Una bella eruzione e tutto si risolve

Un quarto di secolo fa l’allora neo-parlamentare Vittorio Sgarbi, ai primi di aprile del 1992 disse: «Le case di Zafferana [Etnea] sono un orrore, meglio se la lava le cancella» (concetto che ribadì più volte nei giorni successivi e anche dopo parecchi anni). L’Etna aveva cominciato un’intensa attività eruttiva nel dicembre precedente e la colata lavica che ne era fuoriuscita stava minacciando l’abitato di quel versante del vulcano.

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La situazione era talmente delicata che intervennero militari e ingegneri con mine e ruspe… e alcuni abitanti del paese tentarono anche con il sacro, praticando un “rito in emergenza”:

«L’8 aprile 1992 il magma supera lo sbarramento costruito dai militari e dalla Protezione Civile a “Portella Calanna” e tracima verso “Piano dell’Acqua” e “Valle San Giacomo”, minacciando i quartieri “Sciara” e “Ballo”, che cominciano a prepararsi all’evacuazione.
Due giorni dopo, il 10 aprile 1992, la popolazione, allarmata, porta in processione la statua della Patrona, la Madonna della Provvidenza, fino al fronte lavico, al “Piano dell’Acqua”, e chiede l’intercessione della Beata Vergine Maria, affinché il fluire impetuoso e minaccioso della lava si arresti».

Dopo un paio di settimane di preghiere (e di lavoro) la lava si fermò e il parroco fece suonare le campane a festa.

Questa storia m’è tornata in mente oggi, leggendo di una giornalista che l’altra mattina ha detto in tv: «Mi auguro che il Vesuvio si riprenda le case che i napoletani hanno messo là».
In trasmissione si parlava di abusivismo edilizio e, come un riflesso pavloviano, anche in questo caso c’è stato qualcuno che ha tirato fuori il Vesuvio (non capita mai che si esemplifichi facendo riferimento all’abusivismo di Genova, tanto per chiarire). Peccato, però, che intorno al vulcano napoletano l’abusivismo, per quanto gravemente dannoso, sia un fenomeno comunque marginale rispetto al resto della cementificazione, che, al contrario, è del tutto legale. In altre parole, l’urbanizzazione che in alcuni decenni ha prodotto un’esposizione al rischio come in pochi altri posti del mondo, è autorizzata, legittima, regolare, consentita, lecita.

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Stesso discorso per Zafferana, dove non è che non ci sia abusivismo o non ci siano edifici indegni della storia architettonica siciliana e dell’impareggiabile paesaggio etneo, tutt’altro, ma a osservare con più attenzione ci si accorgerebbe che quello è uno dei comuni della provincia di Catania in cui il fenomeno è più basso (secondo un rapporto regionale del 2012).

Bene, precisato ciò, ora possiamo tornare alle chiacchiere da bar e a tifare per l’asteroide.

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Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo.

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AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.

Rischio e post-sviluppo vesuviano: un mio contributo sulla rivista “Antropologia Pubblica”

Il 17 dicembre 2015, in occasione dell’apertura del terzo convegno della SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata) presso il PIN (Polo Universitario) di Prato, è stata presentata la nuova rivista dell’associazione: «Antropologia Pubblica», il cui primo numero contiene un editoriale di Antonino Colajanni, un saggio di Jean-Pierre Olivier de Sardan e una serie di contributi sul tema «Antropologi nei disastri».
Questa parte monografica è curata da Mara Benadusi e, oltre ad una sua ricca introduzione della disciplina e del volume, contiene articoli di Irene Falconieri, Rita Ciccaglione, Silvia Pitzalis, Enrico Petrangeli, Giovanna Salome, Enrico Marcorè e del sottoscritto.
Il mio testo si intitola «Rischio e post-sviluppo vesuviano: un’antropologia della ‘catastrofe annunciata’»; e ne sono soddisfatto.
Il volume è pubblicato da Seid Editori di Firenze, che potete contattare per riceverne una copia.
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Quel giorno ero così contento che ho pubblicato per la prima volta un selfie sul mio fb:

Ed eccomi qua, sono a Prato per il terzo convegno [1] della SIAA, Società Italiana di Antropologia Applicata…

Posted by Giogg on Giovedì 17 dicembre 2015

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L’abstract del mio contributo è questo:

Il concetto di rischio, inteso come un prodotto storico e culturalmente gerarchizzato, è un’elaborazione sociale che assume significati diversi a seconda dei contesti. Per quanto inevitabilmente avvolto da indeterminatezza, nei suoi effetti concreti esso è una visione di futuro in grado di influenzare il presente: seguendo determinati princìpi, cioè, sarebbe possibile prevenire, controllare, mitigare un disastro a venire. La pianificazione emergenziale, così, diventa un orizzonte politico fatto di leggi, perimetrazioni territoriali, esercitazioni, prepardness, pedagogia della resilienza.
In questo quadro generale emerge il caso del vulcano Vesuvio in provincia di Napoli, ovvero di quello che nel 2011 è stato definito dalla rivista scientifica Nature «la bomba ad orologeria d’Europa». La certezza di una prossima eruzione unita all’incertezza sulla data e le modalità con cui questa avverrà rendono gli effetti della “catastrofe annunciata” visibili nelle pratiche e nelle politiche che già ora sono attuate dalle amministrazioni e dalle popolazioni locali. Contrariamente a quanto ripete un ricorrente stereotipo, dai dati etnografici emerge che gli abitanti dell’area vesuviana, tutt’altro che indifferenti alla minaccia vulcanica, si pongono in maniera varia e differenziata rispetto ad essa. Per l’antropologia si tratta di un case-study prezioso per riflettere sia sulla “società della prevenzione” e la “cultura del rischio”, sia sugli effetti di un’ideologia dello “sviluppo” che ha condotto ad una sovraurbanizzazione indicata come la principale fonte di vulnerabilità, non solo per un’eventuale catastrofe naturale.

Ulteriori informazioni sono sul mio profilo di Academia: QUI.

Due prospettive diverse sul rischio Vesuvio

Sul numero odierno del “Corriere del Mezzogiorno”, la giornalista e scrittrice Eleonora Puntillo ha pubblicato un articolo sul nostro Vesuvio: «Vesuvio, il gigante (finora) buono
che merita più rispetto. Troppe chiacchiere sul vulcano da esperti a caccia di pubblicità: sarebbe meglio rilanciare i progetti dell’Ente parco con una visione d’insieme».Screenshot 2016-01-18 13.26.21.png

Tra un’immagine romantica («il gigante appare molto amato, abbracciato com’è da un mare di case») e una dimostrazione d’affetto («è una terra piena di risorse, fruttifera, ospitale, salubre, ricca di bellezza e di storia»), Puntillo esprime tutta la sua preoccupazione per il rischio generato dal rapporto squilibrato tra l’azione umana e la natura dell’area, confidando nell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio come unico strumento davvero efficace «per difendere e valorizzare correttamente l’intero territorio». Oltre a speculatori d’ogni tipo, la scrittrice individua altri personaggi “dannosi”, come «imprenditori televisivi bisognosi di introiti pubblicitari» che fanno leva sulla paura, nonché «sedicenti scienziati vogliosi di gloria mediatica», anch’essi preoccupati solo di lanciare allarmi (in questo caso, per la verità, il ragionamento appare più debole perché se si intende difendere l’ambiente e le istituzioni ad esso preposte, allora non si capisce perché chi si oppone alle trivellazioni sfidi «il ridicolo», secondo l’autrice). Comunque sia, l’articolo pone al centro del discorso sul rischio due aspetti poco “da Protezione Civile”, ovvero appunto l’ambiente e la cultura, che come cambio di prospettiva rispetto al solo approccio emergenziale, non ci dispiace affatto.

Per contro, il prossimo 30 gennaio 2016 a Massa di Somma alcune associazioni vesuviane terranno il convegno “Sviluppo sostenibile per la Zona Rossa: definizione del Condono e valorizzazione del territorio” [2]. A giudicare dal comunicato stampa [il download è diretto], in questo caso lo sguardo appare molto diverso da quello proposto da Eleonora Puntillo.

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Queste brevi riflessioni introduttive ai due testi sono anche sulla pagina facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“.

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

Il solito schema del giornalismo che fa una scampagnata sul Vesuvio

«C’è un luogo che più di ogni altro simboleggia quella sorta di rimozione del pericolo che ci caratterizza, tra scaramanzia e incoscienza. Stiamo parlando di Napoli e del suo vulcano, il Vesuvio […]».

Queste sono le parole che introducono un servizio come tanti: il giornalista che raccoglie i commenti popolari più ricorrenti («No, non so che fare in caso di eruzione», «No, non ho paura del vulcano», «Evvabbè, ‘na vota s’adda murì»), che intervista i soliti esperti (più o meno) catastrofisti (fisicamente, dico: sempre loro), che evidenzia la piaga dell’abusivismo (che c’è e va contrastato, ma ormai fa la parte del feticcio: origine e fine d’ogni male vesuviano, come se la caotica urbanizzazione intorno al vulcano fosse tutta illegale), che sottolinea l’assenza di vie di fuga e di preparazione all’emergenza (e, dunque, qual è la domanda successiva? la suggerisco io? ok: chi è responsabile dell’inadeguatezza e dell’impreparazione? silenzio).
Insomma, per farla breve, questo servizio di SkyTG24 (1° dicembre 2014, di 5′) ci fa scoprire (per l’ennesima volta) che i napoletani, i flegrei e i vesuviani sono incoscienti, ignoranti, scaramantici e menefreghisti.

Clicca sull'immagine per accedere al filmato.

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Come un riflesso pavloviano, quando si parla di un disastro – ovunque nel mondo – prima o poi si fa una deviazione sul Vesuvio. Qui si parlava di bombe d’acqua, inondazioni e allagamenti, eppure l’approfondimento sulla vulnerabilità del territorio italiano è stato fatto, comme d’habitude, sul caso del vulcano napoletano. Sarà che il Vesuvio è sempre una notizia che fa audience?

PS: altri post sul Vesuvio in tv sono qui e qui.

In Francia si è aperto il processo sulle conseguenze della tempesta Xynthia

Nella notte del 27-28 febbraio 2010 in Vandée e in Charente-Maritime, sulla costa atlantica francese, 53 persone morirono a causa della tempesta Xynthia, di cui 29 nella sola località di La Faute-sur-Mer. Qui, una cittadina turistica dalla forte urbanizzazione tra gli anni ’90 e 2000, la maggior parte delle vittime fu colta nelle proprie case, allagate dopo l’inondazione di una diga [Wikipédia].

Dopo anni di indagini, alla fine dell’agosto 2013 è stata annunciata l’incriminazione del sindaco di La Faute-sur-Mer (primo cittadino dal 1989 al 2014) e di altri esponenti delle istituzioni e delle imprese edili-immobiliari locali [Libération].
Il processo, cominciato il 15 settembre 2014, li giudicherà per omicidio colposo, un reato che, ritiene l’accusa, è stato perpetrato a causa di una condotta amministrativa quanto meno negligente, ovvero per aver concesso premessi di costruzione in zone pericolose, per aver rifiutato di prendere delle misure di sicurezza e, la fatidica notte, per aver ignorato l’allarme della tempesta in arrivo [Le-Monde] [Chroniques-Judiciaires] [Libération].
La sentenza è prevista per il 12 dicembre 2014.

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PS: raccolgo notizie sui processi ai disastri in QUESTO post.