Riti in emergenza e riti di commemorazione: un mio articolo su Lavoro Culturale

5 aprile 2017:

Essere pubblicati la vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila è una responsabilità e un onore. Quel sisma ha provocato immenso dolore e innumerevoli fratture ancora non riassorbite, eppure – come sostengono alcune studiose che ammiro molto – la catastrofe è anche generativa, infatti, almeno per le scienze sociali italiane, quel terremoto ha rappresentato un punto di svolta: sociologi, antropologi, geografi, storici, linguisti hanno cominciato a porre il disastro al centro delle loro analisi, producendo in pochi anni riflessioni preziose. Una generazione di ricercatori – impegnati e a vocazione internazionale – sta costruendo un sapere che spero venga ascoltato dalle istituzioni del nostro Paese per migliorare la preparazione agli eventi nefasti, la prevenzione, la mitigazione, la risposta, la comunicazione, la ricostruzione.
Partendo dai miei studi intorno al Vesuvio, in questo contributo nella sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” spiego le ragioni dei “riti in emergenza”, che non sono pratiche di superstizione, bensì concrete strategie di sopravvivenza.

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Dopo circa un’ora dalla pubblicazione del testo, sono stato contattato da Valentina Risi di “Radio MPA” per invitarmi in diretta durante la sua trasmissione del mattino. Ebbene, il mio intervento è ascoltabile qui:

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Segnalo, inoltre, che l’articolo è corredato di un abstract esteso in inglese: “Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory“.

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Anche in questo caso l’articolo è stato molto condiviso su Fb. Riporto alcune presentazioni che ne hanno fatto i miei contatti:

Lavoro Culturale:
A otto anni dal terremoto dell’Aquila, Giogg si interroga sui “riti in emergenza”, ovvero quei dispositivi folklorici utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tentare di tenere insieme una collettività dopo un trauma.

Sismografie:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo una riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta, qui su “Sismografie”, anche un lungo abstract in inglese.

Giuseppe Forino:
Alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila, pubblichiamo su Sismografie la bella e approfondita riflessione di Giogg sul ruolo dei riti di emergenza e di commemorazione prima, durante e dopo i disastri, a partire dall’analisi del caso Vesuviano e dei recenti terremoti che hanno colpito alcune aree del Centro Italia.
Per la prima volta nella sezione di approfondimento dei disastri anche la versione inglese!

Massimiliano Coviello:
Riti in emergenza. Il folklore nella gestione dei traumi sismici.

Silvia Jop:
Su “Lavoro Culturale”, alla vigilia dell’ottavo anniversario del terremoto dell’Aquila: proteggersi dai terremoti: riti in emergenza e memoria sismica. Di Giogg.

Stefano Ventura‎:
Su “Sismografie” – il focus al quale contribuisco su “Lavoro culturale” – c’è un articolo molto interessante scritto dal bravo studioso Giogg in cui si parla dei riti collettivi che hanno accompagnato le emergenze nel corso della storia. Da leggere!

Fabio Carnelli:
This is a first attempt to publish articles in English by “Sismografie”, the section focusing on risk and disaster within “Lavoro Culturale”, a human science blog edited by a growing network of Italian social scientists. The “Sismografie” section has collected more than 60 articles on risks and disasters issues over 5 years. Giuseppe Forino (University of Newcastle), Stefano Ventura (University of Siena) and me (University of Milano-Bicocca) feel the urgency to promote a knowledge exchange between international and Italian scholars around risks and disasters issues. Our goal is that of reaching a large audience and promoting a public debate by using academic research in an interdisciplinary and applied perspective on a blog.
Today, you will find an extendend abstract of the article by the anthropologist Giogg on emergency rituals and seismic memory in Central Italy.
You can also contribute to Sismografie by submitting your article (3 pages) which will have an extended abstract in Italian.
“Protecting ourselves from earthquakes: emergency rituals and seismic memory” by Giogg.

Radio MPA:
A Radio MPA abbiamo ospitato il Professore Giogg dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e, a partire dal suo articolo pubblicato su “Lavoro Culturale”, abbiamo parlato dell’importanza dei riti di emergenza e di commemorazione per le comunità che subiscono un terremoto o altri eventi disastrosi.

Simone Valitutto:
I riti del rischio, quelli di ieri e quelli di oggi. Un altro fondamentale tassello della comprensione dell’attuale a firma di Giogg.

Altre condivisioni sono in alcuni gruppi-Fb, ad esempio: qui, qui e qui. Infine, tra i commenti ricevuti, segnalo questo di Alessandro Chiappanuvoli:

Dalle arrostate comunitarie nei giorni immediatamente successivi al 6 aprile 2009 (riti sacrificali per forzato scongelamento, soprattutto di agnelli e pecore) al rito di commemorazione per eccellenza che si riconfermerà questa notte nella fiaccolata, quanto c’è di sacro anche dove non sembra apparentemente. Ottimo articolo. Bello averlo letto proprio in questo giorno.
(E che bello vedere tante persone taggate! Già siamo una piccola comunità che può muovere grandi passi. Attiviamo una mailing list per discutere insieme eventuali idee per costituire una rete o un gruppo di pressione?).

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Aggiornamenti dall’area vesuviana

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio“:

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Gli ultimi due mesi sono stati tranquilli per il Vesuvio e i Campi Flegrei, sia dal punto di vista mediatico che, naturalmente, geofisico. Sono state registrate alcune deboli scosse sismiche, è stato trasmesso un film hollywoodiano in tv, ci sono state delle dichiarazioni da parte dei geologi, ma nulla che abbia sollevato particolari attenzioni. Per restare aggiornati, oggi vi proponiamo un minimo di rassegna stampa, suddivisa in quattro argomenti.

Partiamo dagli aspetti geologici: come accade quotidianamente, i sismografi hanno registrato varie scosse sul vulcano e nei suoi dintorni, ma tutte di magnitudo molto bassa, ovvero non percepibile dagli abitanti; tuttavia alcuni webjournal ne hanno dato notizia: il 2-3 marzo e il 21 marzo. Uno pseudo-giornale, in particolare, ha esplicitamente sfruttato l’occasione sia per fare clickbaiting (l’articolo – chiamiamolo così – è costruito con varie sottopagine da cliccare, così da aumentare artificiosamente l’audience), sia per diffondere ansia (due dei quattro “paragrafi” si intitolano “Vulcanologi preoccupati” e “Possibile esplosione“, entrambi falsi). In realtà, come ha specificato anche l’Osservatorio Vesuviano, nel primo caso «non si tratta di terremoti vulcano-tettonici legati alla dinamica del vulcano ma di segnali generati dal distacco e caduta impulsiva di blocchi lavici dal bordo craterico»; nel secondo caso, invece, si tratta di normale attività sismica del vulcano (che, ricordiamolo ancora una volta: è attivo, ma quiescente).

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Un secondo tema di queste ultime settimane riguarda la preparazione all’emergenza e la prevenzione del rischio geologico: il 26 febbraio Gerardo Lombardi, vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania, nonché coordinatore della Commissione Protezione Civile, ha detto che, in caso di terremoto, «I comuni campani non sono preparati»: quasi 2 milioni di abitanti della regione abitano in aree a rischio e 865.778 sono gli edifici pubblici e privati interessati; i comuni campani a dover ancora aggiornare i propri Piani di Emergenza Comunale secondo la nuova normativa nazionale sono addirittura 233. Si tratta di un tema non prettamente vulcanico, ma come si intuisce facilmente, le due forme di rischio sono strettamente legate. E, infatti, sulla scia di questo uniamo l’interessante riflessione pubblicata stamattina dal blogger MalKo relativa ai livelli di allarme del Vesuvio e dei Campi Flegrei, i cui stati attuali abbiamo riprodotto nell’immagine allegata.

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Un terzo argomento che ha portato a scrivere di Vesuvio proviene dal cinema: prendendo spunto dalla programmazione del film catastrofico “Pompei” (2013) su Rai 4, “Famiglia Cristiana” ha raccontato come avvenne la celebre eruzione del 79 d.C.

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Infine, un quarto tema che ha fatto parlare del rischio vesuviano è il contributo che le scienze sociali italiane stanno dando all’analisi dei disastri e alla prevenzione del rischio. In particolare, segnaliamo due recenti pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana”, entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano. A quest’ultimo volume ha contribuito uno dei due animatori di questa pagina-Fb, l’antropologo Giogg, che ha scritto il saggio “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“. Sempre Giogg, inoltre, è citato in un articolo uscito due giorni fa su “Internazionale”, di Alessandro Chiappanuvoli: un testo ricco di spunti di riflessioni e di citazioni in cui si sottolinea come il rischio sismico (e, evidentemente, quello vulcanico) sia innanzitutto un problema culturale e politico, e poi anche tecnico ed economico.

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Come ha dichiarato Giogg, per parlare di reale prevenzione «è necessario immaginare nuove forme di mediazione tra scienziati, operatori umanitari, legislatori e popolazione, ma anche avviare pratiche di sussidiarietà fondate sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini».

Della necessità di un osservatorio sulla disinformazione

Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, 8 dicembre 2016:

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Ieri, 7 dicembre 2016, “Il Giornale” ha pubblicato un articolo su un recente convegno dell’Ordine degli Ingegneri di Napoli («Vulcano rischio napoletano») e ha riportato una dichiarazione del capo dei Vigili del Fuoco regionale, Michele Maria La Veglia.
Il tutto è stato presentato con questo titolo:

«Vesuvio, l’allarme degli esperti: “Se erutta 600mila vittime in 300 secondi”. Secondo i dati emersi dal convegno sul Vesuvio organizzato dall’Ordine degli Ingegneri una possibile eruzione del vulcano provocherebbe una strage»

La notizia ci è stata segnalata nel gruppo-Fb “Associazione Nazionale Disaster Manager“, dove è stata criticata per i toni sensazionalistici.

Come sa chi segue la nostra pagina Fb, questo tipo di linguaggio, nel caso del Vesuvio, è ciclico. Nel corso degli anni, abbiamo conservato molti articoli volti a suscitare scalpore, spesso diffusi da pseudo-webjournal, talvolta addirittura da siti internet momentanei che hanno l’unico interesse a moltiplicare e convogliare audience per monetizzare in brevissimo tempo, grazie ai banner pubblicitari. Riteniamo sia una vera e propria deriva della comunicazione contemporanea che, purtroppo, ha coinvolto anche i giornali veri (che piaccia o no la loro linea editoriale), come in questo caso. Lo si verifica ad ogni minima scossa sismica nel Sannio o in Irpinia, per stare alla Campania, che osserviamo con più attenzione. La particolarità è che non sono quasi mai bufale, ma esasperazione di notizie reali.
Il fenomeno va denunciato, ma anche analizzato, così da riconoscerne alcuni elementi ricorrenti:

  1. i giornalisti che si occupano di rischi e di disastri (di origine naturale o antropica) spesso non sono alfabetizzati a quel tema e al suo linguaggio specifico;
  2. le testate giornalistiche non si fanno scrupoli a lanciare titoli eclatanti al fine di creare emozione (che porta al click o alla vendita di qualche copia cartacea in più);
  3. gli intervistati (siano essi scienziati, ingegneri, tecnici o operatori di protezione civile e dei vigili del fuoco) devono essere più cauti nelle loro dichiarazioni mediatiche (poi, certo, alcuni invece sono pienamente consapevoli del tono usato proprio perché vogliono creare effetto);
  4. i lettori (i cittadini) sono spesso indifesi dinnanzi a tanto clamore, che proprio chi fa narrazione del presente dovrebbe in qualche modo mediare e interpretare, ovvero saper raccontare.

E’ in occasioni di questo tipo che sentiamo tantissimo la mancanza di un osservatorio sulla disinformazione scientifica e sul rispetto della deontologia giornalistica. Andrebbe istituito e, se può essere utile, noi siamo disponibili a contribuirvi.

Il post con cui abbiamo saputo di questa notizia:

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23 novembre, una data-monumento

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

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I luoghi parlano, i luoghi conservano la nostra memoria, i luoghi ci invitano ad una maggior consapevolezza: tali spunti di riflessione, che tentiamo di veicolare spesso attraverso questa pagina, ci sono stati suggeriti dalla fotografia allegata, originariamente pubblicata in un articolo dell’INGV sul sisma del 1980. Quella foto raffigura la scarpata di faglia sul monte Carpineta, nei pressi di Colliano (Salerno), prodotta appunto dal terremoto del 23 novembre 1980.
Questa data in Italia, specie in Campania e Basilicata, è ricordata da tutti e oggi in tanti stanno esprimendo un pensiero o una considerazione. Ci uniamo anche noi alla trasmissione della memoria, segnalandovi testi e iniziative di particolare interesse.
Oltre al testo scientifico cui abbiamo fatto riferimento qui sopra, intendiamo porre alla vostra attenzione anche gli editoriali odierni di Isaia Sales sul “Mattino” (in merito agli errori da non ripetere), dello storico Stefano Ventura sull'”Osservatorio Doposisma” (cosa vogliamo che domani siano i paesi dell’Appennino?) e del sociologo Gabriele I. Moscaritolo su “Lavoro Culturale” (a proposito della relazione tra memoria individuale e spazi collettivi).
Una galleria di fotografie di Mimmo Jodice sui drammatici giorni di 36 anni fa è proposta da Vincenzo Marasco, attento e appassionato studioso dell’area vesuviana.
I prossimi 25 e 26 novembre, inoltre, nella sede dell’INGV di Grottaminarda (Avellino) sarà esposta l’installazione “Fate Presto Project” dell’architetto Emanuela Di Guglielmo e dell’antropologa Marina Brancato.
Una mostra storica, invece, è quella della celebre “Collezione Terrae Motus“, curata da Lucio Amelio e attualmente visitabile alla Reggia di Caserta in un nuovo allestimento.
Infine, è da ricordare che il sisma del 23 novembre ebbe effetti drammatici anche a distanza dall’epicentro, come a Napoli, a Castellammare di Stabia e in Penisola Sorrentina [*].
Come i luoghi e grazie ai luoghi, anche noi non dimentichiamo.

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[*] Il 23 novembre 1980 è impresso anche nella memoria della Penisola Sorrentina, dove pure ci furono danni e morti. Negli ultimi anni è soprattutto Ciro Ferrigno a raccontare periodicamente quella data sui socialmedia: con una poesia, un ricordo, un’emozione, da poco raccolte nel libro “I racconti del Lunedì“.

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Pochi giorni dopo il sisma del 23 novembre 1980, nella seduta del 4 dicembre alla Camera dei Deputati, l’on. Franco Proietti, PCI, avanzò un’interrogazione al ministro dell’interno Virginio Rognoni, al fine di sapere «quali misure immediate intenda prendere per rimuovere questi anacronistici ed assurdi atteggiamenti burocratici che mortificano gli slanci di generosità di quelle comunità, che arrecano sfiducia verso le istituzioni e le sue capacità di agire, nei momenti di difficoltà quali questi, con adeguata snellezza e che, soprattutto, arrecano gravissimi danni fisici e morali a quelle popolazioni stordite dalla catastrofe».
Ponendo tale quesito, il deputato fece un riferimento concreto, questo: «i comuni di Amatrice, Leonessa e Rieti, già segnati dal terremoto del 19 settembre 1979, hanno sin da ieri 25 novembre messo a disposizione delle popolazioni delle zone meridionali provate dalla catastrofe causata dal terremoto 80 roulottes ed un autocarro pieno di tende militari».

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(Fonte: “Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. VIII Legislatura. Discussioni. Resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1980“, p. 20970)

Il dialogo tra comunità che abitano terre mobili attraversa il tempo e il dramma. Pochi giorni fa gli studenti di Caposele (Avellino) hanno organizzato un incontro solidale con le popolazioni colpite dai sismi degli ultimi mesi nell’Italia Centrale e, in quell’occasione, Simone Valitutto ha recuperato un testo di Alfonso Maria di Nola scritto un anno dopo il terremoto, il 22 novembre 1981. L’articolo, denso e attuale, è ititolato “Le culture distrutte” e apparve su “Il Mattino”.

Questo post è apparso su Fb in tre parti separate: qui, qui e qui.

Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.