Recuperare l’intimità col Vesuvio

Al momento, il rischio Vesuvio è affrontato unicamente in termini di fuga (piano di emergenza, piano di evacuazione, gemellaggi…), ma alcuni cominciano a declinarlo anche in maniera più lungimirante, ovvero in termini di mitigazione. Il problema, però, è che questa seconda accezione rischia di essere ridotta ad una mera questione di travasi: svuotare la “zona rossa” per riempire altre aree non meglio identificate. In realtà, la sfida che ci pone il vulcano napoletano è ancora più profonda e riguarda il recupero di una relazione, anche intima, con il territorio vesuviano.

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio:

rischio-vesuvio_vittorio-sgarbi_maria-pace-ottieri_2017-01-25

Stamani Vittorio Sgarbi, che ha oltre un milione e mezzo di follower su Fb, ha condiviso un post del website “Tike.News”: “E quando di sveglierà il Vesuvio cosa faremo?“.
L’articolo non è firmato, ma ha un’immagine di Mel Gibson nei panni di William Wallace, l’eroe medievale scozzese reso celebre dal film “Braveheart”, probabilmente per alludere al “coraggio” mostrato dal redatorre per aver espresso “verità scomode”. Nel testo, infatti, è scritto:

«Se si vuole salvare la “zona rossa” del Vesuvio e i suoi abitanti, bisogna elaborare per tempo un Piano di demolizioni che sfoltisca l’inverecondo, anche paesaggisticamente, ginepraio di edifici del 25 Comuni a rischio. Altrimenti, non servirà a nulla nemmeno il migliore e il più costoso Piano di Evacuazione».

L’articolo, poi, fa un elogio delle cosiddette “new town”, ma a nostro avviso l’argomentazione si impoverisce molto e meriterebbe, piuttosto, di maggiori approfondimenti. Al di là di ciò, invitiamo a leggere anche i commenti alla condivisione di Sgarbi, perché forniscono un’idea di come il rischio Vesuvio sia visto in Italia, tra stereotipi, banalità e altre manifestazioni da webeti.

Su un altro website, “Napoli Monitor”, proprio ieri Maria Pace Ottieri ha pubblicato “Brevi viaggi intorno al Vesuvio. Appunti per un reportage“, una serie di stimoli su un lavoro più ampio cui si sta dedicando da qualche tempo, e il suo contributo comincia riportando le parole di Giogg, antropologo, il quale sostiene:

«Fuggire in caso di allarme è ovvio, ed è chiaro che bisogna organizzare al meglio un’enorme operazione di evacuazione con il miglior piano possibile, ma il rischio vesuviano è molto di più, [perché riguarda] temi arditi come il de-cementificare, de-congestionare, de-urbanizzare e lavorare al coinvolgimento sociale, rione per rione, condominio per condominio».

Quello di Ottieri è un vero e proprio reportage intorno al Vesuvio e riporta la complessità del territorio, le sue problematiche e le sue ricchezze, le sue potenzialità e le sue trascuratezze. Occuparsi del rischio Vesuvio non riguarda solo l’organizzazione della fuga in caso di allarme, né semplicemente immaginare svuotamenti della “zona rossa” al fine di riempire altri territori, come se fosse una mera questione di travaso, ma è un tema che riguarda la visione della regione, il perseguimento di politiche eque e sostenibili, la lungimiranza di una convivenza con la natura che va del tutto ricostruita. Come afferma un testimone di Maria Pace Ottieri,

«A noi da piccoli non ci raccontavano “Pinocchio”, ma la lava, l’eruzione, la storia di mio padre che si rifugiò in un pozzo. Ora la terra è mia, a mia sorella non interessa, io invece ci tengo moltissimo, non mi so staccare, faccio i pomodori, i cavoli, i friarielli, le scarole, li vendo, li regalo a mio figlio, agli amici».

La vera sfida è recuperare questa relazione, anche intima, con il territorio vesuviano.

Annunci

Napoli e il rischio vulcanico: tra Vesuvio e Campi Flegrei

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, il Vesuvio non pone solo delle questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ma fornisce spunti di riflessione sul modello urbanistico, economico e democratico seguito nel corso del Novecento. L’altro ieri [12 ottobre 2016] è stato presentato il (corposo) “Piano di Evacuazione del Vesuvio”, di cui poco fa ha scritto anche “The Independent“, a sottolinerare l’eco che il caso-Vesuvio ha in larga parte del pianeta. Però, al di là dell’organizzazione della fuga in caso di allarme (che è e resta un compito cruciale), non si può prescindere da una riflessione più ampia sullo stato del territorio. Oggi l’occasione è fornita da un’immagine inedita, sebbene sotto gli occhi di tutti: unendo le perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano, infatti, emerge una mappa che pone la città di Napoli e la sua provincia sotto un’ottica completamente nuova.
Ne ha scritto la pagina Fb Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci:

L’altro ieri, il 12 ottobre 2016, la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno presentato alla stampa il “Piano di Evacuazione del Vesuvio” [ne abbiamo scritto qui, qui e qui].
Poche settimane fa le stesse istituzioni hanno aggiornato il “Piano di Emergenza dei Campi Flegrei“, che stabilisce una “zona rossa” includente tutta l’area occidentale di Napoli e una “zona gialla” che arriva a lambire i quartieri più orientali del capoluogo, ovvero quelli interessati dal rischio vesuviano.
Come si può osservare dall’immagine qui in basso, abbiamo affiancato le perimetrazioni del rischio vulcanico di entrambi i complessi, Vesuvio e Campi Flegrei, così da far emergere due dati fondamentali:
1) il comune di Napoli è interamente interessato dal rischio vulcanico;
2) pressoché tutta la provincia è soggetta a tale minaccia.

vesuvio_campi-flegrei_zona-rossa-gialla_rischio_vulcano_napoli_2016

L’immagine è stata realizzata da Gaetano Magro (che ringraziamo).

Teniamo a sottolineare che le zone “rossa” e “gialla” si differenziano principalmente per due parametri: un fattore tempo (la “zona rossa” è quella più direttamente e immediatamente soggetta all’eruzione) e un fattore pericolosità (terremoti, flussi piroclastici e lave si abbattono con più violenza nelle immediate vicinanze del cratere). Entrambe le perimetrazioni, però, sono importanti e, anzi, nella “zona gialla” è molto alto il rischio crolli per l’accumulo di ceneri sui tetti delle abitazioni (a titolo esemplificativo: nel 1944 i 26 morti dell’ultima eruzione vesuviana furono tutti fuori dall’attuale “zona rossa”).
Come ha osservato l’urbanista Aldo Loris Rossi, la provincia di Napoli ha un’estensione quanto l’area all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma, con la particolarità che vi sono presenti ben due vulcani attivi. Si tratta di un caso unico al mondo e, a nostro avviso, richiede risposte coraggiose e inedite, che vadano oltre l’organizzazione della fuga, per quanto importante: c’è da ripensare, cioè, il rapporto città-campagna, l’urbanizzazione (tra legale e illegale), le infrastrutture e la loro manutenzione, nonché la partecipazione, la sussidiarietà e la governance.
Su Napoli, poi, c’è da sfatare un’illusione, ovvero che non sia mai stata colpita da eruzioni. In realtà, strati di lava sono stati riscontrati in più punti del centro cittadino e, come ha mostrato Mario Tozzi in tv un anno fa, il rapporto tra Napoli e il Vesuvio ha una storia lunga almeno 2000 anni. In ogni caso, gli Lloyd’s di Londra hanno anche calcolato quanto costerebbe a Napoli un’eruzione vulcanica: 1,08 miliardi di euro, ovvero il 15,48% della ricchezza cittadina. Come è noto, prevenire i rischi avrebbe un impatto economico molto minore.
Stretta tra due vulcani, dunque, Napoli deve ripensarsi urgentemente alla luce di queste nuove mappe del rischio: la città è cresciuta in maniera disordinata durante il Novecento e, come ha scritto un mese fa Roberto Saviano, «nel capoluogo campano il 44% degli edifici è a rischio sisma». Le istituzioni cittadine (e metropolitane, ex provinciali) hanno ormai il dovere (burocratico, ma soprattutto etico) di prendere delle misure, di studiare delle soluzioni. Napoli, come ha rivelato Angelo Agrippa due giorni fa, non ha ancora un “Piano di Emergenza Comunale” (né per il rischio idrogeologico, né per quello sismico ed eruttivo, né per quasiasi altra minaccia). Il vicesindaco Raffaele Del Giudice ha replicato che il Piano sarà pronto «tra dieci giorni», ma il punto non è solo di rispettare una scadenza, bensì di costruire un sistema di protezione molto più articolato e lungimirante. Innanzitutto sarà necessario – ad opera della Regione o del Dipartimento di Protezione Civile – armonizzare e razionalizzare i singoli Piani di Emergenza Comunali, ma soprattutto sarà fondamentale avviare una gestione del territorio più ecocompatibile ed equa, nonché instaurare un continuo e costante dialogo con la popolazione: informarla, aggiornarla, ascoltarla, includerla.
La questione riguarda ogni livello istituzionale e al momento, al di là delle carte, cosa di tutto ciò sia in lavorazione o in programma non è dato sapere.

Gli 8 buoni comportamenti in caso di inondazione

4 ottobre 2016

Il dissesto idrogeologico è tra i problemi più gravi e frequenti d’Italia: come scriveva circa un anno fa Gian Antonio Stella, negli ultimi cinquant’anni abbiamo avuto almeno «5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati» in 2.458 comuni nei disastri causati dall’acqua; e i costi per affrontare i danni e i disagi superano la cifra di 7 miliardi l’anno dal dopoguerra a oggi (dal 1951, il bilancio sarebbe di 448 miliardi di euro, con una accelerazione di anno in anno più marcata).
Secondo un altro calcolo, dal 1960 al 2012 in Italia si sono avute oltre 4.200 tra frane e alluvioni.
Com’era noto già a Leonardo da Vinci, per capire dove si abbatterà il prossimo disastro bisogna conoscere la storia del territorio. Siamo in ottobre, in Italia sta per piovere e i luoghi più esposti sono tanti, ma tutti ben conosciuti. Tra questi anche la Penisola Sorrentino-Amalfitana, della quale tempo fa elencai i principali disastri idrogeologici avvenuti dal 1910 al 2010 (mancano i casi più recenti e dovrei aggiornare la cronologia almeno con la frana del Capo di Sorrento, nel marzo 2014).
Come ho già evidenziato ieri per l’anniversario dell’alluvione in Costa Azzurra, gli “imputati” principali di questa fragilità sono essenzialmente tre:

  1. l’abbandono delle terre, specie quelle collinari;
  2. il riscaldamento climatico che provoca fenomeni metereologici improvvisi e violenti;
  3. l’urbanizzazione eccessiva.

Già nel 1973 Antonio Cederna scriveva che «la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica» sono «il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana». Nel frattempo la consapevolezza del consumo di suolo si è fatta largo, ma intanto, come ricorda Fabio Balocco, «dal 1956 ad oggi la superficie impermeabilizzata dal cemento e dall’asfalto in Italia è aumentata del 500%». Ed è con questo stato delle cose che dobbiamo fare i conti.
Non sono un sostenitore dell’approccio emergenziale, ritengo che i disastri possano essere evitati o, almeno, attenuati aumentando la cura del territorio e il coinvolgimento popolare, ma siccome il meteo è più regolare di un orologio svizzero, in tanti luoghi a rischio d’Italia il prossimo acquazzone può rivelarsi pericolosissimo e, in questo momento, non c’è altro da fare che limitare al massimo il rischio personale e collettivo. Così, ho deciso di condividere con voi un cartello diffuso dal Ministero dell’Ambiente francese in cui sono elencate le otto buone pratiche da seguire in caso di allarme idrogeologico. Non so se ne esista uno anche italiano, probabilmente si, ma non avendolo incrociato, vi propongo questo:

14495294_708778179274078_4135345266960772014_n1) mi informo ascoltando la radio;
2) non prendo la mia auto e segnalo i miei spostamenti;
3) non percorro una strada allagata, sia in auto che a piedi;
4) mi allontano dai corsi d’acqua e non mi fermo sulle rive o sui ponti;
5) non esco durante i temporali;
6) non scendo in cantina, ma mi rifugio ai piani alti;
7) mi occupo dei miei familiari, dei miei vicini e delle persone vulnerabili;
8) non vado a prendere i miei figli a scuola in caso di allagamento, loro sono al sicuro.

Dopo un terremoto, pavlovianamente si parla di Vesuvio

Da osservatore della realtà vesuviana so che è un riflesso pavloviano: ogni volta che c’è un disastro da qualche parte, dopo poco si parla del rischio che corre Napoli. Penso sia una gran cosa, perché ci fa essere sempre sensibili al tema, eppure a tali avvisi non seguono mai politiche adeguate e fatti concreti. Dopo il drammatico terremoto del Centro Italia, negli ultimi giorni [fine agosto – inizio settembre 2016] la stampa e il web hanno scritto spesso della mancanza di piani d’emergenza comunali nei Campi Flegrei e intorno al Vesuvio, nonché dell’inadeguatezza di una larghissima parte degli edifici di Napoli e delle altre città della provincia. La pagina “Rischio Vesuvio” raccoglie buona parte di questi contributi, che vi invito a leggere.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 6 settembre 2016: qui.

Il drammatico terremoto del 24 agosto 2016 tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria [ne abbiamo scritto anche noi] ha messo a nudo, come ogni disastro, le nostre fragilità strutturali: la nostra vulnerabilità urbana e sociale, l’inadeguatezza dei nostri edifici, la colpevole illusorietà di certi adeguamenti antisismici, il grande lavoro che abbiamo ancora da fare perché – oggi – una scossa di magnitudo 6 non può causare 300 morti e radere al suolo interi centri abitati.
Allo stesso tempo, questa prima fase del post-terremoto sta evidenziando alcune retoriche già messe in atto nelle precedenti esperienze, come osserva il geografo Giuseppe Forino, e la necessità di una ricostruzione inclusiva e partecipata, come sottolinea lo storico Stefano Ventura.
Ulteriore aspetto, anche questo ricorrente, è la sensibilizzazione (innanzitutto mediatica) alle scosse sismiche nell’area napoletana (tutte molto lievi, sotto la magnitudo 2): ne sono state avvertite nei Campi Flegrei e sull’isola d’Ischia [anche qui].
Il punto che, tuttavia, ci sembra di particolare importanza è quello che guarda al futuro, specie in provincia di Napoli: siamo pronti? come sono i piani di emergenza? le nostre case sono sicure?
A questo proposito negli ultimi giorni sono usciti quattro articoli considerevoli:
Luisiana Gaita (“Il fatto quotidiano”, 5 settembre 2016): «Bradisismo, mancano i piani d’emergenza ai Campi Flegrei. E se il Vesuvio eruttasse? “Nessuno saprebbe cosa fare”»;
Antonio Fiore (“Corriere del mezzogiorno”, 28 agosto 2016): «I paradossi del rischio Vesuvio. Fa una certa sensazione apprendere che, tra i (cento e passa) Comuni della regione Campania privi ancora dell’obbligatorio Piano di emergenza, spicca Pompei»;
MalKo (Blog “Rischio Vesuvio”, 2 settembre 2016): «Il piano di evacuazione non ce l’ha nemmeno Torre del Greco, il paese mediano da 100.000 abitanti, ma neanche Boscoreale»;
Roberto Saviano (“L’espresso”, 4 settembre 2016): «Dio non voglia che accada a Napoli. Nel capoluogo campano il 44 per cento degli edifici è a rischio sisma. Ma le istituzioni allargano le braccia. E puntano, come sempre, sulla fortuna».

14199540_1861491164070772_3887571039034550051_n

Il ritardo che abbiamo accumulato è una colpa, la speranza o la fortuna non salvano, bisogna agire e quel che possiamo fare noi, in quanto cittadini, è pretendere il rispetto della legge: che ciascun comune si doti di un piano di emergenza, che la protezione civile aumenti e migliori l’informazione e la comunicazione con la popolazione, che il governo garantisca il nostro diritto alla vita avviando politiche che permettano l’adeguamento sismico degli edifici e la riqualificazione urbana, che la gestione del territorio sia più partecipata ed inclusiva, ma soprattutto ecocompatibile ed equa.

Il Vesuvio radiofonico: giugno 2016

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 24 giugno 2016: qui.

Ieri, 23 giugno, Radio 1 ha trasmesso una puntata dedicata al Vesuvio: dura 20′ e vi consigliamo di ascoltarla, perché è sempre importante rinnovare la conoscenza del nostro vulcano.
Almeno una considerazione, però, va fatta su questo tipo di comunicazione.
In trasmissione c’è stato un collegamento con gli Scavi di Pompei e sono intervenuti prestigiosi esponenti della scienza (Osservatorio Vesuviano e Università) e della protezione civile (tecnici e politici). Costoro hanno presentato le caratteristiche geologiche e storiche del vulcano, hanno esposto i princìpi del piano di emergenza nazionale e hanno spiegato alcune lacune del sistema di sicurezza, che tuttavia sarebbero superabili coinvolgendo le scuole (certo, la scuola è l’alfa e l’omega di tutto, lo sappiamo). Infine, è stato citato anche l’abusivismo, tuttavia nessuno ha parlato dell’urbanizzazione legale, a cui è imputabile la gran parte dell’attuale esposizione al rischio.
Anche questa volta è mancata completamente la voce degli urbanisti (si può “aggiustare” la “città vesuviana”?) e degli scienziati sociali (gli abitanti del posto sono pazzi?), ma soprattutto è mancata un’analisi delle cause, individuate le quali è possibile elaborare delle soluzioni. Ancora una volta, dunque, si è risolto tutto nei soliti discorsi, triti e ritriti (almeno, per chi come noi segue costantemente l’argomento).
Insomma, riteniamo che passi in avanti vadano compiuti anche nella comunicazione.

screenshot-2016-10-06-10-44-26

Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming-audio.

Commenti:
FodA: Oltretutto l’unica cosa specifica che hanno detto rimane fumosa e imprecisa: i gemellaggi. Il piano nel 2013 era questo: decisa l’evacuazione, gli abitanti vengono portati in “zone limitrofe della Campania” in alberghi, scuole e alloggi IN ATTESA dell’eruzione. Avvenuta poi l’eruzione, si verifica quali paesi sono stati distrutti o danneggiati, e solo allora si trasferiscono le persone nelle regioni gemellate. Per come ne hanno parlato, sembra che il trasferimento alle regioni avvenga prima dell’eruzione. E non è la prima volta che su questo punto non c’è chiarezza. E non è poco dal punto di vista sociale e gestionale
Giogg: Non si sa nemmeno quanta gente evacuare: la “zona rossa 1” non coincide con i confini amministrativi dei comuni, ma è pressoché circolare, per cui quanti sono i residenti entro la “linea Gurioli”? Si dovrebbe effettuare un censimento strada per strada, ma zero anche qui.
FodA: sprecano i soli 10 minuti a spiegare cos’è il Vesuvio, se è addormentato, che scenario eruttivo sarà (e non lo possono sapere neanche loro), che c’è un monitoraggio, che c’è un piano di emergenza… se avessi tempo e pazienza, raccoglierei tutte le trasmissioni che ho sentito sul Vesuvio negli ultimi 10 anni e farei un blob per dimostrare ch non si muovono di un punto.

Una bella eruzione e tutto si risolve

Un quarto di secolo fa l’allora neo-parlamentare Vittorio Sgarbi, ai primi di aprile del 1992 disse: «Le case di Zafferana [Etnea] sono un orrore, meglio se la lava le cancella» (concetto che ribadì più volte nei giorni successivi e anche dopo parecchi anni). L’Etna aveva cominciato un’intensa attività eruttiva nel dicembre precedente e la colata lavica che ne era fuoriuscita stava minacciando l’abitato di quel versante del vulcano.

Schermata 2016-05-20 a 18.49.14

La situazione era talmente delicata che intervennero militari e ingegneri con mine e ruspe… e alcuni abitanti del paese tentarono anche con il sacro, praticando un “rito in emergenza”:

«L’8 aprile 1992 il magma supera lo sbarramento costruito dai militari e dalla Protezione Civile a “Portella Calanna” e tracima verso “Piano dell’Acqua” e “Valle San Giacomo”, minacciando i quartieri “Sciara” e “Ballo”, che cominciano a prepararsi all’evacuazione.
Due giorni dopo, il 10 aprile 1992, la popolazione, allarmata, porta in processione la statua della Patrona, la Madonna della Provvidenza, fino al fronte lavico, al “Piano dell’Acqua”, e chiede l’intercessione della Beata Vergine Maria, affinché il fluire impetuoso e minaccioso della lava si arresti».

Dopo un paio di settimane di preghiere (e di lavoro) la lava si fermò e il parroco fece suonare le campane a festa.

Questa storia m’è tornata in mente oggi, leggendo di una giornalista che l’altra mattina ha detto in tv: «Mi auguro che il Vesuvio si riprenda le case che i napoletani hanno messo là».
In trasmissione si parlava di abusivismo edilizio e, come un riflesso pavloviano, anche in questo caso c’è stato qualcuno che ha tirato fuori il Vesuvio (non capita mai che si esemplifichi facendo riferimento all’abusivismo di Genova, tanto per chiarire). Peccato, però, che intorno al vulcano napoletano l’abusivismo, per quanto gravemente dannoso, sia un fenomeno comunque marginale rispetto al resto della cementificazione, che, al contrario, è del tutto legale. In altre parole, l’urbanizzazione che in alcuni decenni ha prodotto un’esposizione al rischio come in pochi altri posti del mondo, è autorizzata, legittima, regolare, consentita, lecita.

Schermata 2016-05-20 a 19.07.57

Stesso discorso per Zafferana, dove non è che non ci sia abusivismo o non ci siano edifici indegni della storia architettonica siciliana e dell’impareggiabile paesaggio etneo, tutt’altro, ma a osservare con più attenzione ci si accorgerebbe che quello è uno dei comuni della provincia di Catania in cui il fenomeno è più basso (secondo un rapporto regionale del 2012).

Bene, precisato ciò, ora possiamo tornare alle chiacchiere da bar e a tifare per l’asteroide.

Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

Screenshot 2016-03-28 10.12.06

Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo.

– – –

AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

Screenshot 2016-04-27 06.18.08

Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.