i disastri possano essere evitati o, almeno, attenuati aumentando la cura del territorio e il coinvolgimento popolare, ma siccome il meteo è più regolare di un orologio svizzero, in tanti luoghi a rischio d’Italia il prossimo acquazzone può rivelarsi pericolosissimo e, in questo momento, non c’è altro da fare che limitare al massimo il rischio personale e collettivo. Così, ho deciso di condividere con voi un cartello diffuso dal Ministero dell’Ambiente francese in cui sono elencate le otto buone pratiche da seguire in caso di allarme idrogeologico. Non so se ne esista uno anche italiano, probabilmente si, ma non avendolo incrociato, vi propongo questo:

14495294_708778179274078_4135345266960772014_n1) mi informo ascoltando la radio;
2) non prendo la mia auto e segnalo i miei spostamenti;
3) non percorro una strada allagata, sia in auto che a piedi;
4) mi allontano dai corsi d’acqua e non mi fermo sulle rive o sui ponti;
5) non esco durante i temporali;
6) non scendo in cantina, ma mi rifugio ai piani alti;
7) mi occupo dei miei familiari, dei miei vicini e delle persone vulnerabili;
8) non vado a prendere i miei figli a scuola in caso di allagamento, loro sono al sicuro.