Il Vesuvio, una notizia bomba

Chi gestisce un organo di informazione deve fare i conti con almeno tre fattori: la verità, la deontologia e i numeri (tiratura, audience, web analytics…). E’ difficile, naturalmente, definire in maniera univoca tali ambiti (soprattutto i primi due), che in realtà sono il risultato di una relazione quotidiana tra ciascuna redazione e i propri lettori: giorno dopo giorno, cioè, sono in gioco il rispetto e la fiducia, in una conquista che non è mai perenne, ma che è sottoposta ad una incessante rielaborazione simbolica. Verità, deontologia e numeri, in altre parole, sono elementi strettamente interconnessi, eppure, godendo ciascuno di essi di un certo grado di autonomia, il rapporto che tiene insieme la triade è dinamico e fluido. Ed è questo, pertanto, il punto su cui prestare attenzione; è qui che si può scorgere un dislivello che rischia di compromettere l’equilibrio tra le tre componenti: se si impone l’ossessione per i numeri (che è il caso più frequente), con tutta evidenza i princìpi deontologici tendono ad essere derogati, con l’effetto che la verità della notizia può assottigliarsi o, addirittura, essere manipolata. Per dirla con Pierre Bourdieu, quando la logica commerciale domina, il “campo giornalistico” perde autonomia e viene schiacciato dalla sua componente eteronoma. D’altra parte, «la libertà non è una proprietà che cade dal cielo; essa si conquista per gradi» [qui]; e direi che ciò vale anche per la credibilità.

Lo scorso mese di agosto, il magazine satirico statunitense “The Onion” ha spiegato in maniera brillante, sebbene per mezzo di una finta lettera di una dirigente della CNN, la ragione della presenza tra le principali notizie della celebre all-news americana della discinta esibizione di una giovane cantante: «Era un tentativo di farvi cliccare su CNN.com in modo che aumentassimo il nostro traffico online, cosa che avrebbe a sua volta permesso di aumentare i nostri guadagni pubblicitari». [Il testo intero, tradotto in italiano, è su “Il Post“]. Insomma, un chiarimento semplice e lineare, praticamente intuitivo.

Spesso invitando esplicitamente alla condivisione sui socialmedia («Tema caldo», «Condividi per primo con i tuoi amici questo post», «Fai sapere ai tuoi amici che ti piace questa foto»…), le strategie per aumentare i numeri possono seguire varie strade e, soprattutto, possono attingere a molti altri argomenti, come ad esempio questi:

  1. pubblicare un’intercettazione “clamorosa” di un politico (anche se in realtà non contiene alcuna notizia);
  2. gestire una sezione pruriginosa (la si può chiamare “boxino morboso” o “sideboob”, la sostanza non cambia);
  3. confezionare con regolarità delle gallerie fotografiche con cuccioli e animali “sorprendenti” (il fu orsetto Knut è stata una benedizione non solo per lo zoo di Berlino, ma anche per una miriade di mass-media che ci hanno aggiornato sul fatto che “è nato”, “è ingrassato”, “è a dieta”, “si è fidanzato”, “è depresso”, “è morto”…);
  4. sparare un titolo allarmistico su qualche minoranza etnica, di status, di genere o di qualsiasi altro tipo (sembrerà cinico, ma – in maniera sia esplicita che subdola – accade di continuo; d’altronde difficilmente qualcuno pretenderà delle smentite o delle scuse);
  5. urlare di un prossimo cataclisma vesuviano (il nostro vulcano è uno dei topos più conosciuti al mondo, a lui si deve Pompei, che è tra i siti archeologici più noti; ciò che è in grado di compiere è termine di paragone per qualsiasi disastro, passato o futuro che sia).

Personalmente faccio una certa attenzione proprio a quest’ultimo caso, cioè censisco e archivio numerosi articoli che spuntano senza sosta un po’ ovunque, in siti web d’ogni tipo e nessuna attendibilità, con toni catastrofisti se non apocalittici, copiandosi gli uni con gli altri, eppure sempre molto condivisi sui socialmedia e colmi di commenti (più o meno vacui, ma con l’indubbio effetto di far aumentare l’audience e la visibilità del contenitore). L’ultimo pezzo che ho letto è di ieri, pubblicato da un webjournal locale, il quale torna su questo tema regolarmente e con grande frequenza: riferisce che, secondo alcuni “esperti italiani”, alla prossima eruzione «non ci sarà scampo».
Viene da domandarsi se un’informazione del genere, su un tema così delicato, sia utile ai lettori. Leggendo le reazioni e osservando con costanza la realtà del vesuviano, direi molto poco: di rado quegli articoli forniscono notizie chiare e provate, quasi mai indicano fonti per approfondire, in rari casi alimentano discussioni strutturate; la verità della notizia di cui si fanno megafono incede esclusivamente sul clamore catastrofista, con conseguente flessione e sacrificio della deontologia giornalistica. Nemmeno da un punto di vista ideale i numerosi articoli sul vulcano napoletano (sempre, appunto, sensazionalistici e dai toni eclatanti) hanno una validità sociale e politica, perché non contribuiscono ad alcuna presa di coscienza sul rischio di cui vorrebbero tenere alta l’attenzione, né dimostrano di possedere un vocabolario appropriato o un’idea delle modalità di early warning attualmente in vigore.
Inoltre, è ormai appurato che l’eccesso di informazione (a maggior ragione quando si tratta di semplice cicaleccio, come spesso accade per il caso vesuviano) genera assuefazione, apatia, invisibilità: «davanti ai nostri occhi scorrono in continuazione, sugli schermi televisivi o dei computer, notizie che finiscono per equivalersi e quindi non possono che produrre indifferenza» [A. Dal Lago, qui].
Allora che fare? A mio avviso, invitare a ignorare o a non condividere sui socialmedia questi testi inconsistenti sarebbe non solo ingenuo e inutile, ma soprattutto sbagliato: sia perché, personalmente, ho un’intima diffidenza verso ogni forma di boicottaggio (la considero una pratica più demagogica che efficace, che alimenta percorsi sotterranei di aggiramento dei filtri in cui prosperano i più scaltri e i più cinici), sia perché il problema vero non è la presenza di ignoranti, ciarlatani, catastrofisti e manipolatori, quanto, piuttosto, l’assenza di voci autorevoli e credibili che spazzino via la marea di congetture arbitrarie e sregolate che si leggono in giro. Qui non c’entra il pluralismo, bensì l’eminenza e il prestigio delle istituzioni; qui non c’entra l’assenza di competenza, bensì la volontà delle autorità di investire e di impegnarsi nella comunicazione. (E, chissà, forse ci stanno provando davvero).
Tre mesi fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya invitò gli italiani a parlare di più del Vesuvio, però, come mi sembra palese, la questione non è il “quanto”, ma il “come” se ne parla e il “chi” lo fa. Intorno al “vulcano più famoso del mondo“, la confusione non è dovuta al chiacchiericcio, bensì al silenzio di chi dovrebbe parlare per statura scientifica, istituzionale e morale.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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AGGIORNAMENTO del 12 marzo 2014:
La pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci” ha condiviso (qui e qui) un articolo sulla “strumentalizzazione” del Vesuvio a fini di audience, apparso il 20 settembre 2012 su “Tutto è…“, settimanale di Torre del Greco (a firma di SG):

(Per una lettura più agevole, la trascrizione dell’articolo è a QUESTO commento).

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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20 thoughts on “Il Vesuvio, una notizia bomba

  1. Pingback: Crash, puntata dedicata al Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  2. Ancora un articolo sul Vesuvio, ma di cui non si capisce quale sia la notizia.

    “OggiMedia”, 21 dicembre 2013, QUI

    VESUVIO, UN VULCANO ATTIVO E PERICOLOSO
    di Attilio Muscuso

    Diversi studi scientifici confermano che il Vesuvio sia un vulcano pericoloso e rientra nella classificazione dei vulcani attivi. Il problema non è come avverrà, ma quando si verificherà la sua esplosione. Alcuni sdrammatizzano sulla presunta pericolosità, considerandolo addirittura un monte innocuo, simbolo protettore della città di Napoli.
    Un’eventuale attività esplosiva nell’area napoletana potrebbe causare la morte di migliaia di persone. Nei luoghi adiacenti alla montagna sono state fatte delle costruzioni nella cosiddetta area rossa, considerata ad alto rischio vulcanico.
    Ma cosa c’è sotto il Vesuvio? Un’ecografia fatta al di sotto del vulcano, la cosiddetta Tomoves, mostra che all’interno del Vesuvio giace una grande camera magmatica. A circa 10 Km di profondità sono evidenti 450 km² di magma liquido, che potrebbero alimentare eruzioni per secoli e millenni.
    In questi giorni, l’Etna sta manifestando la sua temporanea attività eruttiva con forti boati e colate laviche, ma l’eruzione stromboliana è differente rispetto a quella vesuviana. Sebbene l’Etna sia anch’esso considerato tra i vulcani più pericolosi al mondo, data la sua grandezza e forza esplosiva, non è similare al Vesuvio.
    Ma come avvengono le eruzioni? Non è facile prevedere una possibile eruzione vulcanica, soprattutto nell’area napoletana. Il primo sintomo delle scosse sismiche è dettato dalle rocce solide, in profondità del terreno, che possono spaccarsi, facendo uscire fluidi di lava incandescente. Nel camino principale, solitamente c’è una spaccatura da cui fuoriesce il magma e da lì si formano le colate, creando delle nuvole di cenere vulcanica. Il discorso cambia nei vulcani inattivi, come attualmente il Vesuvio, ma che potrebbero risvegliarsi, sebbene fuoriescano delle emanazioni di gas dal sottosuolo.
    Non c’è un reale camino o condotto idoneo per il quale si possa prevedere con accuratezza un’eventuale attività esplosiva. Secondo le rivelazioni scientifiche, il Vesuvio è un vulcano imprevedibile, oggetto di continuo studio e analisi. Le piccole attività sismiche, rivelate per mesi o addirittura per anni, possono indurre ad una possibile esplosione vulcanica.
    Ricordiamo l’esplosione vulcanica del Vesuvio nel 1944. In quell’occasione fu favorita la città di Napoli dalla posizione dei venti, mal’esplosione creò gravi danni alle strutture, distruggendo parzialmente dei villaggi, come Massa Somma e San Sebastiano. L’eruzione più distruttiva fu quella del 79 d.C, che sommerse Pompei ed Ercolano con nubi e ceneri incandescenti
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    Fonte foto: QUI

    Fonte notizia: QUI

  3. “Signoraggio” (blog di Luigi Marra), 2 gennaio 2014, QUI

    SECONDO GIANNI LANNES UN’ERUZIONE CATASTROFICA DEL VESUVIO E’ ORMAI IMMINENTE, MA LO STATO NON SE NE CURA
    Secondo il noto giornalista investigativo Gianni Lannes sarebbe ormai imminente una devastante eruzione del Vesuvio e quasi due milioni potrebbero essere le potenziali vittime
    di Nicola Bizzi

    Il noto giornalista investigativo Gianni Lannes è tornato oggi, 31 Dicembre, a lanciare attraverso il suo sito Su la testa! un grave allarme relativo ad una possibile imminente eruzione del Vesuvio. Allarme che, considerato l’evidente disinteressamento delle autorità competenti, rischia di cadere inascoltato con possibili conseguenze a dir poco apocalittiche.
    Lannes, che in più occasioni ha già affrontato la questione, denuncia che, nonostante il recente allarme lanciato dal massimo esperto mondiale in materia, il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya, il Governo non stia muovendo un dito per predisporre seri piani di evacuazione, preferendo tacere in modo criminale alla popolazione il rischio di un evento eruttivo devastante che causerebbe milioni di vittime e metterebbe definitivamente in ginocchio la nostra economia.
    Ma evidentemente, come sottolinea Lannes, le quasi due milioni di potenziali vittime, che risiedono delle aree che potrebbero essere interessate da questa mega eruzione, sono considerate come “carne da macello” da questo regime che – aggiungiamo noi – ha come unica preoccupazione quella di continuare a spremere senza ritegno gli Italiani per poter meglio servire i suoi burattinai, i poteri bancari e quelli della grande finanza internazionale.
    Nakada Setsuya, che si trovava in Italia la scorsa estate per la Conferenza Mondiale dei Geoparchi di Ascea, nel Cilento, è stato categorico: “Gli italiani farebbero meglio a parlarne e a prepararsi, così da avere un piano per gestire la situazione”. Il professore giapponese ha infatti evidenziato il forte incremento di segnali preoccupanti che evidenzierebbero forti movimenti del magma e che farebbero ritenere ormai imminente qualcosa di drammatico. “Tutto il mondo – ha dichiarato il responsabile regionale campano dei Verdi Francesco Emilio Borrelli – è preoccupato e lancia allarmi per i vulcani del napoletano. Solo la Protezione Civile nazionale continua a dormire sogni beati rinviando di anno in anno il piano dei Campi Flegrei e non aggiornando quello del Vesuvio”. Mentre i piani di sicurezza per la popolazione – elaborati dalla Protezione Civile – risultano palesemente inadeguati e obsoleti, sono stati recentemente registrati, a conferma degli allarmi di Setsuya, terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto lavico del Vesuvio ed emissioni fumaroliche lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata, un’energia enorme e spaventosa che potrebbe rivelarsi decisamente maggiore di quella liberatasi con l’eruzione del 79 d.C., quella che distrusse Pompei ed Ercolano, causando centinaia di migliaia di vittime.
    Il Vesuvio è considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive.
    Anche il Professor Flavio Dobran, docente della New York University, si è recentemente associato al collega nipponico Nakada Setsuya, dichiarando quanto segue: “All’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto in appena 15 minuti”.
    Ha dichiarato ancora Dobran: “sappiamo con certezza che il momento del grande botto per il Vesuvio può essere molto vicino. Su quest’ultimo i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 Agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4.000 morti in poche ore”.
    Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha già evacuato alcuni suoi insediamenti militari nell’area, ma questa notizia, coperta da segreto militare, non è stata diffusa dai giornali di regime.
    “É il magma che spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania”. La tesi è di un vulcanologo napoletano, il professor Giuseppe Luongo, ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che non condivide la diagnosi rassicurante fatta da un suo collega, Paolo Gasparini che descrive il vulcano come “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità”. Molto al di sotto, a circa 10 km., la tomografia sismica tridimensionale individua materiali fluidi, interpretati come il bacino magmatico che alimenta il vulcano. Nei limiti della tomografia, che non distingue masse inferiori a circa 300 metri di diametro, Gasparini precisa che “non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km.”. Luongo contesta queste interpretazioni e avanza l’ipotesi, rilevante per le implicazioni di protezione civile, che potrebbero esistere canali di risalita già colmi di magma, senza interruzione, dal bacino profondo 10 km., fino alle parti più superficiali, con dimensioni al di sotto del potere risolutivo della tomografia. Come sostiene Luongo, “Il magma, per risalire in superficie, non dovrà vincere la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km., al contrario potrebbe trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse a temperature elevata”.
    La Regione Campania si è limitata a compiere una ridefinizione della cosiddetta “zona rossa” e del numero di residenti che andrebbero effettivamente allontanati in caso di eruzione del Vesuvio, portando la cifra a 800.000 rispetto ai precedenti 500.000 per quanto riguarda l’area vesuviana e a 400.000 per quella dei Campi Flegrei.
    Fino ad oggi si è pensato solo a piani di evacuazione su strada, con trasporto su gomma, ma non si è pensato a piani di evacuazione via mare, con l’ausilio di navi militari, un’ipotesi che cinviaa essere discussa soltanto adesso. Ma, come traspare dai dibattiti in corso nei vari consigli comunali interessati, ci si sta preoccupando soltanto – e sicuramente in maniera tutt’altro che disinteressata – a come richiedere eventuali contributi dall’Unione Europea.
    Come denuncia Lannes, lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. Esso prevede i seguenti fenomeni e conseguenti rischi associati:
    «Nella fase iniziale dell’eruzione si solleva fino a 15-20 chilometri di altezza una colonna eruttiva composta di gas e frammenti piroclastici, seguita dalla ricaduta a terra di pomici, lapilli e ceneri trasportati dal vento. Il rischio è correlato al carico esercitato dalla coltre piroclastica sui tetti degli edifici di cui provoca eventualmente il crollo, nonché alle difficoltà respiratorie, alla contaminazione delle colture e dell’acqua, alle difficoltà di autorizzare vie di fuga e agli ingorghi stradali. Il territorio che può subire questi fenomeni è indicato come zona gialla. Questa zona comprende 96 comuni delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno per un totale di circa 1.100 chilometri quadrati e 1.100.000 abitanti››.
    «Nella fase successiva, la colonna eruttiva collassa producendo colate piroclastiche che possono raggiungere velocità dell’ordine di 100 km/h e un enorme potere distruttivo. I modelli fisico-numerici indicano che dal momento del collasso della colonna eruttiva, le colate piroclastiche impiegheranno 5-10 minuti per raggiungere la costa. Il territorio esposto a questo rischio è definito zona rossa, comprende 18 comuni è per un totale di circa 200 chilometri quadrati di estensione e poco meno 600.000 abitanti››.
    «Nella terza fase si possono generare colate di fango anche a distanza di giorni dall’eruzione. I territori soggetti a questo rischio sono indicati come zona blu che include 14 comuni della provincia di Napoli per un totale di 180.000 abitanti. Inoltre, i comuni di Torre del Greco e Trecase, presentano un’elevata pericolosità da invasione di lave pur trovandosi ad una certa distanza dal cratere sommitale».
    Vi è poi il problema degli insediamenti umani edificati all’interno delle fasce a rischio. Questo fenomeno non è mai stato arrestato dal Governo nazionale e dalle autorità locali, che sono potenzialmente quindi complici della grave situazione odierna. Studi recenti hanno calcolato che nel periodo dal 1951 al 2001, nell’insieme dei 18 comuni considerati “zona rossa” vi è stato un sensibile incremento demografico, pari al 56,3 per cento (da 353.172 a 551.837 abitanti), soprattutto nella fascia costiera. Inoltre, vi è stato un aumento della densità abitativa tale da rendere questi comuni tra i più densamente abitati d’Italia. E particolarmente intensa è stata la crescita in queste aree del numero di abitazioni (da 73.141 a 187.407 edifici).
    La riuscita del cosiddetto “piano di emergenza”, come sottolineano gli esperti, dipende dalla capacità di prevedere l’eruzione del Vesuvio con sufficiente anticipo. In ogni caso, vi è una difficoltà oggettiva, anche se la popolazione fosse adeguatamente pronta e preparata, nell’evacuare una zona densamente abitata come quella vesuviana. La strategia di evacuazione è legata ai tempi di previsione: questa è possibile solo tre giorni prima dell’evento, un tempo notoriamente insufficiente ad evacuare da 500 a 800 mila persone.
    Infine, i Campi Flegrei (area ad alta densità di residenti) sono un’altra zona campana ad elevatissimo rischio vulcanico. Proprio in loco sono in fase di realizzazione delle sperimentazioni di cui la popolazione locale ed italiana, non è a conoscenza. Anche nei Campi Flegrei potrebbero quindi avvenire, come denuncia Lannes, delle imminenti eruzioni esplosive.
    Scavare una galleria sotterranea per spingere delle sonde fino alla caldera flegrea sotto il mare di Pozzuoli è considerato da molti altamente pericoloso. Il “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, coordinato dall’ingegnere Giuseppe De Natale, costa 15 milioni di Dollari e servirebbe a monitorare il rischio di terremoti ed eruzioni oltre che a studiare il bradisismo e a sfruttare l’energia del sottosuolo. Ma numerosi esperti mettono in guardia sugli effetti disastrosi che le trivellazioni potrebbero avere sul territorio. Gli ultimi avvertimenti in ordine di tempo provengono da due media americani, il Popular Science e la rivista scientifica Nature. Secondo entrambi le trivelle potrebbero incontrare sulla propria strada del magma sotto pressione, causando delle eruzioni e dei terremoti in tutta la zona intorno al Vesuvio. Clay Dillow, dalle pagine del Popular Science, si chiede se “il tentativo di difendere i Campi Flegrei, che nel mondo sono uno dei luoghi più a rischio di eruzioni vulcaniche, non possa addirittura peggiorare la situazione”.
    Sulla questione si è espresso anche Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica Ambientale presso l’Università Federico II° di Napoli e consulente della Procura sull’area dei Campi Flegrei. De Vivo ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in cui ha sottolineato il rischio di effettuare le rilevazioni in prossimità di centri abitati come Bagnoli, allegando pubblicazioni su altri incidenti «clamorosi» avvenuti in Nuova Zelanda e Islanda.
    L’incoscienza delle nostre autorità appare enorme, direttamente proporzionale alla loro incapacità di ascoltare e recepire i sempre più frequenti allarmi che provengono da tutto il mondo riguardo all’imminente eruzione esplosiva del Vesuvio, e dubito fortemente che riusciranno a organizzare in tempo qualsiasi piano di evacuazione o di soccorso per la popolazione. Eppure dovrebbero ben rendersi conto che un evento distruttivo di tale portata rischierebbe di minare definitivamente agli occhi del Popolo Italiano la loro credibilità, fino a mettere in discussione l’esistenza stessa dello Stato
    .

  4. Pingback: Il Vesuvio è in quiescenza, lo afferma il direttore dell’OV | Paesaggi vulcanici

  5. Un articolo il cui titolo trae in inganno: fingendo di porre un interrogativo, rilancia le tesi dei complottisti e catastrofisti più in voga sul web.

    “Blasting News: crowdsourcing journalism”, 9 gennaio 2014, QUI

    VESUVIO ERUZIONE: BOUTADE O PERICOLO CONCRETO?
    Vesuvio eruzione: a fine anno torna di moda il tormentone, boutade o pericolo concreto?
    di Virgilio Maroso

    L’anno 2013 si è chiuso coi festeggiamenti di rito, ma una notizia in particolare ha turbato l’opinione pubblica. Il Vesuvio, il vulcano di Napoli è pronto a rimettersi in attività?

    Eruzione Vesuvio: Gianni Lannes
    Il 31 dicembre 2013 il giornalista investigativo Gianni Lannes, sul proprio sito, ha toccato per l’ennesima volta l’argomento relativo alla situazione del Vesuvio, ribadendo il rischio di un’imminente e catastrofica eruzione che coinvolgerebbe circa due milioni di potenziali vittime.

    Eruzione Vesuvio: il vulcanologo Nakada Setsuya
    A fine estate 2013, il vulcanologo giapponese di fama mondiale Nakada Setsuya, aveva già dichiarato senza mezzi termini che ‘il Vesuvio erutterà, è sicuro perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando’. Inoltre, sempre secondo Setsuya, il piano predisposto dalla Protezione Civile, che coinvolgerebbe i 18 Comuni abitati potenzialmente interessati da una eruzione del Vesuvio, potrebbe non essere sufficiente a garantire l’incolumità delle persone.

    Eruzione Vesuvio: le cifre
    Per il momento, la Regione Campania si è limitata a ridefinire il numero di residenti che andrebbero evacuati nel caso in cui il Vesuvio eruttasse, aggiornando la cifra da 500.000 a 800.000 abitanti per quanto riguarda l’area vesuviana e a 400.000 abitanti per quanto riguarda la zona dei Campi Flegrei.
    Eppure, sempre nella denuncia di Lannes, lo scenario atteso dalle autorità italiane sarebbe ben più catastrofico e ciononostante la Protezione Civile sarebbe del tutto inerte. Nelle tre fasi in cui potrebbe dipanarsi un’eventuale eruzione del Vesuvio (colonna eruttiva con successiva pioggia di lapilli e ceneri, colate piroclastiche, colate di fango) la popolazione potenzialmente coinvolta dal fenomeno si aggirerebbe intorno ai due milioni di unità.
    Le cifre relative alla cosiddetta ‘zona rossa’ sono preoccupanti: dal 1951 al 2001 nei 18 comuni compresi in tale area si è assistito a un incremento demografico pari al 56,3 per cento (da 353.172 a 551.837 abitanti), e a un incremento del numero di abitazioni superiore al 200% (da 73.141 a 187.407 edifici).
    Di fronte a tali cifre, è evidente che l’efficacia di un ‘piano di emergenza’ dipende dalla capacità di previsione da parte degli organi preposti. La reale previsione non può andare oltre i tre giorni, ma 72 ore non costituiscono un arco temporale sufficiente per evacuare un milione di persone.
    La realtà è che in certe zone è stato consentito di costruire indiscriminatamente con la connivenza delle autorità politiche e non
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    Eruzione Vesuvio: solo una boutade o rischio concreto?
    Il Vesuvio è un vulcano attivo ed è considerato, dai massimi esperti in materia, uno dei vulcani a maggior rischio nel mondo. Il rischio, dunque, c’è, anche se non è possibile collocarlo precisamente da un punto di vista cronologico.
    Quando il Vesuvio erutterà, sarà l’ennesima strage annunciata
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  6. Pingback: Gemellaggi fantasma | Paesaggi vulcanici

  7. “InMeteo”, 11 febbraio 2014, QUI

    VESUVIO: SCOSSA DI TERREMOTO CON IPOCENTRO NEGATIVO REGISTRATA OGGI
    di Redazione

    Una debole scossa di terremoto è stata registrata oggi dai sismografi dell’INGV (sezione Osservatorio vesuviano) sul vulcano napoletano. L’evento ovviamente non è “anomalo” in quanto spesso si susseguono deboli scosse di terremoto, anche avvertite dalla popolazione locale, in quanto si tratta sempre di un vulcano in stato di quiescenza.
    Il movimento tellurico è avvenuto questa mattina alle ore 07.05 con magnitudo 1.8 (lievissimo) registrato però ad una profondità negativa. Ovvero l’ipocentro è stato rilevato a circa 190 metri di altezza e non nel sottosuolo (praticamente nel cono vulcanico).
    La scossa è stata percepita in maniera lieve dalla popolazione ai piedi del vulcano
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    “Corso Italia News”, 10 febbraio 2014, QUI

    LA LIEVE SCOSSA DI TERREMOTO REGISTRATA IERI E’ STATA AVVERTITA SOPRATTUTTO SULL’ISOLA DI ISCHIA
    di Anna Chiara Favoloro

    Scossa di terremoto Una lieve scossa di terremoto di magnitudo 1.6 è stata registrata ieri alle ore 12:56, con epicentro superficiale, profondità di circa 3 km e localizzato nel Golfo di Napoli, coinvolgendo l’isola di Ischia, come riportato dall’Ingv.
    Il sisma, che non ha provocato danni a persone o cose, è stato avvertito dalla popolazione ed in particolare presso Barano d’Ischia, Casamicciola, Forio, Lacco Ameno, Serrara Fontana ma anche a Bacoli, Procida e Monte di Procida, Comuni tutti della provincia napoletana
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    • Il 12 febbraio 2014 la pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamociha pubblicato una nota in merito alle lievi scosse di cui parla la stampa:

      CHIARIMENTO SULLA SCOSSA DI 1.8 CON EPICENTRO IL VESUVIO REGISTRATA POCHI GIORNI FA

      La scossa di cui parla certa stampa ha avuto una magnitudo di 1.8, ovvero molto bassa e difficilmente percepibile dagli esseri umani. Scosse di questo tipo si registrano quotidianamente e fanno parte della normale attività del Vesuvio (che è quiescente, ma non spento).
      Lo scorso giugno 2013 vennero registrate scosse leggermente più forti, intorno ad una magnitudo 2 e anche in quel caso vi fu una certa risonanza mediatica.
      A fine agosto 2013, infine, il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV diffusero un comunicato congiunto destinato alle redazioni giornalistiche in cui si sottolineava che: “[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra […]”, http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_com.wp;jsessionid=9EB6AD83882CE69C122ED3F22C86EB08?contentId=COM40762
      Con tutta evidenza, certa stampa non ha recepito l’invito alla cautela e il loro insistere su notizie di questo tipo sembra tradire solo una spasmodica ricerca del clamore, ovvero dell’audience
      .

      – – –

      Trovo molto interessante anche la discussione avviata da un breve post su fb di Vincenzo Marasco, una personalità molto conosciuta e seguita nel vesuviano, la cui parola è tenuta molto in considerazione, come ho evidenziato sottolineando alcune frasi:

      Vincenzo Marasco, 12 febbraio 2014:
      Leggera scossa di terremoto stamattina con ipocentro individuato sul Vesuvio ad una profondità di 190 metri. http://sismolab.ov.ingv.it/sismo/index.php?PAGE=SISMO/event&id=43

      Gioia P: Tutto bene Vince’?

      Barbara S: :/

      Annamaria C: uff

      Ida O: ma è il Vesuvio?

      Vincenzo Marasco: Tutto normale

      Annamaria C: ho aperto il link…c’è un pallino giallo che pulsa sul Vesuvio!

      Vincenzo Marasco: Segna il punto dove si è verificata la scossa

      Stefano DL: Vincenzo, la scossa non è avvenuta nel sottosuolo, ma sopra al suolo…190 metri sul livello del mare….tutte le altre scosse hanno valore positivo come profondità, mentre questultima è negativo

      Donato: wewwewewe nunpazziam

      Donato: cmq sappiamo di vivere su una polveriera….

      Giovanni C: 190 mt sul livello mare, dove è stata localizzata dovrebbe essere a quota circa 300 mt sul livello mare, quindi l’epicentro è in superficie 120 mt di profondità? o è stata una esplosione a cielo aperto? localizzata vicino un sensore? ma voi l’avete sentita la scossa?

      Caterina G: We We vincenzo ci dobbiamo preoccupare?

      Stefano DL: sopra il livello del mare c’è la montagna…la scossa è sotto terra, ma sopra il livello del mare…1.8 di magnitudo è una scossa lieve..alle 6 di mattina difficilmente qualcuno l’ha sentita

      Giovanni C: L’unica cosa che ho capito che è una delle poche scosse localizzate molto in basso rispetto al cratere, dove normalmente avvengono…

      Caterina G: ho terroreee

      Giovanni C: Calma nessun terrore. Viviamo su di un vulcano attivo e ben monitorato. E’ normale che ci sono scosse, ma nulla di significativo!

      Stefano DL: le scosse normalmente sono in basso, ben sotto il livello del mare, molto sotto rispetto al cratere (se per cratere tu intendi la vetta del vesuvio). Questa invece si è verificata sopra il livello del mare, quindi, tecnicamente, più vicina al cratere

      Vincenzo Marasco: Si è avvenuta nel condotto e potrebbe essere attribuita a qualche crollo interno

      Vincenzo Marasco: …..vista la quota infatti parliamo di IPOCENTRO e non di EPICENTRO

      Luigi V: Crollo interno dovuto a cosa?.. spinta del magma??

      Vincenzo Marasco: Anche alla troppa acqua caduta in questi giorni che ovviamente si insinua ovunque

      Caterina G: marò vincè j stong proprj ind a vocc

      Luigi V: speriamo che sia dovuto solo alla pioggia incessante di questi giorni..

      Vincenzo Marasco: Luigi tu prima ti metti ad abitare NEL cratere e poi ti spaventi?

      Antonio F: Vince’ frate’ non per scaramanzia, però pure tu co ‘ste notizie me la fai fare sotto!

      Luigi V: ehehehe Enzo che ci vuoi fare è pur sempre la mia terra… io sn nativo di Pompei, dunque sono un ” Destinato” ma spero di salvarmi… ihihihi

      Giovanni C: e se fosse la discarica? Lì oggi c’è un’impianto di captazione dei gas…a volte capitano delle piccole esposioni….

      – – –

      Il post è stato condiviso anche in un gruppo fb, dove emergono ulteriori elementi interessanti:

      Antonella A: stamm propr’appost!

      Anna A: Sul chest c mancava, meno male che abbiamo Vincenzo che c’informa.

      Cenzina M: allora è vero.!!!!!!

      Anna A: Ogni tanto il Vesuvio, si deve fare una grattata, per non stare troppo fermo. Più di dodici anni fa, mi trovavo al largo di Procida, sulla Caremar, stavo andando a lavorare ad Ischia, mi ricordo che venne una scossa di terremoto anche all’epoca. La mattina dopo c’erano un sacco di pesci morti o agonizzanti al largo del porto di Napoli.

    • “Corso Italia News”, 19 marzo 2014, QUI

      SCOSSE DI TERREMOTO SUL VESUVIO. VERDI: “URGONO PROVE DI EVACUAZIONE”
      Registrate due scosse di terremoto sul Vesuvio alle 5:12 e 5:23 della mattinata di ieri
      di Anna Chiara Favoloro

      Due scosse di terremoto, rispettivamente di magnitudo 1.6 e 1.9 della scala Richter, sono state registrate alle 5:12 e 5:23 della mattinata di ieri sul Vesuvio e, datosi gli ipocentri profondi 1.50 km e 1.15 km, i movimenti tellurici sono stati palesemente avvertiti dalla popolazione locale.
      Il Vesuvio, attualmente caratterizzato dalla presenza di un sistema idrotermale, che alimenta un campo di fumarole all’interno del cratere, è sede di modesta sismicità, rappresentata da alcune centinaia di piccoli terremoti per anno e, solitamente, solo i maggiori di questi eventi sono avvertiti dalla gente residente nell’area. Pertanto, nessun allarmismo dall’osservatorio vesuviano, nessuna preoccupazione. Tuttavia i Verdi, non sembrano essere pienamente d’accordo: “continuano le scosse di terremoto – ha dichiarato Francesco Emilio Borrelli, membro dell’esecutivo nazionale dei Verdi, nonché assessore provinciale alla protezione civile – anche se di non elevata intensità. Per l’ennesima volta questi episodi dovrebbero spingere la Protezione Civile Nazionale ad effettuare le prove di evacuazione tra la popolazione della zona rossa e rendere operativo il piano di evacuazione in caso di emergenza”
      .

  8. “Protezione Civile”, 28 agosto 2013, QUI

    Comunicazione congiunta della Protezione Civile e dell’Ingv
    RISCHIO SISMICO: NOTA ALLE REDAZIONI GIORNALISTICHE

    In questi giorni, a seguito degli eventi sismici che, in varie zone d’Italia, sono stati avvertiti dalla popolazione, sono stati pubblicati numerosi articoli e mandati in onda diversi servizi televisivi. In alcuni casi, gli interventi di esperti scientifici sull’andamento e le possibili evoluzioni delle sequenze sismiche sono stati interpretati in modo da poter indurre i cittadini ad abbassare il livello di attenzione in un territorio – nel caso specifico la zona di Gubbio – esposto a rischio sismico.
    Quasi tutto il territorio italiano è caratterizzato da faglie attive e in grado di produrre terremoti. Le sequenze sismiche iniziano e dopo un tempo, più o meno lungo, finiscono; a volte, però, hanno delle riprese e, nel complesso, si possono protrarre per mesi o anni. In alcuni casi, poi, possono essere associate a terremoti forti. Anche ora, in diverse zone d’Italia, sono in corso sequenze che hanno picchi e periodi di relativa quiete: come questi varino, aumentando o diminuendo d’intensità e frequenza, è, al momento, argomento di studio e ricerca che l’INGV affronta quotidianamente nel suo lavoro. È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. Per esempio, l’aggettivo “naturale” o “normale”, utilizzato talvolta per descrivere l’evoluzione di una sequenza sismica, non va inteso come un’indicazione di un fenomeno che si è concluso: sarebbe “normale” anche una ripresa dell’attività con scosse altrettanto o più forti di quelle già avvenute. Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati.
    Come si sa, il primo passo verso la riduzione del rischio passa attraverso una popolazione consapevole: occorre premunirsi, far controllare le abitazioni, gli edifici pubblici, i luoghi di lavoro, verificare e pretendere che il proprio Comune abbia piani di emergenza aggiornati e testati, poiché i terremoti, anche forti, possono avvenire in gran parte del territorio italiano in ogni momento e senza preavviso
    .

  9. Pingback: Scosse vesuviane del febbraio 2014 | Paesaggi vulcanici

  10. Pingback: Il racconto del Vesuvio sulla stampa degli ultimi giorni | Paesaggi vulcanici

  11. “Tutto è…”, 20 settembre 2012, p. 15

    Come creare una notizia dal nulla e farla arrivare su giornali e siti internet di tutt’Italia? Semplice: scrivendo del vulcano attualmente più pericoloso (e monitorato) al mondo
    VESUVIO, DA SEMPRE UNA “PRIMADONNA” INVOLONTARIA
    di SG

    Come creare una notizia dal nulla e farla arrivare su giornali e siti internet di tutt’Italia? Semplice: scrivendo del Vesuvio, il vulcano attualmente più pericoloso (e monitorato) al mondo. Un suo brusco risveglio metterebbe in ginocchio definitivamente la nazione tutta, altro che accise sulla benzina dopo i terremoti dell’Emilia!
    Sarà per questioni economiche, sarà perché al ritorno delle ferie gli argomenti scarseggiano, fatto sta che, dal primo settembre, quando sul sito Megamondo.com è stato pubblicato un articolo abbastanza vago – ed incompleto – su una ripresa dell’attività eruttiva in provincia di Napoli, il web è impazzito, tirandosi dietro anche televisioni e carta stampata.
    D’altra parte, il titolo dell’articolo prometteva bene (o male…): “Vesuvio, il gigante non dorme più?”. E via con tutta una serie di congetture nate dalla consultazione del sito dell’Osservatorio vesuviano, dove – con estrema puntualità e trasparenza – sono registrati e disponibili i tracciati in tempo reale dei sismografi posizionati attorno al vulcano.
    “Il più temuto vulcano del mondo comincia a dare i primi segni di risveglio, sciami di terremoti di piccola durata ed energia dal mese di maggio stanno interessando con maggiore frequenza l’area del cratere e localmente le zone prossimali. Gli eventi sismici sono andati aumentando progressivamente raggiungendo, nel mese di agosto scorso, quota 44 eventi”.
    Affermazioni del genere fanno subito breccia nel popolo degli internauti, generando ben 100 commenti in pochi giorni. Ma tra questi, c’è anche l’autorevole intervento di Luca D’Auria, responsabile del laboratorio di Sismologia dell’Osservatorio, che subito precisa: “E’ vergognosa la disinformazione fatta da questo articolo. I piccoli terremoti sono normali. Se ne verificano centinaia l’anno e indicano semplicemente che il Vesuvio è un vulcano attivo, seppur quiescente. I dati riportati non costituiscono una anomalia, ma rappresentano il normale comportamento di questo vulcano. I miei complimenti all’autore/autrice di questo articolo, magistrale esempio di cattivo giornalismo. Quanto detto può essere verificato da tutti i lettori osservando i dati raccolti in tempo reale dal mio Istituto alle pagine: http://www.ov.ingv.it”. Una perentoria replica che non scoraggia i frequentatori del sito Megamondo, che anzi rincarano la dose segnalando evidenti attività sismiche “fotografate” proprio dai grafici presenti sul sito dell’Osservatorio (vedi foto). Ma anche in questo caso, si tratterebbe di falso allarme: “I segnali che hanno carpito la vostra vivace attenzione non sono tracce anomale né rappresentano un problema. Sono semplicemente segnali generati dal passaggio di autoveicoli che i nostri sensori (sensibilissimi) rilevano. Se invece di polemizzare a priori aveste visitato con più attenzione il nostro sito web, avreste notato che la rete di monitoraggio sismico del Vesuvio è composta da più di 15 stazioni che ci consentono di localizzare terremoti di magnitudo prossima (e a volte inferiore) allo 0. Gli indefessi lavoratori dell’Osservatorio vesuviano hanno ottenuto risultati che i colleghi di tutto il mondo ci invidiano”, scrive ancora D’Auria.
    La polemica finisce qui. Ma da allora, come per incanto, si moltiplicano le notizie di giornali e altri siti internet riguardanti il Vesuvio ed un suo prossimo, eventuale risveglio.
    A peggiorare la situazione, manco a farlo apposta, lo sciame sismico rilevato ai Campi Flegrei nella prima metà di settembre. Finanche un sito “innocuo” come Meteoweb ha quindi deciso – motu proprio – di dedicare uno speciale al Vesuvio, con un ampio servizio, datato 7 settembre, che racconta di tutte le eruzioni vesuviane più recenti e si azzarda ad immaginare di quale tipo sarà la prossima.
    Insomma, la questione è tornata tutta a un tratto “di moda”, in un momento in cui anche solo una serie di scosse di lieve entità metterebbe definitivamente in ginocchio l’economia di una città come Torre del Greco già tormentata da fallimenti armatoriali, svalutazione degli immobili, crisi dei consumi, default del sistema dei trasporti locali.
    La ciliegina sulla torta? Il 18 settembre ecco il sito internet de “La Provincia di Cremona” che, celebrando il 36esimo anniversario del sisma del Friuli, ha riproposto un vecchio articolo del sismologo autodidatta Raffaele Bendandi, in cui afferma a chiare lettere che la sciagura era imputabile al letargo troppo prolungato del nostro Vesuvio. Pure questa

  12. “Rivista Studio”, 29 aprile 2014, QUI

    DENTRO LA NOTIZIA (FALSA)
    Il vivacissimo ecosistema delle bufale ha trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo. Il passato e il luminoso futuro delle hoax.
    di Pietro Minto

    No, non c’è nessuna nave abbandonata e infestata di ratti cannibali in avvicinamento alle coste britanniche. Justin Bieber non è mai finito in prigione e non è mai stato seviziato dal compagni di cella. Quanto a quell’hoverboard – lo skateboard volante reso noto dal film Ritorno al Futuro – non esiste veramente e non c’è nessuna azienda che lo sta sviluppando usando «tecnologia più sofisticata di quella necessaria a mandare in orbita un satellite». E no, ancora, l’Unione Europea non elargirà 1500 euro a chi ospiterà in casa una studentessa ucraina. E quel video virale in cui degli sconosciuti limonano davanti alla telecamera? Erano modelli, non sconosciuti, pagati per fingere imbarazzo.
    Tutte queste notizie hanno due caratteristiche in comune: a) si sono diffuse su Internet diventando “virali” di condivisione in condivisione; b) sono tutte false, parzialmente o del tutto. Sono bufale giornalistiche che hanno sfruttato il pruriginoso, l’inaspettato e alcune forti emozioni per dilagare, finendo per essere riprese da testate mainstream e diventare di conseguenza vere – perlomeno nella percezione del pubblico. L’hoax, la notizia-farsa, non è un prodotto dell’era digitale: ha anzi radici piuttosto profonde nella cultura umana. Nel mondo anglosassone abbraccia la tradizione dell’April’s Fool, il pesce d’aprile, fornace annuale di storie incredibili, bugie e panzane che vengono tollerate e celebrate per 24 ore. Alla base della panzana di tipo 1, quella tradizionale, c’è però lo svelamento, il momento in cui la notizia viene smentita e dichiarata falsa: si raccontano bugie, si ride un po’ e poi tutto viene messo in chiaro. Fine. Una bufala invece punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità; è lì, nella palude tra il vero e il falso, che trova l’habitat ideale per continuare a vivere.
    È passato alla storia il radiodramma del 1938 in cui Orson Welles lesse brani da La Guerra dei Mondi di H. G. Wells, un racconto fantascientifico, spacciandoli per resoconti giornalistici, breaking news. Il risultato fu il terrore generale e la diffusa convinzione che l’Inghilterra fosse stata attaccata dagli alieni. A metà tra lo scherzo letterario e l’esperimento radiofonico, il caso Welles non rientra propriamente nella categoria della “bufala”, che invece possiamo definire come una notizia creata per venire diffusa a uno scopo ben preciso. Negli scorsi anni, grazie anche alla viralità massiccia tipica dei social network, la bufologia è stata sfruttata anche a fini commerciali: il video dei baci tra sconosciuti era in realtà una pubblicità per una marca di vestiti; il finto hoverboard era un esperimento condotto da Funny or Die, sito umoristico co-fondato dall’attore comico Will Ferrell. Gli altri esempi sono invece notizie gonfiate o inventate di sana pianta – «all’antica» – per seminare panico o curiosità. Ci sono moltissimi motivi per raccontare una bufala ma negli ultimi anni se ne è aggiunto un altro, essenziale: i click.
    Blog, siti di news e portali di informazione si basano sulla pubblicità online, un settore in cui serve accumulare enormi numeri di visite e pagine viste per avere guadagni sufficienti a far quadrare i bilanci. Ryan Holiday è un giovanissimo media strategist americano che conosce perfettamente i meccanismi morbosi del settore e li ha usati per promuovere i marchi per cui lavorava, tra cui American Apparel. Lui sa come attirare l’attenzione dei blogger su un suo cliente, creando esche con cui ha incastrato anche testate giornalistiche prestigiose. Tutto però parte dai blog. Ne basta uno, anche di nicchia, e l’effetto valanga fa il resto: redattori e blogger sono alla costante ricerca di nuove notizie, e Holiday è lì per fornirgliele. Quando il suo cliente Tucker Max doveva promuovere il film ispirato al suo libro I Hope They Serve Beer in Hell, Holiday decise di puntare sull’odio diffuso ispirato dallo scrittore – autodefinitosi «un coglione di professione» – vandalizzando delle locandine del film e mandando le foto del fattaccio a due siti piccoli ma molto letti dalle persone giuste. Il bufalaro produsse quindi quella che Felix Salmon, esperto di media statunitense, ha definito frovocation: una provocazione falsa. Le frovocazioni hanno due caratteristiche principali: sono false; incuriosiscono milioni di persone. Come già detto, per quanto eticamente vomitevole, questa pratica rende tutti contenti, almeno superficialmente: è contento il blogger, il suo editore, chi ha inventato la bufala e chi lo ha pagato per inventarsela. È un meccanismo bulimico e autoalimentante. Funziona.
    «Da quando esistono i mass media, le persone sono state in competizione per attrarre l’attenzione del pubblico», spiega a Studio Alex Boese, curatore del sito Museum of Hoaxes, che dal 1997 raccoglie, studia e racconta le più grandi bufale della Storia. In quasi 20 anni di attività Boese è diventato uno dei maggiori esperti del settore, e lo ha visto evolversi da vicino: «Oggi chiunque può inventarsi un hoax, postarla su Twitter e raggiungere potenzialmente un pubblico di milioni di persone. Questo non succedeva nel XIX secolo e il risultato è che il numero di hoax è aumentato esponenzialmente, ne siamo bombardati di continuo. È facile, veloce, remunerativo e non è neppure così rischioso, se siete una di quelle persone che non sanno che farsene della morale: «Oggi chi pubblica bufale non ha molto da perdere, i siti internet sono strumenti facili da operare» continua l’esperto. «Nel XIX secolo, invece, gli editori evitavano di pubblicare troppe bufale per timore di perdere lettori».
    State pensando a quello che penso io? Aprire un sito, renderlo vagamente credibile con un aspetto da “giornale online” riempiendolo però di stronzate, aspettando che si compi la magia? Arrivate tardi. È già stato fatto, e con discreto successo. Foto Imbarazzanti, per esempio, è nato dalla costola di “Foto imbarazzanti feste – Italia”, un gruppo Facebook che pubblica immagini di party selvaggi e gioventù sbronza. Grazie a questo materiale ha accumulato più di 220 mila fan sul social network, una notevole base che ha sfruttato per il lancio del sito vero e proprio. Tra gli articoli proposti, una commistione di notizie assurde-ma-credibili come “Cerca una prostituta sul web e si ritrova con la fidanzata del figlio”, e prodotti di fiction come “Si laurea in filosofia e dopo 2 settimane trova lavoro. La Questura indaga”, o la bufala su Justin Bieber citata a inizio articolo. A causa del rapporto superficiale e veloce che molti utenti hanno con le notizie anche i post più improbabili possono essere presi per veri: succedono tante cose strane al mondo, dopotutto, perché non credere a queste panzane? E quindi si pigia il “like”, lo si twitta. Le condivisioni sui social network di Foto Imbarazzanti lo dimostrano – soprattutto quello dei like su Facebook, spesso sull’ordine delle decine di migliaia per articolo.
    Negli Stati Uniti succede qualcosa di simile con The Onion, noto settimanale umoristico i cui articoli vengono spesso presi sul serio anche da altri giornalisti (numerosi i precedenti, dalla Reuters al Corriere della Sera). Prendere sul serio un articolo di The Onion è un errore diffuso, un rischio calcolato per gli utenti, perché la testata usa uno stile giornalistico molto alto mascherando l’intento ironico della pubblicazione. Il sito Literally Unbelievable raccoglie post Facebook in cui utenti commentano seriamente articoli assurdi come “Il livello dei mari potrebbe alzarsi di un piede se molte persone andranno a nuotare” e “Nuovo studio sulla marijuana suggerisce che tutte le persone che conosci sono fumati e tu sarai fuori per sempre”. Aveva ragione P. T. Barnum, il creatore dei più famosi circhi della storia, quando disse: «Sarebbe qualcosa di meraviglioso per l’umanità se qualche yankee filosofico creasse un termometro in grado di misurare l’incidenza delle fandonie in qualsiasi cosa. Fandonia-metro, potrebbe chiamarlo. Sarebbe un successo». E non è un caso che sia stato proprio un genio dell’intrattenimento ad odiare le balle, le truffe, gli imbrogli, strumenti così ridicoli e potenti in grado di rubare il lavoro a chi prende certe cose sul serio.
    Da poco tempo anche il pubblico italiano ha potuto osservare il fenomeno The Onion da vicino: Lercio, un sito nato nell’ottobre 2012 come blog personale di Michele Incollu, è presto diventato la Mecca nostrana delle anti-notizie create per far ridere, non per disinformare. «La nostra intenzione non era (e non è) creare bufale, ma elaborare notizie false e divertenti (satiriche e non)», spiega a Studio Eddie Settembrini, collaboratore del sito. «Le nostre notizie sono palesemente false, nella maggior parte dei casi non è necessario nemmeno leggere l’articolo per capirlo, basta il titolo. E se alcuni lettori credono che davvero un governo possa mettere un bollo sulle carrozzine per disabili e che «…Tra le altre norme contenute nel maxi-emendamento ci sono da segnalare: la tassa sulle scarpe che superano il numero 40 perché “consumano più asfalto”, la tassa sulla scarpetta, voluta dalla lobby delle lavastoviglie, la tassa di passaggio per tutte le donne più basse di 150 cm e più pesanti di 80 chili perché assimilabili ai mini-Suv…», mi dispiace, ma non è colpa di Lercio». Ovviamente no – ma l’assenza di sense of humor può fare miracoli. Settembrini si è fatto un’idea del fenomeno: «Molte persone non leggono gli articoli e non verificano le fonti, vedono il titolo girare sulla loro bacheca e questo è di per sé sufficiente. Altri si lasciano ingannare dal taglio giornalistico del sito: “l’articolo è scritto bene, fanno nomi e cognomi quindi la notizia è vera”, pensano in molti». Molti studi hanno dimostrato la superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole.
    Successe anche a metà dell’Ottocento negli Stati Uniti, quando gli editori pubblicavano articoli umoristici che venivano presi per veri da parte dei lettori. «Mark Twain cominciò così» continua il fondatore del Museum of Hoaxes, ricordando che «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale», quindi è nata attorno al 1830, quando i quotidiani venduti per strada dagli strilloni cominciarono a sostituire quelli venduti per abbonamento. D’un tratto, i titoli scioccanti e curiosi divennero la base del mercato, esche buone per il cittadino indaffarato disposto a spendere un nichelino per gli ultimi croccanti aggiornamenti su una notizia morbosa. È la nascita del gossip, della cronaca nera e delle bufale giornalistiche moderne.
    Ci vuole equilibrio per destreggiarsi sulla sottile linea che divide bugia, sciocchezza e bufala. Il filosofo americano Harry Frankfurt ha dedicato alla questione un agile pamphlet, On Bullshit (Princeton University Press, 2005), nel quale ha indagato il ruolo delle stronzate nella cultura moderna, dimostrando quanto esse siano distanti dalle bugie tout court, caratterizzate da una maggiore purezza d’intenti. «Una persona mente solo se crede di sapere la verità», scrive lo studioso, mentre il bullshitter, «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo».
    Secondo Frankfurt, nulla è veramente cambiato: «Non c’è mai stata tanta comunicazione di qualsiasi tipo come in questi tempi, eppure la proporzione delle stronzate potrebbe non essere aumentata».
    È difficile capire se il settore si sia espanso negli ultimi anni. Qualora fosse successo, comunque, è il caso di precisare che i mass media non ne sarebbero i soli responsabili. Oggi chiunque può dire la sua – e in qualche modo, siamo tutti tenuti a dire la nostra, uno di quegli obblighi bullshit-alimentanti di cui scrive Frankfurt: «Le stronzate sono inevitabili in qualunque circostanza in cui siamo tenuti a parlare d’argomenti che non conosciamo».
    Che fare, quindi? Possiamo imparare dai nostri errori. Un consiglio? Andate su Facebook o Twitter a ripescare la diatriba La Grande Bellezza sì-La Grande Bellezza no di qualche settimana fa. Rileggete il tutto. E pentitevi
    .

  13. Pingback: Il caos del rischio Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  14. “La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI

    GLI AVVOCATI SFORNA-BUFALE PER RECLAME
    Da anni lanciano notizie da prima pagina. False
    di Raphael Zanotti

    La storia è di quelle ghiotte: un 97enne fa causa all’Inps per una pensione di invalidità. Ci vogliono 13 anni per arrivare al primo grado. Perde per un difetto di notifica. Ricorre in appello e il tribunale fissa la prima udienza al 2018. Il nostro malcapitato dovrà aspettare di essere centenario prima di veder tutelati i suoi diritti. Due avvocati annunciano una causa per danni al ministero della Giustizia.
    C’è tutto: anni, nomi, una storia accattivante, soprattutto vista la lentezza del nostro sistema giudiziario. Peccato che la notizia, ripresa da siti internet e giornali, alla prima verifica si sbricioli. E peccato che, queste notizie, ormai siano diventate un marchio di fabbrica. Da due anni un gruppo di legali le inventa, cambiando solo qualche dato, a volte utilizzando foto identiche per vittime differenti. Sono un traino pubblicitario eccezionale, e internet è un moltiplicatore straordinario.

    RINTRACCIARE LE FONTI
    Ci siamo imbattuti in questa bolla mediatica cercando di sapere qualcosa di più del nostro 97enne. Lo studio legal-commerciale citato, però, non ha una sede o un proprio sito. Dei due legali intervenuti con tanto di dichiarazioni, uno – Francesco Conte – non risulta appartenere al foro di Roma. L’altro, Silvia Notaro, invece esiste. Risalire al suo cellulare non è stato facile. Chiamiamo, numero coperto. Risponde. Non appena poniamo qualche domanda, ci stoppa: «Mi scusi, può richiamarmi tra una mezzoretta?». Certo. Richiamiamo. Col cellulare, numero in chiaro. Risponde. «Mi scusi, non so nulla di questa storia. Forse il collega che è citato». Ci dà il numero? «Non lo conosco bene. Forse è un collega con la barba che collabora come me per l’Agitalia. Ma sa, io sono lì da meno di un mese». L’Agitalia esiste. Ha un sito. Ai numeri di telefono, però, non risponde nessuno, così come all’email. La sede di Roma è un negozio di abbigliamento che non c’entra nulla.

    NOTIZIE IN BATTERIA
    Approfondiamo. Si scopre così che l’avvocato Notaro e l’avvocato Conte sono una coppia piuttosto attiva mediaticamente per essere due estranei. Il loro studio legal-commerciale compare con una notizia il 4 aprile scorso: una 99enne di Terni ha trovato un certificato di debito pubblico dello Stato del ’56 che oggi varrebbe 177.000 euro. Il 7 aprile è una 40enne originaria di Parma che ha ereditato 5 miliardi di lire ma la Banca d’Italia si rifiuta di cambiarli. Il 14 aprile è la volta di uno spezzino 96enne: avrebbe ereditato un Bot da un milione di euro.
    Sono solo gli ultimi episodi perché Agitalia sembra una fabbrica sforna bufale. Dal 2013 ne ha inanellate una dietro l’altra. Tutte meritevoli di paginate sui giornali vista la particolarità delle vicende raccontate. Come quella volta che l’associazione avrebbe tutelato una donna che aveva perso il bimbo durante il naufragio della Concordia. O il secondo caso di scambio di embrioni al Pertini di Roma, falso. L’associazione aveva annunciato che avrebbe chiesto danni per un milione di euro.

    I GUARDIANI DELL’ADUC
    Perché? Secondo l’Aduc, che da tempo segue le gesta di Agitalia, per pubblicità. «Le persone si rivolgono a questi legali che, per prendere in mano la pratica, chiedono un contributo iniziale di 150 euro – spiega Giuseppe D’Orta che ha più volte denunciato le false notizie sul suo canale Investire Informati – Sono legati all’avvocato Giacinto Canzona, a suo tempo pizzicato da Striscia la Notizia e sospeso per un anno dall’ordine. L’Aduc sta seguendo due persone a cui l’avvocato ha chiesto 3000 euro per una causa che non avrebbero mai potuto vincere impostata in quel modo». E il 97enne in attesa di processo? Per ora resta un anonimo
    .

  15. Pingback: “Allarme Vesuvio”; e ho detto tutto | Paesaggi vulcanici

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  17. Pingback: Come far fronte alla paura dei disastri. Uno scambio su Fb | Paesaggi vulcanici

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