L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ripete spesso che i vesuviani e i flegrei sono impreparati al rischio geologico dei loro territori. Intorno a questo punto si gioca molta parte del processo di prevenzione e di mitigazione di un possibile evento disastroso: una popolazione preparata all’emergenza è un fattore imprescindibile per la riduzione della vulnerabilità della stessa. La questione, però, è che lo dice con parole che si prestano ad interpretazioni ambigue.
Alcuni giorni fa ha dichiarato: in quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare» [QUI].
Nel gennaio scorso aveva detto cose simili: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Ora, posto che effettivamente i vesuviani e i flegrei siano “insensibili” e “inconsapevoli” del rischio geologico del territorio in cui abitano (queste etichette che debordano nel morale non mi convincono mai e mi piacerebbe sapere come sono state ricavate le percentuali fornite), quel che non riesco a cogliere nelle parole di Gabrielli è se egli consideri tale situazione una condizione “di natura” o un risultato “storico” (dunque: “politico”). Si tratta, in altri termini, del nodo intorno al quale si aggroviglia il concetto di resilienza: la capacità di affrontare e superare le avversità è innata o acquisita? Se applicata a dei gruppi umani, la prima sfumatura è molto controversa e può riproporre logiche sociali evoluzioniste ormai ampiamente superate. (Gabrielli era incespicato su questo punto anche nell’ottobre 2012, a proposito della risposta collettiva al sisma data rispettivamente dagli emiliani e dagli abruzzesi: QUI e QUI).
Nella dichiarazione più recente mi sembra che Gabrielli usi parole più accorte rispetto a quelle d’inizio 2013: sembra accennare, infatti, al coacervo di interessi economici ed elettorali che ha soffocato dei territori così fragili e che, con tutta evidenza, rappresenta la vera matassa da sciogliere. In generale, però, nelle sue parole si avverte comunque una sorta di giudizio generalizzato e questo pone una inevitabile domanda: ripetere che le popolazioni suddette sono “ignoranti” e “irrazionali” è un modo per risolvere il problema? A me sembra, piuttosto, che quella “apatia popolare” evidenziata dal capo della Protezione Civile sia, almeno in parte, anche una forma di rifiuto della logica gerarchica mostrata dai pianificatori dell’emergenza annunciata. Pertanto, ritengo che assumere nel novero delle interpretazioni sociologiche anche questa lettura “di contrapposizione” possa rivelarsi fondamentale per realizzare una (più) efficace mitigazione del rischio.
E’ di un paio di giorni fa la notizia di un ricorso presentato da dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [vari articoli: QUI]. Si tratta di una iniziativa innanzitutto politica, in quanto realizzata da esponenti del Partito Radicale e dei Radicali Italiani (il primo firmatario dell’esposto è Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la grande Napoli“), ma rappresenta comunque un esempio lampante di quanto il “disinteresse” locale verso il rischio sia un pregiudizio: «Al di là della necessità di porre fine agli abusivismi edilizi, che oltretutto spesso ostruiscono le vie di fuga previste, mancano soprattutto informazione, sensibilizzazione e chiari piani di evacuazione. Quasi non sappiamo neanche cosa fare se viene un terremoto. Figuriamoci il resto. Ci auguriamo che la Cedu possa richiamare lo Stato all’ordine. Per ora siamo nella fase del “richiamo”, dopo potremo passare alla fase propositiva» [QUI].
A questo punto, come osserva MalKo, «Sarà interessante il trattamento che la corte di Strasburgo riserverà alle denunce italiane, soprattutto in capo al soggetto su cui affibbiare la responsabilità di tali inadempienze» [QUI].

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2013:
Marco Pannella, leader storico dei Radicali Italiani, ha annunciato – con termini molto forti – il ricorso a Corte Europea. Un servizio video di Pupia.tv: VIDEO.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 24 gennaio 2014:
In seguito alla lettura di un nuovo articolo in cui si elencano degli ipotetici gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane (QUI), ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
Il 18 marzo 2014 “Fanpage” ha pubblicato un servizio video titolato “Fuga dal Vesuvio: funzionerà il piano di emergenza?“, presentato con queste parole: «La Protezione Civile ha stilato un piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio, ma numerose sono le criticità sottolineate dagli esperti. Abbiamo percorso una delle vie di fuga previste ed abbiamo impiegato mezz’ora per arrivare all’autostrada in condizioni di traffico regolare. In caso di reale emergenza, è realistico supporre che ci siano tempi di percorrenza ben peggiori. “I campani fuggiranno a piedi come i pompeiani” sostiene Francesco Borrelli dei Verdi della Campania, mentre il prof. Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano sottolinea: “Il piano si basa sull’ipotesi di eruzione sub-pliniana, ma da studi della stessa protezione civile la probabilità che si verifichi un’eruzione pliniana -come quella che distrusse Pompei ed Ercolano- potrebbe arrivare anche al 20%. Sono a rischio due milioni di persone”».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2014:
“Repubblica” riferisce di una ricerca “Ispos” per “Save The Children“, secondo cui “a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati“: Emergenze naturali, il 40 % degli italiani non sa come affrontarle.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

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17 thoughts on “L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

  1. AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
    E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
    Ne ho scritto QUI.

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    Commento originale del 20 dicembre 2013:

    “Corriere del Mezzogiorno”, 14 dicembre 2013, QUI

    Gemellaggi tra città e regioni
    «CHI VIVE A NOLA VA IN VAL D’AOSTA». DOVE FUGGIRE SE ERUTTA IL VESUVIO
    Aggiornato il piano, deciderà la Commissione Unificata
    di Angelo Lomonaco

    NAPOLI — Per fortuna sul Vesuvio si sta intensificando soltanto l’attività dialettica e non quella eruttiva o sismica. Giovedì c’è stato un convegno a Napoli, nella redazione del periodico Il Fiore Uomosolidale, sul tema «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», con Giuseppe Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano. Venerdì 20 [RINVIATO AL 24 GENNAIO 2014], invece, si discute di «Zona rossa e sviluppo dell’area vesuviana» nella sala congressi del Santuario di Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, iniziativa organizzata da Vesuvio Hub in collaborazione con il periodico L’Ora Vesuviana e l’associazione SviMeu. E probabilmente la voglia di dibattere è cresciuta anche perché sta per approdare in Conferenza Unificata (sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città e autonomie locali) il nuovo piano di emergenza per il rischio Vesuvio.
    NUOVO PIANO DI EMERGENZA – L’aggiornamento, in realtà approntato a inizio anno, richiede il placet della Conferenza perché sono stati rivisti l’elenco dei Comuni in Zona rossa e anche la mappa dei gemellaggi, cioè di Regioni e Province autonome che dovrebbero ospitare i campani evacuati.
    LA GEOGRAFIA DEGLI SFOLLATI – Mentre si sa da mesi che i Comuni inclusi nella zona di massimo rischio sono passati da 18 a 24, più parte di Napoli, non si conosceva la nuova ripartizione delle destinazioni per i possibili fuggitivi. Compresi i cittadini di Nola che potranno mettersi in salvo in Valle d’Aosta (dove prima andavano i residenti a Ottaviano, dirottati adesso nel Lazio), quelli di Palma Campania destinati a raggiungere il Friuli, mentre da Poggiomarino è prevista l’evacuazione nelle Marche, da San Gennaro Vesuviano in Umbria, da Scafati in Sicilia, da Pomigliano d’Arco nel Veneto e dai quartieri napoletani esposti al massimo a rischio, cioè Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, nel Lazio. Forse per l’inserimento dei nuovi Comuni, forse per altri imperscrutabili motivi, intanto, rispetto alle mappe precedenti cambiano molte destinazioni. Qualche esempio. Da Boscoreale nel 1995, poi nel 2001, successivamente nel 2006, era prevista l’evacuazione in Puglia: ora la meta-salvezza è in Calabria. Da Torre Annunziata, al contrario, finora era previsto che ci si mettesse in salvo in Calabria, ora si dovrà fuggire in Puglia. Gli abitanti di Torre del Greco nel ’95 erano destinati in parte in Sicilia e in parte in Sardegna; nel 2001 e nel 2006 solo in Sicilia; con l’aggiornamento 2013 dovranno evacuare verso la Lombardia. Da Somma Vesuviana, invece, nei piani del 1995, del 2001 e del 2006 era previsto lo spostamento in autobus verso l’Abruzzo: per loro la destinazione è oggi la Lombardia. Eppure proprio i sommesi sono stati protagonisti della prima prova di evacuazione alla fine del 1999. Quattordici anni fa. In quell’occasione arrivò a sorpresa anche Franco Barberi, allora sottosegretario alla Protezione civile. L’esperimento coinvolse centocinquanta famiglie, meno di mille persone. che furono trasportate in autobus ad Avezzano. Ci furono parecchie polemiche, e Barberi rispose agli altri sindaci che era stata scelta Somma Vesuviana perché era «una delle poche cittadine che si era dotata del piano di viabilità, richiesto da tempo». Barberi e il prefetto Romano annunciarono che dal gennaio 2000 sarebbe stata organizzata «una prova-campione al mese». Ben sette anni dopo, a fine ottobre 2006, si tenne quella che Guido Bertolaso, allora a capo della Protezione civile, definì «la più grande simulazione mai entrata in scena finora».
    MESIMEX – L’esercitazione, denominata «Mesimex», interessò i 18 Comuni vesuviani inseriti nella fascia rossa con il trasferimento simulato di tutti gli abitanti dell’area: 550 mila persone. In realtà le persone coinvolte furono circa 2.500, tra cittadini, volontari, forze dell’ordine e personale sanitario. E la prova ruotò principalmente — di nuovo — intorno a Somma Vesuviana e ad Avezzano, in Abruzzo, come meta dei sommesi da sfollare. Qualche altra iniziativa, di dimensioni molto contenute, c’è stata anche in seguito. Ma l’attività in area vulcanica e in Zona rossa è stata prevalentemente dialettica e cartacea. L’evacuazione richiederebbe una grande e meticolosa organizzazione, a cominciare dai piani di viabilità e da un’adeguata segnaletica stradale. Mai vista. Del resto non sembra che le amministrazioni municipali siano particolarmente preoccupate di predisporre tutto il necessario in caso di una vera evacuazione e di farlo rapidamente. L’Anas, invece, nello scorso settembre ha approvato il progetto esecutivo relativo alla Statale 268 del Vesuvio, finanziato con fondi europei per 54 milioni grazie alla Regione Campania. L’obiettivo è saldare il grande anello stradale intorno al Vesuvio, che con lo svincolo di Angri unisce la statale all’autostrada, opera fondamentale per il piano Vesuvio. I lavori saranno completati entro il 2015. Nel frattempo, nei prossimi giorni, la Conferenza Unificata distribuirà i fondi per l’accoglienza dei vesuviani sfollati
    .

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    La vecchia mappa dei gemellaggi, dal website della Protezione Civile (20 dicembre 2013):

    • Un elenco dei gemellaggi, ma non so con quale attendibilità, è stato pubblicato da:

      “ReteNews24”, (“1 mese fa”) (io l’ho consultato il 24 gennaio 2014), QUI

      NAPOLI E PROVINCIA, ECCO DOVE FUGGIRE SE SCOPPIA IL VESUVIO: SCOPRI LA TUA REGIONE GEMELLATA
      a cura di Daniele Addeo

      E’ uno dei simboli di Napoli e, da qualsiasi angolatura lo si guardi, è una cartolina, ma anche qualcosa di pericolosissimo e monitorato costantemente. Stiamo parlando del Vesuvio, uno dei biglietti da visita della città partenopea che, con un’eruzione, potrebbe spazzare via tutto. La frequenza delle sue eruzioni, non ne fa uno dei vulcani più pericolosi al mondo, anzi (l’ultima risale al 1944), la sua pericolosità deriva dall’elevata urbanizzazione che si è sviluppata alle sue falde. Per scongiurare catastrofi, dal 1995, esiste un Piano nazionale di evacuazione che, analizzando le eruzioni storiche del Vesuvio, ha suddiviso, con dei colori, le zone più a rischio e quelle più al sicuro. La settimana prossima questo piano sarà aggiornato e continuerà a prevedere l’allontanamento preventivo della popolazione prima dell’inizio dell’attività eruttiva, per i 25 comuni più a rischio, rientranti nella cosiddetta zona rossa, la più esposta ad una eventuale eruzione suddivisa, a sua volta, in zona rossa 1 (Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco) e zona rossa 2 (Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Scafati, Pomigliano D’Arco con la new entry di Napoli Est, ovvero Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, prima collocata nella zona gialla, quella interessata alla ricaduta di ceneri e lapilli). Una volta evacuate le città, gli abitanti di questi paesi (e parliamo di milioni di persone) dove verranno smistati in caso di cataclisma? Il Piano prevede la collocazione nelle Regioni e nelle Province “gemellate” con i comuni a rischio. Ogni paese avrà un naturale approdo in base ai propri gemellaggi. Le strutture individuate dalle istituzioni, che dovranno accogliere gli sfollati, dovranno registrare le pianificazioni di emergenza nei prossimi 45 giorni. Pertanto ecco l’elenco completo delle destinazioni degli sfollati:

      Zona rossa 1
      Boscoreale: Calabria
      Boscotrecase: Basilicata
      Cercola: Liguria
      Ercolano: Emilia Romagna
      Massa di Somma: Molise
      Ottaviano: Lazio
      Pollena Trocchia: Trentino Alto Adige
      Pompei: Sardegna
      Portici: Piemonte
      Sant’Anastasia: Veneto
      San Giorgio a Cremano: Toscana
      San Giuseppe Vesuviano: Umbria
      San Sebastiano al Vesuvio: Puglia
      Somma Vesuviana: Lombardia
      Terzigno: Abruzzo
      Torre Annunziata: Pugliua
      Torre del Greco: Lombardia

      Zona rossa 2
      Napoli est: Lazio
      Nola: Valle d’Aosta
      Palma Campania: Friuli Venezia Giulia
      Poggiomarino: Marche
      Pomigliano d’Arco: Veneto
      San Gennaro Vesuviano: Umbria
      Scafati: Sicilia

  2. Pingback: Marco Pannella e il rischio Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  3. “Hyde Park”, 25 dicembre 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO: LA SOLUZIONE E’ IN UN PIANO GIUDIZIARIO?
    di MalKo

    Il Vesuvio cattura sempre un certo interesse per le possenti energie che racchiude nel grembo litosferico sormontato da una platea di settecentomila persone. I vesuviani in parte sono consapevoli del rischio a cui sono sottoposti vivendo in zona rossa, ma nella maggioranza dei casi le idee sul vulcano localmente sono molto confuse e tendenti giocoforza a sottostimare quello che realmente potrebbe accadere se il Vesuvio dovesse porre fine alla sua annosa quiescenza.
    Il vulcano oggi sonnecchia… in qualsiasi momento però, anche ora mentre si legge, la terra potrebbe iniziare a tremare sotto i piedi e allora l’angoscia assurgerebbe a sentimento diffuso. La fame di notizie sull’interpretazione da dare al fenomeno sussultorio attanaglierebbe tutti. Corrucciati, si guarderà verso la montagna che non è montagna, sperando che il tremore crostale appena avvertito sia semplicemente un colpo isolato, un assestamento gravitativo, un evento tettonico appenninico, incrociando le dita acchè non sia invece l’inizio della furibonda ascesa della lava in superficie che fratturerebbe e s’insinuerebbe con tempi incerti nelle rocce che la costipano da decenni, per aprirsi roboante un varco in superficie, spazzando via tutto il gravame litoideo sugli inveterati uomini che ne affollano le pendici.
    Tutti avrebbero dovuto interiorizzare che il problema Vesuvio è rappresentato dal fatto tutt’altro trascurabile che non è possibile prevedere quando avverrà un’eruzione e di che tipo questa sarà. L’incognita geologica avrebbe dovuto rendere insostenibile la conurbazione che è stata invece perpetrata intorno al vulcano che svetta isolato e accerchiato dai palazzi. Un dato noto, anche se i tentativi di porre di nuovo mano al cemento sono numerosi e solo un personale inconveniente giudiziario ha fermato di recente il sindaco di Sant’Anastasia, capofila di altri comuni pronti alla sommossa in nome di un territorio da sanare con condoni e da mettere in sicurezza non già con la politica degli spazi, ma con nuovo cemento ristoratore che fortifica e munifica pure l’economia zonale. A voler essere veramente sintetici, diremmo che tale cordata voleva o vuole dare spazio alla politica della cicala senza temere alcun inverno vulcanico…
    L’edificazione nel vesuviano è stata perpetrata senza scrupoli da amministratori che hanno cavalcato, generalizzando, una scienza a volte disarticolata e servizievole che ben poco ha fatto per frapporsi alla spinta speculativa del cemento. I moniti circa la necessità di prestare maggiore attenzione al rischio Vesuvio arrivano da isolati cattedratici nostrani e soprattutto dall’estero come di recente è avvenuto attraverso le parole del Prof. Nakada Setsuya dell’Università di Tokyo.
    In nome della pseudo necessità di non allarmare il popolo napoletano, sono state invece rilasciate nel tempo e da più parti troppe dichiarazioni confortanti, come quella sui tempi di previsione di un’eruzione del Vesuvio, “diagnosticabili” addirittura mesi prima dell’evento. Bisognerebbe dare un peso alle parole, che nel nostro caso hanno trasformato un rischio da inaccettabile ad accettabile.
    Nelle bozze di piano d’emergenza che si sono susseguite nel corso dell’ultimo ventennio, da una previsione di previsione eruzione ottimisticamente misurata a mesi, si è passati a settimane e poi alle attuali settantadue ore di preavviso che deve essere anche il tempo a disposizione per allontanarsi lestamente dal vesuviano. Dal mondo istituzionale si auspica addirittura che si trovino sistemi e risorse per evacuare in un tempo massimo di ventiquattro ore.
    Il rischio di una previsione fallace, infatti, purtroppo esiste e sussiste perché l’indice di attendibilità previsionale di un’eruzione può essere tentata nel momento in cui si presentano i prodromi pre eruttivi, e potrebbe rivelarsi un inaccettabile azzardo in un senso o nell’altro, se la previsione dovesse snodarsi su tempi troppo lunghi (settimane).
    Che la struttura scientifica dell’Osservatorio Vesuviano possa essere sottoposta a stress decisionale è normale e lo ipotizzammo il 9 ottobre 1999 in seguito ad un evento sismico di 3.6 Richter centrato sul bordo meridionale del Vesuvio. Serpeggiò il panico tra gli abitanti con amministratori comunali esagitati che pretendevano con affanno notizie precise dalla struttura di sorveglianza e dalla Prefettura di Napoli. Nessuno aveva certezze, e proprio l’assenza d’informazioni cristallizzò l’angoscioso momento che si sciolse solo dopo che ritornò una perdurante pace sismica.
    Il terremoto del 1999 fu il più forte avvertito in area vesuviana dal 1944 e anche il più istruttivo per chi studia le problematiche legate al piano d’evacuazione e la reazione delle istituzioni tecniche e amministrative nei momenti di crisi. In quei frangenti ricordiamo bene, molte famiglie preferirono intanto cambiare subito aria…
    Oggi, un’eventuale anomalia dei valori chimici e fisici del Vesuvio (parametri controllati) sarebbe segnalata con la linea telefonica rossa dall’Osservatorio Vesuviano al Dipartimento della Protezione Civile che convocherebbe la commissione grandi rischi per adottare presumibilmente su indicazioni politiche le decisioni necessarie per affrontare l’emergenza nazionale. Una catena comando non sappiamo quanto veloce, ma sappiamo che lo deve essere se si opta per un margine di ventiquattro ore a disposizione per allontanare inizialmente settecentomila persone dalla zona rossa…
    Se i politici e gli amministratori e le istituzioni scientifiche, e non solo quelle, riflettessero sui fatti, concorderebbero nelle conclusioni che la fortuna dei vesuviani è stata fino ad oggi la clemenza geologica e non la lungimiranza di chi per ruolo amministrativo e dovere istituzionale avrebbe dovuto mettere in sicurezza un territorio che potrebbe essere invaso da flussi piroclastici con temperature da forno e velocità da fuoriserie.
    I giornali stranieri parlando del Vesuvio lo classificano come una bomba a orologeria. Purtroppo è così, anche se non udiamo il ticchettìo e non vediamo le lancette. Il Vesuvio come tutti i vulcani esplosivi ha un indice di pericolosità zero in fase di quiescenza e quasi cento nel momento dell’eruzione con un picco di pericolosità massima che si raggiunge in concomitanza del collasso della colonna eruttiva.
    Le autorità scientifiche chiamate in causa dal dipartimento della protezione civile, hanno ritenuto plausibile e statisticamente possibile il risveglio del vulcano con una tipologia eruttiva massima attesa del tipo sub pliniana, cioè simile a quella che devastò la plaga vesuviana nel 1631. Partendo da quest’assunto, la commissione grandi rischi di recente ha deciso di adottare la demarcazione offerta dalla linea nera Gurioli, per definire i limiti di maggior pericolo (R1) su cui gli amministratori locali e regionali devono focalizzare la loro attenzione preventiva di tutela piuttosto che quella cementizia.
    Occorre poi rilevare che, se invece di un’eruzione sub pliniana, il Vesuvio ridestandosi dovesse offrire il meglio di se con una fenomenologia pliniana, il risultato sarebbe una tragedia di proporzioni belliche, favorita in questo caso e strano a dirsi, proprio dall’attuale perimetrazione del pericolo che, di fatto, ne esclude altre.
    Purtroppo non è possibile al momento e ragionevolmente preparare un piano di evacuazione anti pliniana che comprenderebbe l’area metropolitana di Napoli, perno di tutto il problema. Rimanere nel solco di una stima eruttiva sub pliniana allora, bisogna dirlo chiaramente, è stata una scelta non garantista in assoluto, ma certamente obbligata e mediata come tutte le perimetrazioni a rischio che hanno a che fare con problemi naturali in gran parte e come in questo caso ancora imprevedibili.
    Alcuni cittadini del vesuviano e il politico radicale Marco Pannella hanno di recente presentato un ricorso alla corte europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo, contro lo Stato italiano che non ha messo in atto strumenti adeguati di tutela dei cittadini esposti al rischio vulcanico in zona vesuviana.
    In realtà la consapevolezza delle inadempienze istituzionali riguardanti i piani di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio dovrebbe essere un argomento già noto almeno alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata che nel 2011 ha ricevuto nel merito un esposto in cui si richiamavano a proposito del rischio Vesuvio, alcuni concetti di un qualche interesse come il principio di precauzione oggi particolarmente evocato e diffuso.
    Intanto la trasmissione televisiva crash del 5 dicembre 2013, ha mandato in onda su RAI 3 approfondimenti sul rischio Vesuvio. E’ stato sicuramente un programma che ha fornito chiari indizi sulle problematiche che riguardano i piani di evacuazione. Per far emergere le incongruenze però, bisognava spostarsi non già nella sede del mediatico dipartimento della protezione civile o nello studio dell’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, bensì nei municipi della zona rossa Vesuvio per farsi dire dai sindaci in quali cassetti sono riposti i piani d’evacuazione comunale di cui accenna l’assessore Cosenza nell’intervista televisiva
    .

    • Blog “Rischio Vesuvio”, 15 aprile 2014, QUI

      RISCHIO VESUVIO E PIANI DI EMERGENZA: LA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO INDAGA
      di MalKo

      La corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, ha preso in seria considerazione la denuncia presentata da dodici cittadini della zona rossa Vesuvio, contro lo Stato italiano che non garantirebbe adeguatamente la sicurezza dei vesuviani. La corte ha reso agibile una corsia preferenziale per trattare l’argomento con urgenza, e inoltre ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che i cittadini sono realmente protetti da seri strumenti organizzativi, come il piano di evacuazione. Aspettiamo… Sarà d’oltralpe un pronunciamento o forse un anelito di giustizia su una questione delicata, che in Italia purtroppo non trova sponde.
      Il piano di evacuazione a oggi non esiste. In seguito all’ultimatum imposto da Strasburgo, molto probabilmente gli enti competenti, primi fra tutti il Dipartimento della Protezione Civile, recupereranno dai famosi cassetti un po’ di carte, probabilmente con una netta prevalenza di fogli dattiloscritti contenenti disquisizioni scientifiche che si accavallano da oltre venti anni, e le mappe della nuova perimetrazione della zona rossa. Per i vertici dipartimentali, infatti, il piano d’emergenza è soprattutto quello…
      I giornali non hanno dato grande enfasi alle notizie provenienti da Strasburgo: d’altra parte e in alcuni casi, sono gli stessi giornali che in assenza di un giornalismo investigativo, per decenni ci hanno propinato efficienza e pietre miliari a proposito della sicurezza in area vesuviana. Gli amici sono amici… D’altra parte bastava riflettere sulla incredibile campagna stampa che fu orchestrata contro il Tribunale dell’Aquila all’indomani del tragico terremoto del 6 aprile 2009. Se ne scrissero di tutti i colori a proposito dell’inquisizione e di martiri e di processi alle streghe e di una brutta pagina da medioevo per una condanna che era pronunciata contro gli scienziati rei di non aver previsto il terremoto. I giudici di quella sentenza storica dimostrarono e dimostrano con il prosieguo delle indagini, spalle forti, competenza e soprattutto tanto coraggio.
      In rete invece, fino a qualche giorno fa le notizie giornalistiche hanno profuso articoli che trattavano l’argomento piani d’emergenza, sulla scorta di un piccolo gruzzoletto che la Regione Campania si appresta a versare nelle asfittiche casse dei comuni campani, affinché questi siano invogliati a stilare i piani di emergenza comunali. Ovviamente nell’area vesuviana e flegrea è previsto qualche soldo in più per l’oggettiva complessità dei rischi da prendere in esame.
      Questa pioggerellina di denari che conta soprattutto contributi della comunità europea, purtroppo servirà poco. Il problema principale delle politiche di sicurezza, infatti, è che per loro stessa natura dovrebbero avere una connotazione multidisciplinare. La protezione civile invece e in genere, è relegata a ultimo ufficio comunale che deve starsene buono e non deve impicciarsi delle cose che transitano e stazionano negli uffici che contano, soprattutto in quello tecnico.
      In molti casi allora, l’addetto alla protezione è costretto ad arrovellarsi il cervello per trovare stimoli a un’attività di fatto dormiente, che si estrinseca nella noiosa e inutile compilazione di questionari inviati da altri uffici amministrativi sovra comunali, che hanno gli stessi problemi di irrilevanza funzionale. Nella migliore delle ipotesi allora, si gestisce con alterne fortune il volontariato…
      In una zona a rischio colate piroclastiche, torrenti di fango e pioggia di cenere e lapilli e ancora bombe vulcaniche e sommovimenti sismici, senza certezze previsionali, lo sviluppo sostenibile che tutti inquadrano sempre e solo nel cemento, doveva adeguarsi alle necessità dei piani di evacuazione, e non viceversa. Invece, si è sempre pensato a quello che si costruiva piuttosto che al dove si costruiva. Il piano di emergenza ha tentato appena di correre dietro al cemento, ma ha subito desistito com’è successo nel più affollato dei comuni vesuviani.
      Gli amministratori comunali e provinciali e regionali dall’orecchio prevenzione non ci sentono proprio. Velina, vetrina e propaganda, hanno caratterizzato fin qui il loro operato di mitigatori del rischio Vesuvio ed elaboratori di piani d’emergenza e di evacuazione. Che ci siano migliaia e migliaia di domande di condono da vagliare in area vulcanica poi, francamente è inconcepibile e opacizza l’operato di chi per ruolo avrebbe dovuto controllare il territorio per evitare una crescita esponenziale del valore esposto…
      Alla Regione Campania c’è stata battaglia sul finire di marzo di quest’anno, dettata dall’approvazione del nuovo regolamento paesaggistico e in particolar modo dal contestatissimo articolo 15. Un disposto che potrebbe aprire le porte a un po’ di cemento anche nella zona rossa Vesuvio, attraverso la possibilità di ampliare le cubature delle residenze da ristrutturare in nome della sicurezza.
      Chissà se l’assessore Edoardo Cosenza era presente su quelle barricate e da quale parte gravava il suo peso di responsabile della protezione civile. Il professore inoltre, ci fa sapere che per il rischio eruttivo dei Campi Flegrei bisognerà valutare anche una possibile evacuazione totale o parziale, della zona di Chiaia e Posillipo.
      Per quanto riguarda i chiarimenti richiesti da Strasburgo, Edoardo Cosenza esprime soddisfazione perché finalmente alcuni cittadini hanno chiesto il piano d’evacuazione (nessuno lo chiedeva prima), dimostrando un sano interesse civile. Poco importa che la richiesta è pervenuta per la strada più lunga e in lingua francese col suggello di una corte di giustizia per i diritti dell’uomo

  4. “Corriere della Sera”, 20 gennaio 2014, QUI

    PROTEZIONE CIVILE, GABRIELLI: IL GOVERNO LA INSERISCA TRA LE MATERIE SCOLASTICHE
    di Gianluca Testa

    Il paese ideale è quello che non ha bisogno della protezione civile. Un paese nel quale non esistono emergenze e tutti sono adeguatamente informati. Purtroppo la realtà è un’altra: l’Italia ha un alto tasso di rischio sismico e alluvionale e spesso siamo costretti a fronteggiare eventi eccezionali. Come quello della Costa Concordia, che a due anni dal naufragio ne rappresenta l’esempio più evidente e concreto. Senza contare gli eventi sismici degli ultimi anni che hanno colpito Abruzzo ed Emilia o le alluvioni ed il maltempo che in questi giorni stanno mettendo in ginocchio il Paese. Non potendoci quindi augurare l’impossibile, restiamo coi piedi per terra. In questo contesto, la vera buona notizia che speriamo di poter scrivere nel 2014 è l’inserimento della protezione civile tra le materie scolastiche.
    Perché è a scuola che si formano i cittadini e gli amministratori di domani. Se è vero che la consapevolezza rappresenta la base solida della prevenzione, è bene che nelle aule s’insegni sismologia, vulcanologia, difesa del suolo
    .

    “La regola più importante è quella dell’auto-protezione. Le comunità consapevoli? Diventano esigenti. Sia nei comportamenti individuali sia nella collettività”.

    Parola del capo della Protezione civile Franco Gabrielli. Che come al solito parla chiaro e non fa sconti. Un cittadino informato può quindi dettare le regole. Per se stesso e per gli altri.

    “Nei Comuni mancano piani d’emergenza e la gente muore perché non è informata”, aggiunge Gabrielli.

    Ebbene, insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune.

    “L’Italia cade a pezzi, la gente muore perché non è informata, la protezione civile è come il Titanic”.

    Tutte frasi lapidarie che Gabrielli ha pronunciato negli anni per fermare l’attenzione di chi ascolta. Oggi abbiamo l’esigenza di invertire la rotta. E per non essere più considerato il paese dell’emergenza, l’Italia dovrebbe investire nella formazione. A partire dalla scuola.

  5. “INGV Terremoti”, 20 gennaio 2014, QUI

    TERREMOTO, PARLIAMONE INSIEME: ATTIVITA’ DI INFORMAZIONE ALLA POPOLAZIONE DELL’UMBRIA

    Il terremoto o una sequenza sismica generano sempre un grande bisogno di informazione e conoscenza da parte dei cittadini: sulle caratteristiche del fenomeno fisico e i suoi effetti e sui comportamenti corretti da adottare in situazioni di rischio. Questa esigenza si è manifestata in modo rilevante anche in occasione della sequenza sismica che sta interessando l’Umbria, in particolare Gubbio e l’area circostante da alcuni mesi.
    Per questo motivo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), insieme al Dipartimento della Protezione Civile (DPC), le amministrazioni comunali, la Regione Umbria, la Provincia di Perugia, la Prefettura di Perugia e in collaborazione con Reluis, Anpas, USLUmbria1 e le organizzazione di volontariato di protezione civile, ha ritenuto opportuno promuovere iniziative di informazione rivolte alla popolazione e alle scuole con l’obiettivo di aiutare i cittadini delle aree interessate dalla sequenza sismica in atto a comprendere meglio la situazione, favorendo una interazione positiva con l’organizzazione di protezione civile e l’adozione di comportamenti finalizzati alla riduzione del rischio.
    Terremoto, parliamone insieme è un ciclo di incontri rivolto alla popolazione o al mondo della scuola e che vede il confronto tra cittadini, rappresentanti delle istituzioni ed esperti sui temi legati alla sismicità (le caratteristiche della sequenza, della sismicità storica dell’area e della sua pericolosità) e al sostegno psico-sociale necessario (indicazioni essenziali per affrontare la situazione attuale, sia sul piano dei comportamenti individuali e sociali che su quelli dell’attivazione delle risorse emotive e psico-sociali). Alcune informazioni di base sul rischio sismico e sui comportamenti essenziali da adottare in emergenza sono forniti dai materiali della campagna informativa Terremoto Io Non Rischio.
    L’iniziativa prende il via oggi, 20 gennaio 2014, con la collaborazione dei Sindaci dei Comuni interessati.

    Prossimi appuntamenti in calendario per la popolazione:
    – lunedì 20 gennaio, ore 18.00 – Mocaiana (Frazione di Gubbio) presso la palestra comunale
    – martedì 21 gennaio, ore 18.00 – Pietralunga presso l’ex Convento di Sant’Agostino – sala biblioteca
    – mercoledì 22 gennaio, ore 18.00 – Montone – presso il Teatro San Felice.

    Per i docenti e i genitori della scuola d’infanzia e primaria di Semonte e alcune scuole di Gubbio:
    – martedì 21 gennaio, alle ore 21.00, presso il CVA di Semonte

    Si prevede di organizzare altri incontri con le scuole dell’area nei prossimi giorni, di cui daremo tempestiva comunicazione.

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  7. “Parallelo 41”, 10 aprile 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO: QUELLO CHE I SINDACI NON FANNO
    I piani di emergenza toccano ai primi cittadini. Le responsabilità della Regione e quel bando appena scaduto
    di Cinzia Craus

    Il Vesuvio erutta. Moriremo tutti e nessuno fa niente. Il vulcano è in stato di emergenza e nessuno ci avverte. Il Governo, il Dipartimento della Protezione Civile, gli esperti di tutto il mondo, le cavallette, la peste, e bla bla bla bla.
    Non passa giorno che in rete, ma anche sulla carta stampata e sugli altri media non passino notizie sconvolgenti sul disastro che prima o poi e di soppiatto ci pioverà addosso dal cielo, ovviamente solo a noi napoletani, unici ignari e di ciò che ci aspetta e di cosa e come fare per salvarci.
    Oddio cosa ci aspetta, nelle versioni più pittoresche e catastrofiste possibili – non perché non ci sarà una catastrofe quando sarà, ben inteso, nessuno nega le potenzialità del vulcano (e aggiungerei, non solo le sue, anche quelle della caldera dei Campi Flegrei, o, senza ricorrere ai nostri mostri sacri, quelle in generale di madre natura, dai terremoti alle alluvioni, passando per le mareggiate, i dissesti, le frane, così come quelle che noi stessi fomentiamo, dal rischio biologico a quello urbano, a quello chimico e via discorrendo) – diciamo che grazie alla profusione massiva di documentari, simulazioni, interviste – sempre molto settate e morbosamente arricchite dei particolari più devastanti – più o meno ormai lo sappiamo, moriremo tutti, così pare. Il che a mio modesto parere dovrebbe generare, insomma, davanti all’ineluttabilità del fatto, una catarsi religiosa: tutto il popolo napoletano, anzi, campano, capo chino e cosparso di cenere, dovrebbe sin da adesso cominciare a pentirsi delle proprie colpe e magari, chissà, talvolta gli dei ci ascoltano, riabilitare una fede antica dei luoghi, quella che racconta ne “La Pelle” il buon Curzio Malaparte, nel terribile dio Vesuvio, offrendogli in dono sacrifici ed opere, sì da dissuaderlo dai suoi nefasti propositi. O più razionalmente dovrebbe produrre un esodo in massa. Da questa terra che ci dà solo dolore e disperazione e miseria, dove non c’è casa, non c’è lavoro, non c’è cibo – è avvelenato, la camorra, la mafia, i cinesi (sì sono oramai anche qui).
    A dire il vero si provò anche, ad incentivare l’esodo. Certo poco e male. E quel che c’è da dire è che per matrigna che sia questa terra che ci accoglie, da noi stessi spesso violentata e vituperata, pochi popoli sono così morbosamente legati al territorio in cui sono nati e cresciuti come i napoletani.
    Si provò anche a lottare contro una certa crescita abusiva endemica delle nostre zone. Poco e male. Ci sono molte battaglie che politicamente non pagano.
    La protezione civile è una di queste. Un piano di emergenza, di evacuazione, di messa in sicurezza, non rende, non si vede, se si vede fa paura.
    E però. Ci sono molti però.
    Mi rendo conto mentre sto scrivendo che sto nel mezzo, nel bel mezzo di un cane che si morde la coda. Me ne rendo conto perché dovrei spiegare a cosa serve un piano di emergenza, riferirmi magari proprio al tanto vituperato e odiato piano nazionale di emergenza per il Vesuvio – di cui si prendono stralci a caso, senza mai indagarne il senso pieno, quelli che angosciano solo, solamente quelli, spiegarlo perché non lo si conosce, e quindi non lo si comprende, e penso che sarebbe una noia mortale, che nessuno leggerebbe (non paga), meglio l’allarme, o l’apocalisse, o l’esodo, quello sì che si legge, o le chiacchiere, una battuta, la dimenticanza. La rimozione.
    O il lamento.
    Ecco se c’è un’altra cosa che i napoletani, i campani, ma il fenomeno è in grande espansione, sanno fare bene è lamentarsi. E prodursi in invettive, cercare colpevoli. Senza mai informarsi.
    Lo capisco. Capisco che informarsi è complesso, specie su argomenti che possono essere tecnici, scientifici. Capisco anche che può essere difficile. Sappiamo googolare qualsiasi ricerca astrusa, ma chissà perché pensiamo che cose come queste, un piano di emergenza, che ci riguarda, non lo troveremo mai, chissà dove è nascosto. Capisco anche che magari vorremmo, e non ci crederete, a buon diritto, ci spetta, un’informazione più semplice e diretta, che è vero, manca, specie nei dettagli, in ambito locale, cosa faccio? cosa devo fare? quando?
    Il problema è che questa informazione non può darcela nello specifico il governo, il Dipartimento o San Gennaro. E neanche il supergeologo americano o chi per lui. L’informazione alla popolazione è onere – per legge – del sindaco. E quella informazione viene a valle della redazione di un piano comunale di emergenza. Comunale. Per legge (L. 100/12, ma in realtà già dalla L. 225/92). Che recepisce le indicazioni della pianificazione nazionale (nel caso Vesuvio – a livello centrale si è fatto, e rifatto quanto di propria competenza e anche di più) o regionale (in altri casi), e su tali indicazioni formula la strategia interna al territorio. Quel piano comunale che (60% dei comuni campani) non si fa perché non paga. Perché non si vede, perché non si legge, perché non è un documentario e non grida Allarme! Soldi spesi male.
    E allora eccolo il cane che si morde la coda. Ci sono informazioni che noi non abbiamo perché non ci vengono date e non ci vengono date perché non ci interessano. Così non sappiamo.
    Non sappiamo che è il sindaco (spesso non lo sa neanche lui) la prima autorità di protezione civile sul territorio. Non sappiamo che è lui che deve provvedere, attraverso i suoi uffici, alla redazione dei piani di emergenza comunali. Non sappiamo che è lui a doverci informare. Non sappiamo che è a lui che dobbiamo chiedere.
    E non sappiamo che: mentre la Commissione Vesuvio lavorava all’aggiornamento del Piano Nazionale di Emergenza Vesuvio, mentre il Dipartimento della Protezione Civile invitava tutte le regioni a fornire, entro il 31/12/12 – a seguito di propria specifica nota del 12/10/12, l’elenco dei comuni dotati di pianificazione di emergenza e contestualmente, in ottemperanza alla legge (sempre la legge 100/12 che indicava il termine di 90 gg dall’entrata in vigore quale data ultima per dotarsi del suddetto strumento obbligatorio di pianificazione), ne intimava la realizzazione, la Regione Campania, unica regione italiana a non aver fornito un elenco nominativo dei comuni, ma solo dei numeri e delle percentuali, grazie a finanziamenti europei (FESR) per un POR 2007-13, approvato dalla Commissione Europea nel settembre 2007, deliberava il 27/05/13 lo stanziamento di un fondo di 15 milioni di euro da distribuirsi – previa partecipazione ad apposito bando, espresso con decreto dirigenziale del 29/01/14 e reso pubblico attraverso il BURC del 03/02/14 – a comuni e province, non dotate di piano o dotate di piano non aggiornato e non omologato, con particolare riferimento ai paesi del vesuviano, ivi compresa la realizzazione di campagne informative per la popolazione.
    Non sappiamo che questo bando scadeva il quattro aprile. E non sappiamo se il nostro sindaco, quello di uno dei tanti comuni che verrà sepolto dalla lava senza che nessuno abbia il tempo neanche di alzare gli occhi al cielo (sigh), che “i soldi per fare il piano non ci sono”, a quel bando ha partecipato, se lo ha fatto bene – bisogna saperlo fare, se quei soldi arriveranno o se, come tanti altri, torneranno in Europa, questa Europa che ci ha distrutto, impoverito, che ci bastona e ci divora.
    Non glielo abbiamo chiesto. Non glielo chiederemo. E lui lo ha visto?
    Ecco per completezza di informazione il bando della regione era sul BURC (strumento di informazione per cittadini ed enti) n. 9 di quest’anno, leggibile a tutti i cittadini dal sito della Regione e c’era l’avviso sullo stesso sito
    Il piano Vesuvio, in forma completa, è leggibile sul sito del Dipartimento della Protezione Civile (dal link si accede alla pagina sul Vesuvio, a destra ci sono i link al piano e alle modifiche con relativi dossier di studio), e sullo stesso sito potete trovare anche informazioni, in tempo reale, sullo stato del vulcano, dei vulcani, sulle leggi in materia, sulle responsabilità, su chi fa che e quando.
    C’è anche un link della protezione civile dove invece potete leggere l’esito della nota fatta dal Dipartimento alle Regioni in materia di piani comunali, il sollecito a rispondere ad una legge di stato.
    Ah! Il sito della Regione ha un servizio gratuito, per tutti: la newsletter. Potete anche iscrivervi.
    Si chiama trasparenza. È legge. Siamo noi che non alziamo i veli. L’informazione esiste, basta volerla.

    P.s. Dopo bisogna chiedere, ovvio. E chiedere (anche lamentarsi), a gran voce, che chi ci amministra (chi per che, ognuno per le sue funzioni) lo sappia fare. Che si informi.

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  9. “Il Giornale della Protezione Civile”, 28 maggio 2014, QUI

    VESUVIO, CAMPI FLEGREI, ISCHIA. GABRIELLI: PIANO EMERGENZA DEVE ESSERE ”PARTECIPATO”
    Vesuvio, Campi Flegrei e Isola di Ischia sono una tra le maggiori aree a rischio vulcanico al mondo. Gabrielli ha illustrato in Commissione Ambiente al Senato il lavoro del Dipartimento, i rischi e ha sottolineato la necessità di un Piano di emergenza “partecipato” e che punti all’informazione e prevenzione
    di Sarah Murru

    “L’elevata pericolosità dei tre vulcani attivi dell’area campana, ovvero il Somma-Vesuvio, i Campi Flegrei e l’isola di Ischia, associata all’intensa antropizzazione e vulnerabilità del territorio, rendono quest’area una delle zone a più alto rischio vulcanico del mondo”, lo ha detto il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli lunedì 26 maggio in Senato durante un’audizione alla Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali.
    Il Capo Dipartimento ha infatti relazionato su diversi aspetti, fornendo cenni sulla struttura e sulla storia eruttiva di questi vulcani (e brevemente anche sui vulcani sottomarini Marsili e Palinuro), oltre che informazioni relative agli scenari di riferimento di una loro possibile eruzione (flussi piroclastici, lapilli, cenere, rischio sismico) e alle connesse attività di protezione civile promosse, prima tra tutte quella di pianificazione dell’emergenza. Per quanto riguarda il Vesuvio e i Campi Flegrei il Capo Dipartimento ha illustrato lo stato dell’arte del lavoro di aggiornamento della pianificazione di emergenza nazionale ed è entrato nello specifico dei rischi connessi ad una possibile eruzione.
    “L’intensa densità abitativa (più di 3 milioni di residenti) e la particolare vulnerabilità degli insediamenti (edificato, infrastrutture, ecc.) – ha proseguito Gabrielli – producono livelli di rischio estremamente elevati”, motivo per cui è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali che punti, oltre alle attività da mettere in pratica in caso di eruzione, anche all’informazione della cittadinanza e alla prevenzione.
    “Per il futuro, è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico – ha spiegato Gabrielli tra le tante attività seguite, gestite e promosse dal Dipartimento -, e in particolare ai vulcani napoletani, che si inserisce nell’ambito di “Io non rischio”, la campagna informativa nazionale sui rischi naturali e antropici che interessano il nostro Paese. In particolare, per l’iniziativa saranno preparati materiali con informazioni su cosa sapere e cosa fare prima, durante e dopo un’eruzione. Oltre alle giornate in piazza, la campagna vedrà anche iniziative dedicate al mondo del lavoro e alle scuole”.
    “Il fatto che i vulcani napoletani non siano caratterizzati nella loro attuale fase di vita da un’attività persistente e non producano quindi eruzioni frequenti, purtroppo, fa sì che la popolazione residente in quelle aree non percepisca il rischio come imminente e, di conseguenza, posponga questo problema alle ordinarie urgenze del territorio, non considerando che la gestione di una crisi vulcanica ai flegrei o al Vesuvio sarebbe un processo assai complicato da gestire” sottolinea Gabrielli.
    Per i residenti nelle tre aree la certezza di “vivere in area vulcanica è evidente”, “da ciò deriva un imperativo di azione per tutti i livelli istituzionali coinvolti, ma anche e soprattutto per le popolazioni residenti, che non possono fare a meno di adottare comportamenti e scelte consapevoli e conseguenti. Di fronte all’evidenza non si può far finta di nulla o voltarsi dall’altra parte, visto che un’azione efficace di pianificazione non può prescindere dalla corretta percezione del rischio da parte della popolazione e dalla diffusione della consapevolezza che il ruolo del singolo all’interno del Servizio nazionale, sia in prevenzione che in fase di emergenza, è indispensabile per garantire un’adeguata risposta del sistema alle esigenze del territorio”.
    “La promozione di una costante e corretta informazione, dunque, costituisce il passaggio obbligato per rendere le comunità più resilienti. I vulcani italiani, e quelli dell’area campana in particolare, sono monitorati e controllati e l’azione del Dipartimento della Protezione Civile e delle istituzioni tecniche e scientifiche preposte non deve venire meno, ma deve, al contrario, proseguire senza soluzioni di continuità e diventare sempre più efficace”.
    “In definitiva – conclude Gabrielli -, il Piano nazionale di emergenza non è uno strumento che compete esclusivamente allo Stato centrale e mi auguro che sempre più sia scongiurato l’atteggiamento di immobilità a volte assunto dai territori. Il Dipartimento si sta impegnando affinché si diffonda l’interpretazione corretta, ossia che la pianificazione è un processo partecipato, un’azione congiunta e coordinata di diversi soggetti, ciascuno competente per una parte, che devono sviluppare le proprie pianificazioni territoriali e di settore per “comporre” il piano nazionale. Non v’è dubbio, ad esempio, che la definizione dello scenario eruttivo di riferimento o le procedure di attivazione del sistema nazionale competano al livello centrale ma è altrettanto imprescindibile che le istituzioni locali debbano predisporre il censimento della popolazione, il rilevamento delle esigenze delle modalità di evacuazione, gli studi di dettaglio del la viabilità comunale, pena la mancata realizzazione del Piano nazionale. Da questo punto di vista, mi premuro di rilevare che c’è ancora molto da fare”.

    A questo link si può consultare l’intera relazione sull’audizione di Gabrielli in Senato.

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  11. “Repubblica”, 16 luglio 2014, QUI

    EMERGENZE NATURALI, IL 40% DEGLI ITALIANI NON SA COME AFFRONTARLE
    Lo rivela una ricerca Ispos per Save The Children. E a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati
    di Redazione

    Sappiamo esattamente cosa fare in caso di terremoto, incendio, alluvione? Non non lo sappiamo. O perlomeno non lo sa il 40% degli italiani che, secondo una ricerca realizzata da Ipsos per Save The Children, non ha idea di come comportarsi in caso di emergenze naturali. I dati parlano chiaro: solo il 17% degli italiani ritiene di avere piena padronanza delle misure e dei comportamenti da attuare in caso di rischio connesso a calamità o a disastri prodotti dall’uomo. La percentuale si abbassa e arriva a 14% in caso di minori tra i 13 e i 18 anni. Un po’ meno della metà degli intervistati, invece, crede di avere cognizioni accettabili.
    Lo studio, intitolato “I rischi naturali e il piano di emergenza dei Comuni“, è stato diffuso a due anni esatti dal varo della legge che ha riordinato il sistema di protezione civile e che ha previsto l’obbligo dei Comuni di dotarsi di un piano di emergenza entro 90 giorni dall’approvazione della legge. “Ad oggi il 77% dei Comuni è provvisto di un piano ma è necessario che si arrivi alla copertura completa. Sono proprio alcuni tra i territori a più alto rischio sismico a esserne sprovvisti, quali ad esempio la regione Campania in cui solo il 39% dei Comuni dispone di un piano (214 su 551) o la Calabria con appena poco più della metà di copertura, pari al 54% (219 su 409)”, ha affermato Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia Europa di Save the Children. “Dalla ricerca che abbiamo effettuato emerge che anche dove i Piani esistono, non c’è un’equivalente consapevolezza e il possesso di adeguate informazioni in merito da parte dei cittadini”.
    Il Piano di Emergenza Comunale è più conosciuto tra gli adulti che tra i giovani i quali, nei tre quarti dei casi, non ne hanno sentito parlare, mentre più di un terzo dei genitori ne conosce l’esistenza. I Piani prevedono l’identificazione di aree sicure (ad esempio piazze) dove la popolazione deve raccogliersi in casi di emergenza. Ma il 79% degli adulti e il 74% dei ragazzi non saprebbe dove individuarle sul territorio del comune di residenza.
    Appare strano quindi come, al tempo stesso, secondo i dati emersi dalla ricerca, la paura legata a eventuali rischi che si possono correre sia molto avvertita: il 55% dei ragazzi e il 48% degli adulti pensa che nel proprio comune sia presente il rischio ambientale per inquinamento di acqua, aria, territorio, nonché pericoli di carattere ambientale che hanno come fonte le attività umane. La percentuale aumenta notevolmente (75% per i ragazzi e 61% per i genitori) se gli intervistati vivono in città
    .

    – – –

    “Save the Children”, 14 luglio 2014, intitolato “QUI

    I RISCHI NATURALI E IL PIANO DI EMERGENZA DEI COMUNI
    Emergenze: a due anni dalla legge che obbliga i Comuni a dotarsi dei piani d’emergenza solo il 77% ne è dotato. L’Organizzazione chiede maggiore sensibilizzazione da parte dei Comuni per informare la popolazione
    Emergenze: Save the Children, oltre il 40% degli italiani non saprebbe come comportarsi in caso di emergenza, il 74% dei ragazzi e il 61% dei genitori non sa cosa sia un Piano di Emergenza Comunale, mentre il 61% dei genitori e 50% dei ragazzi non sa se il proprio Comune ne sia dotato.

    Solo il 17% degli italiani – 14% in caso di minori (tra i 13 e i 18 anni) – ritiene di avere piena padronanza delle misure e dei comportamenti da attuare in caso di rischio connesso a calamità naturali o a disastri prodotti dall’uomo. Un po’ meno della metà degli intervistati in entrambi i gruppi (42% e 45% rispettivamente) crede di avere cognizioni accettabili, ma per contro, oltre il 40% non saprebbe come comportarsi in caso di emergenza. Il 74% dei ragazzi e il 61% degli adulti non sa cosa sia un Piano di Emergenza Comunale, mentre il 50% degli adulti e 61% dei ragazzi non sa se il proprio Comune ne è dotato.
    Questi alcuni dati della ricerca “I rischi naturali e il piano di emergenza dei Comuni”1 realizzata da Ipsos per Save the Children, l’Organizzazione che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e difendere i loro diritti, diffusa oggi esattamente a due anni dal varo della legge n. 100 del 12 luglio 2012 che ha riordinato il sistema di protezione civile e che previsto l’obbligo dei Comuni di dotarsi di un piano di emergenza entro 90 giorni dall’approvazione della legge.
    “Ad oggi il 77% dei Comuni è provvisto di un piano ma è necessario che si arrivi alla copertura completa. Sono proprio alcuni tra i territori a più alto rischio sismico ad esserne sprovvisti, quali ad esempio la regione Campania in cui solo il 39% dei Comuni dispone di un piano (214 su 551 ) o la Calabria con appena poco più della metà di copertura, pari al 54% (219 su 409)”, ha affermato Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia Europa di Save the Children. “Dalla ricerca che abbiamo effettuato emerge un altro elemento che richiede un intervento immediato: anche ove i piani esistono, non vi è un’equivalente consapevolezza e il possesso di adeguate informazioni in merito da parte dei cittadini.
    Il Piano di Emergenza Comunale è decisamente più noto tra gli adulti che tra i giovani: questi ultimi non ne hanno sentito parlare nei tre quarti dei casi, mentre più di un terzo dei genitori ne conosce l’esistenza. I Piani prevedono l’identificazione di aree sicure (ad esempio piazze) dove la popolazione deve raccogliersi in casi di emergenza. Ma il 79% degli adulti e il 74% dei ragazzi non saprebbe dove individuarle sul territorio del comune di residenza, e solo 1 adulto su 5 e un ragazzo su 4 saprebbe dove andare.
    A fronte di questa mancanza di informazione la ricerca rileva che la paura legata ad eventuali rischi che si possono correre è comunque molto avvertita: il 55% dei ragazzi e il 48% degli adulti pensa che nel proprio comune sia presente il rischio ambientale per inquinamento di acqua, aria, territorio, nonché pericoli di carattere ambientale che hanno come fonte le attività umane (la percentuale balza al 75% per i ragazzi e 61% per i genitori che vivono in città), seguito dal rischio sismico (44% ragazzi, 48% adulti), quello idrogeologico (35% ragazzi, 42% adulti), quello di incendi (rispettivamente 38 e 36%) e infine quello industriale (26% ragazzi e 24% adulti), mentre percentuali residue della popolazione temono un maremoto o tsunami (rispettivamente 7 e 9%) e un’eruzione (12 e 8%).
    Il 40% sia di genitori che figli esprime forte il bisogno di ricevere informazione e formazione su come comportarsi in caso di emergenza (la percentuale degli adulti si alza al 47% nei piccoli centri). Per ricevere maggiori informazioni sui comportamenti da tenere in contesti emergenziali, il 67% dei genitori ripone la propria fiducia nel sistema di Protezione Civile e il 50% in particolare nei Vigili del Fuoco, seguiti dal Comune di residenza (20%) e le organizzazioni di volontariato (11%).
    Tra coloro che conoscono i piani di Emergenza Comunali, tra i ragazzi prevale la veicolazione attraverso la scuola (39%), seguita dalla Protezione Civile (31%), dal sito web del comune (23%), da materiale informativo distribuito dal Comune (16%) o da giornate informative organizzate dal Comune (10%). I canali preferenziali da cui gli adulti hanno acquisito le informazioni sono il sito web del comune (41%), le giornate di informazione della protezione civile (23%), il passaparola (20%), i materiali informativi (14%), le giornate di sensibilizzazione (13%) o le lettere inviate alle famiglie dal Comune (10%).
    Se alcune amministrazioni comunali hanno già affiancato alla pubblicazione del Piano di emergenza comunale sul sito, iniziative di comunicazione vere e proprie, il risultato appare ampiamente migliorabile, poiché l’informazione, oltre che diffusa, necessita anche di essere chiarita nei suoi contenuti fondamentali e prioritari.
    “È da apprezzare l’impegno di quei Comuni che in questi due anni hanno promosso tra i cittadini la conoscenza dei piani, tuttavia è di fondamentale importanza che tutti i Comuni si dotino di questo strumento come previsto dalla legge 12 luglio n°100, che lo aggiornino e che promuovano campagne di sensibilizzazione per informare la popolazione sui contenutidel Piano Comunale di emergenza, quali ad esempio lo scenario di rischio relativo al territorio, la segnaletica per le aree di raccolta della popolazione e le modalità attraverso le quali vengono diffusi allarmi e informazioni.”, continua Raffaela Milano.
    A livello più generale dai dati emerge inoltre che 1 ragazzo su 5 non ha mai partecipato a prove di evacuazione all’interno delle scuole. Oltre a sottolineare la necessità che in tutte le scuole si realizzino tali prove, l’Organizzazione sottolinea anche l’importanza di continuare ad implementare iniziative di informazione specifiche per bambini e adolescenti all’interno delle scuole, attraverso metodologie partecipative, volte alla conoscenza dei piani di emergenza e alla sensibilizzazione sulla consapevolezza dei rischi e sui comportamenti da adottare in caso di evento calamitoso.
    Inoltre Save the Children raccomanda che anche nella stesura dei piani di emergenza comunali si tenga conto dei diritti e degli specifici bisogni di bambini e adolescenti in tutte le fasi di pianificazione (mappatura dei servizi presenti sul territorio, coordinamento all’interno delle diverse funzioni previste nella gestione dell’emergenza: assistenza alla popolazione, sanità e assistenza sociale, volontariato, servizi essenziali ed attività scolastiche).
    A tal proposito Save the Children sta lavorando per promuovere una pianificazione d’emergenza che sia “a misura di bambino” . Tale iniziativa si inserisce all’interno di un percorso già avviato da Save the Children insieme ad alcuni partner: Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso dell’infanzia) SISST (Società italiana per lo studio dello stress traumatico), Pediatria per l’emergenza e Cittadinanzattiva, e che mira alla costituzione di un network per la tutela e la protezione dei bambini coinvolti in situazioni di emergenza.

    Per ulteriori informazioni:
    Ufficio stampa Save the Children Italia
    06-48070023-81-71-63 – Alessia Maida 340.4717515 _ 328.9214843
    ufficiostampa@savethechildren.ithttp://www.savethechildren.it

    [1] La ricerca è stata realizzata con metodo CAWI, tra il 19 e 30 giugno 2014, su un campione nazionale di 750 adulti con figli minori (tra i 3 e i 18 anni) e ragazzi di età compresa tra i 13 e i 18.

  12. Pingback: Il caos del rischio Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  13. Blog “Rischio Vesuvio”, 7 dicembre 2014: QUI

    RISCHIO VESUVIO: L’INFORMAZIONE COMUNALE CHE MANCA
    di MalKo

    Intorno al Vesuvio si contano circa settecentomila abitanti, tra cui alcune migliaia di stranieri provenienti da diverse nazioni e continenti, che sentono parlare di area a rischio e piani d’emergenza, magari senza capire perfettamente la situazione e quali cose bisogna sapere e cosa fare in caso allarme.
    Innanzitutto precisiamo che non è possibile allo stato attuale delle conoscenze riuscire a prevedere tra quanto tempo potrà verificarsi un’eruzione vulcanica e quanto possa essere violenta. Di certo c’è una struttura scientifica chiamata Osservatorio Vesuviano, che effettua il monitoraggio continuo dei vulcani (Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia) ed è pronta a lanciare l’allarme in caso di pericolo.
    Ogni comune dell’area vesuviana e dell’area flegrea sta preparando per precauzione i piani d’emergenza comunale per affrontare l’eventuale futuro risveglio dei vulcani. Al momento la situazione è tranquilla. Entro il 31 dicembre 2015 i comuni pubblicheranno i piani di protezione civile anche online dove saranno riportati alcuni dati utili per la popolazione.
    Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico.
    E necessario però, che ogni cittadino conosca una serie di notizie che riguardano l’organizzazione di protezione civile, come ad esempio i livelli di allerta vulcanica stabiliti dall’autorità scientifica che sono
    :


    I 4 livelli di allerta vulcanica.

    Ad ogni livello di allerta vulcanica corrisponde una fase operativa che indica cosa fare. Per il Vesuvio il livello base (verde) è quello attuale. Se si dovesse passare alla fase 1 di attenzione (gialla), non è richiesta alla popolazione un’azione particolare se non quella di organizzare le proprie cose se l’indice di pericolosità vulcanica dovesse aumentare. L’allerta potrebbe anche regredire. La fase 2 di pre allarme (arancione) consente ai cittadini che hanno un proprio mezzo di trasferimento e la possibilità di una sistemazione autonoma fuori dal settore a rischio, di potersi già allontanare se lo desiderano.


    Le 4 fasi operative

    In caso di allarme (fase 3) tutti gli abitanti e i soccorritori devono necessariamente allontanarsi dalle zone rossa 1 e rossa 2. Chi non ha un proprio mezzo di trasferimento deve portarsi nell’area d’incontro comunale. Chi ha un proprio mezzo di trasferimento ma non un alloggio autonomo, deve raggiungere le aree di accoglienza al di fuori della zona a rischio. Sia le aree d’incontro comunale che le aree di accoglienza, saranno prossimamente indicate nei piani di protezione civile che sono in corso di redazione.
    L’autorita’ regionale di protezione civile ha definito tre diverse categorie di appartenenza corrispondenti alle esigenze di ogni singolo cittadino. Queste categorie potrebbero essere oggetto di censimento comunale ai fini organizzativi
    .


    Classificazione (A,B,C) delle esigenze dei cittadini da evacuare in caso di allarme vulcanico,

    Di seguito riportiamo la tabella dei gemellaggi prevista per i 25 comuni dell’area vesuviana con le regioni italiane. La procedura dei gemellaggi sarà attuata prossimamente anche per i comuni dell’area flegrea.

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