Apocalittici e complottisti

Anche intorno al Vesuvio gravitano un paio di categorie umane presenti in tanti ambiti del sociale: quella degli apocalittici (“non vi è alcuno scampo all’eruzione che accadrà, che sarà senza eguali“) e quella dei complottisti (“non ci dicono niente, non fanno nulla per evitare una carneficina, vogliono la nostra morte“). Entrambi i gruppi partono da un dato reale, ovvero l’assenza di politiche per la mitigazione del rischio, allo scopo di denunciare uno scenario da fine del mondo che, nel secondo caso, sembrerebbe addirittura determinato da un non meglio specificato grande disegno ai danni degli abitanti locali.
Sul web si incontrano spesso argomentazioni del genere, in canali forse poco visibili, ma comunque con dei loro ascoltatori. (Tra i commenti di questo post ne archivierò tutti quelli che incontrerò nelle mie navigazioni online). Il problema è reale: manca un piano di emergenza adeguato (e conosciuto, condiviso, sperimentato), manca un progetto di convivenza sostenibile con il vulcano, manca la volontà politica di affrontare seriamente la questione (vi sono in ballo interessi economici ed elettorali), ma soprattutto vi sono validi sospetti per dubitare che l’allarme – quando accadrà – verrà lanciato (o verrà lanciato per tempo). Tuttavia, l’idea che tale silenzio sia voluto «da chi detiene il potere» ai danni di «quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello”», mi sembra paranoica e piuttosto fantasiosa, oltre che decisamente irritante («Il Post» ha dedicato un interessante articolo alla psicologia dei complottisti: qui o tra i commenti) (E ugualmente ha fatto «La Stampa»: qui o tra i commenti).
L’ultima versione di questo mantra è di un paio di giorni fa:

«A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere o, più eufemisticamente, potenziali morti per catastrofi naturali, da piangere con funerali di Stato. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroli che lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive. Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area. Ma questo è un segreto militare. […] Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. […] L’incremento demografico all’interno delle zone a rischio non è mai stato contrastato né dalle istituzioni locali e tantomeno dallo Stato centrale» [Fonte].

AGGIORNAMENTO del 23 novembre 2013:
Il prossimo 21 dicembre 2013 a Modena ci sarà il primo corteo/flash-mob italiano contro le “scie chimiche“. Lo annuncia il “Corriere della Sera”, QUI.

AGGIORNAMENTO del 27 novembre 2013:
Tra i commenti di questo post ho archiviato alcuni articoli che spiegano la psicologia dei complottisti (“Il Post”) e la storia di talune teorie cospirazioniste come quella delle “scie chimiche” (“La Stampa”). Oggi è stato pubblicato un nuovo contributo: un’intervista a Paolo Attivissimo, il “cacciatore di bufale”, il quale, tra l’altro, spiega che le teorie del complotto hanno successo «perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato». Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, «creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo». L’intervista integrale è QUI (o tra i commenti) (di Alessandro Martorana, in “International Business Times”, 27 novembre 2013).

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AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato: I vaccini e l’autismo. La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“.

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AGGIORNAMENTO del 26 marzo 2014:
Mariangela Vaglio (ovvero Galatea) ha scritto un profilo del “bufalista“, colui che amplifica in maniera compulsiva notizie assurde e ricostruzioni complottistiche, colui che «non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria» (“TechEconomy”, 26 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 1° aprile 2014:
Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale“: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».

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AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.

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AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 27 maggio 2014:
“Il Post” ha tradotto un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.

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AGGIORNAMENTO dell’11 ottobre 2014:
Marco Letizia riferisce sul “Corriere della Sera” delle teorie del complotto intorno all’epidemia di ebola: “Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica“: il complotto delle case farmaceutiche, la selezione eugenetica, il complotto teologico, la burla di 4Chan.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

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AGGIORNAMENTI del 2015:
Dopo la strage di Parigi al “Charlie Hebdo” e al supermercato “Hyper cacher”:

Dopo il disastro aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi francesi:

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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AGGIORNAMENTO dell’11 settembre 2015:
Tra i saggi del libro “11/9 La cospirazione impossibile“, curato da Massimo Polidoro e pubblicato dal CICAP nel 2014, c’è il contributo dello psicologo sociale Lorenzo Montali: “Il grande fascino della cospirazione” (il testo intero è tra i commenti qui in basso). Tra l’altro scrive:

«Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. […] Il primo filone […] si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto […]. L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto […]. In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. […] Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene […]. Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità. […] Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997). […] Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte. È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. […] In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale».

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52 thoughts on “Apocalittici e complottisti

  1. “ReteNews24”, 28 giugno 2013, QUI

    VESUVIO, 1 MILIONE DI PERSONE A RISCHIO: ZONA ROSSA S’ALLARGA
    In caso di eruzione prevista solo una fuga di massa, non è operativa la Colonna Mobile
    di Giampiero Esposito

    Immaginate un milione di persone che frettolosamente, anzi precipitevolissimevolmente, abbandonano le proprie abitazioni e tutte insieme fuggono da un’area con la più alta densità abitativa d’Europa. Una fuga biblica, mentre la terra è scossa da terremoti ad alta intensità. Case che crollano, quindi, strade dissestate e la necessità di scappare via prima possibile.
    Prima che lo sterminator Vesevo erutti e semini l’apocalisse. Immaginate, poi, che tutto vada bene. Di questo milione scarso di persone, però, solo 600mila avrebbero un luogo determinato dove andare, perché i progetti di sistemazione in gemellaggio non sono stati sottoscritti per tutti. Gli abitanti di Nola, ridente cittadina di oltre cinquantamila abitanti, dovrebbero, infatti, trovare sistemazioni in corso di fuga sulle indicazioni della Protezione Civile. Quest’ultima, nel frattempo, si spera sia riuscita a mettere in moto la Colonna Mobile, il sistema integrato che in casi di emergenza dovrebbe fungere da prima assistenza. Peccato che la Colonna Mobile sia operativa solo sulla carta e mai provata in operazioni simulate. Si spera, poi, che l’emergenza Vesuvio avvenga prima della realizzazione dell’ormai mitico Ospedale del Mare, i cui lavori potrebbero uno di questi anni avere fine. Già perché se il nosocomio andasse in funzione si ritroverebbe in piena zona rossa, quella in cui ricade il famoso milione di cristiani. Ed essendo il più grande ospedale del sud Italia, su di esso graviterebbero circa diecimila persone. Prime scosse di terremoto di forte intensità, unico preallarme valido secondo i vulcanologi della ripresa del vulcano, e immediato trasbordo di malati, ricoverati in rianimazione e invalidi. L’apocalisse. Un milione di persone che fuggono attraverso dissestate strade cittadine, viuzze di paese, arterie larghe quanto due palmi di un nano. E la terra trema. Della Colonna Mobile nessuna traccia. Ma l’immaginazione si è fermata alla migliore delle ipotesi.
    Oggi il Consiglio comunale di Napoli discute proprio della zona rossa. Si parla di come procedere dopo l’allargamento ad ampie zone del tessuto urbano dell’area di rischio. L’Amministrazione vuole procedere a un piano organico e rendere edotta la popolazione di come si dovrà comportare in caso di eruzione. Con qualche mese di ritardo, ma meglio di nulla. Nel frattempo in piena zona rossa, intorno al Vesuvio, si è continuato a costruire. Nel frattempo si sta procedendo alla realizzazione del nuovo palazzetto dello sport di Ponticelli. Nel frattempo il sindaco de Magistris in zona rossa voleva costruire lo stadio. Un milione di persone che scappano verso l’imbuto di due sole vie di fuga: autostrade e asse mediano. Con la terra che trema. Immaginate un po’.

  2. QUESTO E’ UN ARTICOLO CHE PERIODICAMENTE TORNA ALLA RIBALTA. LA PRIMA APPARIZIONE DI QUESTE DICHIARAZIONI DI DOBRAN DOVREBBERO RISALIRE ALLA FINE DI GIUGNO 2012. IN ALTRI COMMENTI SUCCESSIVI, COPIERO’ ALCUNI DEI VECCHI ARTICOLI APPARSI ONLINE.

    «ONews», 24 giugno 2013, QUI

    IL VESUVIO E L’ETNA ESPLODERANNO, ESPERTO AMERICANO DICHIARA: “E’ UNA CERTEZZA”
    di Giacomo Franceschini

    Il professor Flavio Dobran, docente della New York University, prevede che l’Etna e il Vesuvio saranno protagonisti di eruzioni catastrofiche. “All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani” spiega con dovizia di particolari il professore americano. Le eruzioni non dureranno molto, intorno ai 15 minuti, ma saranno talmente potenti da poterle descrivere come esplosioni. Insieme alla sua equipe, Flavio Dobran ha studiato l’Etna e il Vesuvio. “Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto ci sarà sia per l’Etna che per il Vesuvio, anche se è su quest’ultimo che i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore”. E in Italia quale è l’opinione dei vulcanologi? “È il magma che spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania” sostiene il professor Giuseppe Luongo mentre il suo collega Paolo Gasparini si esprime così: il vulcano è “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità (…) non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km”. Giuseppe Luongo insiste: “Il magma, per risalire in superficie, non dovrà vincere la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km, al contrario potrebbe trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse atemperature elevata“. Ma torniamo a Dobran, egli ha progettato un “simulatore vulcanico globale: un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici”. Dobran ci spiega l’accurato studio: “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79. E il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata”.

  3. COMPLOTTISTI (che si copiano gli uni con gli altri)

    «Iconicon», 3 febbraio 2013, QUI

    ERUZIONE DEL VESUVIO. QUELLO CHE LO STATO ITALIANO NON DICE ALLA SUA POPOLAZIONE

    A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere.
    Quello che lo Stato italiano non dice alla sua popolazione. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroliche lungo i fianchi del cono e del cratere.
    A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive.
    Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area.
    Ma questo è un segreto militare, meglio non far sapere nulla ai sudditi italioti
    .
    Fatto sta che la Regione Campania dovrà fornire entro il 31 marzo 2013, elementi utili ad una delimitazione ancora più definita della “zona rossa” e del numero di residenti che andrebbero effettivamente allontanati in caso di eruzione del Vesuvio. Analogo dettaglio andrà precisato entro giugno per i Campi Flegrei. Lo ha reso noto il capo del dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli (ex capo dei servivi segreti civili), in una recente conferenza stampa. “Non è una differenza da poco – ha sottolineato Gabrielli – avere un censimento preciso permetterebbe di calibrare ancora meglio le procedure di evacuazione che nel caso del Vesuvio, al momento, riguarderebbero 800mila persone e nel caso dei Campi Flegrei altre 400mila. Un’eventuale evacuazione anche via mare? Sino ad oggi si è pensato solo al trasporto su gomma, ma è un’ipotesi che non mi sento di escludere in partenza”. Certo, sarebbe un evento di proporzioni importanti, che proporrebbe una serie di problemi almeno in parte gestibili solo sul campo, nell’immediato, e che dal punto di vista dei costi richiederebbe un fondo molto cospicuo e, quasi inevitabilmente, un contributo dell’Unione europea”.

    Piano di “emergenza” – Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. Esso prevede i seguenti fenomeni e conseguenti rischi associati:
    «Nella fase iniziale dell’eruzione si solleva fino a 15-20 chilometri di altezza una colonna eruttiva composta di gas e frammenti piroclastici, seguita dalla ricaduta a terra di pomici, lapilli e ceneri trasportati dal vento. Il rischio è correlato al carico esercitato dalla coltre piroclastica sui tetti degli edifici di cui provoca eventualmente il crollo, nonché alle difficoltà respiratorie, alla contaminazione delle colture e dell’acqua, alle difficoltà di autorizzare vie di fuga e agli ingorghi stradali. Il territorio che può subire questi fenomeni è indicato come zona gialla. Questa zona comprende 96 comuni delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno per un totale di circa 1.100 chilometri quadrati e 1.100.000 abitanti.
    Nella fase successiva, la colonna eruttiva collassa producendo colate piroclastiche che possono raggiungere velocità dell’ordine di 100 km/h e un enorme potere distruttivo. I modelli fisico-numerici indicano che dal momento del collasso della colonna eruttiva, le colate piroclastiche impiegheranno 5-10 minuti per raggiungere la costa. Il territorio esposto a questo rischio è definito zona rossa, comprende 18 comuni è per un totale di circa 200 chilometri quadrati di estensione e poco meno 600.000 abitanti.
    Nella terza fase si possono generare colate di fango anche a distanza di giorni dall’eruzione. I territori soggetti a questo rischio sono indicati come zona blu che include 14 comuni della provincia di Napoli per un totale di 180.000 abitanti. Inoltre, i comuni diTorre del Greco e Trecase, presentano un’elevata pericolosità da invasione di lave pur trovandosi ad una certa distanza dal cratere sommitale».

    Gli insediamenti umani sono stati edificati all’interno delle fasce a rischio. Questo fenomeno non è mai stato arrestato dal governo italiano e dalle autorità locali. Studi recenti hanno calcolato che nel periodo dal 1951 al 2001, nell’insieme dei 18 comuni considerati “zona rossa” vi è stato un sensibile incremento demografico, pari al 56,3 per cento (da 353.172 a 551.837 abitanti), soprattutto nella fascia costiera. Inoltre, vi è stato un aumento della densità abitativa tale da rendere questo comuni tra i più densamente abitati d’Italia, nonché un’esplosa crescita del numero di abitazioni (da 73.141 a 187.407 edifici). Nell’ultimo decennio il cancro cementizio ha allungato le sue metastasi senza alcun freno istituzionale.
    La riuscita del cosiddetto “piano di emergenza” dipende dalla capacità di prevedere l’eruzione del Vesuvio con sufficiente anticipo. In ogni caso, vi è una difficoltà oggettiva, anche se la popolazione fosse adeguatamente pronta e preparata, nell’evacuare una zona densamente abitata come quella vesuviana. La strategia di evacuazione è legata ai tempi di previsione: questa è possibile solo tre giorni prima dell’evento, un tempo notoriamente insufficiente ad evacuare da 500 a 600 mila persone.
    Infine, i Campi Flegrei (area ad alta densità di residenti) sono un’altra zona campana ad elevatissimo rischio vulcanico. Proprio in loco sono in fase di realizzazione delle sperimentazioni di cui la popolazione locale ed italiana, non è a conoscenza. Anche nei Campi Flegrei potrebbero avvenire delle eruzioni esplosive.
    Per la cronaca storica: durante la seconda guerra mondiale gli anglo-americani oltre che seppellire di bombe numerose città italiane (causando migliaia di vittime civili), hanno addirittura bombardato il suo cono più recente e attivo cresciuto al di sopra di un vulcano più antico conosciuto con il nome di Monte Somma. Nel 1944 ci fu l’ultima eruzione. Da allora sono stati riconosciuti 18 cicli eruttivi separati da brevi intervalli di stasi inferiori a 7 anni. Gli studi scientifici hanno consentito di accertare che nei periodi di quiescenza, il magma si è accumulato in una camera posta a 5-7 chilometri di profondità.
    Il rischio vulcanico è il prodotto di tre fattori: pericolosità vulcanica, valore esposto e vulnerabilità. Perché allora la popolazione della regione Campania non è informata a dovere? I morti da “cause naturali” sono stati già calcolati nei minimi dettagli, così come le lacrime per i funerali di Stato?

    Approfondimenti:
    http://www.nationalgeographic.it/italia/2007/09/30/news/vesuvio-17517/
    http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/06/vesuvio-conto-alla-rovescia.html

    Piani obsoleti:

    http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_pde.wp?contentId=PDE12771
    http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/1995_PIANO.pdf
    http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/2001_aggiunte_e_varianti.pdf
    http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/2001_aggiunte_e_varianti.pdf
    http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/Mappe_Vesuvio_rev.pdf
    http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/01/normal-0-14-false-false-false-it-x-none.html

    Tratto da: ERUZIONE DEL VESUVIO | Informare per Resistere
    http://www.informarexresistere.fr/2013/02/02/eruzione-del-vesuvio/#ixzz2JpOIk6VZ

    http://sulatestagiannilannes.blogspot.it
    attraverso: http://terrarealtime.blogspot.it/2013/02/eruzione-del-vesuvio-quello-che-lo.html#more

  4. CATASTROFISTI (che si copiano gli uni con gli altri, talvolta senza linkarsi, come in questo caso, che tuttavia precede l’articolo che ho riportato al secondo commento)

    «UniStudenti», 29 giugno 2012, QUI

    “IL VESUVIO ESPLODERA’ E UCCIDERA’ 1 MLN DI ESSERI UMANI”: LO SOSTIENE LA NEW YORK UNIVERSITY
    Secondo l’ipotesi del professor Flavio Dobran, il vulcano partenopeo erutterà come nel 79 dopo Cristo
    di Andrea Valiante

    Sul nome del Vesuvio ancora oggi si cela un ombra di timore ed inquietudine, paura e scaramanzia.
    Un’eruzione come quella che distrusse Ercolano e Pompei nel 79 d.C. è una possibilità che in molti non vogliono calcolare o che danno per improbabile, ma che Flavio Dobran, docente della New York University ed ingegnere fluidodinamico dedicato alla vulcanologia, ritiene possibile e vicina.
    Secondo Dobran il noto vulcano campano si sta infatti avvicinando a questo drammatico scenario, che si mostrerà con un eruzione dalla enorme gittata distruttiva e che non supererà i 15 minuti.
    All’improvviso il Vesuvio – spiega Dobran – che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani“.
    La previsione di Dobran non nasce da fantasia, ma è la conseguenza di approfonditi studi apportati attorno all’Etna e al Vesuvio. Solo una cosa non può essere calcolata: la data dell’eruzione.
    “Questa purtroppo non possiamo prevederla – commenta il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto sia per l’Etna che però il Vesuvio, anche se è su quest’ultimo che i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore”
    .

  5. COMPLOTTISTI E CATASTROFISTI. Insieme sono un’apoteosi.

    «NoCensura», 28 giugno 2012, QUI

    UN PROF DELLA YORK UNIVERSITY: “IL VESUVIO ESPLODERA’ CON UNA FORZA MAI VISTA”
    di Alessandro Raffa

    “Il Vesuvio all’improvviso esploderà con una potenza mai vista”. Una previsione sconvolgente quella del prof. Flavio Dobran della New York University, che non può passare inosservata e sotto silenzio. Viene la pelle d’oca a leggere l’ipotetico scenario che potrebbe venirsi a creare, e visto che nei secoli scorsi si sono verificate potenti eruzioni, capaci di fare migliaia di morti in uno scenario in cui la densità demografica era nettamente inferiore, c’è davvero poco da scherzare.
    Abbiamo cercato ulteriori notizie sul professore autore di questa apocalittica previsione, Flavio Dorban, descritto ovunque con un bravo professionista: aspetto che rende ancora più preoccupante la questione. Dobran ha redatto persino 2 libri sul Vesuvio. Delle sue previsioni ne parlano anche Silvestro Giannantonio e Aniello Sammarco in un lungo e articolato “Speciale Vesuvio” di cui consigliamo la lettura a coloro che vogliono approfondire la questione.
    Sarebbe opportuno – vista la gravità dello scenario ipotizzato dal prof. Dorban – che le istituzioni italiane – sia l’INVG che il governo – si esprimano sulla questione, riferendo ai cittadini: non possiamo credere che previsioni di questa gravità, provenienti da uno stimato docente universitario, siano passate inosservate, e sarebbe doveroso da parte delle istituzioni fornire delucidazioni ai cittadini, ma questo comporterebbe un’assunzione di responsabilità che sicuramente – visto la posta in gioco – eviteranno accuratamente. Molto strano anche il fatto che i mass media abbiano rinunciato in massa ad interessarsi di una questione con la quale i nostri “cacciatori di sensazionalismo” sempre a caccia di scoop sarebbero potuti andare a nozze, visto che il tema sicuramente suscita grande interesse nell’opinione pubblica, ed in particolare ai milioni di cittadini che vivono nell’area napoletana. Se ci fosse un parlamentare con le PALLE, sarebbe opportuno presentare un’interrogazione e chiedere spiegazioni in merito al premier e al ministro, costringendoli a prendere posizione
    .

    – – –

    «Su la testa!», blog, 18 giugno 2012, QUI

    VESUVIO, CONTO ALLA ROVESCIA?
    di Gianni Lannes

    Per l’Etna parlano da sole le immagini rabbiose diffuse dalle televisioni di mezzo mondo ad ogni eruzione. Nella vicina base Usa di Sigonella sono state accumulati ordigni atomici, in violazione del Trattato internazionale di non proliferazione nucleare. Che succederà? Altrettanto inquietanti, ma sottovalutate, sono le proiezioni riferite all’apparentemente tranquillo collega napoletano. Gli esperti si confrontano sull’eventualità di un’ora X per l’eruzione. Rischierebbero la vita almeno un milione e mezzo di persone nell’area napoletana. Ma è meglio non farlo sapere all’opinione pubblica. Vero presidente Monti?

    Previsione scientifica – Su di lui, però, ha le idee chiare il professor Flavio Dobran docente della New York University. Qual è la previsione dell’esperto americano? “All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani”. Il tutto in appena 15 minuti.Uno scenario catastrofico? Semplicemente un’ipotesi documentata, frutto di accurati studi, da non sottovalutare.

    Con una sola incognita: il giorno in cui scatterà la terribile esplosione. “Questa purtroppo non possiamo prevederla – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto sia per l’Etna che però il Vesuvio, anche se è su quest’ultimo che i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore”.
    Il magma che alimenta il Vesuvio se ne sta tranquillo nel suo serbatoio profondo o sta risalendo? “E’ il magma che spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania”. La tesi è di un vulcanologo napoletano, il professor Giuseppe Luongo, ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che non condivide la diagnosi rassicurante fatta da un suo collega, Paolo Gasparini che descrive il vulcano come “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità”. Molto al di sotto, a circa 10 km, la tomografia sismica a tre dimensioni individua materiali fluidi, interpretati come il bacino magmatico che alimenta il vulcano. Nei limiti della tomografia, che non distingue masse inferiori a circa 300 metri di diametro, Gasparini precisa che “non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km”. Luongo contesta queste interpretazioni e avanza l’ipotesi, rilevante per le implicazioni di protezione civile, che potrebbero esistere canali di risalita già colmi di magma, senza interruzione, dal bacino profondo 10 km, fino alle parti più superficiali, con dimensioni al di sotto del potere risolutivo della tomografia. “Il magma, per risalire in superficie, non dovrà vincere la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km, al contrario potrebbe trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse a temperature elevata”. Questo scenario, aggiunge Luongo, “sarebbe compatibile con un quadro fenomenologico dei precursori meno appariscente di quello atteso”. Analizzare il passato può servire allora a immaginare il futuro.
    Ed è proprio ciò che ha fatto il vulcanologo statunitense, Dobran, progettando il simulatore vulcanico globale. Si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici. “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79 – dice Dobran – E il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata”. E’ successo in passato, potrebbe accadere in futuro. Gli esperti ne sono sicuri, anche se il giorno esatto non lo conosce nessuno.

    Trivellazioni – Scavare una galleria sotterranea per spingere delle sonde fino alla caldera flegrea sotto il mare di Pozzuoli è considerato da molti altamente pericoloso. Il “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, coordinato dall’ingegnere Giuseppe De Natale, costa 15 milioni di dollari e servirebbe a monitorare il rischio di terremoti ed eruzioni oltre che a studiare il bradisismo e a sfruttare l’energia del sottosuolo. Ma numerosi esperti mettono in guardia sugli effetti disastrosi che le trivellazioni potrebbero avere sul territorio. Gli ultimi avvertimenti in ordine di tempo provengono da due media americani, il “Popular Science” e la rivista scientifica “Nature”. Secondo entrambi le trivelle potrebbero incontrare sulla propria strada del magma sotto pressione, causando delle eruzioni e dei terremoti in tutta la zona intorno al Vesuvio. Clay Dillow, dalle pagine del Popular Science, si chiede se “il tentativo di difendere i Campi Flegrei, che nel mondo sono uno dei luoghi più a rischio di eruzioni vulcaniche, non possa addirittura peggiorare la situazione”.
    Sulla questione si è espresso anche Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica ambientale alla Federico II di Napoli e consulente della procura sull’area dei Campi Flegrei. De Vivo ha inviato una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in cui ha sottolineato il rischio di effettuare le rilevazioni in prossimità di centri abitati come Bagnoli, allegando pubblicazioni su altri incidenti «clamorosi» avvenuti in Nuova Zelanda e Islanda. Il professor De Vivo ha sottolineato che degli esami nel territorio «sono possibili, si fanno, ma in zone disabitate e in questo caso sono inutili, perché sappiamo già tutto della caldera flegrea». I precedenti del Vesuvio non sono in effetti confortanti
    .

  6. LE PAROLE DI DOBRAN RILANCIATE DA TANTE PAGINE WEB, CHE NATURALMENTE SI COPIANO LE UNE CON LE ALTRE (SENZA CITARSI E RARAMENTE LINKANDOSI).

    «MeteoWeb», 28 giugno 2012, QUI

    VESUVIO, L’ESPERTO LANCIA L’ALLARME: “PRIMA O POI ESPLODERA’ CON UNA POTENZA MAI VISTA, DISTRUGGENDO TUTTO”
    di Peppe Caridi

    Flavio Dobran è un grande esperto di vulcani; docente universitario presso la New York University e ingegnere fluidodinamico molto appassionato di vulcanologia, ha dichiarato che ”all’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti“.
    Si tratta di un’ipotesi documentata, frutto di studi approfonditi con la sola incognita della data in cui tutto ciò si verificherà: “questo purtroppo non possiamo prevederlo – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore“.
    Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici, nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici. “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79 – dice Dobran – e il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“. E’ successo in passato, sicuramente accadrà anche in futuro. Su questo tutti gli esperti sono d’accordo. Lo scorso anno abbiamo realizzato un’intervista esclusiva a Marcello Martini, direttore dell’Osservatorio Vesuviano in cui abbiamo appurato che comunque il vulcano darà molti segnali che faranno capire agli esperti che sta per eruttare con netto anticipo, non giorni ma settimane, mesi e forse addirittura uno/due anni. E’ l’unica “consolazione”, ma siamo sicuri che a Napoli e dintorni è tutto pronto per fronteggiare al meglio l’eventuale emergenza?

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    «Partenopeo», forum dei tifosi del Napoli, 28 giugno 2012, QUI

    L’ESPERTO AMERICANO: “IL VESUVIO ESPLODERÀ CON UNA POTENZA MAI VISTA”

    NEW YORK – “All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani”. Lo scenario catastrofico è stato delineato dal professor Flavio Dobran, docente della New York University e ingegnere fluidodinamico prestato alla vulcanologia, che descrive l’eruzione dalla portata distruttiva e che non durerà più di 15 minuti. La sua previsione è frutto di studi accurati sia sull’Etna che sul vulcano partenopeo. L’unica incognita per Dobran resta la data: “Questa purtroppo non possiamo prevederla – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto sia per l’Etna che però il Vesuvio, anche se è su quest’ultimo che i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore”.

    FONTE: «Leggo»

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    «Napoli punto a capo», 27 giugno 2013, QUI

    QUANDO IL VESUVIO ESPLODERA’…

    Flavio Dobran è un grande esperto di vulcani; docente universitario presso la New York University e ingegnere fluidodinamico molto appassionato di vulcanologia, ha dichiarato che ”all’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti“.
    Si tratta di un’ipotesi documentata, frutto di studi approfonditi con la sola incognita della data in cui tutto ciò si verificherà: “questo purtroppo non possiamo prevederlo – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore“.
    Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici, nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici. “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79 – dice Dobran – e il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“. E’ successo in passato, sicuramente accadrà anche in futuro. Su questo tutti gli esperti sono d’accordo

    Oggi il Corriere del Mezzogiorno riprende la tremenda previsione dello scienziato.

  7. Ancora le parole di Dobran di (almeno) un anno fa rilanciate da un website generico.

    «InMeteo», 15 luglio 2013, QUI

    VESUVIO, PAROLE SHOCK DELL’ESPERTO:
    VI SARA’ ERUZIONE CATASTROFICA

    Vesuvio, esperto americano afferma: eruzione devastante non lontana per il vulcano. Potrebbe essere catastrofica.

    VESUVIO: Nel mondo della rete circola insistentemente negli ultimissimi giorni una notizia di una prossima eruzione del vulcano vesuviano predetta da un esperto americano. Nessuna bufala, perchè il docente Flavio Dobran, ingegnere esperto di vulcanologia (mondiale e italiana), si è davvero esposto in tal modo e ritiene a tutti gli effetti che un’eruzione del Vesuvio sia da ritenersi vicina e probabile quindi nell’immediato futuro.
    E non si tratterebbe, secondo l’esperto, di un evento debole o moderato, bensì di un’eruzione devastante, forse anche al pari di quella che nel lontano 79 dopo Cristo devastò l’area vesuviana, in particolare distruggendo Ercolano e Pompei. Secondo Dobran, il noto vulcano campano si sta preparando a scatenare tutta la sua potenza con un’eruzione dall’esplosione distruttiva. Dobran spiega che “all’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia ormai dal 1944, esploderà con una potenza eccezionale. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di cento metri al secondo e una temperatura di mille gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali,uccidendo forse un milione di esseri umani”.
    Uno scenario praticamente apocalittico, forse esagerato e colpevolizzabile di allarmismo, eppure è risaputo che il Vesuvio, sebbene dormiente da tanto tempo, risulta estremamente pericoloso sia per la sua natura geologica sia per l’area in cui sorge e soprattutto in considerazione della densità della popolazione nella zona del vulcano. Intanto dall’Italia, arrivano, di contro, rassicurazioni: “Nessun rischio concreto e immediato di nuova eruzione” conferma l’assessore alla protezione civile Luigi Nocera. Il pericolo sembra quindi scongiurato. Viene spontaneo pensare però a questo Vulcano potente, anche un po’ capriccioso, se vogliamo, al quale, nel 1944 non è bastata la guerra, ma ha “punito” i suoi abitanti anche con questa grave calamità. Ed il nostro pensiero va ad un’immagine di quasi 4.000 anni fa: quella di un uomo e una donna sepolti dalla cenere a Nola, la Pompei della preistoria, il villaggio del bronzo antico distrutto dal Vesuvio, mentre cercavano la fuga in una direzione sbagliata.
    Vedremo se queste affermazioni di Dobran scateneranno ulteriori diatribe e vicende mediatiche
    .

    – – –

    Ho scoperto quest’articolo su fb e ne ho seguito la discussione che ne è sorta tra alcuni utenti:

    (1) Nessuno allarmismo ma….. insomma è meglio tenersi pronti!

    (2) proporrei l’arresto per chi scrive e pubblica notizie del genere

    (1) prima di pubblicare ho verificato l’autorevolezza del dottor Dobran, a me non sembra un ciarlatano

    (3) pubbicare notizie di questo rilievo, in questo grave momento di crisi del paese e della nostra regione, non e’ facile. MI AUGURI CHE LE NOSTRE STRUTTURE SCIENTIFICHE..DIANO RISPOSTE ATTENDIBILI AI RILIEVI DEL PROF.AMERICANO

    (1) io non dico che credo alle sue affermazioni ma, ricordo agli più smemorati, che per il terremoto dell’Aquila vennero condannati i nostri esperti perchè rassicurarono la popolazione sull’assenza di pericolo. Ecco anche l’omissione è un reato, la notizia viene pubblicata da più di un sito, è nostro DOVERE rilanciarla ed eventualmente attendere risposte, non mettiamo la testa sotto la sabbia perchè potremmo poi ritovarcela sotto la cenere o la lava!

    (4) non ci credo…però……meglio stare allerta

    (5) confermo, da tecnico di protezione civile che F. Dobran è un autorevole esponente della comunità scientifica, però tengo a precisare che i responsabili scientifici a cui per legge dobbiamo dare ascolto sono gli studiosi del INGV, anello di collegamento tra la parte scientifica del sistema di protezione civile e quella decisionale….e loro (per adesso) non mi pare si siano espressi…inoltre, una “prossima” vicina eruzione potrebbe anche stare a significare vicina di qualche decina di anni…..i tempi geologici non corrispondono certo ai nostri tempi generazionali…. saluti

  8. Il copia/incolla non si ferma. Ecco un ulteriore rilancio delle parole di Dobran:

    «Net1news.org», 14-07-2013, QUI

    VULCANOLOGO LANCIA L’ALLARME:
    IL VESUVIO ESPLODERA’ DISTRUGGENDO TUTTO

    Un grande esperto di vulcani, Flavio Dobran, che è anche docente universitario presso la New York University e ingegnere fluidodinamico, ha fatto delle affermazioni abbastanza preoccupanti
    di Angelica Rossi

    Un grande esperto di vulcani, Flavio Dobran, che è anche docente universitario presso la New York University e ingegnere fluidodinamico, ha fatto delle affermazioni abbastanza preoccupanti. Secondo lui “all’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti“
    Dobran è molto sicuro delle sue parole, l’unica cosa che non può stabilire è la data in cui le sue nefaste previsioni si avvereranno: “questo purtroppo non possiamo prevederlo. Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore“.
    Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici, nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici. “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79 – dice Dobran – e il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“. E’ successo in passato, sicuramente accadrà anche in futuro. Su questo tutti gli esperti sono d’accordo
    .

    COPIATO E INCOLLATO DA: «Leggilo.net» (14 luglio 2013, di Fabiana Cipro, che a sua volta ha ripreso le parole di Dobran da numerosi altri website): «Vulcanologo lancia l’allarme: il Vesuvio esploderà distruggendo tutto».

  9. I rilanci delle parole di Dobran continuano con il sensazionalismo di sempre, sebbene in questo caso si tenti un timido accenno di maggior argomentazione (comunque pressappochista e nozionistica).

    «Oubliette Magazine», 12 luglio 2013, QUI

    STUDIOSI AMERICANI IPOTIZZANO UNA NUOVA ERUZIONE DEL VESUVIO SIMILE A QUELLA DEL 79 d.C.
    di Cristina Biolcati

    Se i lettori mi perdonano l’ironia, mi permetto di constatare che ultimamente la notizie “migliori” sembrano venire da oltre oceano! Prima fra tutte, la profezia dei Maya che per fortuna non si è avverata, e che aveva previsto la fine del mondo nel dicembre 2012.
    Ebbene sì, perché in questi giorni si è diffusa una notizia che ha creato nuovo panico. La rivelazione sconvolgente riguarda gli abitanti della Campania che vivono nelle vicinanze del Vesuvio, e guarda caso, viene da New York. Alcuni studiosi americani affermano che il Vesuvio esploderà a breve ed ucciderà circa un milione di persone.
    Si prevede una nuova eruzione del Vesuvio, di grave entità, simile a quella che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei. Ipotesi che molti ritengono improbabile e non vogliono neppure prendere in considerazione.
    Flavio Dobran, docente della New York University ed ingegnere fluidodinamico dedicato alla vulcanologia, ritiene invece possa essere un evento possibile ed alquanto vicino. Secondo Dobran, il noto vulcano campano si sta preparando a scatenare tutta la sua potenza con un’eruzione dall’esplosione distruttiva. Dobran spiega che “all’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di cento metri al secondo e una temperatura di mille gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani”.
    Mentre “ringraziamo” intimamente il professore, per questo “incoraggiante” scenario apocalittico che ci ha prospettato, cerchiamo di focalizzare meglio l’attenzione sulla notizia. Ovvero, ammesso che questa eruzione possa avverarsi, quali sarebbero le conseguenze?
    In caso di eruzione, i comuni in “zona rossa” quindi a rischio, sarebbero ben 24. La Protezione civile nazionale sta lavorando a Napoli per presentare le linee guida per la stesura dei piani comunali cui la Regione Campania ha assegnato risorse per 15 milioni. Ci si sofferma ad analizzare i rischi vulcanici e la criticità dell’area a ridosso del Vesuvio.
    Personalmente porto nel cuore gli abitanti della Campania, come un po’ tutti, credo. Bisogna dire, allo scopo di tranquillizzare la popolazione, che il Vesuvio è senza dubbio tra i vulcani più studiati e tenuti sotto controllo nel mondo, quindi un’eventuale eruzione non potrebbe avvenire senza una previsione di largo anticipo che permetterebbe un piano di evacuazione.
    Il vulcano conserva energia dal 1631. La camera magmatica, che contiene polveri vulcaniche e rocce fuse a duemila gradi di temperatura, è di circa cinque km cubi. Oggi il condotto principale è ostruito dal magma raffreddatosi dopo l’eruzione del 1944. Gli scienziati stanno definendo con precisione dove possa trovarsi la camera magmatica che si sta riempiendo di lava e di gas. Una sofisticata strumentazione sta tenendo sotto controllo ogni più piccolo movimento del magma gas. Composizione chimica delle acque sorgive, micro terremoti del livello del suolo sono costantemente analizzati da computers.
    Il Vesuvio potrebbe risvegliarsi con modalità terribili, e non è detto che il magma esca seguendo la strada principale: potrebbe sgorgare da uno dei versanti del vulcano.
    Per questo sono stati installati degli strumenti per il monitoraggio continuo della sismicità, delle deformazioni del suolo e delle emissioni di gas dal suolo e delle fumarole. Inoltre si effettuano periodiche campagne per la misura di particolari parametri geofisici e geochimici.
    Il Vesuvio potrebbe esplodere di nuovo quindi. I piani di protezione civile devono rivedere il progetto di evacuazione: con quello attuale, Napoli sarebbe in pericolo. Il piano di emergenza non viene aggiornato significativamente da più di cinque anni, e prevede l’evacuazione dei comuni della zona rossa, ma non di Napoli.
    Napoli, dal canto suo, “ringrazia” per la premura riservatale, ma getta acqua sul fuoco. “Non facciamo allarmismi”.
    Ed i suoi “angeli custodi” dell’osservatorio vesuviano e della protezione civile rassicurano: “Il vulcano è monitorato, non ci sono segnali che facciano pensare a un’eruzione vicina”. Per Napoli il rischio non è quello immediato di piogge piroclastiche ma di cenere. L’evacuazione può essere in questo caso più lenta e programmata in base ai venti.
    “Nessun rischio concreto e immediato di nuova eruzione” conferma l’assessore alla protezione civile Luigi Nocera.
    Il pericolo sembra quindi scongiurato. Viene spontaneo pensare però a questo Vulcano potente, anche un po’ capriccioso, se vogliamo, al quale, nel 1944 non è bastata la guerra, ma ha “punito” i suoi abitanti anche con questa grave calamità. Ed il nostro pensiero va ad un’immagine di quasi 4.000 anni fa: quella di un uomo e una donna sepolti dalla cenere a Nola, la Pompei della preistoria, il villaggio del bronzo antico distrutto dal Vesuvio, mentre cercavano la fuga in una direzione sbagliata
    .

    • Sempre le stesse (non verificate e non documentate) parole di Dobran, rilanciate ancora una volta, ad anni di distanza.

      Blog “La Stella”, 12 maggio 2015, QUI

      VESUVIO: GLI SCIENZIATI USA INSISTONO: “MEGA ERUZIONE CHE FARA’ UN MILIONE DI MORTI IN 15 MINUTI”

      Gli Usa approfondiscono gli studi sul Vesuvio.Gli studi confermerebbero che l’esplosione del vulcano in quindici minuti porterebbe alla devastazione l’intero golfo di Napoli, conferma il vulcanologo americano Flavio Dobran, della New York University.
      “Il Vesuvio che “dorme” dal 1944 esploderà con una potenza mai vista ed in appena quattro minuti inghiottirà già 5 o 6 Comuni della zona rossa”. È quanto afferma l’ingegnere fluidodinamico nella sua ultima relazione che ricalca, e rende ancora più tremenda, rispetto a quella dello scorso anno in cui gli orizzonti per gli abitanti del Vesuviano non erano già affatto buoni. “Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere – dice l’esperto – Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1.000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti”.
      Si tratta di un’ipotesi documentata, frutto di studi approfonditi con la sola incognita della data in cui tutto ciò si verificherà: “Questo purtroppo non possiamo prevederlo – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà”.
      Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future.
      “Il simulatore vulcanico globale – continua il vulcanologo – dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“
      .

      La notizia è copiata da due website celebri per le loro bufale (e, per onestà, i link sono esplicitati in fondo alla pagina) (che, a mia volta, riproduco qui):
      1) “Terra Real Time” (12 maggio 2015), che a sua volta copia da:
      2) “Curiosity 2015” (2 febbraio 2015).

  10. Ancora una volta Dobran è citato in un articolo dai toni disperati. Stavolta, però, è citato anche un giapponese a dare sostegno allo scenario apocalittico annunciato:

    «Corso Italia News», 5 settembre 2013, QUI

    VESUVIO: ANCORA ALLARMI ERUZIONE, QUESTA VOLTA DAL GIAPPONE
    di Vincenzo Cioffi

    Nella XII edizione della conferenza mondiale dei geoparchi è stato affrontato il tema Vesuvio. Nei mesi scorsi più volte la questione eruzione ed evacuazione è tornata a galla in ambiti e contesti diversi.
    Prima Flavio Dobran, ingegnere fluidodinamico che si occupa di vulcanologia presso l’università di New York, ha dichiarato che la prossima eruzione è molto vicina, ma i suoi studi non si sono limitati a questo, ha anche avvisato la popolazione che sarà devastante, 15 minuti di distruzione assoluta, in cui verrebbero rase al suolo città e ci provocherebbero sconvolgimenti geografici e climatici su una vasta aria circostante.
    Nelle prime settimane di luglio, L’Onorevole Flora Beneduce ha premuto affinché un piano di evacuazione efficiente sia organizzato proprio nel caso di un possibile eruzione. Il piano dovrebbe portare in salvo un numero ancora non quantificato di persone che vivono letteralmente all’ombra del gigante.
    L’ennesimo monito viene dal giapponese Nakada Sestuya, impegnato presso il centro di ricerca Vulcanologico e Sismico di Tokyo, che a margine della conferenza suddetta, ha dichiarato l’impossibilità di prevedere e l’imminenza di un’eruzione. Nonostante il sistema di rilevamento che potrebbe essere decisivo nel dare un preavviso della catastrofe, continua l’esperto nipponico, il tutto potrebbe accadere nel giro di poche ore, un tempo del tutto insufficiente per poter procedere ad una corretta evacuazione di una zona che, non solo è densamente popolata ed estesa, ma anche legata a disagi sociali e geografici che potrebbero rallentare ulteriormente i piani di sfollamento.
    Ancora una volta il mondo ci invita ad essere preparati all’inevitabile, ma concretamente cosa è stato fatto per poter garantire a chi vive alle pendici del Vesuvio un briciolo di sicurezza?

    • Le parole del vulcanologo giapponese sono riportate anche dal «Corriere del Mezzogiorno» (5 settembre 2013, QUI):

      Uno dei massimi esperti mondiali alla conferenza mondiale Geoparchi di Ascea
      IL VULCANOLOGO NAKADA: L’ERUZIONE DEL VESUVIO E’ CERTA. MA GLI ITALIANI NON NE PARLANO
      «Nessuno sa quando ma farebbero bene a dotarsi di un piano di evacuazione per gestire la situazione»
      di Redazione online

      NAPOLI – «Il Vesuvio erutterà di sicuro». Non lascia molte vie di scampo il più importante vulcanologo giapponese Nakada Setsuya che si trovava in Italia per la XII conferenza mondiale dei geoparchi di Ascea, nel Cilento. «Gli italiani – ha continuato il professore di geologia della Tokyo University – farebbero meglio a parlarne e a prepararsi, così da avere un piano per gestire la situazione».
      MASSIMO ESPERTO – Quello che da molti è considerato il massimo esperto di terremoti e di vulcani non sembra avere dubbi. Unico tassello mancante del puzzle è la tempistica. «Anche se non si può prevedere quando è importante ricordare che è un vulcano attivo e non dormiente». E sarebbe proprio nell’impossibilità di prevedere un tale evento catastrofico con un certo anticipo il principale problema. Il professor Nakada ha spiegato che i segnali da cui guardarsi sono gli ovvi sbuffi e eventuali rigonfiamenti del terreno che potrebbero preannunciare movimenti del magma. C’è solo un problema. A volte trascorrono pochissime ore da questi «segnali» e l’eventuale eruzione. A raccogliere l’allarme i Verdi ecologisti. «Tutto il mondo – dichiara il responsabile regionale Francesco Emilio Borrelli – è preoccupato e lancia allarmi per i vulcani del napoletano. Solo la Protezione Civile nazionale continua a dormire sogni beati rinviando di anno in anno il piano dei Campi Flegrei e non aggiornando quello del Vesuvio. Una condotta a nostro avviso scellerata che pagheranno sicuramente le popolazioni del vesuviano e dei Campi Flegrei. Semplicemente non sappiamo a quale generazione toccherà pagare il conto».
      LE DUE «ZONE ROSSE» – Appena 2 mesi fa la Regione campania sul Bollettino ufficiale ha ufficialmente ampliato i confini della cosiddetta «zona rossa», ovvero il comprensorio dei Comuni a rischio in caso di eruzione. Le zone diventano di fatto 2. Perciò da mezzo milione è passato a 700mila il numero da persone da evacuare in caso di risveglio dell’attività vulcanica
      .

      • L’INGV replica a Nakada:

        «Corriere della Sera», 6 settembre 2013, VIDEO

        POLVERIERA VESUVIO: INGV, «NESSUN ALLARME, IL PIANO C’E’»
        Gli studiosi italiani replicano agli ‘alert’ giapponesi
        di Giuseppe Gaetano

        «L’attività del Vesuvio è costantemente monitorata e non c’è alcuna avvisaglia che stia cambiando». Paolo Papale, responsabile del dipartimento Vulcani dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, smorza gli allarmismi del prof. Nakada. «I piani di mappatura delle zone di pericolosità e di evacuazione ci sono – spiega l’esperto italiano -, forse c’è un deficit di informazione alla cittadinanza, che abbiamo comunque intenzione di migliorare a breve».

  11. Ed ecco, puntuale, l’ennesimo articolo apocalittico che non ha capito nulla di ciò che si è detto e che spiega ancor meno.

    «UrbanPost», 6 settembre 2013, QUI

    POSSIBILE ERUZIONE VESUVIO: TRA ALLARMISMO E STATISTICA
    Secondo un noto vulcanologo giapponese, Nakada Setsuja, il Vesuvio potrebbe eruttare da un momento all’altro. Ma dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia smentiscono, assicurando che l’attività del vulcano è costantemente monitorata
    di Andrea Monaci

    C’è preoccupazione tra la gente che abita ai piedi del Vesuvio, la montagna simbolo di Napoli che secondo un noto vulcanologo giapponese, Nakada Setsuja, potrebbe eruttare da un momento all’altro. Lo scienziato giapponese, che ha parlato nel corso dei lavori della XII conferenza mondiale dei geoparchi ad Ascea, nel Parco nazionale del Cilento, ha detto letteralmente «il Vesuvio erutterà, è sicuro perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando», ed ha aggiunto che «gli italiani devono discuterne e preparare un piano per gestire la situazione».
    Niente di nuovo o particolarmente eclatante dunque, anche se l’uscita di Setsuja, tra i più apprezzati sismologi al mondo, ha provocato una pioggia di titoloni allarmati sulla stampa nazionale, a partire dai giornali locali campani. Anche perché che il Vesuvio possa eruttare prima o poi è un fatto puramente statistico, prima ancora che scientifico, trattandosi appunto di un vulcano attivo: l’ultima eruzione del celebre cono risale infatti al 1944.
    C’è poi da ricordare che il Vesuvio è un vulcano che nella sua storia ha avuto attività prevalente di tipo esplosivo e non effusivo, quindi potenzialmente molto pericolosa. Del resto, chi non ricorda di aver studiato su libri di scuola i drammatici effetti della storica eruzione del 79 dopo Cristo, quella che sommerse di lava, cenere e lapilli Pompei, Portici, Stabia e Oplontis (Torre Annunziata) consegnando alla storia per sempre le splendide città romane.
    Ma i segnali che la montagna simbolo di Napoli possa “esplodere” da un momento all’altro non ci sono. Lo conferma anche Paolo Papale, responsabile del dipartimento Vulcani dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia che ai microfoni di Corriere Tv (nel video in basso)
    [vai al link originale di questo articolo] ha detto che «L’attività del Vesuvio è costantemente monitorata e non c’è alcuna avvisaglia che stia cambiando», sottolineando inoltre che «I piani di mappatura delle zone di pericolosità e di evacuazione ci sono».
    Della zona rossa, quella che sarà oggetto di evacuazione in caso di eruzione, fanno parte i comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, le circoscrizioni di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio del Comune di Napoli, i comuni di Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano e Scafati, e l’enclave di Pomigliano d’Arco nel Comune di Sant’Anastasia
    .

    che il Vesuvio possa eruttare prima o poi è un fatto puramente statistico, prima ancora che scientifico». Eh? Che significa in italiano?)

  12. «Il Post», 26 maggio 2013, QUI

    NELLA TESTA DEI COMPLOTTISTI
    Il New York Times racconta a che punto sono gli studi su cause ed effetti psicologici delle teorie del complotto: c’entra il cinismo e non fanno molto bene

    Complottista è una parola che esiste da pochi anni, nella lingua italiana. Si trova in qualche articolo di giornale nel corso degli anni Novanta, ma è entrata nei dizionari solo a partire dagli anni Duemila. Il dizionario Treccani ne dà questa definizione:
    «Chi o che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti».
    Il complottismo, però, è tutt’altro che un’esclusiva italiana. Il New York Times ha pubblicato un articolo di Maggie Koerth-Baker, caporedattrice scientifica del sito BoingBoing, che illustra qualche risultato scientifico sulla psicologia di chi è incline a credere nelle teorie del complotto.
    Negli Stati Uniti, infatti, il complottismo è particolarmente diffuso ed è anche studiato da più tempo: uno dei grandi classici sull’argomento è un saggio di Richard Hofstadter del 1965,
    The Paranoid Style in American Politics (qui l’originale in PDF). Negli ultimi anni è diventato di attualità anche da noi, se si pensa alla quindicina di interrogazioni recenti al Parlamento italiano sulle scie chimiche o alle teorie del complotto sull’11 settembre.
    Nel resto del mondo, pare, non va molto meglio: in un sondaggio effettuato nel 2004 in sette paesi a maggioranza musulmana, circa l’80 per cento degli intervistati ha detto di credere che l’attentato alle Torri Gemelle è stato portato avanti dagli Stati Uniti o dal Mossad israeliano (che viene tirato in ballo in un sacco di teorie cospirazionistiche).
    Koerth-Baker parte dall’osservazione che, dopo l’attentato alla maratona di Boston del 15 aprile scorso, sono circolate le teorie più diverse sulle motivazioni dei suoi autori, i fratelli Tsarnaev: secondo alcuni erano capri espiatori per alcuni sauditi che avevano conoscenze molto in alto; secondo altri gli Tsarnaev erano parte di un’organizzazione più ampia; per altri ancora i due fratelli erano innocenti e l’attentato era stato organizzato dallo stesso governo americano.
    Secondo gli studi psicologici, dice Koerth-Baker, chi si è convinto che una delle teorie del complotto è vera tende a trovare plausibili anche tutte le altre che spiegano lo stesso evento, nonostante molte di queste siano tra di loro in contraddizione. «Una teoria del complotto non è tanto la risposta a un singolo evento, quanto l’espressione di una visione del mondo complessiva.» Come è stata definito in un’altra ricerca, il complottismo è un “sistema monologico di credenze”, cioè una specie di griglia di regole in cui si possono facilmente inserire anche gli avvenimenti nuovi, sui quali si hanno poche informazioni.
    Questo permette ai complottisti di assimilare facilmente dei nuovi fenomeni ed incasellarli nella propria rete di credenze. Chi è dotato di un rigoroso sistema di questo tipo, non deve fare sforzi per studiare la storia o la cultura di un paese sconvolto da un attentato o da una guerra civile. Ha già una spiegazione pronta: è stata la CIA (o il Mossad o il KGB, qualche anno fa).
    Un simile sistema è altrettanto utile a evitare che le credenze profonde di una persona possano venire danneggiate da fatti che minacciano di metterle in dubbio, e questo è un altro dei meccanismi psicologici fondamentali che entrano in gioco. Negli Stati Uniti, un fanatico delle armi potrebbe credere che la sparatoria in una scuola è stata messa in scena da nemici del secondo emendamento della Costituzione americana (quello che permette ai privati, nella sua attuale interpretazione, la detenzione di armi), per tutelare la sua convinzione che le armi sono sempre e comunque un bene per la società
    .

    Il cinismo del complottista
    Le ricerche hanno mostrato anche qualche tratto caratteriale che si associa più di frequente con le tendenze complottiste. Una ricerca del 2010 (qui in PDF) ha concluso che i complottisti tendono ad essere più cinici nei confronti del mondo e della classe politica. Le teorie del complotto si diffondono più spesso in persone che hanno una bassa stima di sé e la sensazione di non essere in grado di intervenire per cambiare il mondo che li circonda.
    È possibile che, in alcune persone, questi stati d’animo siano legati a forme di psicopatologia: lo studio di Hofstader del 1965 ha ancora molto credito nello spiegare perché il fenomeno del complottismo possa sorgere più facilmente in certe persone piuttosto che in altre. Ma la malattia mentale, da sola, non basta a giustificare l’estrema diffusione di alcune teorie del complotto (come ad esempio quella sull’11 settembre nel mondo arabo) e una delle cose più interessanti del fenomeno è proprio che persone che reputiamo perfettamente normali, o persino molto intelligenti, siano convinte con facilità dalle interpretazioni complottiste della realtà.
    Infine possono entrare in gioco alcuni elementi esterni. Teorie del complotto possono essere suggerite e propagandate da politici, religiosi o altre figure mediatiche per favorire una precisa agenda politica. La mancanza di affidabili informazioni può contribuire a fare sì che queste teorie si diffondano. Purtroppo vale anche l’effetto contrario: un eccesso di informazioni può avere un effetto contrario a quello che normalmente ci aspetteremmo.
    Internet, infatti, ha permesso una circolazione dell’informazione molto più rapida e diffusa, ma le ricerche mostrano anche che la rete, invece di frenare le ipotesi più bizzarre, sembra essere un grande strumento per renderle più convincenti. Di conseguenza, il complottismo sembra più diffuso che mai: l’articolo del NYT cita una ricerca recente secondo cui il 63 per cento degli americani che sono iscritti alle liste elettorali – quelli dunque più interessati alla vita democratica del paese – crede in almeno una teoria del complotto che ha a che fare con la politica
    .

    Il complottismo fa bene?
    Una domanda a cui tutte le ricerche cercano di dare una risposta è se il complottismo, detto brutalmente, faccia bene o faccia male. Si tratta di una domanda che prescinde dal fatto che la particolare teoria del complotto a cui crede la persona sia vera o falsa. I due punti a cui cercano di rispondere gli scienziati sono se chi crede a una teoria del complotto ne riceva un vantaggio o uno svantaggio per sé, e se il complottismo porti un vantaggio o uno svantaggio per la società.
    La risposta sembra essere no a entrambe le domande. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che alcune persone, a cui venivano mostrate teorie della cospirazione sul riscaldamento globale e la principessa Diana (ma non le informazioni che le smentivano) in un secondo momento erano più inclini a non farsi coinvolgere nell’attività politica e meno inclini a comportamenti responsabili dal punto di vista ambientale.
    Altre ricerche mostrano che gli afroamericani che credono al complotto della diffusione dell’AIDS come arma contro di loro sono meno inclini a fare sesso protetto; i genitori che credono che governi e case farmaceutiche tengano nascosti i dati che mostrano quanto siano dannosi i vaccini tendono a non vaccinare i propri figli: il risultato di queste scelte sono sacche di morbillo e di pertosse e, in certi paesi, di poliomelite, oppure la diffusione epidemica in alcuni gruppi di popolazione di gravi malattie sessualmente trasmissibili.
    Attualmente gli psicologi non sono sicuri di poter affermare che tutto questo meccanismo cominci con un sentimento di impotenza o che sia il complottismo a causare il sentimento di impotenza. La conclusione a cui è giunta la gran parte degli scienziati con le ricerche attualmente disponibili è che, indipendentemente da che cosa causi cosa, il complottismo è spesso una forma di cinismo estrema e a volte patologica
    .

  13. Pingback: La scienza apocalittica | Paesaggi vulcanici

  14. «La Stampa», 21 settembre 2013, QUI

    PERCHE’ SIAMO DISPOSTI A CREDERE A TUTTO
    di Eugenia Tognotti

    Molte cose colpiscono negli allarmi dei teorici delle cospirazioni che evocano ogni sorta di trama scellerata, dalle scie chimiche all’uso dell’epidemia A/H1N1 come arma biologica, intenzionalmente utilizzata per una drastica riduzione della popolazione mondiale. La prima, la più banale, è la stupefacente facilità con cui tante persone – in un’èra segnata dal progresso della tecnologia e della scienza – sono disposte a prendere per oro colato le più sgangherate teorie del complotto come quella di una congiura internazionale microchip nel corpo umano (divulgata in Italia dal M5S); o del «complotto lunare» secondo il quale i capi della Nasa falsificarono completamente l’atterraggio dell’uomo sulla Luna, in una cospirazione condotta, manco a dirlo, con la collaborazione del Governo degli Stati Uniti. Ma ad imporsi – oltre al numero e alla lunga durata di alcune strampalate teorie – è la disinvoltura con cui i loro seguaci ignorano le più schiaccianti «prove» scientifiche; e, in generale, il sospetto con cui guardano alla scienza e ai suoi metodi: quando si trovano di fronte a fatti inoppugnabili, che demoliscono le loro folli teorie, le assumono semplicemente come un’ulteriore prova dell’ingegno messo in campo per dimostrare il falso.
    Coloro che ne scrivono, con sprezzo del pericolo, sono considerati una pedina delle forze oscure e potenti che ordiscono le loro trame. Come quelle, per fare un solo esempio, che, secondo un’ipotesi complottista, hanno fatto scoppiare la prima epidemia di Hiv/Aids nel 1981: il mortale virus sarebbe stato creato dalla Cia nei laboratori militari per spazzare via gli omosessuali e gli afroamericani. Le prove scientifiche sull’origine del virus non hanno scosso i seguaci, tra cui eminenti personaggi come il presidente sudafricano Thabo Mbeki e l’ecologista keniana Wangari Maathai, che approfittò dei riflettori internazionali per sostenere quella teoria, che fa a meno dei fatti: la comunità scientifica è quasi unanime nel ritenere che il virus è passato dalle scimmie all’uomo alcuni decenni prima della sua comparsa sulla scena. Nel clima di negazione e rifiuto della scienza, non manca, in alcuni casi, il ricorso a prove pseudoscientifiche come avviene per il presunto collegamento vaccini-autismo, che prende di mira l’avidità di Big Pharma.
    Al di là dell’interesse – che riguarda l’ambito della psicologia – per questa particolare forma di pensiero irrazionale e per il legame tra pensiero cospirativo e visioni del mondo anti-scienza, alcune di queste teorie complottiste non sono purtroppo innocue. Talora provocano danni alla società: basterà ricordare quanti genitori, allarmati dalla teoria – pur ampiamente smentita e dimostrata priva di fondamento – che i vaccini potessero avere un ruolo nell’autismo, hanno privato i loro bambini di un prezioso scudo protettivo contro gravi malattie. Ma perché tante persone sono così pericolosamente inclini ad accettare le teorie della cospirazione? Forse – sostiene qualcuno – soddisfano alcuni requisiti fondamentali dell’uomo. Stando alla «gerarchia di bisogni» tracciata dallo psicologo Abraham Maslow, le ricche società occidentali hanno soddisfatto i bisogni più elementari (fame, sete, sonno, ecc.), cosa che ha fatto emergere i bisogni di ordine superiore, come quello della sicurezza (protezione, soppressione di ansie, preoccupazioni e paura. Quella dell’ignoto, per cominciare). Conoscere le «trame» e le congiure di oscuri e potenti personaggi darebbe l’illusione di riuscire a sconfiggerla
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  15. Tra credulità e marketing (tra gli organizzatori spicca anche la casa editrice Draco, specializzata in libri sull’esoterismo, lo yoga e la chiaroveggenza):

    “Corriere della Sera”, 23 novembre 2013, QUI

    A Modena il 21 dicembre
    «STOP ALLE SCIE CHIMICHE». IL POPOLO DEL COMPLOTTO SCENDE IN PIAZZA
    «Chi sta spruzzando, che cosa, e perché nei nostri cieli?»
    di Marco Madonia

    BOLOGNA – Complottisti di tutta Italia unitevi. Il popolo delle «scie chimiche» scende in piazza: l’appuntamento è fissato per il 21 dicembre a Modena con tanto di immancabile flash mob e corteo per le vie del centro cittadino. Sarà una sorta di Woodstock tricolore per chi crede che proprio in questo momento Jfk, Elvis e Osama Bin Laden si stiano godendo la loro meritata pensione in uno fazzoletto di terra all’interno dell’area 51. Le scie chimiche, in effetti, sono l’alfa e l’omega di chi, per fede e professione, confonde bufale e verità. Sarebbero, dicono loro, una specie di aereosol clandestino lanciato nell’atmosfera dai velivoli della «Spectra» globale per modificare il clima.
    DALLA RETE ALLA REALTA’ – Sta di fatto che per la prima volta la teoria del complotto esce dalla rete e arriva nella realtà. Grazie alla mobilitazione organizzata dalle sigle Riprendiamoci il Pianeta – Resistenza Umana, Bene Comune, Movimento Valori e Rinnovamento e la Draco edizioni specializzata in libri sull’esoterismo, lo yoga e la chiaroveggenza.
    LE «SCIE CHIMICHE» – Inutile dire che le scie chimiche sono solo il gas di scarico degli aerei che forma scie di condensazione che non hanno sempre lo stesso aspetto e la stessa durata. Conviene, invece, leggere la chiamata alle armi dei mobilitatori. Un volantino che vale più di un’antologia. «Da diversi anni l’Italia è interessata da sempre più pesanti irrorazioni chimiche eseguite da aerei cisterna privi di riconoscimento che rilasciano nell’aria scie composte da metalli pesanti, alluminio, bario e polimeri sintetici», è l’incipit. Poi l’astuta domanda: «Chi sta spruzzando, che cosa, e perché nei nostri cieli? La Nato e gli Usa devono dirci che cosa stanno facendo a nostra insaputa sulle nostre teste giocando con la nostra salute – aggiunge il manifesto -. Ogni persona di buon senso può osservare il fenomeno delle scie chimiche che vela sempre di più il nostro cielo che una volta era azzurro». Ovviamente stampa e politica, secondo i teorici delle scie chimiche, sono complici di questa incredibile macchinazione. Per fortuna che c’è chi non crede alla propaganda da quelli che loro considerano pennivendoli del regime. «Informiamoci, documentiamoci, uniamoci e lottiamo per fermare questi aerei della morte»
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  16. Stare dietro a tutte le riproposizioni dello stesso articolo apocalittico che rimastica le parole di Flavio Dobran è difficile (a proposito, ma Dobran queste “previsioni” dove le annuncia? In articoli scientifici, in convegni, sui fogli per incartare la lattuga? Dove?). Gli ultimi due articoli, a mia conoscenza, sono di questi giorni (i contenuti sono sempre gli stessi: si copiano gli uni con gli altri):

    “Il Fatto Vesuviano”, 25 novembre 2013, QUI

    ALLARME DAGLI USA: «IL VESUVIO ESPLODERA’ E FARA’ UN MILIONE DI MORTI IN 15 MINUTI»
    di William Argento

    Di tutti gli allarmi lanciati negli ultimi anni sul rischio Vesuvio, quello più terrificante giunge da Flavio Dobran, esperto di vulcani e docente della “New York University”. «Il Vesuvio che “dorme” dal 1944 esploderà con una potenza mai vista ed in appena quattro minuti inghiottirà già 5 o 6 Comuni della zona rossa». È quanto afferma l’ingegnere fluidodinamico nella sua ultima relazione che ricalca, e rende ancora più tremenda, rispetto a quella dello scorso anno in cui gli orizzonti per gli abitanti del Vesuviano non erano già affatto buoni. In articolo scientifico pubblicato già un anno fa dal blog SulaTesta ed a firma di Gianni Lannes. «Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere – c’è scritto nell’articolo – Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1.000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti».
    E già nell’articolo di un anno fa di SulaTesta si leggeva che si trattava di un’ipotesi documentata, frutto di studi approfonditi con la sola incognita della data in cui tutto ciò si verificherà: «Questo purtroppo non possiamo prevederlo – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone».
    Ancora Lannes annunciava che Dobran aveva progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future. «Il simulatore vulcanico globale – continua il vulcanologo – dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata»
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    “Mondo 24”, 26 novembre 2013, QUI

    ALLARME DAGLI STATI UNITI: “IL VESUVIO ESPLODERA’ PROVOCANDO MILIONI DI MORTI”
    di Redazione

    Flavio Dobran, docente della New York University, prevede che l’Etna e il Vesuvio saranno protagonisti di eruzioni catastrofiche, potenti come esplosioni: ”All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani. Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto ci sarà sia per l’Etna che per il Vesuvio, anche se è su quest’ultimo che i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione”.
    Il docente Paolo Gasparini a sua volta si esprime così: “il vulcano è un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km”.
    Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79 e il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata”.
    Sul fatto che tutto questo dovrà succedere, sono d’accordo tutti gli esperti. Infatti l’anno scorso, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Marcello Martini, ha dichiarato che il vulcano darà molti segnali che faranno capire agli esperti che sta per eruttare con netto anticipo, non giorni ma settimane, mesi e forse addirittura uno/due anni. Questa è l’unica consolazione
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  17. In quest’intervista, Paolo Attivissimo spiega che le teorie del complotto hanno successo “perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato”. Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, “creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo”.

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    Ecco l’intervista integrale:

    “International Business Times”, 27 novembre 2013, QUI

    “SCIE CHIMICHE E TEORIE DEL COMPLOTTO DISTRAGGONO DAI PROBLEMI REALI”.
    INTERVISTA A PAOLO ATTIVISSIMO

    di Alessandro Martorana

    Paolo Attivissimo è un nome che, nella comunità italiana di internet, è molto ben conosciuto, come testimoniato dai tre Macchianera Awards vinti nel 2008, 2009 e 2013 con il suo blog “Il Disinformatico” come Miglior Sito Tecnico-Divulgativo. Giornalista, consulente informatico e divulgatore scientifico, il blogger italo-britannico (è infatti nato a York, ma risiede in Svizzera) è molto conosciuto in rete per la sua attività di debunker ossia, come lui stesso si definisce sul suo sito, cacciatore di bufale.
    IBTimes Italia ha avuto l’opportunità di intervistare Attivissimo sul tema delle teorie del complotto e sulla loro enorme diffusione, una questione che avevamo già affrontato nei giorni scorsi in occasione del 50° anniversario dell’omicidio di John Kennedy, un evento che ha generato una serie quasi infinita di “conspiracy theory”.

    Partiamo proprio dalla basi: ci può dare una definizione di “Teoria del complotto”?
    Una teoria del complotto è una ricostruzione di un evento basata su una selezione scorretta dei fatti, o addirittura su fatti che non sono tali, cioè fasulli. La differenza tra una tesi di complotto e una ricostruzione da detective, per così dire, di un evento, è l’approccio: il cospirazionista parte da una tesi preconcetta, poi sceglie i fatti che gli fanno comodo, che confermano la sua idea preconcetta. Mentre il ricercatore, che vuole capire come sono andate le cose, prima raccoglie tutti i fatti, e poi su quelli cerca di costruire una tesi che soddisfi tutti i fatti conosciuti, e non soltanto un sottoinsieme.

    Qual è invece la definizione di “debunker”? Le va bene come definizione di ciò di cui si occupa?
    Si, va benissimo: “debunker” per alcuni è un termine denigratorio, ma la cosa non mi turba affatto. Il debunker è semplicemente qualcuno che cerca di fare chiarezza su un singolo, specifico aspetto di una tesi di complotto. Ad esempio, il lavoro del debunker è proprio quello di andare a prendere un’affermazione fatta dai sostenitori delle tesi di complotto e vedere se quella affermazione è valida, se ci sono dei riscontri sulla base dei fatti, se c’è un riscontro logico, se ci sono delle perizie o qualche altro dato tecnico che ci permette di confermare o smentire quello che è stato asserito dai sostenitori delle tesi alternative.
    Faccio giusto un esempio: se qualcuno mi viene a dire che il buco nel Pentagono dell’11 settembre è troppo piccolo, si dice: “Bene, questa è l’affermazione, andiamo a vedere se è vera”. Ci può passare un aereo di linea da quel buco? Secondo i cospirazionisti il buco è largo 5 o 6 metri. Poi si vanno a vedere le fotografie della breccia prima del crollo della facciata, ed emerge che la breccia è larga circa 35 metri, vale a dire l’equivalente di un aereo di linea come il Boeing 757. Si tratta di questo: si fa un controllo delle affermazioni. Lo si fa sia per le tesi cospirazioniste sia per le ricostruzioni ufficiali, per carità. Si fa imparzialmente dovunque ci sia un sospetto che ci sia qualcosa di mal spiegato o interpretato scorrettamente.

    Alcuni cospirazionisti sostengono che il metodo dei debunker non sia scientificamente valido, perché partono dalle conclusioni di una teoria per confutarne le basi. Lei cosa ne pensa?
    Trovo che questa interpretazione del lavoro del debunker sia scorretta, nel senso che in realtà non si parte da una tesi preconcetta. Il compito del debunker non è quello di difendere una tesi preconcetta, che sia ufficiale o di altro genere. È semplicemente quello di verificare le affermazioni fatte dai sostenitori delle teorie alternative ed anche dalle fonti ufficiali, per vedere se sono coerenti e se soddisfano tutte le conoscenze tecniche che abbiamo. Il debunker è semplicemente uno che verifica quello che gli altri hanno detto.

    Perché le teorie del complotto hanno tutto questo successo e raccolgono tanti proseliti?
    Credo sia perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos.
    Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato. Un’altro fenomeno, un’altra leva molto diffusa a supporto della popolarità delle tesi alternative è che sono grandi storie che corrispondono a grandi fenomeni. Mi spiego: tendenzialmente, quando succede qualcosa di grande, di simbolico, di catastrofico, che cambia la storia, ci sembra squilibrato pensare che possa essere stato causato da un fenomeno così piccolo. Per esempio: la morte di John Lennon, ucciso per strada, ha cambiato per molti la storia. È stato uno shock planetario, e pensare che sia stato fatto da un semplice squilibrato sembra strano, sembra implausibile, e allora si va spesso a cercare la dietrologia.

    Quindi esistono delle teorie anche sulla morte di John Lennon?
    Le tesi di complotto esistono su qualunque fenomeno, la fantasia in questo senso non conosce limiti.

    E cosa si dice? Che Mark Chapman (l’assassino di Lennon) fosse un agente della CIA o qualcosa del genere?
    Tutto è possibile, tutto è già stato teorizzato. Quindi presumo esista anche questa tesi in rete. C’è sempre qualcuno che vuole ricamare su questi avvenimenti.

    Anche per lucrarci?
    No, questa è una cosa che tengo a mettere in chiaro. La maggior parte dei sostenitori delle tesi alternative, quelli che ci credono, non lo fa per i soldi. Anzi: di solito ci rimette soldi, lavoro, reputazione, perché insegue queste visioni un po’ bizzarre. Altra cosa succede invece per i leader del cospirazionismo, ad esempio Alex Jones, un conduttore radiofonico americano che su queste tesi alternative e sulla paranoia che le circonda ha costruito un impero economico con gadget, cappellini e paccottiglia varia che viene venduta. La tazza con le Torri Gemelle che prendono fuoco è un esempio del kitsch che circonda certo cospirazionismo.

    Lei molto spesso parla di una pericolosità sociale delle teorie del complotto, cosa intende?
    Intendo che creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. Faccio un esempio: proprio in questi giorni si sta parlando tantissimo di mobilitazione per le scie chimiche, che farebbero chissà quali danni ecologici, avvelenerebbero la popolazione, favorirebbero il controllo mentale. E questo distrae da problemi ben più concreti come l’inquinamento prodotto, ad esempio, dalle automobili, dagli impianti di riscaldamento, dalle nostre scelte di vita quotidiana. Distrae da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente.
    Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo. Questo sta spingendo molti genitori a non vaccinare i figli, col risultato che malattie che avevamo sostanzialmente debellato adesso stanno ricomparendo, e stanno causando morti assolutamente inutili. Quindi è in questo senso che si va seriamente a costituire un pericolo sociale.
    Poi ci sono anche queste trasmissioni di fandonie spacciate per programmi di divulgazione scientifica, come per esempio Voyager, nelle quali ti raccontano le cose più strampalate presentandole come se fossero reali, quando basterebbe sentire, invece del solito individuo mascherato, un archeologo, un paleontologo, un biologo, per smentire subito queste tutta questa fantasia su Atlantide, le visite degli alieni nell’antichità, le pietre scolpite con i dinosauri e quant’altro.
    Purtroppo, da parte di una buona parte del giornalismo non c’è nessun interesse a voler fare chiarezza. Si fa poca fatica a costruire un servizio televisivo sul nulla, e invece si fa tanta fatica a fare indagini che smentiscano o che diano dei dati concreti. per cui il cospirazionismo prospera anche con il favore e la complicità di un certo giornalismo sensazionalista.

    È mai capitata una teoria del complotto che almeno inizialmente l’ha fatta vacillare? Che le ha fatto pensare: “Mah, forse è vero”?
    Senz’altro. Per l’11 settembre io sono stato cospirazionista della prima ora: Thierry Meyssan, uno dei leader del cospirazionismo, ha scritto un libro sull’11 settembre tradotto in una trentina di lingue, con il quale ha guadagnato più di un milione di euro, nel quale sosteneva che le foto dimostravano che l’aereo al Pentagono non c’era. Quando queste foto hanno cominciato a circolare su internet io le ho viste, e per un attimo mi si è accesa la scintilla del dubbio, perché guardandole sembrava una tesi perfettamente coerente e plausibile. Ho pensato: “Metti che questa volta qualcuno ha scoperto davvero un inghippo”.

    E cosa le ha fatto cambiare idea?
    Dopo il primo quarto d’ora di perplessità, invece di star lì a dire “Si, è sicuramente un complotto”, quindi partire da una tesi preconcetta, ho detto: “Aspettiamo un momento, cerchiamo di avere tutti i dati che ci servono per arrivare ad una conclusione”. E allora con l’aiuto di colleghi e di fotografi professionisti ho chiesto in giro se ci fossero altre fotografie del Pentagono subito dopo l’impatto, e puntualmente nel giro di un quarto d’ora sono emerse. Peraltro erano già disponibili su internet, e hanno permesso di capire che Thierry Meyssan aveva semplicemente selezionato ad arte le immagini che corrispondevano alla sua tesi, quelle dove sembrava che la breccia fosse piccola. Perché la breccia più grossa era, guarda caso, coperta dal getto di un idrante. Ecco, su queste basi si costruiscono le tesi di complotto: si fabbricano mostrando solo i dati che fanno comodo, e nascondendo o facendo finta di non conoscere gli altri
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  18. Gli abitanti del vesuviano, ovviamente generalizzando, si dividono effettivamente in due categorie: quelli che parlano di un destino e di un destinato ineluttabile e quelli che direttamente incolpano il “governo ladro” che gli nasconde le cose e che non dirà mai niente sull’imminenza o meno di un’eruzione. In entrambi i casi e sia ben chiaro la colpa non è la loro. Poi c’è la categoria degli informati. C’è chi sostiene infatti che a Caserta sono stipate migliaia di bare pronte all’uso così come non sono rarissimi quelli che viaggiano con la maschera antigas nel bagagliaio…
    Se in ogni paese del vesuviano lasciassimo su banchetti pubblici libretti a tonnellate che spiegano la situazione del rischio Vesuvio e cosa ragionevolmente occorrerebbe fare per difendersi, dando al prezzo di copertina il valore di un euro, ben pochi allungherebbero la mano per comprare la conoscenza sul terribile argomento. Viceversa, se di fianco agli stessi tavoli mettessimo cataste di cabale napoletane illustrate al prezzo di due euro, gli acquirenti sarebbero molti di più che nel primo caso.
    La differenza è racchiusa nell’impegno che si richiede al lettore. Nel primo caso è massimo: politico, sociale,decisionale,ecc… La cabala richiede invece solo fortuna, una merce che ha poi lo stesso impianto statistico in ogni essere umano e che non richiede senso civico o rinunce o stravolgimenti delle proprie abitudini.

    • Grazie per il tuo commento, MalKo. Non sapevo delle bare casertane, ma temo serviranno a poco, stando agli scenari dei catastrofisti. Si, tra l’euro investito in conoscenza e la cabala gratis non c’è partita, per questo bisogna costruire (con impegno, costanza, continuità, perserveranza) una “cultura dell’emergenza” (e, prima ancora, una “cultura delle convivenza sostenibile col territorio”).
      La questione, tuttavia, è nazionale, come testimonia il recente flop di un’esercitazione di evacuazione nel bergamasco.

  19. Il linguaggio catastrofista, innanzitutto:

    “Il Fatto Vesuviano”, 3 dicembre 2013, QUI

    IL RISCHIO VESUVIO APPRODA IN RAI, GLI ESPERTI ITALIANI: “NON CI SARA’ SCAMPO”
    di William Argento

    Il pericolo Vesuvio affrontato dalla televisione pubblica, che dopo i continui allarmi cerca di fare luce sulla complessa situazione attraverso un’inchiesta delle giornaliste napoletane Amalia De Simone e Simona Petricciuolo. Lo speciale verrà trasmesso da Rai Educational, diretta da Silvia Calandrelli, nel format “Crash – Contatto, impatto, convivenza”, un programma di Valeria Coiante, Marco Malvestio, Paolo Zagari e Andrea Zanini, che andrà in onda domani alle ore 21,15 su Rai Storia – canale 54 del digitale terrestre e canale 23 Tivù Sat e in replica mercoledì 11 dicembre alle 01 su Rai Tre.
    Il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, uno dei massimi studiosi del Vesuvio e della sua attività, ha lanciato l’allarme più di una volta: «Siamo su una bomba ad orologeria che non lascerà scampo». Ma perché esattamente il Vesuvio rappresenta un pericolo mortale per le popolazioni che vivono alle sue pendici? È un rischio legato esclusivamente ad un evento naturale oppure l’uomo ha peggiorato le cose? E ancora, da un lato il Vesuvio, dall’altro i Campi Flegrei: la zona potenzialmente più vicina a un’eruzione è incredibilmente priva di un piano di emergenza e di evacuazione. Ma cosa succederebbe a Napoli in caso di eruzione? Quali sarebbero gli effetti su cose e persone?
    Dalla centrale operativa della Protezione civile, Crash racconta l’organizzazione in caso di emergenza, mettendone in luce i punti di forza e le falle. Tra abusivismo diffuso, strade pericolose e vie sotto sequestro, evacuare i comuni della zona rossa sarebbe un’impresa in alcuni casi impossibile
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  20. Pingback: Il Vesuvio, una notizia bomba | Paesaggi vulcanici

  21. “Signoraggio” (blog di Luigi Marra), 2 gennaio 2013, QUI

    SECONDO GIANNI LANNES UN’ERUZIONE CATASTROFICA DEL VESUVIO E’ ORMAI IMMINENTE, MA LO STATO NON SE NE CURA
    Secondo il noto giornalista investigativo Gianni Lannes sarebbe ormai imminente una devastante eruzione del Vesuvio e quasi due milioni potrebbero essere le potenziali vittime
    di Nicola Bizzi

    Il noto giornalista investigativo Gianni Lannes è tornato oggi, 31 Dicembre, a lanciare attraverso il suo sito Su la testa! un grave allarme relativo ad una possibile imminente eruzione del Vesuvio. Allarme che, considerato l’evidente disinteressamento delle autorità competenti, rischia di cadere inascoltato con possibili conseguenze a dir poco apocalittiche.
    Lannes, che in più occasioni ha già affrontato la questione, denuncia che, nonostante il recente allarme lanciato dal massimo esperto mondiale in materia, il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya, il Governo non stia muovendo un dito per predisporre seri piani di evacuazione, preferendo tacere in modo criminale alla popolazione il rischio di un evento eruttivo devastante che causerebbe milioni di vittime e metterebbe definitivamente in ginocchio la nostra economia.
    Ma evidentemente, come sottolinea Lannes, le quasi due milioni di potenziali vittime, che risiedono delle aree che potrebbero essere interessate da questa mega eruzione, sono considerate come “carne da macello” da questo regime che – aggiungiamo noi – ha come unica preoccupazione quella di continuare a spremere senza ritegno gli Italiani per poter meglio servire i suoi burattinai, i poteri bancari e quelli della grande finanza internazionale.
    Nakada Setsuya, che si trovava in Italia la scorsa estate per la Conferenza Mondiale dei Geoparchi di Ascea, nel Cilento, è stato categorico: “Gli italiani farebbero meglio a parlarne e a prepararsi, così da avere un piano per gestire la situazione”. Il professore giapponese ha infatti evidenziato il forte incremento di segnali preoccupanti che evidenzierebbero forti movimenti del magma e che farebbero ritenere ormai imminente qualcosa di drammatico. “Tutto il mondo – ha dichiarato il responsabile regionale campano dei Verdi Francesco Emilio Borrelli – è preoccupato e lancia allarmi per i vulcani del napoletano. Solo la Protezione Civile nazionale continua a dormire sogni beati rinviando di anno in anno il piano dei Campi Flegrei e non aggiornando quello del Vesuvio”. Mentre i piani di sicurezza per la popolazione – elaborati dalla Protezione Civile – risultano palesemente inadeguati e obsoleti, sono stati recentemente registrati, a conferma degli allarmi di Setsuya, terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto lavico del Vesuvio ed emissioni fumaroliche lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata, un’energia enorme e spaventosa che potrebbe rivelarsi decisamente maggiore di quella liberatasi con l’eruzione del 79 d.C., quella che distrusse Pompei ed Ercolano, causando centinaia di migliaia di vittime.
    Il Vesuvio è considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive.
    Anche il Professor Flavio Dobran, docente della New York University, si è recentemente associato al collega nipponico Nakada Setsuya, dichiarando quanto segue: “All’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto in appena 15 minuti”.
    Ha dichiarato ancora Dobran: “sappiamo con certezza che il momento del grande botto per il Vesuvio può essere molto vicino. Su quest’ultimo i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 Agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4.000 morti in poche ore”.
    Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha già evacuato alcuni suoi insediamenti militari nell’area, ma questa notizia, coperta da segreto militare, non è stata diffusa dai giornali di regime.
    “É il magma che spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania”. La tesi è di un vulcanologo napoletano, il professor Giuseppe Luongo, ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che non condivide la diagnosi rassicurante fatta da un suo collega, Paolo Gasparini che descrive il vulcano come “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità”. Molto al di sotto, a circa 10 km., la tomografia sismica tridimensionale individua materiali fluidi, interpretati come il bacino magmatico che alimenta il vulcano. Nei limiti della tomografia, che non distingue masse inferiori a circa 300 metri di diametro, Gasparini precisa che “non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km.”. Luongo contesta queste interpretazioni e avanza l’ipotesi, rilevante per le implicazioni di protezione civile, che potrebbero esistere canali di risalita già colmi di magma, senza interruzione, dal bacino profondo 10 km., fino alle parti più superficiali, con dimensioni al di sotto del potere risolutivo della tomografia. Come sostiene Luongo, “Il magma, per risalire in superficie, non dovrà vincere la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km., al contrario potrebbe trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse a temperature elevata”.
    La Regione Campania si è limitata a compiere una ridefinizione della cosiddetta “zona rossa” e del numero di residenti che andrebbero effettivamente allontanati in caso di eruzione del Vesuvio, portando la cifra a 800.000 rispetto ai precedenti 500.000 per quanto riguarda l’area vesuviana e a 400.000 per quella dei Campi Flegrei.
    Fino ad oggi si è pensato solo a piani di evacuazione su strada, con trasporto su gomma, ma non si è pensato a piani di evacuazione via mare, con l’ausilio di navi militari, un’ipotesi che cinviaa essere discussa soltanto adesso. Ma, come traspare dai dibattiti in corso nei vari consigli comunali interessati, ci si sta preoccupando soltanto – e sicuramente in maniera tutt’altro che disinteressata – a come richiedere eventuali contributi dall’Unione Europea.
    Come denuncia Lannes, lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. Esso prevede i seguenti fenomeni e conseguenti rischi associati:
    «Nella fase iniziale dell’eruzione si solleva fino a 15-20 chilometri di altezza una colonna eruttiva composta di gas e frammenti piroclastici, seguita dalla ricaduta a terra di pomici, lapilli e ceneri trasportati dal vento. Il rischio è correlato al carico esercitato dalla coltre piroclastica sui tetti degli edifici di cui provoca eventualmente il crollo, nonché alle difficoltà respiratorie, alla contaminazione delle colture e dell’acqua, alle difficoltà di autorizzare vie di fuga e agli ingorghi stradali. Il territorio che può subire questi fenomeni è indicato come zona gialla. Questa zona comprende 96 comuni delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno per un totale di circa 1.100 chilometri quadrati e 1.100.000 abitanti››.
    «Nella fase successiva, la colonna eruttiva collassa producendo colate piroclastiche che possono raggiungere velocità dell’ordine di 100 km/h e un enorme potere distruttivo. I modelli fisico-numerici indicano che dal momento del collasso della colonna eruttiva, le colate piroclastiche impiegheranno 5-10 minuti per raggiungere la costa. Il territorio esposto a questo rischio è definito zona rossa, comprende 18 comuni è per un totale di circa 200 chilometri quadrati di estensione e poco meno 600.000 abitanti››.
    «Nella terza fase si possono generare colate di fango anche a distanza di giorni dall’eruzione. I territori soggetti a questo rischio sono indicati come zona blu che include 14 comuni della provincia di Napoli per un totale di 180.000 abitanti. Inoltre, i comuni di Torre del Greco e Trecase, presentano un’elevata pericolosità da invasione di lave pur trovandosi ad una certa distanza dal cratere sommitale».
    Vi è poi il problema degli insediamenti umani edificati all’interno delle fasce a rischio. Questo fenomeno non è mai stato arrestato dal Governo nazionale e dalle autorità locali, che sono potenzialmente quindi complici della grave situazione odierna. Studi recenti hanno calcolato che nel periodo dal 1951 al 2001, nell’insieme dei 18 comuni considerati “zona rossa” vi è stato un sensibile incremento demografico, pari al 56,3 per cento (da 353.172 a 551.837 abitanti), soprattutto nella fascia costiera. Inoltre, vi è stato un aumento della densità abitativa tale da rendere questi comuni tra i più densamente abitati d’Italia. E particolarmente intensa è stata la crescita in queste aree del numero di abitazioni (da 73.141 a 187.407 edifici).
    La riuscita del cosiddetto “piano di emergenza”, come sottolineano gli esperti, dipende dalla capacità di prevedere l’eruzione del Vesuvio con sufficiente anticipo. In ogni caso, vi è una difficoltà oggettiva, anche se la popolazione fosse adeguatamente pronta e preparata, nell’evacuare una zona densamente abitata come quella vesuviana. La strategia di evacuazione è legata ai tempi di previsione: questa è possibile solo tre giorni prima dell’evento, un tempo notoriamente insufficiente ad evacuare da 500 a 800 mila persone.
    Infine, i Campi Flegrei (area ad alta densità di residenti) sono un’altra zona campana ad elevatissimo rischio vulcanico. Proprio in loco sono in fase di realizzazione delle sperimentazioni di cui la popolazione locale ed italiana, non è a conoscenza. Anche nei Campi Flegrei potrebbero quindi avvenire, come denuncia Lannes, delle imminenti eruzioni esplosive.
    Scavare una galleria sotterranea per spingere delle sonde fino alla caldera flegrea sotto il mare di Pozzuoli è considerato da molti altamente pericoloso. Il “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, coordinato dall’ingegnere Giuseppe De Natale, costa 15 milioni di Dollari e servirebbe a monitorare il rischio di terremoti ed eruzioni oltre che a studiare il bradisismo e a sfruttare l’energia del sottosuolo. Ma numerosi esperti mettono in guardia sugli effetti disastrosi che le trivellazioni potrebbero avere sul territorio. Gli ultimi avvertimenti in ordine di tempo provengono da due media americani, il Popular Science e la rivista scientifica Nature. Secondo entrambi le trivelle potrebbero incontrare sulla propria strada del magma sotto pressione, causando delle eruzioni e dei terremoti in tutta la zona intorno al Vesuvio. Clay Dillow, dalle pagine del Popular Science, si chiede se “il tentativo di difendere i Campi Flegrei, che nel mondo sono uno dei luoghi più a rischio di eruzioni vulcaniche, non possa addirittura peggiorare la situazione”.
    Sulla questione si è espresso anche Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica Ambientale presso l’Università Federico II° di Napoli e consulente della Procura sull’area dei Campi Flegrei. De Vivo ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in cui ha sottolineato il rischio di effettuare le rilevazioni in prossimità di centri abitati come Bagnoli, allegando pubblicazioni su altri incidenti «clamorosi» avvenuti in Nuova Zelanda e Islanda.
    L’incoscienza delle nostre autorità appare enorme, direttamente proporzionale alla loro incapacità di ascoltare e recepire i sempre più frequenti allarmi che provengono da tutto il mondo riguardo all’imminente eruzione esplosiva del Vesuvio, e dubito fortemente che riusciranno a organizzare in tempo qualsiasi piano di evacuazione o di soccorso per la popolazione. Eppure dovrebbero ben rendersi conto che un evento distruttivo di tale portata rischierebbe di minare definitivamente agli occhi del Popolo Italiano la loro credibilità, fino a mettere in discussione l’esistenza stessa dello Stato
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  22. “Curiosity”, 5 gennaio 2014, QUI

    Gli Usa approfondiscono gli studi sul Vesuvio
    VESUVIO. GLI USA INSISTONO: L’ERUZIONE IMMINENTE FARA’ UN MILIONE DI MORTI IN QUINDICI MINUTI

    Gli studi confermerebbero che l’esplosione del vulcano in quindici minuti porterebbe alla devastazione l’intero golfo di Napoli, conferma il vulcanologo americano Flavio Dobran, della New York University.
    “Il Vesuvio che “dorme” dal 1944 esploderà con una potenza mai vista ed in appena quattro minuti inghiottirà già 5 o 6 Comuni della zona rossa”. È quanto afferma l’ingegnere fluidodinamico nella sua ultima relazione che ricalca, e rende ancora più tremenda, rispetto a quella dello scorso anno in cui gli orizzonti per gli abitanti del Vesuviano non erano già affatto buoni. “Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere – dice l’esperto – Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1.000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti”.
    Si tratta di un’ipotesi documentata, frutto di studi approfonditi con la sola incognita della data in cui tutto ciò si verificherà: “Questo purtroppo non possiamo prevederlo – precisa il professor Dobran – Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà”.
    Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future.
    “Il simulatore vulcanico globale – continua il vulcanologo – dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“
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  23. Pingback: Il Vesuvio è in quiescenza, lo afferma il direttore dell’OV | Paesaggi vulcanici

  24. Un articolo il cui titolo trae in inganno: fingendo di porre un interrogativo, rilancia le tesi dei complottisti e catastrofisti più in voga sul web.

    “Blasting News: crowdsourcing journalism”, 9 gennaio 2014, QUI

    VESUVIO ERUZIONE: BOUTADE O PERICOLO CONCRETO?
    Vesuvio eruzione: a fine anno torna di moda il tormentone, boutade o pericolo concreto?
    di Virgilio Maroso

    L’anno 2013 si è chiuso coi festeggiamenti di rito, ma una notizia in particolare ha turbato l’opinione pubblica. Il Vesuvio, il vulcano di Napoli è pronto a rimettersi in attività?

    Eruzione Vesuvio: Gianni Lannes
    Il 31 dicembre 2013 il giornalista investigativo Gianni Lannes, sul proprio sito, ha toccato per l’ennesima volta l’argomento relativo alla situazione del Vesuvio, ribadendo il rischio di un’imminente e catastrofica eruzione che coinvolgerebbe circa due milioni di potenziali vittime.

    Eruzione Vesuvio: il vulcanologo Nakada Setsuya
    A fine estate 2013, il vulcanologo giapponese di fama mondiale Nakada Setsuya, aveva già dichiarato senza mezzi termini che ‘il Vesuvio erutterà, è sicuro perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando’. Inoltre, sempre secondo Setsuya, il piano predisposto dalla Protezione Civile, che coinvolgerebbe i 18 Comuni abitati potenzialmente interessati da una eruzione del Vesuvio, potrebbe non essere sufficiente a garantire l’incolumità delle persone.

    Eruzione Vesuvio: le cifre
    Per il momento, la Regione Campania si è limitata a ridefinire il numero di residenti che andrebbero evacuati nel caso in cui il Vesuvio eruttasse, aggiornando la cifra da 500.000 a 800.000 abitanti per quanto riguarda l’area vesuviana e a 400.000 abitanti per quanto riguarda la zona dei Campi Flegrei.
    Eppure, sempre nella denuncia di Lannes, lo scenario atteso dalle autorità italiane sarebbe ben più catastrofico e ciononostante la Protezione Civile sarebbe del tutto inerte. Nelle tre fasi in cui potrebbe dipanarsi un’eventuale eruzione del Vesuvio (colonna eruttiva con successiva pioggia di lapilli e ceneri, colate piroclastiche, colate di fango) la popolazione potenzialmente coinvolta dal fenomeno si aggirerebbe intorno ai due milioni di unità.
    Le cifre relative alla cosiddetta ‘zona rossa’ sono preoccupanti: dal 1951 al 2001 nei 18 comuni compresi in tale area si è assistito a un incremento demografico pari al 56,3 per cento (da 353.172 a 551.837 abitanti), e a un incremento del numero di abitazioni superiore al 200% (da 73.141 a 187.407 edifici).
    Di fronte a tali cifre, è evidente che l’efficacia di un ‘piano di emergenza’ dipende dalla capacità di previsione da parte degli organi preposti. La reale previsione non può andare oltre i tre giorni, ma 72 ore non costituiscono un arco temporale sufficiente per evacuare un milione di persone.
    La realtà è che in certe zone è stato consentito di costruire indiscriminatamente con la connivenza delle autorità politiche e non
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    Eruzione Vesuvio: solo una boutade o rischio concreto?
    Il Vesuvio è un vulcano attivo ed è considerato, dai massimi esperti in materia, uno dei vulcani a maggior rischio nel mondo. Il rischio, dunque, c’è, anche se non è possibile collocarlo precisamente da un punto di vista cronologico.
    Quando il Vesuvio erutterà, sarà l’ennesima strage annunciata
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    • “Positano News”, 10 gennaio 2014, QUI

      VESUVIO, PERICOLO ERUZIONE A CHI CREDERE?
      Su quella che è stata definita una leggenda web, circa le dichiarazione rilasciate da illustri scienziati americani su una eventuale eruzione del nostro vulcano, sarebbe opportuno non ironizzare più di tanto. Potrebbe invece risultare più utile adoperarsi per un confronto tra le versione affinché si rassicuri una popolazione a rischio e che purtroppo, visto il contesto, inizia a non nutrire più fiducia nelle dichiarazioni di Enti ed Istituzioni.
      di Salvatore Caccaviello

      Sorrento – Secondo l’Osservatorio Vesuviano tutto è quiete, il nostro amico Vesuvio riposa serenamente. Un preallarme ingiustificato quello sollevato sul web dopo le dichiarazioni del seppur famoso professor Flavio Dobran della New York University. “Tali allarmismi non hanno assolutamente motivo di esistere in quanto prive di fondamento, il Vesuvio non da alcun segnale di ripresa di attività eruttiva.” hanno dichiarato gli specialisti dell’Osservatorio. Quindi nessun allarme possiamo dormire sonni tranquilli. Sebbene vengano registrate da parte di due illustri professori, stavolta italiani, Giuseppe Mastrolorenzo e Giuseppe Luongo che hanno dichiarato,anche se in modo meno allarmante, il contrario. Ora quale sarà la versione più credibile? A questo punto una giusta e concreta riflessione è d’obbligo. Se si tiene presente che da anni ormai si vive in un paese dove tutto è precario, dove addirittura un Governo smentisce nel giro di 24 ore quello che è stato dichiarato ieri. Dove per anni si è detto che si poteva bere le nostre acque e mangiare le nostre verdure poi si scopre “la terra dei Fuochi”. Un fenomeno che sta portando alla morte centinaia di giovani vite a due passi da casa nostra. La situazione diventa ancora più assurda se si pensa che lo Stato lo sapesse dal lontano 1996 ed ha lasciato che il fenomeno andasse avanti. Se volessimo raccontare i tanti episodi in cui Enti ed Istituzioni hanno dato versioni diverse dalla realtà ci vorrebbe una giornata. Quante tragedie verificatosi negli ultimi sessant’anni che hanno portato morte e distruzione rimangono tuttora inspiegabili senza aver individuato i responsabili. Ora di fronte a due contrastanti dichiarazioni circa lo stato del Gigante “Buono” si pensa che forse non sarebbe opportuno dichiarare “alle falde del Vesuvio tutto bene Madama la Marchesa”. Sopratutto quando sia una Università americana famosa a livello mondiale ed in precedenza ulteriori scienziati statunitensi hanno sempre affermato che sia il Vesuvio classificato come vulcano attivo, che tutta la zona flegrea, ad esso collegato, risulta da anni costantemente in fermento. I fenomeni di bradisismo degli ultimi decenni e l’attività della Solfatara ne sono la dimostrazione più plateale. Tanto che gli stessi americani anni addietro hanno pensato bene di spostare da Bagnoli la base NATO. Pertanto se si prendessero in considerazioni tali elementi sarebbe forse opportuno non tanto assicurare che tutto è tranquillo, che non bisogna allarmarsi, che la situazione è identica al 1944. Magari con un intervento da parte delle autorità confrontare le varie tesi e dare una unica versione. In fondo ci sono in ballo il destino di qualche milione di vite umane… – Forse potrebbe ritornare utile mantenere sempre uno stato di preallarme,continuare oppure finalmente iniziare delle esercitazioni periodiche di evacuazione almeno dalla zona rossa. Soprattutto scoraggiare un fenomeno che rasenta veramente l’assurdo, che trova la sua realizzazione soltanto in una realtà come quella meridionale, cioè abusivismo edilizio praticato fino a poche centinaia di metri dalla bocca del Vulcano. Un fenomeno reso ancora più assurdo da coloro che rappresentano l’Autorità in questi luoghi, come i sindaci che hanno spalleggiato per una manciata di voti, la richiesta di condono edilizio per tali abusi. Ritornando alla credibilità dei nostri Enti e delle nostre Istituzioni, di fronte ad una tale imbarazzante situazione, in cui nessuno si adopera concretamente in modo tale che un fenomeno come l’abusivismo edilizio venga debellato almeno in tali circostanze, ci perdonerà l’Osservatorio Vesuviano, visto anche il contesto a livello di credibilità in cui tutto il Paese versa, che dovendo scegliere tra la versione americana e quella vesuviana, noi che potremmo rischiare la vita, non abbiamo dubbi nell’avvallare almeno in parte quella fornita da oltre oceano.

  25. A proposito di Fukushima, qualche scienziato ha avanzato l’ipotesi di «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Ecco come il discorso apocalittico, nella sua finta e urlata preoccupazione, riesce a ridicolizzare un problema grave. In questo caso, però, quel che mi colpisce è l’idea che si possa disporre degli spazi altrui (il sud del mondo) come e quando si vuole.
    “ArticoloTre”, gennaio 2014: QUI.

    E comunque, vorrei davvero vederlo: ve li immaginate Bossi e Fini (e gli altri “difensori di frontiere”) profughi in Burundi o in Uruguay a causa delle radiazioni nucleari nell’emisfero boreale?

    Comunque, ne aveva già scritto “Megachip” il 16 settembre 2013: QUI.

  26. Pingback: Il racconto del Vesuvio sulla stampa degli ultimi giorni | Paesaggi vulcanici

  27. Della “strumentalizzazione” del Vesuvio a fini di audience ne aveva scritto già il 20 settembre 2012 SG su “Tutto è…“, settimanale di Torre del Greco:

    “Tutto è…”, 20 settembre 2012, p. 15

    Come creare una notizia dal nulla e farla arrivare su giornali e siti internet di tutt’Italia? Semplice: scrivendo del vulcano attualmente più pericoloso (e monitorato) al mondo
    VESUVIO, DA SEMPRE UNA “PRIMADONNA” INVOLONTARIA
    di SG

    Come creare una notizia dal nulla e farla arrivare su giornali e siti internet di tutt’Italia? Semplice: scrivendo del Vesuvio, il vulcano attualmente più pericoloso (e monitorato) al mondo. Un suo brusco risveglio metterebbe in ginocchio definitivamente la nazione tutta, altro che accise sulla benzina dopo i terremoti dell’Emilia!
    Sarà per questioni economiche, sarà perché al ritorno delle ferie gli argomenti scarseggiano, fatto sta che, dal primo settembre, quando sul sito Megamondo.com è stato pubblicato un articolo abbastanza vago – ed incompleto – su una ripresa dell’attività eruttiva in provincia di Napoli, il web è impazzito, tirandosi dietro anche televisioni e carta stampata.
    D’altra parte, il titolo dell’articolo prometteva bene (o male…): “Vesuvio, il gigante non dorme più?”. E via con tutta una serie di congetture nate dalla consultazione del sito dell’Osservatorio vesuviano, dove – con estrema puntualità e trasparenza – sono registrati e disponibili i tracciati in tempo reale dei sismografi posizionati attorno al vulcano.
    “Il più temuto vulcano del mondo comincia a dare i primi segni di risveglio, sciami di terremoti di piccola durata ed energia dal mese di maggio stanno interessando con maggiore frequenza l’area del cratere e localmente le zone prossimali. Gli eventi sismici sono andati aumentando progressivamente raggiungendo, nel mese di agosto scorso, quota 44 eventi”.
    Affermazioni del genere fanno subito breccia nel popolo degli internauti, generando ben 100 commenti in pochi giorni. Ma tra questi, c’è anche l’autorevole intervento di Luca D’Auria, responsabile del laboratorio di Sismologia dell’Osservatorio, che subito precisa: “E’ vergognosa la disinformazione fatta da questo articolo. I piccoli terremoti sono normali. Se ne verificano centinaia l’anno e indicano semplicemente che il Vesuvio è un vulcano attivo, seppur quiescente. I dati riportati non costituiscono una anomalia, ma rappresentano il normale comportamento di questo vulcano. I miei complimenti all’autore/autrice di questo articolo, magistrale esempio di cattivo giornalismo. Quanto detto può essere verificato da tutti i lettori osservando i dati raccolti in tempo reale dal mio Istituto alle pagine: http://www.ov.ingv.it”. Una perentoria replica che non scoraggia i frequentatori del sito Megamondo, che anzi rincarano la dose segnalando evidenti attività sismiche “fotografate” proprio dai grafici presenti sul sito dell’Osservatorio (vedi foto). Ma anche in questo caso, si tratterebbe di falso allarme: “I segnali che hanno carpito la vostra vivace attenzione non sono tracce anomale né rappresentano un problema. Sono semplicemente segnali generati dal passaggio di autoveicoli che i nostri sensori (sensibilissimi) rilevano. Se invece di polemizzare a priori aveste visitato con più attenzione il nostro sito web, avreste notato che la rete di monitoraggio sismico del Vesuvio è composta da più di 15 stazioni che ci consentono di localizzare terremoti di magnitudo prossima (e a volte inferiore) allo 0. Gli indefessi lavoratori dell’Osservatorio vesuviano hanno ottenuto risultati che i colleghi di tutto il mondo ci invidiano”, scrive ancora D’Auria.
    La polemica finisce qui. Ma da allora, come per incanto, si moltiplicano le notizie di giornali e altri siti internet riguardanti il Vesuvio ed un suo prossimo, eventuale risveglio.
    A peggiorare la situazione, manco a farlo apposta, lo sciame sismico rilevato ai Campi Flegrei nella prima metà di settembre. Finanche un sito “innocuo” come Meteoweb ha quindi deciso – motu proprio – di dedicare uno speciale al Vesuvio, con un ampio servizio, datato 7 settembre, che racconta di tutte le eruzioni vesuviane più recenti e si azzarda ad immaginare di quale tipo sarà la prossima.
    Insomma, la questione è tornata tutta a un tratto “di moda”, in un momento in cui anche solo una serie di scosse di lieve entità metterebbe definitivamente in ginocchio l’economia di una città come Torre del Greco già tormentata da fallimenti armatoriali, svalutazione degli immobili, crisi dei consumi, default del sistema dei trasporti locali.
    La ciliegina sulla torta? Il 18 settembre ecco il sito internet de “La Provincia di Cremona” che, celebrando il 36esimo anniversario del sisma del Friuli, ha riproposto un vecchio articolo del sismologo autodidatta Raffaele Bendandi, in cui afferma a chiare lettere che la sciagura era imputabile al letargo troppo prolungato del nostro Vesuvio. Pure questa

  28. “Wired”, 20 marzo 2014, QUI

    PERCHE’ GLI ITALIANI CREDONO ALLE BUFALE SU FACEBOOK
    di Fabio Chiusi

    «Ieri il Senato della Repubblica ha approvato con 257 voti a favore e 165 astenuti», si leggeva in un post divenuto virale su Facebook qualche tempo fa (35 mila condivisioni in meno di un mese), «il disegno di legge del senatore Cirenga che prevede la nascita del fondo per i “parlamentari in crisi” creato in vista dell’imminente fine legislatura». Il presunto «fondo» avrebbe dovuto prevedere lo «stanziamento di 134 miliardi di euro da destinarsi a tutti i deputati che non troveranno lavoro nell’anno successivo alla fine del mandato». Conclusione: «Rifletti e fai girare». Inverosimile? Certo, visto che si tratta di una evidente bufala, e sarebbe bastato contare i presunti voti per capire che non combaciano con il numero dei senatori. E del resto, il senatore Cirenga nemmeno esiste – anche se ha una pagina Facebook.
    Ma allora perché così tanti utenti di Facebook ci sono cascati? Un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston ha cercato di inquadrare il ruolo e le dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network di Mark Zuckerberg proprio a partire dall’esperienza del dibattito online durante le ultime elezioni politiche italiane. Analizzando un campione di 2,3 milioni di individui distribuiti in 50 pagine Facebook divise in tre categorie – media ‘mainstream’, pagine di informazione alternativa e di attivismo politico – tra il 1 settembre 2012 e il 28 febbraio 2013, gli studiosi sono giunti a diverse conclusioni interessanti.
    La più sorprendente riguarda il rapporto tra verità e menzogna nel dibattito pubblico su Facebook: a scambiare più spesso la satira e le bufale diffuse dai troll politici per fatti sono i lettori che frequentano maggiormente le pagine di «controinformazione». Ovvero, proprio quelli più critici dei media tradizionali; che li ritengono cioè più corrotti, manipolati e incapaci di dare notizie affidabili. «Abbiamo scoperto», si legge nella ricerca intitolata ‘Collective Attention in the Age of (Mis)Information’ (pdf), «che la maggior parte degli utenti che interagiscono con i memi prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa».
    Non solo. Nello studio, proseguono Luca Rossi, Walter Quattrociocchi e colleghi, «mostriamo che i pattern dell’attenzione sono simili di fronte a contenuti diversi nonostante la differente natura qualitativa delle informazioni, il che significa che le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate». I dibattiti scaturiti da ogni singolo post, misurati dalla distanza temporale tra il primo e l’ultimo commento, non fanno eccezione: permangono allo stesso modo «indipendentemente dal fatto che l’argomento sia il prodotto di una fonte ufficiale o meno».
    Insomma, nel campione studiato le interazioni sociali sono complesse: «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Il punto è che la diffusa scarsa considerazione delle notizie prodotte dai media tradizionali fa sì che «ogni tipo di processo di persuasione» sia «molto difficile, anche se basato su informazioni più affidabili». Il dibattito prodottosi in rete durante le ultime elezioni, in altre parole, si è sviluppato a prescindere dalla bontà delle notizie sulla cui base gli utenti hanno discusso. È questo il danno prodotto a partire dal cattivo giornalismo, e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo.
    Se il World Economic Forum del 2013 ha sottolineato che «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna», come si legge all’inizio del paper, i ricercatori tra le conclusioni confermano, aggiungendoci un vero e proprio allarme: «I risultati del nostro studio segnalano un pericolo concreto, dato che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti». Perché in rete, certo, è possibile reperire – accanto alla bufala – ripetute segnalazioni del suo essere bufala. Ma se i lettori non fanno lo sforzo per capire la differenza, l’esito non pare molto diverso dalla situazione prodotta dai precedenti mezzi di comunicazione, di gran lunga meno interattivi e aperti a refutazione.
    Da parte sua, il fantomatico senatore Cirenga reagisce sulla propria pagina Facebook: «Continua questa indegna campagna di disinformazione basata su questo articolo pseudo-scientifico che parla della mia presunta non-esistenza», scrive. «Prego tutti i miei elettori passati, presenti e futuri di non lasciarsi influenzare dalle maldicerie della propaganda e di continuare a votarmi». Se i ricercatori hanno ragione, qualcuno l’avrà perfino preso sul serio
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    “La Stampa”, 22 marzo 2014, QUI

    Bufale online
    IL POTERE DELLA (DIS)INFORMAZIONE NELL’ERA DELLA GRANDE CREDULITA’
    Ricerca: in Rete sempre più difficile distinguere tra notizie reali e menzogne
    di Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta

    Tra le notizie recenti che, magari, vi sono sfuggite potrebbe esserci la legge approvata dal Senato su proposta del senatore Cirenga: 134 miliardi di euro per trovare un posto di lavoro ai parlamentari non rieletti. La Camera Alta della Repubblica ha stanziato la cifra con 257 voti a favore e 165 astensioni. Come capirete, in questa stagione di corruzione politica e sdegno popolare contro i privilegi della «casta» l’improvvida iniziativa del senatore Cirenga ha sollevato online, nel cosiddetto «popolo del web», un’ondata di proteste. In oltre 36 mila condividono l’appello per denunciare Cirenga, la sua pagina Facebook, con tanto di foto, è consultata con irritazione, peccato però che non ci si accorga – Google sta lì per questo – che nessun senatore si chiama Cirenga, che il sito del Senato non reca notizia della legge, che la somma dei voti è 422, mentre i senatori son 315 (più i senatori a vita). 134 miliardi di euro sono un decimo circa del Prodotto interno italiano, cassaforte eccessiva perfino per l’ingordigia dominante.
    Perché in tanti abboccano a una notizia palesemente falsa, «una bufala» in gergo, come mai la Rete diffonde e discute sui siti un’ovvia finzione, come si informano online gli utenti e come distinguono tra testate con un controllo professionale dei testi e homepage dove invece ciascuno posta quel che gli aggrada senza controlli?
    Secondo una ricerca 2014 del World Economic Forum, curata dalla professoressa Farida Vis dell’Università di Sheffield, tra i dieci pericoli maggiori del nostro tempo c’è «la diffusione di false notizie», capaci di disorientare il dibattito politico dai temi reali, la Borsa e i mercati dall’economia concreta e sviare l’opinione pubblica su miti come l’Aids non legato all’Hiv, i vaccini che diffondono autismo, le scie chimiche degli aerei seminatrici di morte. Come dunque individuare le fonti inquinate dell’informazione e chi sono i cittadini più esposti alle fole?
    Se lo chiede un team di studiosi della Northeastern University di Boston, dell’Università di Lione e del Laboratory of Computational Social Science (CSSLab) del Centro Alti Studi Imt di Lucca (Delia Mocanu, Luca Rossi, Qian Zhang, Màrton Karsai, Walter Quattrociocchi) in una ricerca dal titolo rivelatore: «Collective Attention in the Age of (Mis)information», l’attenzione collettiva nell’età della (dis)informazione (http://goo.gl/6TxVfz).
    Dai risultati, purtroppo, si evince che l’attenzione pubblica è scarsa e la disinformazione potente al punto che spesso è considerata dai cittadini pari all’informazione classica. Per molti utenti della Rete il tempo dedicato ai miti e quello speso analizzando i fatti si equivalgono. Chi comincia a bazzicare siti dove complotti, false notizie e deformazioni vengono creati in serie, rapidamente si assuefà e perde senso critico. Lo studio conferma una delle caratteristiche più infide del nostro tempo online: su testate satiriche o forum aperti, i «trolls», utenti anonimi che diffondono battutacce, menzogne, grossolane e comiche esagerazioni, vengono spesso equivocati per fonti autorevoli e il loro teatrino scambiato per realtà.
    Un esempio recente, quando la voce dell’enciclopedia Wikipedia relativa al filosofo Manlio Sgalambro è ritoccata nelle ore della sua morte, rendendo l’austero studioso «autore di “Madama Doré” e “Fra Martino Campanaro”». All’assurda «trollata» credono persone comuni e autorevoli testate.
    Lo studio ha seguito oltre 2.300.000 persone su social media come Facebook durante la campagna elettorale politica italiana del 2013 e i risultati negano la tesi popolare dell’«intelligenza collettiva» che animerebbe la Rete, provando invece l’esistenza di un iceberg grigio di «credulità collettiva». I seguaci delle «teorie del complotto» credono che il mondo sia controllato da persone, o organizzazioni, onnipotenti, e interpretano ogni smentita alle proprie opinioni come una manovra occulta degli avversari.
    La ricerca prova come la dinamica sociale di Facebook, mischiando in modo apparentemente neutrale vero e falso, finisca per affermare le menzogne sulle verità. Gli attivisti online via Facebook evitano di confrontarsi con fonti che contraddicono le loro versioni, persuasi che spargano falsità per interessi spregevoli. Il dibattito langue, le versioni diverse non trovano una sintesi, i «trolls» spacciano sarcasmi per notizie.
    Preoccupazione suscita la par condicio online tra fonti prive di autenticità e siti professionali, chi cerca informazioni finisce per dedicare la stessa attenzione a bufale tipo «Senatore Cirenga» e alla vera riforma del Senato, spesa pubblica, governo.
    «Ex falso sequitur quodlibet» è massima della logica tradizionale, attribuita spesso al filosofo Duns Scoto, ma in realtà di autore ignoto: da premesse fasulle potete far derivare sia proposizioni «vere» che «false», con la terribile conseguenza di non potere distinguere bugie e realtà. Il web, dimostra la ricerca sulla (Dis)informazione, può trasformarsi in guazzabuglio «Quodlibet» alla Cirenga. E un cittadino, quando si avvia per la strada dei miti online, tende a perdersi nel labirinto delle bugie: chi è disposto a comprare la bubbola dell’Aids che non deriva dal virus Hiv, deduce poi che l’Aids è stato creato dal governo americano per decimare gli afro-americani, e così via via per l’11 settembre, il Club Bilderberg che controlla l’economia mondiale, le scie chimiche: date uno sguardo al web, edicole e talk show

  29. La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato:

    “Il Post”, 24 marzo 2014, QUI

    I VACCINI E L’AUTISMO
    La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni
    di Redazione

    La decisione della procura di Trani di aprire un’indagine sui possibili effetti del vaccino MPR contro morbillo, parotite (gli “orecchioni”) e rosolia sta facendo molto discutere, e ha suscitato una dura reazione della comunità scientifica in Italia. Le indagini sono state avviate in seguito alla denuncia di una coppia di genitori, secondo i quali i loro figli sono diventati autistici dopo la somministrazione del vaccino. Alla base della denuncia c’è un vecchio e fraudolento studio scientifico del 1998, da tempo smentito da tutte le più importanti organizzazioni sanitarie del mondo compresa l’OMS e ritirato dalla stessa rivista The Lancet, che lo aveva pubblicato alla fine degli anni Novanta. Il timore è che le nuove indagini possano portare a una riduzione dei vaccini in Italia contro parotite, rosolia e morbillo, malattia che può avere complicazioni molto gravi.
    Morbillo, parotite e rosolia
    Prima di arrivare al caso del 1998, considerato una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni, è opportuno fare un breve ripasso sul vaccino MPR, il cosiddetto vaccino trivalente. La sua somministrazione serve per rendere immuni da tre malattie molto comuni nei primi anni di vita, che possono portare a complicazioni pericolose (se siete cintura nera di malanni che si fanno da piccoli potete passare oltre).
    – Morbillo: è una malattia infettiva del sistema respiratorio, è causata da un virus ed è altamente contagiosa. Si trasmette per via aerea e chi la contrae diventa contagioso circa tre giorni prima dei sintomi e fino a una settimana dopo la comparsa delle pustole rosse su buona parte del corpo (esantema). La malattia, oltre allo sfogo cutaneo, causa tosse, raffreddamento e febbre alta, che di solito raggiunge picchi intorno ai 40 °C. Il morbillo può essere la causa di molte complicazioni, dalla polmonite alla encefalite (una pericolosa infezione che interessa il cervello e il resto del sistema nervoso centrale contenuto nella scatola cranica) passando per otiti di media entità. Nel 2012 secondo l’OMS ci sono state 122mila morti riconducibili al morbillo, circa 330 morti ogni giorno. L’ultima epidemia in Italia, registrata nel 2002, ha causato la morte di sei persone e ha portato a 15 casi di encefalite.
    – Parotite: è una malattia infettiva causata da un virus che si trasmette per via aerea e che interessa le parotidi, le grandi ghiandole che producono la saliva poste nel retrobocca sotto le orecchie (da qui il nome comune “orecchioni”). Passano circa due settimane dal momento del contagio alla comparsa dei primi sintomi, che sono di solito mal di testa, dolore e gonfiore al collo, febbre spesso molto alta. La malattia dura un paio di settimane e può portare a diverse complicazioni come danni all’udito, infiammazioni al pancreas e nei maschi ai testicoli (orchite), che se si verificano dopo la pubertà possono essere causa di infertilità.
    – Rosolia: è una malattia infettiva causata da un virus e si manifesta dopo due settimane circa dall’infezione, che avviene per via aerea. È molto comune in età scolare e nella metà dei casi porta a febbre e alla comparsa dell’esantema. In un quarto dei casi circa le pustole non compaiono, e nel restante quarto la malattia non presenta particolari sintomi. Il virus può essere pericoloso per il feto durante il periodo della gravidanza, se la madre lo contrae.
    Per queste tre malattie non c’è cura: si possono solamente tenere sotto controllo i sintomi per evitare complicazioni e attendere che facciano il loro corso. Dopo averle contratte, di solito nei primi anni di vita, il sistema immunitario registra caratteristiche e trucchi usati dai virus per intrufolarsi nelle cellule dell’organismo e impara a fare in modo che non possa più succedere, sbarrando la strada a successive infezioni.
    Per farla breve, dopo avere fatto morbillo, rosolia e parotite da piccoli si diventa immuni per tutta la vita a queste malattie (salvo casi rarissimi di recidive: rarissimi sul serio).
    Vaccino MPR
    L’umanità è sopravvissuta per millenni a queste tre malattie e a molte altre senza i vaccini, ma ha dovuto fare i conti con tassi di mortalità infantile molto più alti degli attuali e con complicazioni invalidanti che hanno rovinato la vita a milioni di persone per lungo tempo. I vaccini servono per diventare immuni a una malattia senza che sia necessario contrarla in pieno, stare male e avere brutte sorprese. Semplificando, il vaccino consiste nell’iniettare una versione depotenziata delle cause della malattia, tale da non innescare l’infezione su larga scala, ma sufficiente perché il sistema immunitario impari a tenerla sotto controllo.
    Il vaccino per il morbillo fu reso disponibile all’inizio degli anni Sessanta e migliorato negli anni seguenti. I vaccini per parotite e rosolia furono resi disponibili tra il 1967 e il 1968. Fino dai primi anni di utilizzo, divenne evidente che fare una vaccinazione e il relativo richiamo per ogni singola malattia era poco conveniente, sia dal punto di vista economico sia di quello dei bambini, costretti a subire in pochi mesi almeno tre punture diverse e altre tre per il richiamo (ouch!). Nel 1971 fu introdotta la vaccinazione trivalente (MPR), cioè per vaccinarsi in un colpo solo contro morbillo, parotite e rosolia. Il vaccino viene somministrato intorno all’anno di età e c’è poi da fare un richiamo intorno ai 5 – 6 anni, per essere certi di coprire anche la percentuale (piccola) di bambini che non si sono immunizzati con la prima iniezione.
    Decenni di vaccinazioni
    Per decenni il vaccino MPR è stato somministrato a milioni di bambini, sotto stretto controllo medico e senza problemi di rilievo, in decine di paesi in giro per il mondo. Verso la fine degli anni Ottanta ci furono alcune controversie per una versione del vaccino contro la parotite che portò alla sua sostituzione in diversi paesi per precauzione. Il “vecchio” vaccino, che in seguito si è dimostrato comunque sicuro, viene ancora utilizzato in diversi paesi in via di sviluppo perché è meno costoso da produrre e gli effetti positivi superano di gran lunga quelli collaterali, rari e di norma transitori.
    Come nasce la storia dell’autismo
    Nel febbraio del 1998, nel Regno Unito, l’allora medico Andrew Wakefield pubblicò su The Lancet, una delle più importanti riviste mediche al mondo, uno studio in cui si dava conto di dodici bambini che avrebbero sviluppato marcati disturbi del comportamento in seguito alla somministrazione del vaccino MPR. Nella ricerca, firmata da altri dodici ricercatori, si parlava di diversi sintomi legati a disturbi intestinali: una sindrome che fu chiamata da Wakefield “enterocolite autistica” e che in seguito si rivelò inesistente. Lo studio proponeva una correlazione tra i problemi intestinali rilevati e l’autismo, anche se non metteva esplicitamente in correlazione il vaccino MPR con l’autismo. Wakefield, tra le altre cose, propose di vaccinare i bambini con iniezioni per le singole malattie, evitando il vaccino trivalente.
    La notizia fu ripresa da diversi quotidiani britannici, mentre all’estero ebbe una minore copertura. In Italia, tra gli altri, se ne occupò il Corriere della Sera con un articolo breve in cui un pediatra raccomandava cautela, considerati i precedenti di altre campagne contro i vaccini. Tra il 2001 e il 2002 il caso montò molto in seguito alla pubblicazione di alcuni nuovi articoli da parte di Wakefield, per lo più realizzati usando dati già noti di altre ricerche. I media britannici diedero molto spazio a Wakefield e alle sue pubblicazioni, portando a un caso mediatico di grande portata, che tra le altre cose portarono alla stampa a chiedere all’allora premier Tony Blair se suo figlio Leo, autistico, avesse ricevuto il vaccino. Blair rifiutò di rispondere spiegando di volere tutelare la privacy del figlio: solo anni dopo sua moglie Cherie Blair confermò che al bambino era stato regolarmente somministrato il vaccino.
    Come raccontò anni dopo sul Guardian Ben Goldacre, autore del libro “Bad Science”, nel 2002 furono scritti 1.257 articoli sul tema del vaccino MPR e dell’autismo, nella maggior parte dei casi scritti da editorialisti, commentatori e più raramente da esperti e giornalisti scientifici. In quell’anno la fiducia verso il sistema sanitario britannico diminuì notevolmente e di conseguenza anche la percentuale di bambini vaccinati. Negli anni seguenti tutte le più importanti organizzazioni sanitarie del mondo dimostrarono, con dati concreti e su larga scala, l’assenza di un legame diretto tra vaccino MPR e autismo.
    L’inchiesta su Wakefield
    La contestata ricerca di Wakefield del 1998 fu sostanzialmente affossata insieme alla reputazione del medico nel febbraio del 2004, quando il giornale britannico The Sunday Times pubblicò un’inchiesta dove si dimostrava un conflitto d’interessi del ricercatore, che aveva ricevuto 55mila sterline da un gruppo di persone alla ricerca di prove sulla presunta dannosità del vaccino MPR per una causa legale da portare avanti. Wakefield si difese dicendo di avere ricevuto quel denaro per un’altra ricerca, ma a quel punto gli editori di The Lancet dissero chiaramente che l’autore dello studio avrebbe dovuto fare presente il suo conflitto d’interessi prima di proporre il suo lavoro per la pubblicazione.
    Altre inchieste negli anni seguenti accusarono Wakefield di avere falsato diversi dati e di averne omessi altri, per portare elementi a sostegno della sua tesi sull’autismo tra i bambini vaccinati. Il General Medical Council (GMC), che nel Regno Unito controlla la professione medica, avviò un’indagine contro Wakefield, accusandolo di avere agito “disonestamente e irresponsabilmente”, conducendo test non regolari e agendo sotto un grave conflitto d’interessi.
    In seguito agli sviluppi del caso, nel febbraio del 2010 The Lancet fece una cosa con pochi precedenti: ritirò completamente e integralmente lo studio che aveva pubblicato nel 1998 da tutti i suoi archivi. Nel 2012 con una sentenza dell’Alta Corte britannica, Wakefield fu radiato e gli fu vietato di proseguire la professione medica.
    Conseguenze
    Il caso Wakefield e il precedente con la sostituzione di uno dei componenti del vaccino MPR hanno avuto serie conseguenze in numerosi paesi, facendo nascere movimenti e organizzazioni che sono apertamente contro la trivalente e altri tipi di vaccinazioni. Questi gruppi sostengono le loro tesi partendo spesso dalla ricerca del 1998 di Wakefield e applicando la stessa logica ad altri tipi di vaccino.
    Un caso emblematico in questo senso è quello del Giappone, dove le preoccupazioni sul vaccino iniziarono nei primi anni Novanta, a causa di alcuni effetti collaterali causati da una prima versione del vaccino MPR (usata comunque ancora oggi in diversi paesi). Il vaccino MPR fu ritirato, offrendo al posto di un’unica vaccinazione la possibilità di vaccinare il proprio figlio separatamente per parotite, rosolia e morbillo. Le vaccinazioni per queste due ultime malattie non sono obbligatorie dal 1994 e per questo il Giappone è l’unico paese economicamente sviluppato con ricorrenti epidemie di morbillo.
    L’unico risvolto positivo, in termini di indagine scientifica, è che la mancanza di una trivalente in Giappone ha permesso di valutare l’incidenza dei casi di autismo in un paese sviluppato. Da quando il vaccino MPR è stato ritirato nel paese, il numero di casi di autismo è continuato a crescere in modo comparabile con quello dei paesi in cui si utilizza ancora la trivalente. È una delle dimostrazioni sulla mancanza di un legame diretto tra la malattia e le vaccinazioni.
    Negli Stati Uniti ci sono state diverse cause legali, portate avanti da gruppi e associazioni di genitori contrari alle vaccinazioni. Nella maggior parte dei casi i giudici si sono espressi contro l’accusa, per l’assenza di prove chiare e inconfutabili sul fatto che i vaccini causino l’autismo o altri tipi di malattie.
    Italia
    In Italia le uniche vaccinazioni obbligatorie per legge sono quelle contro la difterite, il tetano, la poliomielite e l’epatite virale di tipo B. Non esistono obblighi per altri tipi di vaccino perché negli anni l’approccio è cambiato e da obbligo si è passati a parlare di “diritto di ciascun bambino di essere protetto dalle malattie prevenibili mediante vaccino”. Alla base di questa impostazione c’è il diritto per il paziente di decidere se adottare o meno una terapia in autonomia dopo la consultazione con i medici. Chi decide per non procedere con la vaccinazione si assume però la responsabilità penale nei confronti delle persone che potrebbero essere contagiate.
    Il vaccino MPR non è obbligatorio, ma è altamente raccomandato dal ministero della Salute ed è somministrato gratuitamente a tutti i bambini. Tra ottobre 2010 e dicembre 2011 ci sono stati 5.568 casi di morbillo, con un’età media dei pazienti di 18 anni nella maggior parte dei casi non vaccinati o che avevano subito una vaccinazione senza il richiamo. In un caso su cinque ci sono state complicazioni dovute alla malattia. Un solo paziente è morto, ma aveva il sistema immunitario già compromesso quando ha contratto l’infezione. Dei 5.568 casi, circa 1.300 sono stati trattati in ospedale con costi sostenuti dalla sanità pubblica: molti ricoveri si sarebbero potuti evitare con una appropriata vaccinazione.
    vaccini-ita
    La percentuale di persone vaccinate in Italia contro parotite, rosolia e morbillo è diminuita, seppure di poco, tra il 2010 e il 2012: dal 90,5 per cento si è passati all’89,2 per cento, con una riduzione di circa seimila vaccinazioni. I bambini interessati ogni anno dal calendario delle vaccinazioni sono circa mezzo milione.
    Sentenze
    E proprio nel marzo del 2012 fece molto discutere una sentenza del tribunale di Rimini che condannò il ministero della Salute a risarcire una coppia di genitori, che avevano fatto causa sostenendo che il loro figlio fosse diventato autistico in seguito alla somministrazione del vaccino trivalente. La sentenza fu basata in parte sulla ricerca di Wakefield del 1998, smentita e sbugiardata da studi e ricerche scientifiche negli anni seguenti. In seguito alla sentenza, il ministero della Salute ha fatto ricorso in appello. A luglio dello scorso anno il tribunale di Pesaro ha riconosciuto colpevole in primo grado il ministero della Salute per la morte di una bambina morta a sei mesi nel febbraio del 2003, in questo caso secondo il giudice per gli effetti collaterali del vaccino esavalente, quello obbligatorio per altre malattie (non c’è nessun legame con l’annosa vicenda del vaccino MPR).
    Rischi
    Le sentenze e la recente iniziativa giudiziaria della procura di Trani, spiegano i principali esperti e responsabili della sanità in Italia, potrebbero portare a un’ulteriore sfiducia nei confronti di uno strumento essenziale come le vaccinazioni per tenere sotto controllo le malattie infettive. Ci sono organizzazioni e gruppi contrari ai vaccini che promuovono campagne contro i vaccini, invitando i genitori non solo a rifiutare la trivalente (che come abbiamo visto è facoltativa), ma anche le vaccinazioni obbligatorie. In questi casi le ASL hanno l’obbligo di inviare al tribunale dei minorenni la documentazione per le mancate vaccinazioni, con la conseguente attivazione da parte dei servizi sociali.
    Da anni la Società Italiana di Pediatria (SIP) si batte contro le false informazioni e i miti sui presunti effetti collaterali dei vaccini legati all’autismo e ad altri tipi di malattie. Nel 2012 criticò duramente la sentenza del tribunale di Rimini ricordando che “sentenze come quella appena emanata rischiano di avere il solo risultato di far perdere fiducia in uno strumento preventivo fondamentale per la salute dei bambini e di tutta la popolazione, con conseguente ri-emergenza di malattie gravi e talora anche mortali, come il morbillo, inducendo peraltro nei genitori di bambini affetti da una seria patologia come l’autismo la falsa convinzione di aver trovato la ragione di tante sofferenze patite”
    .

  30. “Techeconomy”, 26 marzo 2014, QUI

    IL BUFALISTA DEL WEB
    di Mariangela Vaglio

    Si informa, lui. Perché mica lo fai fesso. Lui non si lascia manipolare dalla informazione corrotta al soldo delle grandi multinazionali. Lui non crede a Big Farma, e alle notizie della Tv, e neanche a quelle dei giornali. Perché quelle, si sa, sono tutte taroccate. Sono specchietti per le allodole adatte ai boccaloni che prendono per vero quello che il Potere e i Gruppi Oscuri che si Spartiscono il Mondo vogliono che si sappia. Il Bufalista su Internet è fatto così. E’ convinto di essere furbissimo, un drago della rete, uno a cui non la si fa perché non crede a tutto ciò che è ufficiale. Per questo si fida solo di link di blog sconosciuti, che postano notizie e rivelazioni sempre ed immancabilmente clamorose. peccato che siano, nel 90% dei casi, assolutamente false.
    Il Bufalista in genere non è un produttore di notizie, ma un amplificatore compulsivo: passa le sue giornate a ritwittare, condividere, ribloggare notizie assurde e ricostruzioni complottistiche. Più sono assurde e più sono senza fondamento più si incaponirà a difenderle. Posta cose piene di maiuscoli e di punti esclamativi, o di SVEGLIAA!!!, sinceramente convinto che se scrive così la gente lo riterrà più credibile.
    Quando poi non trova una bufala abbastanza idiota da condividere, a quel punto può anche diventare creativo, anche se in modo inconsapevole: in genere condivide come se fossero vere notizie satiriche. Il Bufalista è un campione di fraintendimento creativo: è ancora convinto, per esempio, che il Lercio.it sia un sito di informazione e Mistero una trasmissione culturale.
    Il Bufalista della rete non si combatte, perché con lui vale il vecchio principio che è inutile cercare di discutere con uno stupido: ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza. Anche perché in genere il Bufalista vuole credere in ciò che posta ed ha scoperto, quindi anche quando gli si fa notare che si tratta di una battuta o di un pezzo satirico risponde con un “Embe’?”. Del resto il funzionamento del principio di non contraddizione non gli è mai stato chiaro, o non potrebbe credere in quasi tutto quello di cui invece è convinto.
    Il Bufalista non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria. Se nelle epoche precedenti era meno molesto era solo perché sulle pareti delle caverne non avevano ancora inserito il tasto “condividi”
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  31. “ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI

    IL 1° APRILE, LA FABBRICA DELLE BUFALE
    di Leonardo Tondelli

    Qualche giorno fa un parlamentare – non ha importanza di che partito – ha esordito un discorso col memorabile sfondone Sarò breve e circonciso, reso celebre (credo) da Diego Abatantuono in Eccezziunale veramente. La gaffe è stata coperta dagli organi di stampa con molta più attenzione di quanta non meritasse, mettiamo, l’Accordo Commerciale Transatlantico. Ne riparlo soltanto perché oggi è il primo aprile, e molti lo celebreranno pubblicando qualche bufala pescata in giro. È una tradizione ormai antica, e forse meno inutile di quanto sembri: un’occasione per esercitare la nostra capacità di distinguere il falso dal vero, e per identificare chi tra i nostri Amici o Contatti non ne è in grado: sono quelli che oggi rilanceranno la bufala più smaccata senza accorgersene. E tuttavia.
    E tuttavia proprio qualche giorno fa leggevo da qualche parte uno studio(*) che, partendo dall’impressionante mole di dati che mettiamo su internet, cercava di dimostrare da dove nascono le teorie del complotto. È una domanda interessante, anche perché chi se la pone rischia di ricadere nei confini della sua stessa ricerca (non si tratterà per caso di un complotto?)
    Lo studio in questione ovviamente non commetteva quest’errore, anzi difendeva un’ipotesi affascinante: i complotti nascerebbero dai malintesi. Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1!
    Per intenderci: se oggi Jonathan Swift pubblicasse Una modesta proposta, tra qualche mese qualcuno su internet comincerebbe a parlare di un complotto di massoni irlandesi infanticidi e antropofagi. L’informazione arriverebbe a loro in modo talmente indiretto che sarebbero incapaci di riconoscere la fonte originaria anche se gliela mettessimo sotto il naso: costretti a leggere il testo di Swift, direbbero che beh, sì, è chiaro che Swift scherza, ma… sta soltanto coprendo qualcuno che i bambini li vuole cucinare lo stesso, ne ho sentito parlare su facebook.
    Non so se le cose vadano sempre così, ma in certi casi mi è capitato di assistere a qualcosa di simile. C’è un gruppo cospicuo di persone, su internet, convinto che ai concessionari di slot machine sia stata “scontata” una multa di cento miliardi. Questa multa non esiste: chiunque può controllare; è vero che per una serie di infrazioni riscontrate la procura aveva quantificato un danno di 98 miliardi, ma alla fine la Corte dei Conti ha inflitto multe per 2,9 miliardi (poi ulteriormente ridotte a 600 milioni). A un certo punto qualcuno – un giornalista, probabilmente – ha iniziato a chiamare la differenza tra i 98 miliardi inizialmente richiesti della procura e i tre miliardi della sentenza uno “sconto”. È soltanto un modo di dire, che identifica un certo atteggiamento nei confronti della giustizia (l’assunzione acritica del punto di vista dell’accusa); una definizione insidiosa, perché gli “sconti di pena” esistono e sono una cosa ben diversa. È triste constatarlo, ma molti lettori non sono equipaggiati per capire la differenza. Hanno letto “sconto” e hanno capito: sconto. Da cui la legittima domanda: chi è che sconta le multe per cento miliardi? Perché già che c’è non ci sconta le cartelle equitalia? Segue l’ondata di indignazione, cavalcata con molta sapienza, tra gli altri, da Grillo e dal Fatto Quotidiano.
    In questo caso nessuno si è inventato niente: è stato sufficiente distribuire una metafora a un pubblico che non sa leggere tra le righe. Purtroppo è un pubblico un po’ più folto di quanto non crediamo noi irradiatori di messaggi scritti, già frustrati dalla consapevolezza di poter comunicare soltanto col 53% dei nostri compatrioti in grado di leggere e scrivere. Stima fin troppo ottimistica, che include ancora quella percentuale che leggere sa, ma non tra le righe. Un disagio linguistico che forse non abbiamo ancora studiato abbastanza: la condizione di chi, per esempio, non è in grado di decodificare i messaggi ambigui o ironici, per limiti cognitivi o culturali. La situazione in cui negli USA, al varo di un progetto sanitario denominato Children’s Health Insurance Program (CHIP), qualche voce critica lo ha magari scherzosamente definito intrusivo come un vero e proprio “chip” da iniettare sottopelle, e qualcun altro ci ha creduto – e dopo qualche anno anche questa leggenda è sbarcata nel parlamento italiano.
    Qualcosa di analogo può essere capitato allo sventurato parlamentare “breve e circonciso” – ammesso che non si tratti di un più banale lapsus. Un bel giorno, tanti anni fa, Diego Abatantuono o chi per lui inventa un gioco di parole, fondato peraltro sull’idea che il termine “circonciso” sia di uso abbastanza comune: se non sai cosa vuol dire non è divertente. Per molto tempo il gioco di parole rimane davvero divertente: milioni di fruitori lo citano alla noia. Molto presto probabilmente smette di essere divertente in quanto tale e diventa divertente in quanto citazione. Il che significa purtroppo che molti non ridono più per la battuta ma perché ridono gli altri (è la cosiddetta “soglia Ricci”, che i miei coetanei riconoscono perché divideva quelli che ridevano alla prima puntata di ogni stagione di Drive In da quelli che ridevano dalla seconda in poi; la differenza tra chi trova divertente una battuta e chi trova divertente un ritornello). Trent’anni dopo l’espressione è di uso talmente comune da potersi quasi definire una polirematica: sicché può capitare che la ripeta acriticamente anche chi non conosce il senso di “circonciso”. Questa gente vive tra noi: cerca di leggere gli stessi quotidiani e siti che leggiamo noi, ma non è un caso che si incazzi di più, o che rida più sguaiatamente alle battute, proprio come chi intuitivamente cerca di mascherare la sua incapacità di capirle.
    Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso. È pieno di bambini, qui, e in generale di gente che si beve troppe cose. Oltre a ridere di loro, bisognerebbe preoccuparsi di fornire a loro anche qualche strumento.

    (*) La cosa buffa è che non la trovo più. L’ho letta più di una settimana fa e google non mi aiuta. Possibile che me la sia inventata? Al massimo sarà la mia bufala del primo aprile.

  32. A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, QUI:

    COMPLOTTISTI: LE CONTRADDIZIONI E CHI GUADAGNA REALMENTE

    Ormai l’ho notato da tempo, e non credo di essere l’unico: molti non fanno altro che sbraitare su siti web, canali youtube e conferenze che ci sono “grossi interessi economici” dietro qualsiasi cosa stanno screditando, e che i media nascondono tutto, manovrati da gente potentissima e occulta che controlla l’intero pianeta. Ovviamente lo fanno per spirito protettore verso la popolazione, lo fanno per filantropia!
    Certo, lo dice anche napoleone vestito da prete che fa bungee jumping dal ponte di Brooklyn…
    Parto subito con il complottista medio, stile “losai”, “coscienza sveglia” e “scienza di confine”.
    Il complottista medio sfoggia una malcelatissima allergia a qualsiasi tipo di lavoro, e la manifesta parlando di signoraggio “lavoreremmo solo due ore al giorno” bancario, le grandi “ci rendono schiavi a vita” aziende oppure le terribili “arrivi alla pensione svuotato e senza aver vissuto” multinazionali.
    Insomma, il lavoro li infastidisce tanto che non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende.
    Saranno coglioni? Di certo non da quel punto di vista, perché il complottismo rende BENE.
    Passiamo ai complottisti che millantano una censura totale e continua dei media in stile “1984” di Orwell, romanzo stuprato più volte dai nostri simpatici mentecatti del web.
    Secondo loro esiste la cura per il cancro fatta di erbette ma non lo dice nessuno (grillo docet) perché big pharma non ci guadagna. Secondo loro le malattie non esistono ma non lo dice nessuno altrimenti idem come sopra, non ci guadagnano. Secondo loro stanno irrorando con le scie chimiche e non lo dice nessuno. Secondo loro la sperimentazione animale è inutile e non lo dice nessuno perché le case farmaceutiche ci si stanno arricchendo sopra.
    Secondo me sono tutti dei gran coglioni…
    Accendi la televisione non fai altro che trovarti bombardato di stronzate del solito ciarlatano di turno.
    E parlano di scie chimiche, e parlano di complotti bancari, e parlano di alternative alla “vivisezione”, e parlano di beveroni che curano il cancro…
    Insomma, i media non fanno altro che parlare di queste stronzate che non sono mai state scientificamente provate ma continuano a parlare di “media manovrati”.
    Questa volta la risposta è si, lo sono totalmente…
    Veniamo ora ai ciarlatani, quelli che “mi hanno censurato perché o ragione svegliaaaa”.
    Ultimo caso la dottoressa comparsa nel famoso servizio delle iene, di una seguitissima emittente nazionale censurata dai poteri forti ma che mostra comunque ‘ste stronzate, che parlava del beverone di merda, vegan crudista e “alcalino” che cura il cancro.
    Ebbene, dice di essere stata licenziata e ora si sta facendo un bel tour nazionale di conferenze, biglietto di ingresso 180 euro.
    Ora, a parte il fatto che se sei veramente un filantropo non ti fai pagare tanto, a parte l’esclamare “alla faccia dei guadagni delle case farmaceutiche”, qua c’è da sottolineare una cosa: non è stata licenziata.
    E’ una bufala messa in giro da lei stessa per far presa sui coglioni che credono al complotto.
    Come disse LeFou: se dici una cosa hai bisogno di una prova, ma se dici che quella cosa è stata censurata tutti ci crederanno senza chiedere prove.
    Doppia inculata signori miei, anzi forse tripla. E comunque non è impiegata, ma fa solo un lavoro di consulenza una volta ogni due settimane.
    Aggiungo anche una bella immagine sull’antivaccinista per eccellenza: wakefield

    Venne pagato 400 mila sterline (quasi mezzo milione di euro) per pubblicare la farsa sul vaccino dannoso, lo pagarono degli avvocati che cercavano una scusa per far causa all’azienda produttrice.
    La beffa?
    I dementi che vengono pascolati come caproni da complottisti e ciarlatani accusano ME, e gli altri debunker, di essere PREZZOLATI. Secondo loro io vengo pagaro per nascondere la verità.
    Qua quelli che guadagnano sono ben altri, altroche cazzi.
    Ki ti paka?
    A me nessuno, ma pare che a wakefield qualcuno lo abbia pagato profumatamente.
    Certe associazioni contro la “vivisezione” abbiano raddoppiato l’attivo di bilancio parlando di green hill.
    Certi incassano bei soldi con vendite di libri, dvd, conferenze e donazioni.
    Il giro d’affari del complottismo è talmente alto che ci hanno dedicato una trasmissione televisiva intera, ora con tanto di rivista in edicola (in un periodo in cui tante riviste storiche chiudono per via di crisi e avvento di internet a banda larga).

    Il tariffario della petris

    E faccio una domanda a te, orrido complottista: ma sei seriamente così idiota da non capire chi è che guadagna dalle cazzate che dice e prendi i debunker come mercenari nel libro paga di gente varia ed eventuale?

  33. Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).

    QUELLE MISTIFICAZIONI SUGLI OGM
    di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini

    Un filo nero o rosso se qualcuno preferisce, intrecciato di irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo, etc., collega il caso Stamina, la propaganda politica che ha portato al recepimento restrittivo della legge sulla sperimentazione animale, le sentenze e le indagini sul presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e l’azione politica e legislativa contro la ricerca e la coltivazione di ogm.
    Si tratta di una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese. Perché i problemi che verranno non saranno causati tanto dagli effetti immediati di decisioni irresponsabili, ma da quelli a medio termine prodotti dalla manipolazione dei fatti accertati e accertabili. Manipolazioni a cui troppe volte una stampa culturalmente impreparata sul fronte scientifico presta ascolto. La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica Si voleva trasformare l’ Italia in una meta di turismo delle staminali, cioè far fiorire cliniche e protocolli per somministrare pseudocure fantasiose che costano decine di migliaia di euro? Bastava dirlo apertamente, anche se sarebbe stato difficile farlo passare. Non è peri eticamente e medicalmente tollerabile che, in assenza di prove, si proponga la somministrazione di staminali, anche se fossero prodotte da veri medici e non da un professore di lettere, come cura consolidata per molte malattie.
    Checché dicano le sentenze di alcuni giudici che prescrivono i ‘trattamenti Stamina”. Cosi come il vaccino trivalente non causa l’autismo, checché ne pensi qualche giudice capace di andare contro montagne di fatti e buon senso, per deragliare e sconfinare in attribuzioni che non gli si addicono. E ancora. Amiamodi più gli animali non umani dei bambini, dei malati o degli anziani? Lo si dica pubblicamente—equalcuno che magari non ha figli o è insensibile alle sofferenze umane lo dice—che sono uguali agli uomini. Ma non ci s’inventi che i ricercatori “fanno vivisezione e che la sperimentazione animale non serve, o che esistono alternative per trovare nuove cure o migliorare quelle esistenti per gravi malattie, tra cui Parkinson, Alzheimer, etc. Perché noi queste cose le studiamo e conosciamo davvero, sappiamo come si progredisce nello studio di gravissime patologie e conosciamo le precauzioni nell’uso di animali. Si pensa che alcuni imprenditori più capaci di catturare le “credenze popolari” godano di maggiori diritti economici di altri e che coloro i quali coltivano credenze ingenue sul cibo ne sappiano di più o siano più affidabili di chi conosce la biochimica dell’alimentazione o la genetica molecolare delle piante? Anche in questo caso lo si dica apertamente. Chiedendo per esempio che invece di pagare ricercatori e docenti universitari che studiano e insegnano genetica, si affidi agli astrologi, agli omeopati o ai teosofi la formazione dei nostri agronomi, dei medici, e di coloro che poi entreranno nel circuito produttivo di innovazione industriale per partecipare alla crescita economica del Paese. Sarebbe più onesto, invece di sostenere che gli ogm sono dannosi per l’ambiente e mettono a rischio la sicurezza alimentare.
    Tout court e acriticamente. Anche perché larga parte dei prodotti derivati da piante come la soia e importati in Europa, tra cui i mangimi che nutrono gli animali da cui si ottengono i prodotti Dop, sono ogm. Ovvero, in Italia non si possono produrre mais e soia ogm per fare mangimi economicamente competitivi rispetto a quelli ogm ipocritamente importati da Argentina, Brasile, etc. penalizzando l’agricoltura italiana. Un documento pubblicato l’anno scorso dall’European Academies Science Advisory Council — di cui è parte anche l’Accademia dei Lincei—sullesfidee le opportunità della piante geneticamente migliorate dice esplicitamente che gli ogm non sono dannosi per l’ambiente e non attentano alla sicurezza alimentare. In esso si dice che utilizzati tenendo conto delle esigenze ecologiche e delle caratteristiche della tecnologia, le biotecnologie genetiche possono ridurre l’impatto ambientale dell’ agricoltura, limitando l’erosione dei terreni e riducendo l’uso di pesticidi ed erbicidi, ovvero consentendo di sviluppare miglioramenti genetici mirati secondo diverse esigenze locali. Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate. Perché non si permette in Italia di continuare almeno a fare ricerca sugli ogm? E perché non si possono adattare, e rendere anche più efficaci se lo si ritiene necessario, i metodi che già esistono per evitare le temute contaminazioni da ogm, consentendo così agli agricoltori che lo chiedono di coltivare questi nuovi prodotti?

    – – –

    Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».

    TUTTA LA VERITA’ SULL’AEREO DELLA CIA ABBATTUTO CON VIRUS A BORDO
    di Giulio Finotti

    Qualche mattina fa ci siamo svegliati con la notizia di un aereo della CIA abbattuto dalla Cina. Aereo che trasportava un virus da spruzzare nei cieli di ignare popolazioni che ne avrebbero subito i nefasti effetti.
    Si tratta dell’ultima bufala in ordine di tempo (ma la velocità di internet potrebbe far sì che mentre scrivo questo post, altre nuove bufale siano già in circolo sulle bacheche di migliaia di persone).

    Bufale. Non è la prima e non sarà l’ultima. Purtroppo
    Quello che mi ha spinto a scrivere questo post è stato una telefonata ricevuta oggi, di un caro amico, giornalista, che mi chiamava per manifestarmi il suo stupore e la sua preoccupazione per una discussione ascoltata al bar poco prima, in cui si parlava proprio del presunto aereo della CIA e del suo carico malefico. Secondo i frequentatori del bar, sarebbe tutto un complotto delle multinazionali farmaceutiche, allo scopo di far ammalare le popolazioni e, di conseguenza, produrre vaccini.
    Ho già accennato in un altro post, alla questione della disinformazione, intesa in quel caso come una teoria (o una convinzione) diffusa in rete, secondo la quale il sistema dei media mainstream sarebbe più o meno controllato e organizzato per diffondere menzogne, ingannare la popolazione o tenerla all’oscuro di fatti e informazioni importanti.
    In quel post accennavo anche alla pratica diffusa su internet di richiami e titoli urlati e sensazionalistici, in cui si chiede agli stessi utenti di diffondere il contenuto, per il bene della democrazia, perché “non lo leggerete sui giornali”, o “perché i tg non ve lo diranno”. Una tecnica che definivo tra il marketing e il giornalismo. Spesso utilizzata per portare più visitatori su una determinata pagina e generare così traffico e di conseguenza profitti.

    Produttori di bufale e giornali che non verificano
    In questo caso vorrei porre l’accento su cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni.
    Intanto bisogna fare una distinzione, tra quelli che producono queste notizie-bufala e, quelli che le riprendono in buona fede, o comunque senza verificare le fonti o che la notizia sia vera. Purtroppo, tendenza questa che si sta verificando anche su testate di informazione vere e proprie, regolarmente registrate come tali presso i Tribunali di competenza.

    Secondo le prime bufale che mi vengono in mente:
    – i Rom sarebbero esentati dal fare il biglietto sui mezzi pubblici per una decisione del governo
    – per chi si sposa entro il 2015 sarebbero pronti 25mila euro di incentivi da parte della Comunità Europea
    – sarebbe stato clonato un dinosauro a Liverpool
    – esisterebbe un fondo per trovare lavoro ai parlamentari non rieletti
    – l’insegnamento della storia dell’arte in Italia sarebbe stato abolito
    – in Cina farebbero crescere i gatti in barattoli di vetro per farli restare di piccole dimensioni

    Sono solo alcune, non le più famose probabilmente, ma che credo diano il senso di ciò di cui stiamo parlando.
    Notizie che senza alcun fondamento vengono diffuse in rete e circolano sulle bacheche di migliaia di persone.

    La prima domanda è: perché?
    Se escludiamo i siti cospirazionisti, dove vengono diffuse presunte informazioni volte ad avvalorare determinate tesi, e ci rifacciamo solo ai siti apparentemente di news, la risposta non può che essere quella legata al marketing virale.
    Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto.
    Molti altri siti invece, non creano ad arte una notizia bufala, ma ridipingono una notizia vera, dandole altri connotati, ammantandola di un’aurea di mistero, o più spesso, condendola con un testo o con foto dal tono pruriginoso, che richiamano la curiosità più sordida dell’utente. Esempio: “Guardate cos’ha fatto in aula questa deputata”, con tanto di foto della donna in questione casomai chinata su un banco o cose del genere.

    La grande macchina della disinformazione
    Quello che mi chiedo è quanto rimarrà di tutto questo. E cosa produrrà una tale massa di informazioni false?
    Se la maggioranza degli italiani dedica poco tempo ad informarsi, leggendo spesso solo i titoli, senza avere il tempo o la voglia di verificare, o anche, senza avere spesso gli strumenti cognitivi, e non solo, per farlo, cosa produrrà questa massa di vera disinformazione?
    Siamo di fronte ad una grande macchina di disinformazione di massa che produce quotidianamente bufale ad uso e consumo di ignari cittadini che, fidandosi del fatto di aver appreso la notizia dalla bacheca facebook di un amico, o del titolo della testata che la riporta, che apparentemente è un sito di news, contribuiscono alla loro formazione di quanto accade, anche con pezzi di realtà inventata di sana pianta.
    In qualche modo mi viene in mente la macchina della propaganda di Goebbels. E penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. Non credo che ogni informazione letta e diffusa su internet (così come su qualsiasi altro mezzo), sia letta dal fruitore come autenticamente vera al 100%, ma che comunque questa contribuisca a creare il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda.
    Ma credo che il grande rischio sia quello che una quantità di informazioni false sempre più massiccio e pervasivo, difficile da controllare e verificare per gli utenti, finisca per rendere un’idea di realtà molto distorta: la discussione al bar sul perché dell’esistenza dell’aereo della CIA con armi chimiche a bordo da irrorare nei cieli… Tanto per capirci.

    C’è modo di difendersi?
    Certamente si. Alcuni accorgimenti potrebbero aiutarci a metterci in guardia su quanto stiamo per leggere. Ad esempio: se leggiamo un post che rimanda a una notizia incredibile, e una volta cliccato sul link ci ritroviamo su una pagina che ci chiede a sua volta di cliccare su un secondo link per sapere la verità, potremmo già decidere di chiudere il tutto e archiviarlo sotto la categoria “informazione non sicura”. Quello che dobbiamo chiederci è: perché se questo sito riteneva questa informazione così importante non me la mostra subito e mi fa saltare da una parte all’altra?
    Qui però non voglio fare un manuale di autodifesa dalle bufale sul web (che forse farò), ma solo porre l’attenzione sui rischi. E sulla necessità di un sistema che ci educhi e ci alfabetizzi anche nell’uso di internet come fonte di informazione. Un’alfabetizzazione che probabilmente dovrebbe partire dalle scuole. Ormai è tempo. Prima di ritrovarsi con una popolazione credulona e priva della capacità critica di lettura del mondo dell’informazione e quindi alla mercé di spietati manipolatori
    .

  34. “Vice”, 16 aprile 2014, QUI (l’articolo originale è ricco di link e di screenshot)

    IN ITALIA NON C’È NESSUNA EPIDEMIA DI EBOLA
    di Leonardo Bianchi

    Il 21 marzo 2014 il governo della Guinea ha annunciato che nel paese è in corso un’epidemia di Ebola, una malattia particolarmente letale dato che al momento non esistono cure o vaccini (il tipo più mortale, l’Ebola-Zaire, ha un tasso di mortalità pari al 90 percento).
    Stando alle agenzie di stampa, finora l’epidemia in Africa occidentale avrebbe mietuto 121 vittime. L’organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ha affermato di aver registrato un totale di 200 casi confermati o sospetti in Guinea e negli stati confinanti di Liberia e Mali. Keiji Fukuda, vice direttore generale dell’Oms, non ha nascosto la sua preoccupazione: “Si tratta di una delle epidemie più virulente con la quale ci siamo confrontati.” Le autorità sanitarie internazionali e locali, che hanno già predisposto cordoni sanitari e misure di prevenzione, non si aspettano che l’epidemia diventi globale e sottolineano che prendere l’Ebola è molto difficile, dato che serve un contatto diretto con i fluidi corporei del contagiato.
    In Italia il Ministero della Sanità non ha preso sottogamba l’epidemia in corso in Africa. Con una circolare del 4 aprile inviata a Enac, Farnesina, Regioni, Croce Rossa e Ministero della Difesa, il Ministero ha “comunicato l’attivazione di misure di vigilanza e sorveglianza nei punti di ingresso internazionali in Italia.” Nel documento si evidenzia anche la necessità di controllare gli arrivi “diretti e indiretti”, soprattutto a Lampedusa. Pietro Bartolo, coordinatore sanitario dell’isola, ha detto all’Espresso che “i migranti arrivati in questi giorni provengono in gran parte dalla Libia, e questo dovrebbe escludere la presenza di portatori del virus Ebola. Ma in ogni caso è meglio stare con gli occhi aperti perché la situazione è drammatica e non è possibile procedere all’identificazione dei migranti che arrivano.”
    Da diverse parti d’Italia stanno giungendo rassicurazioni in merito allo “sbarco” dell’epidemia nel nostro paese. Il coordinatore del centro profughi di Bolzano, ad esempio, ha dichiarato: “Sono state prese tutte le precauzioni necessarie e inoltre i profughi che vengono dai Paesi ‘a rischio’ hanno lasciato i rispettivi luoghi di nascita molto tempo prima che l’epidemia scoppiasse. L’Ebola ha un periodo d’incubazione di venti giorni. I profughi arrivati a Bolzano sono stati in viaggio per molto più tempo prima di sbarcare a Lampedusa.” Il comune di Pisa ha fatto sapere che in città, dove nei giorni scorsi sono arrivati una quarantina di migranti dall’isola, non c’è alcun “allarme Ebola”.
    E fin qui ho parlato della realtà; su Internet e sui social network, infatti, la storia è nettamente diversa. Da almeno una settimana si è scatenata una caccia all’untore in cui l’Italia viene descritta come un paese in balia totale di “clandestini” ed “extracomunitari” che spargono il virus letale. Il tutto avviene con il silenzio complice delle autorità, che tacciono sul punto per non diffondere Il Panico tra la popolazione.
    Tutto è iniziato non appena i vari siti complottari hanno rilanciato la nota del Ministero della Salute come se fosse un qualcosa di segreto, un documento che il Governo non vuole farci vedere ma che è stato scoperto grazie al fiuto paranoide. Presentandola come un bollettino dall’inferno la circolare diventa sicuramente allarmista—molto di più rispetto alle intenzioni originarie del Ministero—ma non è comunque sufficiente a sventare l’epidemia. La previsione di controlli più stringenti alle frontiere, infatti, “fa ridere, visto come viene affrontata l’invasione di clandestini.”
    L’unica misura sensata per bloccare l’Ebola è quella suggerita in un incerto italiano dalla pagina Facebook Catena Umana: “BLOCCATE GLI SBARCHI, CHIUDETE LE FRONTIERE, O TENETELI IN QUARANTENA IN MARE O VOLETE DARE LA CITTADINANZA ANCHE ALL’EBOLA?”
    Il tema delle frontiere violate dai “clandestini contagiati” è particolarmente sentito, tant’è che “persino il Marocco ha bloccato le frontiere e nessun africano può entrare.” Noi, che a differenza del Marocco siamo schiavi del “politicamente corretto”, non possiamo chiudere le Sacre Frontiere e siamo esposti all’Apocalisse. Renzi, insomma, deve muoversi prima che sia troppo tardi.
    Per qualcuno, però, è già troppo tardi. Nella lettera di un’anonima “Madre Italiana”—pubblicata su vari blog e condivisa più di 8mila volte—si avverte che “ad oggi dal 19 di marzo 2014 sono 5 le NAZIONI, ribadisco 5 Nazioni colpite da EBOLA.” La situazione è già “fuori controllo” ed è questione di attimi prima che il virus arrivi anche da noi.
    “Madre Italiana” spiega perché proprio l’Italia sia il target più appetibile: “abbiamo un servizio di taxi via mare EFFICIENTISSIMO D’ECCELLENZA, e con la DEPENALIZZAZIONE del reato di clandestinità siamo la meta più attraente del momento ora che offriamo vitto alloggio e vitalizio a chi ci porta in cambio regalini come la tubercolosi!”
    Le caratteristiche ideali per il diffondersi dell’epidemia, continua l’autrice, ci sono tutte: “i migranti viaggiano stipati uno addosso all’altro per ore in mare e lo scambio di umori in quella situazione è più facile che mai e nei centri di accoglienza idem, IN QUELLE CONDIZIONI NE BASTA UNO INFETTO per portarci alla catastrofe.” Nell’articolo c’è anche spazio per l’immancabile complotto del Big Pharma: “i laboratori di diagnosi una volta che il virus avrà preso piede in Italia, saranno inutili. A meno che qualcuno non stia VENDENDO la salute pubblica MONDIALE a qualche azienda del settore, a beh allora!!! avanti tutta mare nostrum!!!!” Con tutta evidenza, dunque, c’è “un filo [che] ci lega alla morte ma non lo si recide. ALFANO E LORENZIN FATE QUALCOSA !!”
    La politica però sembra ignorare la minaccia che viene dall’Africa. La denuncia dell’inazione parlamentare arriva da questo impagabile fotomontaggio—che ovviamente deve essere FATTO GIRARE!1 il più possibile per sventare la tragedia.
    E mentre la politica sottovaluta criminalmente la minaccia biochimica, le persone in prima linea—i poliziotti—lanciano un accorato appello da Tumblr: “I poliziotti a stretto contatto con stranieri risulterebbero i più a rischio per il contagio… e allora mi chiedo: quando partirà una profilassi per tutelare tutti i colleghi più sottoposti a rischi? Si aspettano forse i primi contagi?”
    La psicosi del contagio, secondo Vox News, avrebbe già varcato le Alpi. Un deputato dell’UDC svizzero (partito xenofobo noto per alcuni manifesti lievemente razzisti) avrebbe già chiesto di fare i controlli alla frontiere con l’Italia per tutelare la popolazione ticinese. La chiusura dell’articolo non potrebbe essere più chiara: “Se continuiamo con l’operazione Mare Nostrum, a breve, gli altri paesi europei, quelli sani di mente, ci metteranno in quarantena.”
    Il culmine di questa caccia alle streghe probabilmente è stato raggiunto due giorni fa, quando il fantomatico sito CorriereSalute ha lanciato l’angosciante notizia del primo caso di Ebola registrato a Lampedusa—notizia di cui “ancora le tv non ne parlano.”
    Questo il testo dello “scoop”: “Secondo alcune voci sul posto, alcuni individui presentano degli stati influenzali molto simili alla fase d’incubazione dell’ebola. Le autorità sanitarie insieme all’esercito stanno programmando l isolamento dell’isola in caso di contagio.Si pensa che tra altri extracomunitari sbarcati sulle coste siciliane, la possibilità di soggetti infetti e molto alta.”
    La bufala, che ha avuto più di 20mila like, è poi stata rimossa in seguito a “sollecitazione da parte della sicurezza nazionale.” Ora sul sito si specifica che “nell’isola di Lampedusa non è presente nessun contagio” e che “le forze dell’ordine e il ministero stanno vigilando 24 ore su 24.”
    L’Ebola è un virus che si presta benissimo a infiammare l’isteria complottista e causare slittamenti razzisti. I motivi sono svariati: anzitutto, non esiste una cura definitiva. Proprio per questo, mass media e cultura pop hanno usato a ripetizione l’Ebola come espediente narrativo per immaginare la fine della civiltà (soprattutto occidentale). Basta pensare a film apocalittici quali Virus letale (1995), in cui lo scenario è quello di una pandemia incontrollabile che nemmeno il governo più potente del mondo è in grado di arginare.
    L’immagine di eserciti per strada e cadaveri ammassati alla rinfusa nelle metropoli si sovrappone e si mescola alla paura più pressante dell’“invasione” di migranti, che insieme ai corpi “ingombranti” e alla cultura diversa porterebbero anche le loro malattie “esotiche”. Come si vede dagli articoli e dai post riportarti sopra, il terrore per l’Ebola—un virus con cui non si può scendere a patti—deve essere necessariamente razionalizzato, in modo da farlo incarnare in un nemico a cui addossare la colpa. E in questo caso il “clandestino”, buono per ogni stagione ed evenienza, è il perfetto caprio espiatorio.
    Insomma, il rischio che l’epidemia di Ebola raggiunga le coste italiane continua a essere molto remoto. Quello che sta accadendo nel sottobosco internettiano, tuttavia, dimostra inequivocabilmente come all’interno dei nostri confini sia in corso un’altra epidemia, ben più radicata e diffusa: quella del razzismo
    .

    – – –

    “Il Post” (16 aprile 2014) ha linkato questo articolo con le seguenti parole:

    LE BUFALE SU EBOLA IN ITALIA
    Circolano da giorni sui social network e prendono di mira soprattutto gli immigrati irregolari, come racconta Vice
    di Redazione

    Dallo scorso febbraio in Guinea è in corso un’epidemia causata dal virus ebola che ha fino a ora causato la morte di almeno 108 persone e ha fatto registrare contagi negli stati confinanti, con altre 19 morti tra Liberia e Sierra Leone. I casi finora registrati sono stati 203: il virus provoca una febbre emorragica nella maggior parte dei casi mortale. Si tratta della prima epidemia di ebola nell’Africa occidentale degli ultimi 20 anni e per questo è osservata con molta attenzione non solo dalle autorità sanitarie locali, ma anche da quelle mondiali che vogliono evitare che il virus possa diffondersi in altre zone.
    La trasmissione di ebola avviene solo attraverso il contatto con fluidi corporei, cosa che ne riduce almeno in parte la pericolosità e a oggi non c’è nessun rischio al di fuori delle zone dove si sta verificando l’epidemia. Il ministero della Salute italiano ha diffuso per precauzione una circolare a inizio aprile in cui ha comunicato l’avvio di ulteriori procedure di controllo sui flussi di persone verso il nostro paese. Nonostante ciò, da settimane sui social network circolano post e appelli molto allarmistici, dove si parla di un concreto rischio per l’Italia legato soprattutto all’immigrazione. Leonardo Bianchi ha messo insieme su Vice una ricca raccolta delle bufale che circolano online su ebola in Italia, e che forse vi sono passate davanti negli ultimi giorni su Facebook e Twitter
    .

  35. “Rivista Studio”, 29 aprile 2014, QUI

    DENTRO LA NOTIZIA (FALSA)
    Il vivacissimo ecosistema delle bufale ha trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo. Il passato e il luminoso futuro delle hoax.
    di Pietro Minto

    No, non c’è nessuna nave abbandonata e infestata di ratti cannibali in avvicinamento alle coste britanniche. Justin Bieber non è mai finito in prigione e non è mai stato seviziato dal compagni di cella. Quanto a quell’hoverboard – lo skateboard volante reso noto dal film Ritorno al Futuro – non esiste veramente e non c’è nessuna azienda che lo sta sviluppando usando «tecnologia più sofisticata di quella necessaria a mandare in orbita un satellite». E no, ancora, l’Unione Europea non elargirà 1500 euro a chi ospiterà in casa una studentessa ucraina. E quel video virale in cui degli sconosciuti limonano davanti alla telecamera? Erano modelli, non sconosciuti, pagati per fingere imbarazzo.
    Tutte queste notizie hanno due caratteristiche in comune: a) si sono diffuse su Internet diventando “virali” di condivisione in condivisione; b) sono tutte false, parzialmente o del tutto. Sono bufale giornalistiche che hanno sfruttato il pruriginoso, l’inaspettato e alcune forti emozioni per dilagare, finendo per essere riprese da testate mainstream e diventare di conseguenza vere – perlomeno nella percezione del pubblico. L’hoax, la notizia-farsa, non è un prodotto dell’era digitale: ha anzi radici piuttosto profonde nella cultura umana. Nel mondo anglosassone abbraccia la tradizione dell’April’s Fool, il pesce d’aprile, fornace annuale di storie incredibili, bugie e panzane che vengono tollerate e celebrate per 24 ore. Alla base della panzana di tipo 1, quella tradizionale, c’è però lo svelamento, il momento in cui la notizia viene smentita e dichiarata falsa: si raccontano bugie, si ride un po’ e poi tutto viene messo in chiaro. Fine. Una bufala invece punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità; è lì, nella palude tra il vero e il falso, che trova l’habitat ideale per continuare a vivere.
    È passato alla storia il radiodramma del 1938 in cui Orson Welles lesse brani da La Guerra dei Mondi di H. G. Wells, un racconto fantascientifico, spacciandoli per resoconti giornalistici, breaking news. Il risultato fu il terrore generale e la diffusa convinzione che l’Inghilterra fosse stata attaccata dagli alieni. A metà tra lo scherzo letterario e l’esperimento radiofonico, il caso Welles non rientra propriamente nella categoria della “bufala”, che invece possiamo definire come una notizia creata per venire diffusa a uno scopo ben preciso. Negli scorsi anni, grazie anche alla viralità massiccia tipica dei social network, la bufologia è stata sfruttata anche a fini commerciali: il video dei baci tra sconosciuti era in realtà una pubblicità per una marca di vestiti; il finto hoverboard era un esperimento condotto da Funny or Die, sito umoristico co-fondato dall’attore comico Will Ferrell. Gli altri esempi sono invece notizie gonfiate o inventate di sana pianta – «all’antica» – per seminare panico o curiosità. Ci sono moltissimi motivi per raccontare una bufala ma negli ultimi anni se ne è aggiunto un altro, essenziale: i click.
    Blog, siti di news e portali di informazione si basano sulla pubblicità online, un settore in cui serve accumulare enormi numeri di visite e pagine viste per avere guadagni sufficienti a far quadrare i bilanci. Ryan Holiday è un giovanissimo media strategist americano che conosce perfettamente i meccanismi morbosi del settore e li ha usati per promuovere i marchi per cui lavorava, tra cui American Apparel. Lui sa come attirare l’attenzione dei blogger su un suo cliente, creando esche con cui ha incastrato anche testate giornalistiche prestigiose. Tutto però parte dai blog. Ne basta uno, anche di nicchia, e l’effetto valanga fa il resto: redattori e blogger sono alla costante ricerca di nuove notizie, e Holiday è lì per fornirgliele. Quando il suo cliente Tucker Max doveva promuovere il film ispirato al suo libro I Hope They Serve Beer in Hell, Holiday decise di puntare sull’odio diffuso ispirato dallo scrittore – autodefinitosi «un coglione di professione» – vandalizzando delle locandine del film e mandando le foto del fattaccio a due siti piccoli ma molto letti dalle persone giuste. Il bufalaro produsse quindi quella che Felix Salmon, esperto di media statunitense, ha definito frovocation: una provocazione falsa. Le frovocazioni hanno due caratteristiche principali: sono false; incuriosiscono milioni di persone. Come già detto, per quanto eticamente vomitevole, questa pratica rende tutti contenti, almeno superficialmente: è contento il blogger, il suo editore, chi ha inventato la bufala e chi lo ha pagato per inventarsela. È un meccanismo bulimico e autoalimentante. Funziona.
    «Da quando esistono i mass media, le persone sono state in competizione per attrarre l’attenzione del pubblico», spiega a Studio Alex Boese, curatore del sito Museum of Hoaxes, che dal 1997 raccoglie, studia e racconta le più grandi bufale della Storia. In quasi 20 anni di attività Boese è diventato uno dei maggiori esperti del settore, e lo ha visto evolversi da vicino: «Oggi chiunque può inventarsi un hoax, postarla su Twitter e raggiungere potenzialmente un pubblico di milioni di persone. Questo non succedeva nel XIX secolo e il risultato è che il numero di hoax è aumentato esponenzialmente, ne siamo bombardati di continuo. È facile, veloce, remunerativo e non è neppure così rischioso, se siete una di quelle persone che non sanno che farsene della morale: «Oggi chi pubblica bufale non ha molto da perdere, i siti internet sono strumenti facili da operare» continua l’esperto. «Nel XIX secolo, invece, gli editori evitavano di pubblicare troppe bufale per timore di perdere lettori».
    State pensando a quello che penso io? Aprire un sito, renderlo vagamente credibile con un aspetto da “giornale online” riempiendolo però di stronzate, aspettando che si compi la magia? Arrivate tardi. È già stato fatto, e con discreto successo. Foto Imbarazzanti, per esempio, è nato dalla costola di “Foto imbarazzanti feste – Italia”, un gruppo Facebook che pubblica immagini di party selvaggi e gioventù sbronza. Grazie a questo materiale ha accumulato più di 220 mila fan sul social network, una notevole base che ha sfruttato per il lancio del sito vero e proprio. Tra gli articoli proposti, una commistione di notizie assurde-ma-credibili come “Cerca una prostituta sul web e si ritrova con la fidanzata del figlio”, e prodotti di fiction come “Si laurea in filosofia e dopo 2 settimane trova lavoro. La Questura indaga”, o la bufala su Justin Bieber citata a inizio articolo. A causa del rapporto superficiale e veloce che molti utenti hanno con le notizie anche i post più improbabili possono essere presi per veri: succedono tante cose strane al mondo, dopotutto, perché non credere a queste panzane? E quindi si pigia il “like”, lo si twitta. Le condivisioni sui social network di Foto Imbarazzanti lo dimostrano – soprattutto quello dei like su Facebook, spesso sull’ordine delle decine di migliaia per articolo.
    Negli Stati Uniti succede qualcosa di simile con The Onion, noto settimanale umoristico i cui articoli vengono spesso presi sul serio anche da altri giornalisti (numerosi i precedenti, dalla Reuters al Corriere della Sera). Prendere sul serio un articolo di The Onion è un errore diffuso, un rischio calcolato per gli utenti, perché la testata usa uno stile giornalistico molto alto mascherando l’intento ironico della pubblicazione. Il sito Literally Unbelievable raccoglie post Facebook in cui utenti commentano seriamente articoli assurdi come “Il livello dei mari potrebbe alzarsi di un piede se molte persone andranno a nuotare” e “Nuovo studio sulla marijuana suggerisce che tutte le persone che conosci sono fumati e tu sarai fuori per sempre”. Aveva ragione P. T. Barnum, il creatore dei più famosi circhi della storia, quando disse: «Sarebbe qualcosa di meraviglioso per l’umanità se qualche yankee filosofico creasse un termometro in grado di misurare l’incidenza delle fandonie in qualsiasi cosa. Fandonia-metro, potrebbe chiamarlo. Sarebbe un successo». E non è un caso che sia stato proprio un genio dell’intrattenimento ad odiare le balle, le truffe, gli imbrogli, strumenti così ridicoli e potenti in grado di rubare il lavoro a chi prende certe cose sul serio.
    Da poco tempo anche il pubblico italiano ha potuto osservare il fenomeno The Onion da vicino: Lercio, un sito nato nell’ottobre 2012 come blog personale di Michele Incollu, è presto diventato la Mecca nostrana delle anti-notizie create per far ridere, non per disinformare. «La nostra intenzione non era (e non è) creare bufale, ma elaborare notizie false e divertenti (satiriche e non)», spiega a Studio Eddie Settembrini, collaboratore del sito. «Le nostre notizie sono palesemente false, nella maggior parte dei casi non è necessario nemmeno leggere l’articolo per capirlo, basta il titolo. E se alcuni lettori credono che davvero un governo possa mettere un bollo sulle carrozzine per disabili e che «…Tra le altre norme contenute nel maxi-emendamento ci sono da segnalare: la tassa sulle scarpe che superano il numero 40 perché “consumano più asfalto”, la tassa sulla scarpetta, voluta dalla lobby delle lavastoviglie, la tassa di passaggio per tutte le donne più basse di 150 cm e più pesanti di 80 chili perché assimilabili ai mini-Suv…», mi dispiace, ma non è colpa di Lercio». Ovviamente no – ma l’assenza di sense of humor può fare miracoli. Settembrini si è fatto un’idea del fenomeno: «Molte persone non leggono gli articoli e non verificano le fonti, vedono il titolo girare sulla loro bacheca e questo è di per sé sufficiente. Altri si lasciano ingannare dal taglio giornalistico del sito: “l’articolo è scritto bene, fanno nomi e cognomi quindi la notizia è vera”, pensano in molti». Molti studi hanno dimostrato la superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole.
    Successe anche a metà dell’Ottocento negli Stati Uniti, quando gli editori pubblicavano articoli umoristici che venivano presi per veri da parte dei lettori. «Mark Twain cominciò così» continua il fondatore del Museum of Hoaxes, ricordando che «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale», quindi è nata attorno al 1830, quando i quotidiani venduti per strada dagli strilloni cominciarono a sostituire quelli venduti per abbonamento. D’un tratto, i titoli scioccanti e curiosi divennero la base del mercato, esche buone per il cittadino indaffarato disposto a spendere un nichelino per gli ultimi croccanti aggiornamenti su una notizia morbosa. È la nascita del gossip, della cronaca nera e delle bufale giornalistiche moderne.
    Ci vuole equilibrio per destreggiarsi sulla sottile linea che divide bugia, sciocchezza e bufala. Il filosofo americano Harry Frankfurt ha dedicato alla questione un agile pamphlet, On Bullshit (Princeton University Press, 2005), nel quale ha indagato il ruolo delle stronzate nella cultura moderna, dimostrando quanto esse siano distanti dalle bugie tout court, caratterizzate da una maggiore purezza d’intenti. «Una persona mente solo se crede di sapere la verità», scrive lo studioso, mentre il bullshitter, «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo».
    Secondo Frankfurt, nulla è veramente cambiato: «Non c’è mai stata tanta comunicazione di qualsiasi tipo come in questi tempi, eppure la proporzione delle stronzate potrebbe non essere aumentata».
    È difficile capire se il settore si sia espanso negli ultimi anni. Qualora fosse successo, comunque, è il caso di precisare che i mass media non ne sarebbero i soli responsabili. Oggi chiunque può dire la sua – e in qualche modo, siamo tutti tenuti a dire la nostra, uno di quegli obblighi bullshit-alimentanti di cui scrive Frankfurt: «Le stronzate sono inevitabili in qualunque circostanza in cui siamo tenuti a parlare d’argomenti che non conosciamo».
    Che fare, quindi? Possiamo imparare dai nostri errori. Un consiglio? Andate su Facebook o Twitter a ripescare la diatriba La Grande Bellezza sì-La Grande Bellezza no di qualche settimana fa. Rileggete il tutto. E pentitevi
    .

  36. “Il Post”, 27 maggio 2014, QUI (traduzione da “Slate”)

    È TUTTO UN COMPLOTTO?
    Secondo Slate gli studi più popolari sui complottisti raccontano solo una parte del fenomeno e nessuno è davvero immune alle teorie cospirazioniste
    di Jesse Walker

    Durante la campagna elettorale per le elezioni politiche in Italia, l’anno scorso, il Senato non approvò – ripeto: non approvò – nessuna legge che avrebbe distribuito 134 miliardi di euro ai parlamentari «perché potessero trovare un lavoro in caso di sconfitta elettorale». La norma era raccontata in un articolo di un giornale satirico: circolò molto online, ma non tutti quelli a cui passò davanti compresero che era una bufala. In un solo giorno circa 36mila persone firmarono una petizione contro la presunta nuova legge. Presto la storia circolò anche nelle manifestazioni di protesta contro il governo.
    L’equivoco fu notato da cinque esperti che stavano studiando il modo con cui gli utenti italiani di Facebook avevano a che fare con differenti tipi di articolo, provenienti da fonti diverse: un famoso giornale, un sito “alternativo”, quello di un attivista politico e uno noto per far circolare bufale e materiale da troll. In marzo, la rivista del MIT Technology Review si è occupata dello studio dei cinque esperti con un articolo intitolato “Una ricerca sui dati rivela in che modo le teorie complottiste nascono su Facebook“. L’articolo descriveva la storia della finta legge italiana sui 134 miliardi ai politici e il tipo di persone che ci erano cascate, concludendo l’aneddoto con la frase: «Benvenuti nel torbido mondo del complottismo».
    Fu un modo strano di etichettare la questione. La storia riguardava una finta legge che si diceva fosse passata al Senato, e non un certo piano tramato da qualche società segreta: il complottismo, in senso stretto, non c’entrava nulla. L’esteso studio riguardava la circolazione delle notizie false, a prescindere dal fatto che prevedessero o meno teorie complottiste: la parola “cospirazione” e le sue varianti lessicali compaiono solamente quattro volte in tutto lo studio. Eppure l’articolo della Technology Review non tiene conto di questa distinzione, e più avanti nel corso dell’articolo peggiora l’equivoco speculando lungamente a partire dallo studio. L’autore spiega che «le teorie complottiste sembrano circolare a partire da un processo nel quale normali commenti satirici o notizie palesemente false in qualche modo riescono a superare una certa soglia di credibilità. E questo sembra accadere a causa di gruppi di persone che si espongono volontariamente al flusso di fonti “alternative”». È evidente che quelle soglie di credibilità non siano state le sole a essere state scavalcate.
    Se la definizione di “teorie complottiste” della Technology Review è troppo ampia, altri ne hanno invece accolta una eccessivamente stretta. Nel 2013 il gruppo di ricerca PublicMind Poll della Farleigh Dickinson University, del New Jersey, concluse che il 63 per cento degli elettori registrati negli Stati Uniti «creda ad almeno una teoria complottista». I media riportarono il notevole dato con precisione, sebbene non fosse accurato di per sé: il sondaggio scoprì che il 63 per cento degli elettori credeva in almeno una «delle quattro teorie complottiate presenti nelle domande del sondaggio». Il numero degli elettori che crede in almeno una teoria complottista in generale è sicuramente molto più alto.
    Queste non sono state le uniche occasioni in cui ricercatori o giornalisti che si occupano dell’argomento hanno compiuto questo errore. Per decenni, gli psicologi e i sociologi hanno studiato le teorie complottiste e le persone che le sposano. Sono stati scoperti un sacco di casi interessanti, e alcune teorie notevoli sono state avanzate in seguito a questi studi. Ma spesso hanno incontrato un problema: il mondo e il contesto che studiano è differente da quello a cui credono i complottisti.
    Le teorie complottiste dispongono di diverse figure notevoli. Nel libro Gli Stati Uniti della Paranoia, una mia ricerca sulla storia della cultura paranoica americana, ho diviso i presunti cospiratori in cinque categorie. C’è “il nemico che sta fuori”, una forza aliena che vive appena al confine con la comunità umana; “il nemico è fra noi” composto da persone difficilmente riconoscibili; “il nemico che sta in alto”, che cioè fa le sue cose dall’alto della scala sociale; infine, ci sono il “nemico dal basso”, quello cioè che sta tramando all’interno della classe proletaria, e il Benevolo Cospiratore (che quindi non può nemmeno essere considerato un “nemico”).
    È superfluo ricordarlo, ma questo non è l’unico criterio possibile per ordinare le storie complottiste. Nella pratica questi cinque tipi si prestano spesso a una sorta di sovrapposizione: il “nemico da fuori”, per esempio, può essere accusato di tramare assieme al “nemico dal basso”, cosa che accadde quando negli anni Sessanta vari e autorevoli americani accusarono il blocco delle nazioni comuniste di fomentare le rivolte urbane. Ma almeno questa distinzione è utile, perché tiene dentro moltissimi esempi del passato.
    Negli studi di questo tipo, ad ogni modo, le storie sul “nemico che sta in alto” tendono a essere la maggioranza. E questo può in qualche modo distorcere i risultati: quando i ricercatori traggono conclusioni sulla gente particolarmente incline a credere alle teorie complottiste, potrebbero intendere quelli particolarmente inclini a un certo tipo di teorie.
    A volte questo errore è palesemente esplicitato. Nel 2010, il sociologo Ted Goertzel scrisse un articolo per EMBO Reports, un magazine di biologia molecolare, nel quale spiegava che la logica complottista tende a «mettere in discussione tutto ciò che è “istituzionale”, sia che si tratti di governi sia di scienziati». Come prova, adduceva il fatto che la “Rough Guide” sul complottismo della casa editrice Penguin Random House parlava di teorie riguardo «elite politiche, religiose, militari, diplomatiche ed economiche».
    Ma gli stessi ambienti istituzionali hanno le proprie teorie complottiste, anche se la “Rough Guide” le ha ignorate. In momenti della storia in cui alcune vicende generano tensione sociale, la prassi dei vari governi e dei media dare la colpa a vari capri espiatori, spesso con un’accezione complottista (la “caccia alle streghe”), riguardo a crisi reali o immaginarie. Gli esempi vanno dalla preoccupazione di una nuova “schiavitù bianca” di un secolo fa, oppure quando si credeva che un esteso sindacato internazionale stesse arruolando migliaia di ragazze in una specie di industria della prostituzione. Oppure l’allarme riguardo il satanismo negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, quando politici, magistrati, giudici e giornalisti erano convinti che gruppi di persone che adoravano Satana stavano molestando ed uccidendo bambini. Spesso le teorie complottiste delle persone relativamente poco potenti sono bilanciate da altrettante e speculari teorie complottiste da parte di un ristretto e potente gruppo di persone. Nello stesso periodo storico in cui gli schiavi neri erano convinti che i medici bianchi stessero complottando per rapirli e dissezionarli, i latifondisti bianchi erano periodicamente afflitti dal terrore che gli schiavi stessero segretamente organizzando una rivoluzione.
    Tenendo a mente tutto questo, esaminiamo la letteratura accademica riguardo chi crede alle teorie complottiste. Nel 1992 Goertzel fece un sondaggio fra 348 abitanti del New Jersey riguardo dieci teorie complottiste che circolavano all’epoca. Ben sette di queste erano sul “nemico che sta in alto” e parlavano del fatto che il governo fosse coinvolto nell’omicidio di Martin Luther King, oppure stesse diffondendo l’AIDS, oppure avesse coperto le attività di organismi extraterrestri oppure stesse danneggiando l’interesse pubblico in altri modi. Altre due – una riguardo l’omicidio di John F. Kennedy – potevano sulla carta assumere la forma del “nemico che sta in alto”, mentre una sola non era con certezza una teoria sul “nemico che sta in alto”: quella riguardo al fatto che i giapponesi stessero cospirando per distruggere l’economia americana (era una delle più popolari: ci credeva il 46 per cento degli intervistati).
    Questo non vuol dire che i dati di Goertzel siano inutili o che non abbia prodotto uno studio interessante. Ma quando scrive, per esempio, che i complottisti hanno qualcosa a che fare con l’illegalità e alla disoccupazione, ha davvero individuato due tratti caratteristici di queste persone? O ha semplicemente chiesto a persone che sperimentano illegalità e disoccupazione cosa ne pensavano riguardo teorie complottiste a cui hanno maggiori possibilità di credere?
    Goertzel spiegava inoltre che «le persone che credono in una particolare teoria complottista sono più inclini a credere alle altre». Quest’idea è diventata una specie di stereotipo, nella letteratura: come hanno scritto Michael Wood, Karen Douglas e Robbie Sutton in uno studio del 2012 per il magazine Social Psychological and Personality Sciences, “la scoperta più notevole in uno studio sulla psicologia delle teorie complottiste è che le persone che credono in una di esse sono particolarmente inclini a credere alle altre – anche a quelle che non c’entrano nulla con la prima”. È anche diventato una componente molto frequenti degli articoli scientifici “pop” sul tema apparsi per esempio su Newsweek o su Bloomberg.
    A spanne, è un’idea plausibile: tutti siamo capaci di pensieri complottisti, e alcuni individui più degli altri. Ma è vero che queste persone sono inclini a credere a tutte le teorie complottiste, o sono sensibili solo a quelle di un certo tipo?
    Analizziamo uno studio del 2013 degli psicologi inglesi Robert Brother, Cristopher French e Alan Pickering. I partecipanti a un sondaggio effettuato dagli studiosi hanno detto la loro riguardo 59 teorie complottiste. La lista era stata compilata per rivelare un esteso e generico interesse nelle teorie complottiste, piuttosto che riguardo specifici eventi (l’11 settembre) o nemici (la CIA). Il numero di domande era inoltre sufficiente a dividerle in categorie: c’erano vicende riguardo il malfunzionamento del governo, gli alieni, società segrete internazionali, intrusioni nella libertà e salute personali, controllo sull’informazione. In breve, uno degli studi più completi sul tema. Anche in esso, però, la maggior parte delle teorie riguardava il “nemico che sta in alto”, e le risposte erano scritte in una maniera per cui i partecipanti potevano scegliere per il ruolo del cattivo o un “nemico che sta in alto” o una sua variante. Per esempio: “alcune delle persone ritenute responsabili per alcuni atti di terrorismo erano state messe lì dai mandanti, i veri responsabili”.
    Oppure consideriamo lo studio di altri due psicologi inglesi, Patrick Leman e Marco Cinnirella, pubblicato nella rivista Frontiers in Psychology l’anno scorso. In esso, l’attitudine cospiratrice delle persone coinvolte era determinata dalla risposta, che poteva essere graduale, alla “credenza in una teoria complottista”. Ce n’erano sei, delle quali cinque riguardavano il “nemico che sta in alto”. L’altra – “l’Unione Europea sta cercando di prendere il controllo del Regno Unito” – è del tipo “nemico che sta fuori”, ma i suoi sostenitori credono che le elite inglesi sostengano questo piano.
    I diversi tipi di teorie incluse negli studi, inoltre, può spiegare perché talvolta possono dare risultati completamente diversi riguardo chi crede alle teorie complottiste. Uno studio del 1999, per esempio, chiedeva conto di teorie complottiste non solo riguardo il governo, ma anche su società segrete sioniste, terroristi infiltrati e la mafia. Trovò un legame fra teorie complottiste e atteggiamenti autoritari. Un’altra ricerca, usando una diversa lista di teorie complottiste, scoprì invece che i complottasti tendevano ad avere forti valori democratici unito a disprezzo per l’autorità. Sembra che in generale non sia facile applicare teorie generiche a un gruppo di persone esteso come quello dei complottisti.
    Arrivati a questo punto, immagino che qualche lettore sia pronto per gridare una cosa tipo “E CHE MI DICI DELLE TEORIE COMPLOTTISTE CHE SONO VERE?”. È possibile che qualcuno di questi lettori abbia già mollato l’articolo e sia andato qui sotto, nella pagina dei commenti, a scrivere questa cosa. Che è un’osservazione corretta, fra l’altro: alcuni teorie complottiste sono vere. La parola “complottare” si trova nel dizionario per una ragione. E questo aggiunge ulteriori complicazioni riguardo la definizione di “chi” crede a queste cose.
    Molti di questi studi, a dire il vero, sollevano la questione, spiegando che alcuni complotti sono davvero esistiti e che non è completamente irrazionale credere in essi. L’articolo di Goertzel ne parla estesamente, spiegando inoltre come distinguere una teoria complottista possibile da una implausibile. L’anno scorso, in un numero magazine PSYPAG Quarterly dedicato alla psicologia di chi crede nelle teorie complottiste, Brotherton scrisse un articolo riguardo all’utilizzo della definizione stessa di “teoria complottista”, notando che non l’usiamo mai – per esempio – per descrivere l’attacco dell’11 settembre. Una teoria complottista, suggerisce Brotherton, ormai non è semplicemente una teoria che invoca un complotto; è una «contestazione non verificata di un complotto che non è assolutamente la più plausibile, e che sottintende implicazioni e temi sensazionalistici. In aggiunta, la contestazione racconterà di sinistri e competenti cospiratori. Infine, sarà basata su prove fragili ed epistemologicamente a prova di contestatori». È una definizione più limitata di quella che darei io – e apre tutta una nuova riflessione riguardo quali teorie possono essere incluse in uno studio e quali no – ma ha il vantaggio di chiarire esattamente cosa stanno indagando i ricercatori.
    Eppure qualcosa non torna, a escludere teorie complottiste che si sono poi rivelate vere. Nel 2014 il Journal of the American Medical Association ha pubblicato un sondaggio e ha chiesto ad alcuni americani cosa ne pensano riguardo alcune teorie a tema medico. Ci sono cose tipo “La CIA ha deliberatamente infettato un esteso numero di afro-americani con il virus dell’HIV tramite presunte vaccinazioni contro l’epatite” e “Gli alti dirigenti del settore medico-sanitario sanno che i cellulari causano il cancro ma non stanno facendo nulla a riguardo perché le grandi multinazionali non glielo permettono”. I ricercatori hanno concluso che “il complottismo si lega a un uso più esteso di medicina alternativa e di sottrazione alle terapie tradizionali”.
    È uno studio solido e rispettabile. Eppure mi chiedo cosa sarebbe successo se la domanda del sondaggio avesse incluso tra le informazioni questi tre fatti:
    – Come parte di un esperimento per il controllo della mente, la CIA somministrò LSD a soggetti che non avevano accettato volontariamente di farlo; il programma è continuato anche dopo aver causato malattie e decessi.
    – Con uno stratagemma durato quarant’anni, il servizio sanitario americano ha detto a centinaia di agricoltori neri che avrebbe fornito loro copertura sanitaria gratis. In realtà avevano la sifilide: invece che informarli della cosa, continuarono a non curare la malattia per fare degli studi e scoprire se il virus interessasse neri e bianchi in modo diverso.
    – Per circa quindici anni alcuni scienziati utilizzarono una scuola di New York per lo studio di una cura per l’epatite: erano soliti infettare i porcellini d’india presenti nelle classi per poi cercare una cura per la malattia studiando gli effetti su di loro.
    Tutti e tre questi racconti sono veri. Il primo venne fuori da una notevole indagine del Senato sulla CIA condotta a metà degli anni Settanta. La seconda è tratta del famoso “esperimento Tuskgee”, condotto dal 1932 al 1972, che una volta scoperto causò grandi proteste e ribellioni. Il terzo, che andò avanti dal 1956 al 1971 alla Willowbrook State School, è spesso portato come esempio nelle discussioni sul “consenso informato”: i genitori sapevano dell’esperimento mentre i ragazzi non erano nella posizione di comprendere ciò con cui avevano a che fare.
    Se questi fatti fossero stati inclusi nello studio JAMA, cosa ci avrebbero detto i risultati? Le persone che credono a teorie complottiste a sfondo medico sarebbero ancora considerate più inclini a credere a quelle finanziarie oppure le loro convinzioni sarebbero considerate più solide rispetto a quelle degli altri? Le loro credenze si legherebbero all’uso della medicina alternativa o ci sarebbe una notevole differenza fra il loro comportamento e quello di altri complottisti? In che modo, insomma, la consapevolezza riguardo i veri complotti si lega con le teorie complottiste?
    Proprio come la vicenda di Facebook ci insegna che non tutte le notizie false hanno legami con una teoria complottista, così una diversa versione dello studio JAMA ci ricorderebbe che non tutte le teorie complottiste sono false. Questo può dire molto sul fenomeno. Ma, per arrivarci, bisogna cambiare lo scopo con cui si effettuano questi studi
    .

  37. “Corriere della Sera”, 11 ottobre 2014, QUI

    EBOLA E LE TEORIE DEL COMPLOTTO: DAGLI ZOMBIE AL DEMONE BIANCO
    Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica
    di Marco Letizia

    «Che cos’è questa storia di ebola e gli zombie?» si chiede su Twitter una navigatrice. E già perché anche un’emergenza seria come quella della febbre emorragica che sta flagellando Liberia, Sierra Leone e Guinea equatoriale, e ha già raggiunto (in maniera limitatissima per ora) Stati Uniti e Spagna, ha comunque dato vita ad un fiorire di teorie della cospirazione.

    Il complotto delle case farmaceutiche
    La base all’origine di tutto questo fantasticare (e che è alle fonte di un germogliare incontrollato di teorie strampalate) è che ebola sia in realtà un virus creato dall’uomo e che sia stato scatenato per gli scopi più disparati: per il profitto delle case farmaceutiche, per realizzare una selezione eugenetica, per imprecisate motivazioni militari, per modificare la specie umana, per adempiere ai precetti di un culto misterioso e così via.
    La teoria più diffusa è certamente quella degli zombie, che nasce dalle notizie fornite da alcuni giornali locali liberiani, in particolare su due casi di donne nella contea di Nimba, Dorris Quoi e Ma Kebeh che sarebbero state prima dichiarate morte a seguito dell’infezione e che poi sarebbero state riviste camminare per strada. Non è chiaro se si tratti di un errore medico o di testimonianze poco attendibili. Quel che è certo è che la «notizia» ha avuto subito una diffusione planetaria. La tesi degli zombie trova infatti largo spazio sui social e nel web grazie al successo di film, fumetti, romanzi e serie tv (lunedì ricomincia su Sky la nuova serie di «The walking dead», la fiction di culto che narra proprio di un mondo devastato dai morti viventi). Nel film “28 giorni dopo” (2002) di Danny Boyle, l’ebola era il vettore per trasmettere una versione modificata della rabbia (che dava vita agli zombie). Un collegamento diretto (nella finzione cinematografica) proprio tra la febbre emorragica e i morti viventi. Che si nutre di verità quando alcuni teorici della cospirazione espongono i risultati ottenuti nel 2012 da una ricerca condotta dal Niaid, l’Istituto statunitense che combatte le allergie e le malattie infettive, che aveva tentato di trovare un vaccino per ebola lavorando proprio sul vaccino per la rabbia. O quando – ancora – ricorda alcuni casi di un virus simile alla rabbia ma con una mortalità comparabile a quella di ebola, comparso in Congo nel 2009.
    Dietro tutto ciò, secondo gli amanti del genere, la necessità da parte delle case farmaceutiche di vendere i futuri vaccini e fare profitti miliardari.

    La selezione eugenetica
    La teoria invece che collega ebola ad un presunto tentativo di selezione eugenetica ai danni della popolazione di colore è certamente quella più spinosa politicamente . Non tanto per le presunte prove a suo favore (inesistenti) quanto piuttosto perché come era già avvenuto per l’Aids, mira a trarre consenso dalla crisi e quindi a manipolare l’opinione pubblica al fine di far durare il più a lungo possibile l’emergenza. È il caso della teoria cospirazionista del leader della Nation of Islam Louis Farrakhan che vede nel virus ebola un arma biologica per sterminare la popolazione di colore negli Usa e nel resto del mondo.
    In altre versioni di questa teoria, che trovano largo spazio proprio nei paesi africani più colpiti dal virus, la malattia è solo la prima fase di un complotto che troverà il suo completamento con l’arrivo del vaccino che provvederà a realizzare la vera selezione. Un’idea, quella di Farrakhan che sotto altra forma ha largo consenso anche nei Paesi africani colpiti, dove nel ruolo dei bersagli, al posto delle persone di colore, troviamo gli avversari politici del governo in carica.

    Il complotto teologico
    C’è poi quella che potremmo definire come la teoria cospirazionista teologica, vale a dire quella del castigo divino. Dove l’autore del complotto è Dio. È il sorprendente risultato raggiunto a fine luglio da un convegno di oltre 100 leader religiosi cristiani e africani. La sentenza finale è stata questa: Dio è arrabbiato con la Liberia a causa degli atti immorali, come l’omosessualità, da parte dei suoi cittadini ed ebola è la sua punizione. Parole che si commentano da sole.

    La burla di 4Chan
    Infine potremmo parlare del complotto fumetto-metafisico, meglio conosciuto come la teoria del demone bianco. Appare con il lancio su un sito nigeriano, che mostra un’immagine in stile manga di un’infermiera con le trecce che formano l’immagine del virus e con in mano un teschio insanguinato . Si tratterebbe dell’immagine di «Ebola-Chan», una sorta di dea di un non meglio precisato culto in Europa e negli Usa che consiste nel sacrificare esseri umani su un altare e mangiare il cuore delle vittime. In cambio la dea avrebbe favorito il diffondersi di ebola grazie all’aiuto di medici adepti che invece di combattere il virus ne avrebbero amplificato l’effetto. In realtà a mettere sul sito l’immagine è stato un ignoto utente del sito 4Chan dove l’immagine di «Ebola-Chan» è un meme. Scambiarsi l’immagine di «Ebola-Chan» significa ringraziare per l’esistenza di ebola, considerato come un virus che si appresta a sterminare gli africani
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  38. Pingback: Il caos del rischio Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  39. “Vice”, 20 ottobre 2014, QUI

    L’UOMO CHE HA TROLLATO I FAN DELLA TEORIA DELLE SCIE CHIMICHE
    di Michael Allen

    La teoria del complotto sulle scie chimiche circola da un po’ e con una certa fortuna, soprattutto tra chi crede che l’11 settembre sia un auto-attentato e che le celebrità siano controllate dalla CIA. In poche parole, i complottisti pensano che le scie di vapore bianco lasciate in cielo dagli aerei siano in realtà composte da agenti chimici o biologici utilizzati dai governi per modificare il clima tramite la geoingegneria, creare una super-arma elettromagnetica, controllare mentalmente la popolazione o—insomma, avete capito. Non ci sono vere e proprie prove a sostegno di questa teoria, eppure molti sono convinti che questo piano diabolico sia realmente in atto.
    Il primo ottobre, Chris Bovey—un quarantunenne del Devon, in Inghilterra—ha deciso di trollare tutte queste persone. Era su un volo partito da Buenos Aires e diretto nel Regno Unito, quando il suo aereo ha dovuto effettuare un atterraggio di emergenza a San Paolo e, per alleggerirsi in vista della manovra, ha riversato all’esterno il carburante in eccesso. Dato che era seduto vicino al finestrino, proprio accanto all’ala, Chris ha deciso di riprendere il liquido che veniva spruzzato nell’aria.
    Quando è atterrato ha caricato il video su YouTube con una didascalia nella quale sosteneva che fosse la prova dell’esistenza delle scie chimiche. Oggi, quel video ha più di un milione di visualizzazioni, circa 20.000 condivisioni e decine di commenti nei quali si invitano gli utenti a “svegliarsi!” o li si accusa di essere dei “disinformatori pagati.”
    Chris si è anche inventato di essere stato trattenuto all’aeroporto di Heathrow all’arrivo, e di essere stato interrogato dalle autorità che gli avrebbero anche confiscato il cellulare. Il suo racconto ha convinto ulteriormente i complottisti, tanto che alla fine il sito NeonNettle.com ha pubblicato la sua testimonianza presentandola come la prova dell’esistenza delle scie chimiche.

    Il video fatto da Chris:

    Mick West—editor di Metabunk, un sito che si occupa di sbugiardare le teorie del complotto e che ha pubblicato un articolo nel quale definisce il video di Chris una bufala—mi ha dato qualche informazione in più. “[La teoria del complotto sulle scie chimiche] è cominciata negli anni Novanta,” mi ha detto. “È stato allora che alcune persone hanno iniziato a notare le scie di condensazione lasciate dagli aerei, e hanno pensato che le scie normali non dovrebbero essere visibili così a lungo. Quindi, se una di queste scie rimaneva visibile per più di qualche minuto, doveva per forza trattarsi di qualcosa spruzzato di proposito.”
    Secondo West, il motivo per cui questa teoria è ancora così diffusa è il fatto che internet sia pieno di “prove”, nessuna delle quali è stata mai soggetta a verifica.
    Chris è stato persino invitato a una trasmissione radio condotta di Richie Allen, un amico di David Icke—il tizio che afferma che tutti i leader mondiali che ci governano siano in realtà dei rettiliani. Una volta in diretta, Chris ha ammesso di essersi inventato tutto e ha discusso in modo acceso con il conduttore del programma sulla validità scientifica della teoria del complotto sulle scie chimiche.
    Da quel momento, Chris ha ricevuto un sacco di insulti—anche se, va detto, se l’è cercata. L’ho chiamato per sapere come se la passa.

    VICE: Ho saputo che ti hanno ricoperto di insulti, è così?
    Chris Bovey: Sì, ho ricevuto alcuni messaggi davvero disgustosi. Sono stato accusato di essere un complice pagato dal governo—se è davvero così, dove sono i miei soldi? L’insulto peggiore è ancora sulla mia pagina Facebook. L’ho lasciato lì perché è talmente squallido da far sembrare l’autore un vero idiota. Diceva che mi scopo le capre e mi augurava di finire in prigione ed essere sodomizzato.
    Un altro mi ha detto che sarei finito all’inferno per aver infranto il primo comandamento. Non sono religioso e non so cosa sia il primo comandamento. Forse dice, “Non postare prove fasulle sulle scie chimiche.” Altri ancora sostengono che io sia stato costretto a tornare sui miei passi, e che quelle nel video siano davvero scie chimiche.

    Secondo te perché così in tanti hanno creduto al tuo video?
    Penso che le persone ci vogliano credere, e penso che molte non si fidino dei governi. Il fatto che la gente lo ritenga capace di fare una cosa del genere la dice lunga sul nostro governo. Poi, spesso si tratta anche di persone a cui mancano nozioni scientifiche basilari. Non ci vuole molta ricerca per scoprire che è una bufala, basta andare su contrailscience.com, dove si spiega in modo molto chiaro come e perché si formino tali scie.

    Un video in cui si afferma che easyJet non sarebbe in grado di operare se non fosse pagata per rilasciare sostanze chimiche durante i suoi voli:

    Adesso che hai spiegato di esserti inventato tutto, la gente ha smesso di affermare che il tuo video sia una prova?
    No, per niente. Mentre parliamo ci sono ancora persone che lo condividono e persone che commentano scrivendo “scie chimiche” in ogni lingua.
    Circa 500 persone mi hanno inviato richieste di amicizia, e io le ho accettate. Adesso però le ho eliminate, perché continuavano a invitarmi a mettere mi piace a strane pagine. Sapevo dell’esistenza di questo genere di persone—è stato proprio per questo che ho pubblicato il video. Ma non non avevo idea di quanto fermamente credessero in questa teoria. Ho provato a ragionare con alcuni di loro, portando loro delle prove che spiegassero loro perché si sbagliano, ma in quasi tutti i casi mi hanno detto che ero un disinformatore e mi hanno bloccato.

    Da quanto tempo ti interessi alle scie chimiche?
    Mi ricordo che le guardavo da piccolo, quando andavo alle elementari a South Devon, dove sono cresciuto. A volte, al parco giochi, guardavo il cielo e mi chiedevo perché alcuni aeroplani lasciassero scie più lunghe di altri. Chiaramente, all’epoca non sapevo ancora che si trattava di un complotto degli Illuminati.

    Perché hai deciso di dire che il video era una bufala?
    Perché la cosa mi metteva a disagio e perché non volevo che i miei amici sani di mente mi considerassero un cretino. Avevo l’opportunità di uscirne pulito e allo stesso tempo di prendermi gioco dei complottisti.

    Pensi che esistano prove attendibili a favore della teoria del complotto sulle scie chimiche?
    No, è stata smentita più volte. Non ci sono prove, punto
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  40. “Libernazione”, 28 ottobre 2014, QUI

    COMPLOTTISMO, MON AMOUR
    di Alessandro Capriccioli

    Ve lo sarete chiesti tutti, almeno una volta: com’è possibile che (metteteci pure il nome che preferite), una personcina così intelligente, creda ciecamente alle scie chimiche, all’allunaggio finto, all’olocausto che non c’è mai stato e magari pure alla morte di Paul McCartney?
    Perché, diciamoci la verità, i complottisti ci restituiscono spesso e volentieri l’immagine degli scemi: ci sembra da scemi essere immuni all’evidenza, o reinterpretarla ostinatamente e minuziosamente finché non si adatta a quello si vuole dimostrare; ci sembra da scemi espanderla ed estenderla all’infinito, quell’evidenza, adducendo e manipolando via via nuovi fatti man mano che i propri ragionamenti vengono confutati; ci sembra da scemi coltivare e propagare certezze fondate su dubbi vaghi, intuizioni traballanti e supposizioni astruse, senza lo straccio di una prova decente e spesso adducendo a sostegno delle proprie teorie argomenti contraddittori tra loro; ci sembra da scemi credere non a una sola di quelle teorie bizzarre, ma il più delle volte a tutte, in blocco, come se si trattasse della fabbricazione di una realtà completamente alternativa rispetto a quella degli altri.
    Ve lo sarete chiesti tutti, almeno una volta: possibile che (lo stesso nome di prima) sia scemo e io non me ne sia mai accorto? E avrete fatto fatica a rispondervi, come spesso è successo anche a me, perché magari il tizio è vostro amico da anni, avete studiato e chiacchierato e vissuto insieme e mai, mai si è dimostrato scemo come invece sembra diventare quando la conversazione casca su Elvis, sui vaccini che fanno venire l’autismo o sugli UFO.
    La realtà, ed è sufficiente documentarsi un po’ per scoprirla, è che probabilmente avete ragione: il vostro amico non è scemo per niente, giacché non esiste, a quanto pare, una correlazione misurabile tra la tendenza al complottismo e l’intelligenza cognitiva.
    Per il complottismo spinto, tuttavia, esistono delle ragioni: alcune delle quali, una volta che ve le trovate davanti agli occhi, hanno un effetto letteralmente illuminante.
    Tanto per iniziare, e paradossalmente solo in apparenza, il complottismo è rassicurante perché placa l’ansia di controllo di chi lo pratica: del resto ipotizzare che esista una ragione, per quanto complicata e terrificante, per cui le cose succedono, è molto più confortante che rassegnarsi alla casualità. Tanto per fare un esempio, ammettere che un virus come l’AIDS sia spuntato fuori e basta significa contemplare la possibilità che da un momento all’altro, in modo incontrollabile, esplodano altre malattie altrettanto gravi: mentre ipotizzare che sia stato fabbricato di proposito in un laboratorio contiene in sé l’illusione che una volta scoperto quel laboratorio, messi nelle condizioni di non nuocere i birbaccioni che lo gestivano e scongiurata la possibilità che altri facciano lo stesso si potrà finalmente vivere al riparo da ulteriori malanni.
    Ma non è tutto: spesso e volentieri il complottismo soddisfa la vanità. Voglio dire: quelli che vedono una cospirazione in ogni riga di giornale tendono a percepire se stessi come esseri capaci di pensare a un livello più alto degli altri, ponendosi intellettualmente al di sopra delle “masse” e alimentando in tal modo la propria autostima. Vi sara capitato decine di volte di sentirvi dire frasi del tipo “Non devi credere a quello che ti raccontano”, o “Te lo dico io, come stanno davvero le cose”, e quando è successo avrete percepito senz’altro, magari provando un certo disappunto, il senso di superiorità di cui erano intrise. Ecco, quella roba là.
    Dopodiché, tanto per chiudere una panoramica che non ha la minima pretesa di completezza, trovo molto interessante la spiegazione di stampo popperiano, secondo la quale il complottismo sarebbe una conseguenza della secolarizzazione: fino a qualche tempo fa si attribuiva tutto ciò che accadeva alla volontà di Dio, ma adesso che il padreterno non c’è più diventa necessario sostituirlo con qualche altro onnipotente (non importa se un politico, un gruppo finanziario o una genìa di rettiliani) che manovra il pianeta sopra, e al di là della propria volontà.
    Sull’argomento, naturalmente, c’è una letteratura psicologica, antropologica e sociologica enorme, che sarebbe impossibile sintetizzare in poche righe; ciò che conta, però, è prendere atto che forse il vostro amico, quello che è diventato un complottista scatenato, ha semplicemente bisogno del complottismo per vivere un po’ meglio.
    E no, non è scemo.
    Ammesso che non lo sia a prescindere, ovviamente: ma questo è un altro paio di maniche
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  41. AGGIORNAMENTO del 18 gennaio 2015:
    “Repubblica” ha curato una inchiesta intitolata “Come ti costruisco una bufala sul web” (8 gennaio 2015), presentata con queste parole: “Il segreto della viralità dei falsi su internet si annida su Facebook. Perché qui si tende a fare amicizia con persone simili a noi che fruiscono i nostri stessi contenuti. Con i like che ne attirano altri succede che alcuni post palesemente farlocchi finiscano per acquistare un successo sorprendente. Le bugie diventano verità, i fake soggetti reali. Per un motivo che gli esperti ci spiegano in modo scientifico. Eccolo“. Il dossier, curato da Rosita Rijtano e Riccardo Staglianò, è diviso nelle parti seguenti: 1) Una battaglia contro la disinformazione; 2) “L’informazione è un virus”; 3) La giungla dei falsi cresciuta in rete; 4) Come evitarle? Verificare, sempre; 5) Un glossario per capire; 6) Ecco come ho ingannato tutti.

  42. “La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI

    GLI AVVOCATI SFORNA-BUFALE PER RECLAME
    Da anni lanciano notizie da prima pagina. False
    di Raphael Zanotti

    La storia è di quelle ghiotte: un 97enne fa causa all’Inps per una pensione di invalidità. Ci vogliono 13 anni per arrivare al primo grado. Perde per un difetto di notifica. Ricorre in appello e il tribunale fissa la prima udienza al 2018. Il nostro malcapitato dovrà aspettare di essere centenario prima di veder tutelati i suoi diritti. Due avvocati annunciano una causa per danni al ministero della Giustizia.
    C’è tutto: anni, nomi, una storia accattivante, soprattutto vista la lentezza del nostro sistema giudiziario. Peccato che la notizia, ripresa da siti internet e giornali, alla prima verifica si sbricioli. E peccato che, queste notizie, ormai siano diventate un marchio di fabbrica. Da due anni un gruppo di legali le inventa, cambiando solo qualche dato, a volte utilizzando foto identiche per vittime differenti. Sono un traino pubblicitario eccezionale, e internet è un moltiplicatore straordinario.

    RINTRACCIARE LE FONTI
    Ci siamo imbattuti in questa bolla mediatica cercando di sapere qualcosa di più del nostro 97enne. Lo studio legal-commerciale citato, però, non ha una sede o un proprio sito. Dei due legali intervenuti con tanto di dichiarazioni, uno – Francesco Conte – non risulta appartenere al foro di Roma. L’altro, Silvia Notaro, invece esiste. Risalire al suo cellulare non è stato facile. Chiamiamo, numero coperto. Risponde. Non appena poniamo qualche domanda, ci stoppa: «Mi scusi, può richiamarmi tra una mezzoretta?». Certo. Richiamiamo. Col cellulare, numero in chiaro. Risponde. «Mi scusi, non so nulla di questa storia. Forse il collega che è citato». Ci dà il numero? «Non lo conosco bene. Forse è un collega con la barba che collabora come me per l’Agitalia. Ma sa, io sono lì da meno di un mese». L’Agitalia esiste. Ha un sito. Ai numeri di telefono, però, non risponde nessuno, così come all’email. La sede di Roma è un negozio di abbigliamento che non c’entra nulla.

    NOTIZIE IN BATTERIA
    Approfondiamo. Si scopre così che l’avvocato Notaro e l’avvocato Conte sono una coppia piuttosto attiva mediaticamente per essere due estranei. Il loro studio legal-commerciale compare con una notizia il 4 aprile scorso: una 99enne di Terni ha trovato un certificato di debito pubblico dello Stato del ’56 che oggi varrebbe 177.000 euro. Il 7 aprile è una 40enne originaria di Parma che ha ereditato 5 miliardi di lire ma la Banca d’Italia si rifiuta di cambiarli. Il 14 aprile è la volta di uno spezzino 96enne: avrebbe ereditato un Bot da un milione di euro.
    Sono solo gli ultimi episodi perché Agitalia sembra una fabbrica sforna bufale. Dal 2013 ne ha inanellate una dietro l’altra. Tutte meritevoli di paginate sui giornali vista la particolarità delle vicende raccontate. Come quella volta che l’associazione avrebbe tutelato una donna che aveva perso il bimbo durante il naufragio della Concordia. O il secondo caso di scambio di embrioni al Pertini di Roma, falso. L’associazione aveva annunciato che avrebbe chiesto danni per un milione di euro.

    I GUARDIANI DELL’ADUC
    Perché? Secondo l’Aduc, che da tempo segue le gesta di Agitalia, per pubblicità. «Le persone si rivolgono a questi legali che, per prendere in mano la pratica, chiedono un contributo iniziale di 150 euro – spiega Giuseppe D’Orta che ha più volte denunciato le false notizie sul suo canale Investire Informati – Sono legati all’avvocato Giacinto Canzona, a suo tempo pizzicato da Striscia la Notizia e sospeso per un anno dall’ordine. L’Aduc sta seguendo due persone a cui l’avvocato ha chiesto 3000 euro per una causa che non avrebbero mai potuto vincere impostata in quel modo». E il 97enne in attesa di processo? Per ora resta un anonimo
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  43. Saggio tratto da: “11/9 La cospirazione impossibile“, a cura di Massimo Polidoro, CICAP, 2014, pp. 398-428.
    (Il libro racchiude testi di: Piergiorgio Odifreddi, Umberto Eco, Michael Shermer, James Randi, Paolo Attivissimo, Lorenzo Montali, Francesco Grassi, Andrea Ferrero, Stefano Bagnasco).

    IL GRANDE FASCINO DELLA COSPIRAZIONE
    di Lorenzo Montali

    Si possono avere molti dubbi su ciò che è realmente successo l’11 settembre 2001. Ma di un fatto almeno possiamo essere certi, ovvero del successo delle tante teorie che sono state presentate come alternative rispetto alla versione ufficiale degli eventi.
    Un successo reso evidente dalle vendite di libri, dall’ascolto di programmi televisivi, dal proliferare di siti Internet che denunciano l’esistenza di una cospirazione progettata o avallata dal governo statunitense. L’analisi condotta nei capitoli precedenti sulla plausibilità di queste diverse teorie cospirative apre dunque una questione interessante: quella di provare a spiegare le ragioni della diffusione e del fascino che esse esercitano. Cominciamo allora a farci delle domande. Chi crede alle teorie cospirative? Sono persone più colte e informate rispetto agli scettici, o si tratta di gruppi che si sentono emarginati e privi di potere e che cercano di reagire alla verità ufficiale proposta da chi il potere lo detiene? Sono persone pessimiste e vagamente paranoiche, animate da desideri di rivalsa, o al contrario si tratta di individui che cercano di usare la ragione per spiegare gli eventi confusi del mondo che li circonda? E su un piano più generale: perché tendiamo a preferire una fonte piuttosto che un’altra? Come ci convinciamo della validità di una versione dei fatti tra le tante che ci vengono offerte? In breve: perché crediamo in ciò in cui crediamo?
    In questo capitolo si proverà a ragionare su questi temi, facendo riferimento a studi e ricerche condotte da psicologi sociali, sociologi, storici e antropologi già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. Il fenomeno delle teorie cospirative è infatti tutt’altro che nuovo, anche se, specialmente negli ultimi anni, ha assunto una dimensione inedita e globale. Lo indica anche il titolo di un libro recente, Tutto quello che sai è falso, una summa del pensiero cospirativo il cui successo di vendite ha dato il via a un vero e proprio genere letterario; indice di un fenomeno sociale su cui vale la pena interrogarsi.

    La tradizione cospirativa: siamo tutti paranoici?
    Lo stile paranoico nella politica americana è il titolo di un saggio che Richard Hofstadter, un noto storico della politica americana che ha insegnato alla Columbia University, pubblica nel 1965. Quel libro, che analizza le teorie cospirative dei gruppi dell’estrema destra americana, suscita grande scalpore e influenza nei decenni successivi la riflessione sul tema. Nel testo, infatti, Hofstadter spiega che l’idea che molti eventi storici importanti siano il prodotto di grandi cospirazioni è centrale nell’immaginario collettivo del popolo americano sin dalla nascita della Repubblica. Si tratta di un leitmotiv le cui prime tracce si possono far risalire al 1760, quando prese corpo la convinzione dell’esistenza di un piano segreto messo in atto dal governo inglese per togliere ai coloni americani i diritti che si erano conquistati. E che conosce un’esplosione nel 1963, quando, per spiegare l’uccisione del presidente Kennedy, hanno una diffusione straordinaria varie teorie che indicano che l’assassino, Lee Oswald, non ha agito da solo ma è soltanto l’esecutore di una cospirazione che coinvolge gruppi potenti e misteriosi. Questo fenomeno, secondo Hofstadter, va interpretato applicando le categorie della psichiatria al pensiero sociale: si tratta di un modo di pensare paranoico e in questo senso distorto, che deve essere denunciato e rifiutato. Questa accezione negativa dell’espressione “teorie cospirative” è largamente presente negli studi sul tema ed è in qualche modo entrata nel linguaggio comune. Per esempio, il primo ministro inglese Tony Blair, nel rispondere all’accusa di aver provocato la guerra in Iraq solo per ragioni legate alla presenza del petrolio in quel Paese, replicò che si trattava soltanto di una teoria cospirativa, etichetta che evidentemente gli sembrava da sola sufficiente per squalificare questo argomento (Coady, 2003).
    Se proviamo ad allargare lo sguardo, però, ci rendiamo facilmente conto che le teorie cospirative non sono un patrimonio esclusivo della cultura statunitense. Anzi, politologi e sociologi hanno da tempo messo in evidenza che si tratta di idee che hanno una lunga tradizione anche nella storia europea e che l’hanno influenzata in maniera rilevante.
    L’esempio più significativo in questo senso è costituito dalle molte teorie che hanno attribuito l’origine dei problemi sociali più diversi, dall’aumento della disoccupazione allo scoppio di epidemie, a una congiura messa in atto da gruppi di potere ebraici e dai loro alleati (Goertzel, 1994). Teorie che, solo per limitarsi al ‘900, vennero legittimate e costituirono uno dei fondamenti ideologici del regime nazista in Germania e di quello fascista in Italia, o che vennero divulgate attraverso pubblicazioni di grande diffusione come I protocolli dei savi di Sion. Questo testo, che costituisce la prima opera della moderna letteratura cospirativa, descrive infatti un ipotetico piano con cui gli ebrei mirerebbero a conquistare il dominio del mondo, attraverso il controllo delle masse tramite i media e la finanza, e che porterebbe al crollo dell’autorità tradizionale e dei valori patriottici.
    Il costituirsi di una tradizione di pensiero cospirativo, del resto, per restare a un primissimo livello di analisi, può essere favorito dalla sostanziale difficoltà di smentire queste teorie: dal momento che i complotti sono per definizione segreti, chi li nega potrebbe essere a sua volta, e spesso è stato accusato di essere, complice del piano (Simmons & Parsone, 2005).
    E così le (non molte in verità) ricerche condotte sulla diffusione di teorie cospirative di varia natura indicano tutte che si tratta di un fenomeno in crescita sia per varietà che per estensione. Consideriamo, per esempio, le credenze relative all’origine dell’AIDS. In un recente sondaggio condotto in Georgia, Estonia e Lituania il 10% dei cittadini interpellati ha risposto che riteneva che il virus fosse stato prodotto da qualcuno in laboratorio come arma di guerra biologica, un’idea che era già diffusa in Unione Sovietica e che aveva contribuito a far approvare una legge che obbligava gli stranieri che si recavano in URSS per più di 3 mesi a sottoporsi ad un test dell’AIDS preventivo (Goodwin, 2003).
    Se ci spostiamo negli Stati Uniti, una ricerca condotta nel 1991 su un campione casuale di capifamiglia americani indicava che, secondo il 34% degli intervistati di origine bianca e il 67% di quelli afroamericani, “il governo non sta dicendo tutta la verità sull’AIDS” (Herek & Glunt, 1991). Una ricerca analoga condotta 3 anni dopo segnala che il 4% dei bianchi e il 20% degli afroamericani è d’accordo con l’affermazione “Il governo sta usando l’AIDS come un modo per uccidere i gruppi di minoranza” (Herek & Capitanio, 1994). Nel 2005, da un sondaggio su un campione di 500 afroamericani risulta che il 50% circa ritiene che “l’AIDS è stato creato dall’uomo” e che “esiste una cura per l’AIDS, ma ai poveri viene tenuta nascosta” (Bogart & Thorburn, 2005).
    Dati del tutto analoghi emergono da studi condotti su quelle stesse popolazioni in relazione all’utilizzo dei metodi contraccettivi: molti degli intervistati dichiarano infatti di pensare che “il Governo sta cercando di limitare la popolazione nera incoraggiando l’utilizzo dei preservativi” (Bird & Bogart, 2005). E questa convinzione ha delle conseguenze anche sul piano dei comportamenti, dal momento che emerge che proprio chi è convinto di trovarsi di fronte a una cospirazione dichiara di fare minor uso di metodi contraccettivi. Del resto talvolta credenze di questo genere ricevono avalli molto autorevoli: un esempio significativo in questo senso è rappresentato da Wangari Maathai, l’ecologista keniota che nel 2004 vinse il Premio Nobel per la pace, il quale dichiarò pubblicamente che il virus dell’HIV era stato creato deliberatamente da alcuni scienziati occidentali per utilizzarlo come arma biologica contro gli africani (Bogart & Thorburn, 2005).
    Restando in ambito statunitense non si può però non soffermarsi sulla madre di tutte le cospirazioni, quella a cui ci siamo riferiti sopra parlando dell’attentato al presidente Kennedy. Anzi più che di una madre dovremmo parlare di un enorme campionario di madri, dal momento che su quella vicenda sono stati pubblicati circa 2.000 volumi per spiegare che, al contrario di ciò che sostiene il rapporto ufficiale della Commissione Warren, dietro quella morte si nasconde un’estesa congiura (Harrison & Thomas, 1997). Libri venduti anche nei supermercati e nei negozi di alimentari e che nelle classifiche di vendita gareggiano con libri popolari come i manuali di auto-aiuto psicologico o quelli che insegnano come migliorare le proprie prestazioni sessuali. E libri evidentemente convincenti se, come risultò da un sondaggio nazionale condotto dal New York Times nel 1992, solo il 10% circa degli americani erano convinti che l’attentatore avesse davvero agito da solo (Krauss, 1992). In questo caso, poi, quel che è forse più interessante è notare che più passa il tempo più sembra aumentare il numero di cittadini scettici verso la versione ufficiale: alla fine degli anni ’60 erano il 64%, vent’anni dopo sono cresciuti quasi del 50%.
    Venendo agli attentati dell’11 settembre, una ricerca molto indicativa è quella condotta nel 2002 su un campione rappresentativo della popolazione in ben nove Paesi a prevalenza musulmana: Pakistan, Iran, Indonesia, Turchia, Libano, Marocco, Kuwait, Giordania e Arabia Saudita (Gentzkow & Shapiro, 2004). Una delle domande chiave del sondaggio era: “Stando a quel che riportano i mass media, l’11 settembre 2001 un gruppo di arabi ha condotto un attacco contro gli Stati Uniti. Pensi che sia vero oppure no?” Ebbene, circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di non credere alla storia raccontata dai mass-media, con punte del 96% in Pakistan, il più popoloso degli Stati musulmani, ma con percentuali vicine al 90% anche in Kuwait, Paese tradizionalmente alleato degli Stati Uniti. Una successiva domanda aperta sullo stesso tema ha mostrato che queste risposte riflettevano in effetti teorie radicalmente diverse rispetto ai fatti dell’11 settembre: coloro che avevano risposto di non credere alla versione fornita dai mass-media statunitensi citavano il più delle volte gli stessi Stati Uniti o Israele come i reali responsabili dell’attentato mentre, all’opposto, coloro che avevano risposto ‘sì’ indicavano alQaeda come l’organizzatore dell’attacco.
    Convinzioni analoghe, spiega il politologo americano Chip Berlet (2006), sono molto popolari anche nei gruppi della sinistra americana e talvolta vengono espresse anche dai suoi rappresentanti più autorevoli. Così, sei mesi dopo l’attentato, in un’intervista radiofonica Cynthia McKinney, parlamentare Democratica della Georgia, dichiara: «Noi sappiamo che ci furono numerose segnalazioni relative agli eventi che sarebbero avvenuti l’11 Settembre 2001. Cosa sapeva l’amministrazione Bush e quando hanno saputo degli eventi dell’11 settembre? Chi altro sapeva? E perché non hanno avvertito gli innocenti abitanti di New York che sono stati uccisi senza ragione?» La Mc Kinney, osserva ancora Bartlet, non sta semplicemente chiedendo conto del fallimento dell’azione dei servizi segreti. Sta invece suggerendo che il governo degli Stati Uniti sapeva in precedenza che sarebbero stati commessi proprio quegli attentati e non ha fatto abbastanza per prevenirli o li ha consentiti per qualche ragione segreta.
    Alcuni sondaggi, del resto, sembrano indicare l’ampia diffusione di questa convinzione. Secondo una ricerca condotta su un campione di cittadini di New York, il 49.3% degli intervistati dichiara di credere che alcuni responsabili governativi sapevano in anticipo che l’11 settembre 2001 ci sarebbe stato un attentato e che essi hanno consapevolmente evitato di agire per impedirlo, un’idea che è particolarmente diffusa tra afro-americani e ispanici (Zogby, 2004). Uno studio condotto su un campione nazionale di 1200 cittadini statunitensi indica che il 42% ritiene che il governo americano e la Commissione che ha indagato sugli attentati dell’11 settembre si siano rifiutati di approfondire alcuni dati che sembrerebbero contraddire la versione ufficiale e che abbiano nascosto la realtà. Emergono anche interessanti differenze rispetto all’orientamento politico di chi risponde: la percentuale di chi tende a credere a una qualche forma di cospirazione per nascondere la verità è addirittura maggioritaria tra gli elettori democratici (Zogby, 2006). Dati analoghi emergono da ricerche condotte dall’Università dell’Ohio (Hargrove, 2006) e da sondaggi effettuati per conto del New York Times (Angus Reid Global Monitor, 2006).
    Sul ‘fronte opposto’ credo sia molto interessante segnalare altre due ricerche. La prima, condotta per conto del Washington Post nel 2003, mostra che il 69% degli americani era convinto che Saddam Hussein fosse in “qualche modo” o “ampiamente” coinvolto di persona nell’organizzazione degli attentati terroristici, nonostante non vi fosse alcuna prova che giustificasse questa idea. La seconda mise invece in evidenza che il 20% dei cittadini statunitensi pensava che l’Iraq avesse segretamente usato armi chimiche o biologiche contro le truppe americane, anche in questo caso contraddicendo ogni evidenza disponibile (Kull e al., 2003).

    Un fenomeno sfuggente
    Abbiamo fin qui voluto evidenziare che le teorie sull’11 settembre si inseriscono in un filone di pensiero e di narrazione che ha solide radici nel tempo e ramificazioni molto estese. Si tratta ora di capire se possiamo trattare tutte le teorie cospirative alla stessa stregua, ovvero, in linea con quanto sosteneva Hofstadter, come un modo di pensare distorto e patologico, oppure se l’idea della cospirazione possa avere un qualche fondamento nella realtà. E qui le cose si complicano.
    In primo luogo perché le cospirazioni indubbiamente esistono oggi e sono sempre esistite nella storia. Il complotto e l’uccisione di Giulio Cesare ne costituiscono forse l’esempio prototipico, come sembra indicare la quantità di opere d’arte e letterarie dedicate all’evento. Del resto, l’attentato dell’11 settembre è, anche se si accetta la versione ufficiale degli eventi, a tutti gli effetti una cospirazione (Pratt, 2003). Non del governo americano, ma piuttosto di un gruppo di terroristi.
    Una cospirazione attentamente pianificata e lungamente preparata attraverso mesi di addestramento dei terroristi, che hanno potuto contare su una rete segreta, estesa ed efficiente di appoggi, di risorse finanziarie e di aiuti. Una cospirazione con obiettivi dichiaratamente politici, che è stata poi esplicitamente rivendicata nei mesi successivi all’attentato.
    Più in generale, possiamo dire che anche l’idea che siano dei governi e non dei terroristi a organizzare cospirazioni è tutt’altro che implausibile. In primo luogo perché i governi hanno dimostrato di essere in grado di mantenere molto bene i segreti, anche laddove si trattava di informazioni di cui molti erano a conoscenza, come dimostra il Progetto Manhattan che ha portato alla costruzione della prima bomba atomica (Harrison & Thomas, 1997). In secondo luogo perché la cronaca politica anche recente ha dimostrato che le cospirazioni sono talvolta usate come strumento di politica interna e internazionale, come per esempio ha reso evidente in maniera clamorosa il cosiddetto scandalo Iran-Contras (Coady, 2003). A metà degli anni ’80 il Presidente degli USA, Ronald Reagan, aveva chiesto al Congresso di finanziare i militanti Contras che combattevano in Nicaragua contro il governo sandinista, ma la sua richiesta venne respinta. A quel punto, l’Amministrazione Reagan decise di dare il via a un piano segreto, la cui realizzazione venne affidata al colonnello Oliver North. Il piano prevedeva la vendita di armi all’Iran, Paese ufficialmente nemico degli Stati Uniti, per reperire fondi e per finanziare il rovesciamento del governo sandinista attraverso un golpe in Nicaragua. Una cospirazione contro un governo, dunque, fu messa in atto dal governo di un paese straniero, che si servì dei propri apparati di sicurezza e militari, all’insaputa delle istituzioni che avevano il compito di indirizzare e controllare quegli apparati.
    Insomma, possiamo dire che trattare tutte le teorie complottiste alla stregua di idee strampalate è irrealistico, dal momento che nella nostra società l’organizzazione e la realizzazione di azioni segrete pianificate è tutt’altro che rara e che esistono alcune organizzazioni governative, i Servizi di sicurezza in primo luogo, a cui viene concessa ampia libertà d’azione e a cui vengono delegati grandi poteri grazie ai quali realizzare segretamente i piani e raggiungere gli obiettivi definiti dal governo (Waters, 1997).
    Il fatto di non poter negare a priori la possibilità che le teorie cospirative siano false ha delle ovvie conseguenze sul piano della definizione del fenomeno di cui ci stiamo occupando e rende in qualche modo l’analisi più problematica. Possiamo definire le teorie cospirative come “la spiegazione di un evento storico che ne attribuisce la causa a un complotto, organizzato e messo in atto da persone che agiscono di concerto e in maniera segreta per obiettivi malevoli o illegali” (Keeley, 1999, p. 116). Questa definizione non è però pienamente soddisfacente.
    Per esempio, una spiegazione del collasso dell’Unione Sovietica che si fondi sul complotto, fallito, messo in atto dalla vecchia guardia del partito comunista per scalzare Gorbaciov nel 1991 non è una teoria cospirativa perché quel complotto non mirava alla distruzione dell’URSS, ma solo alla sostituzione del suo presidente con un altro più gradito alla nomenklatura (Coady, 2003). Quindi, una vera teoria cospirativa deve prevedere che l’evento sia la diretta e voluta conseguenza del complotto che è stato messo in atto. C’è un altro importante tassello che deve però essere aggiunto alla nostra definizione, ovvero che le spiegazioni che vengono proposte devono essere in conflitto con una versione ufficiale di quello stesso evento. In questo senso noi non assumiamo di per sé che le teorie siano vere o false, ma usiamo il termine cospirativo in senso descrittivo, cioè per indicare che si tratta di versioni che contrastano con le spiegazioni ufficiali e che sono, in questo senso, l’espressione di una controcultura (Moore, 2002). Questo non implica, ovviamente, che non possa essere condotta un’analisi razionale di queste teorie, come quella che è stata proposta nei capitoli precedenti, per distinguere quali descrivano adeguatamente un fenomeno e quali non lo facciano. Ma certamente indica che la comprensione delle ragioni che spiegano il successo di queste teorie non può partire dall’assunzione che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo che le persone hanno di ragionare.

    Due approcci al problema dell’origine delle credenze
    Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. Dal momento che si tratta di due interpretazioni del fenomeno significativamente differenti, analizzeremo la prima in questo paragrafo e l’altra in quello successivo.
    Il primo filone, che deriva direttamente dalla lettura di questo fenomeno proposta da Hofstadter, si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto (Crocker, Luhtanen, Broadnax & Blaine, 1999).
    L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto (Wexler & Havers, 2002). In particolare, la nascita di questa forma di paranoia deriverebbe dall’avere sperimentato, in maniera più o meno intensa e continuativa, uno stato di mancanza di potere, di discriminazione o di perdita di controllo rispetto alle situazioni che si affrontano nella vita reale. A titolo d’esempio si potrebbero citare situazioni, che riguardano l’individuo e il suo gruppo di appartenenza, come la povertà, la violenza, la stigmatizzazione, l’emarginazione sociale. Questo comporterebbe la nascita prima, e il consolidamento nel corso del tempo poi, di un sentimento di essere usati e abusati, che potrebbe sfociare nella convinzione di essere sotto attacco da parte di un potere o di un gruppo che viene accusato della deprivazione che le persone sperimentano (Mirowsky & Ross, 1983).
    In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. Una spiegazione alternativa, ma che si muove in questa stessa logica, è che questo stile attribuzionale esterno non sia utilizzato per spiegare ogni evento della vita individuale, ma sia invece specificamente applicato per spiegare i problemi che le persone vivono in quanto gruppo oggetto di discriminazione, che sperimenta una situazione di deprivazione (Crocker, Luhtanen, Broadnax & Blaine, 1999).
    Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene (Hamburg, 2000). Un meccanismo di protezione della propria autostima che imputa la responsabilità della propria condizione di svantaggio ad altri specifici o al “sistema” in generale.
    Seguendo queste linee di interpretazione del fenomeno, quindi, i dati che abbiamo citato sopra, che indicavano l’amplissima diffusione di teorie complottiste in Paesi musulmani, sarebbero la conseguenza della percezione, non importa se fondata o meno, di non avere un controllo reale sulle proprie vite e di essere oggetto di discriminazione e sopraffazione sia come individui che come popoli. Ciò porterebbe a rifiutare di riconoscere che la responsabilità dell’attentato sia del proprio gruppo e ne giustificherebbe invece l’attribuzione ai gruppi dominanti, identificati con gli Stati Uniti e con Israele. Questa stessa logica potrebbe essere seguita anche per spiegare il dato relativo ai sondaggi condotti negli stati Uniti, che evidenziavano che i sostenitori delle ipotesi complottiste erano, da un lato, prevalenti nelle minoranze etniche, gruppi che più degli altri vivono situazioni di svantaggio, e dall’altro, fra gli elettori del partito Democratico, che con questi gruppi condividono un atteggiamento critico nei confronti del governo.
    Diverse ricerche, che hanno analizzato in quest’ottica il credere ad alcune teorie cospirative, forniscono un supporto a questa lettura del fenomeno.
    Per esempio in uno studio di Goertzel (1994) venne indagata la relazione tra la credenza a diverse teorie cospirative e scale che misuravano sentimenti di alienazione, da una parte, e livelli di approvazione e fiducia nei confronti delle istituzioni dall’altra. La ricerca mostrò che mentre le tradizionali variabili sociodemografiche (genere, età, livello di istruzione) non erano correlate con il credere o meno alle teorie cospirative, i risultati delle scale indicavano che più alta era la sfiducia nei confronti delle istituzioni e la sensazione che queste non si occupassero in maniera adeguata della vita delle persone, più queste tendevano a credere alle teorie cospirative.
    Una seconda ricerca ha invece indagato l’influenza di due ulteriori variabili sulla tendenza a credere alle teorie complottiste: la vittimizzazione – ossia l’essere o l’essere stati vittime di eventi personali come un crimine, un’aggressione della polizia o un episodio di discriminazione – e la percezione di poter influire sulle politiche governative a livello locale, regionale e nazionale, intesa come una misura del controllo che si ritiene di avere rispetto alla propria vita. I risultati indicano che più le persone ritengono di essere state vittime, in diverse situazioni, e meno ritengono di potere influire sulla politica del proprio Paese, più tendono a credere alle teorie cospirative (Simmons & Parsone, 2005).
    Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità.
    Vediamo su cosa si fondano queste ipotesi.
    1) L’alienazione e la mancanza di fiducia possono portare a pensare che le autorità mentano o tengano nascosti alcuni fatti rilevanti per poter raggiungere i propri scopi e questo può favorire l’attribuzione degli eventi a forze sinistre e nascoste.
    2) Le persone che si sentono prive di controllo possono essere attratte dalle teorie cospirative perchè queste spiegano e giustificano la situazione in cui esse si trovano. Se penso che il sistema finanziario sia segretamente controllato dagli ebrei mi spiego più facilmente perché i non ebrei come me possono avere difficoltà a ottenere risultati economici brillanti.
    3) D’altro canto le teorie cospirative possono attrarre chi è alla ricerca di spiegazioni semplici per fenomeni complessi o ambigui: è più facile spiegare le fluttuazioni della borsa attribuendole all’azione di forze monolitiche, che ascoltare le complesse spiegazioni che ne vengono fornite dagli economisti; o è più facile spiegare gli sbuffi di fumo che escono dalle finestre delle Twin Towers come effetto dell’esplosione di dinamite che ascoltare le spiegazioni degli ingegneri sul modo in cui si originano incendi a seguito del collasso delle colonne d’acciaio.
    4) Anche una bassa autostima potrebbe spiegare l’interesse per le teorie cospirative, che sarebbero ritenute credibili in quanto consentono di imputare ad altri la colpa della propria situazione di svantaggio.
    5) Infine, come si diceva sopra, queste teorie offrono un bersaglio contro il quale scaricare la propria aggressività e ostilità. In questo modo, se per esempio io constato che la mia possibilità di incidere per cambiare la politica del mio Paese è limitata, queste teorie mi consentono di rivolgere la mia frustrazione verso un nemico chiaro e ben visibile: organizzazioni segrete o governi di altri Paesi che tramano in maniera occulta.
    Queste cinque ipotesi vennero testate attraverso scale che misuravano le singole variabili indagate (alienazione e sfiducia nell’autorità; sensazione di scarso controllo personale; capacità cognitive e tolleranza dell’ambiguità; autostima; aggressività e ostilità) e le rapportavano sia con la credenza in alcune specifiche teorie cospirative sia con una più generale convinzione che le cospirazioni esistano. I risultati della ricerca descrivono un quadro articolato e complesso. Essi indicano che l’alienazione, la bassa autostima e la sensazione di non avere potere sono legate al credere ad alcune cospirazioni specifiche, per esempio che il Governo nasconda le prove dell’atterraggio di UFO sulla terra o che l’AIDS sia stato creato per colpire alcuni gruppi di minoranza.
    La mancanza di fiducia, l’ostilità e la tendenza ad attribuire gli eventi a cause esterne agli individui, piuttosto che agli individui stessi, sono invece legate al credere in genere che le cospirazioni esistono. Ciò significa, spiegano i ricercatori, che le persone credono alle singole teorie cospirative perché sono alla ricerca di un gruppo da incolpare per la condizione in cui vivono. Laddove invece sono più elevati i livelli di ostilità e di sfiducia, questi non si traducono nella ricerca di uno specifico gruppo bersaglio, ma piuttosto nella convinzione che il mondo in genere sia dominato da forze ostili all’individuo e negative.
    Altrettanto interessante è il fatto che alcune delle variabili indagate, tolleranza dell’ambiguità e capacità cognitive, si sono rivelate non correlate al credere nelle teorie cospirative.
    Secondo questa interpretazione il fascino delle teorie cospirative non dipenderebbe dalla loro capacità di spiegare eventi complessi in modo semplice, ma piuttosto da uno stile di personalità tendenzialmente stabile, che si definisce a partire da esperienze negative e frustranti che le persone vivono e che le porta a identificare dei nemici, specifici o generici, cui attribuire la colpa del loro stato.

    Un approccio diverso: le teorie cospirative come etnosociologie
    Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997).
    Persone cioè che pur senza avere una competenza specifica nello studio di un fenomeno sociale, nondimeno hanno idee precise e definite circa quel fenomeno.
    Se ci mettiamo ad ascoltare normali conversazioni quotidiane alla fermata di un autobus, in un bar, in una palestra o in un ufficio, ci rendiamo immediatamente conto che le persone hanno, comunicano e condividono con gli altri le proprie idee e teorie su un gran numero di fenomeni e di eventi. Per esempio per spiegare perché i tassi di divorzio siano in aumento, perché tanti bambini abbandonano la scuola, perché i poveri sono poveri e i ricchi sono ricchi, perché i giovani preferiscano certe professioni e non altre, perché la gente va meno in chiesa o perché le religioni orientali hanno un fascino crescente in Occidente.
    Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte.
    È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. È infatti quel sapere di senso comune – che si fonda su una tradizione ed è arricchito da continue osservazioni quotidiane – che usiamo nella vita di tutti i giorni, che ci consente di capire le altre persone, di comunicare e interagire con loro, di capire di chi fidarsi e di chi no, e che in questo senso, in linea di massima, mostra di funzionare. Si tratta di una risorsa indispensabile e di cui, soprattutto in una società complessa, non possiamo fare a meno: il nostro accesso diretto ai fatti è estremamente limitato, ma in compenso siamo sottoposti a tantissime informazioni, ovvero a rappresentazioni della realtà, talvolta anche molto discordanti, rispetto alle quali dobbiamo prendere una posizione, decidendo qual è la versione secondo noi autentica.
    In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale. Ancora una volta è necessaria una precisazione: ciò non significa che tutte le versioni siano sullo stesso piano, si tratterebbe di un soggettivismo insensato che nega alla radice la possibilità di un confronto con la realtà. Esse possono essere analizzate razionalmente e confrontate, esattamente ciò che viene fatto in questo libro rispetto alle teorie sull’11 settembre. Ma perché ciò avvenga sono necessarie motivazioni, interessi, competenze cognitive e desiderio di approfondimento, tutte risorse che utilmente impieghiamo nell’affrontare i problemi più importanti della nostra esistenza ma che, per ovvie ragioni di economia, non possiamo applicare in tantissimi altri ambiti pur di rilievo.
    Da questo punto di vista il fenomeno della diffusione e del fascino delle teorie cospirative viene analizzato facendo riferimento ai normali processi motivazionali e alle modalità attraverso le quali normalmente e continuamente costruiamo rappresentazioni del mondo elaborando informazioni sulla realtà sociale (Harrison, Thomas, 1997). Tali teorie vengono infatti inquadrate come uno dei modi che le persone hanno di spiegare la realtà di certi eventi, attribuendo significato a un mondo frammentato e caratterizzato dall’incertezza e riducendo in questo senso l’ansia (Graumann & Moscovici, 1987; Wexler & Havers, 2002). Questo evita di patologizzare il fenomeno, di considerarlo una malattia sociale e, in compenso, ci aiuta a riconoscere che proprio i normali processi di elaborazione e di organizzazione delle informazioni possono anche condurci in errore. Ma soprattutto questo approccio sposta la lettura del fenomeno da un’ottica puramente individuale e considera alcune variabili contestuali e sociali che possano contribuire a spiegarlo (Waters, 1997).
    L’idea è infatti che certe situazioni, certe caratteristiche degli eventi, nonché i contesti nei quali essi si inquadrano, possano favorire la nascita di queste teorie e costituiscano il motore della loro diffusione.

    11 settembre: l’evento e il contesto
    Il primo elemento che dobbiamo considerare è quindi proprio la natura dell’evento e il contesto nel quale esso si inserisce. Gli attentati dell’11 settembre 2001, hanno scritto moltissimi commentatori, “hanno cambiato tutto” nella rappresentazione che l’Occidente ha di sé e del proprio futuro. Secondo alcuni autori, più in particolare, quegli attentati hanno comportato l’avvio di un enorme processo di apprendimento per il popolo americano. Prima di quell’attentato, infatti, il terrorismo era un oggetto ben poco familiare per la gran parte degli statunitensi e anche per molti degli addetti alla sicurezza di quel Paese (Fischhoff, Gonzalez & Lerner, 2005).
    Quegli eventi hanno quindi costretto le singole persone e l’opinione pubblica più generale a confrontarsi con una realtà drammatica, che prima era stata solo una preoccupazione periferica. Si sono trovate di fronte a un inedito scenario di rischio, che ha comportato la necessità di decidere come bilanciare la lotta a questo nuovo pericolo con il mantenimento di alcuni diritti acquisiti – libertà civili e diritto alla privacy – e di capire quali conseguenze ciò implicava sul piano della crescita economica. Ancora, hanno dovuto imparare ad analizzare i processi attraverso cui il terrore viene costruito e diffuso, per imparare a gestirlo e controllarlo, ma anche a riconoscere gli attori sul campo, per capire di chi fidarsi e di chi no e come interpretare le loro mosse. Insomma, hanno dovuto rivedere un corpus di credenze, abitudini, scelte ed esperienze accumulate, di fronte a un oggetto sociale nuovo, ansiogeno, inatteso, complesso, indefinito e tendenzialmente non controllabile.
    Ma anche al di fuori degli Stati Uniti questi eventi hanno scosso certezze e modelli di pensiero consolidati. Come spiegano John e Regina Bendix (2003), la scoperta dell’esistenza di cellule di terroristi ‘in sonno’, che cioè conducono una vita apparentemente normale, ma si preparano segretamente e magari per anni a compiere un attentato devastante, costituisce un enorme problema per le società occidentali. Queste ultime da decenni stanno cercando di gestire, in forme diverse e talvolta contraddittorie, la questione dell’integrazione, soprattutto dei cittadini musulmani, e un processo di modernizzazione di tipo multiculturale. Il problema è che il fondamentalismo che ha animato i terroristi dell’11 settembre, o più tardi quelli che hanno colpito Londra, non può essere etichettato come una minaccia proveniente da un mondo residuale, come possono essere le caverne dell’Afghanistan. È invece una forma di modernità alternativa rispetto al modello occidentale prevalente. Nel senso che i terroristi in sonno, e gli ideologi che forniscono la giustificazione morale e l’indirizzo politicomilitare ai loro progetti, non vogliono partecipare al progetto di modernizzazione collettiva e praticano una intolleranza apparentemente anti-moderna. Ma nello sviluppare le loro strategie, usano allo stesso tempo tecniche e tecnologie assolutamente moderne, che culminano in quello che è un modernissimo desiderio di visibilità ottenuta attraverso i mass-media. E allora, a fronte di individui e gruppi che utilizzano le risorse della modernità per agire in un modo intollerante, distruttivo, e apparentemente anti-moderno, è inevitabile che si apra uno spazio di ridiscussione di quello che sembrava un ordine economico e politico consolidato.
    A tutto ciò si deve aggiungere l’immediata mediatizzazione degli eventi dell’11 settembre, la trasmissione in diretta e ovunque di questa rivoluzione, che ha favorito il moltiplicarsi dei tentativi di attribuzione di significato, di responsabilità e degli angoli di visuale dai quali analizzare e commentare quegli eventi.
    Insomma una gigantesca discussione collettiva, che ha attraversato i media e che è esplosa nei mille rivoli delle conversazioni quotidiane, nelle quali le persone si sono confrontate cercando risposta a domande tra loro intrecciate: “Chi? Perché? E ora?”. Dentro questo spazio di discussione e in relazione a quest’ansiosa domanda di senso, a fronte del crollo di certezze stabili, consolidate e sicure, si collocano le teorie cospirative sull’11 settembre in quanto etnosociologie.
    Proprio come un tentativo di offrire una definizione della realtà che aiuti a orientarsi, a prendere una posizione, a immaginare scenari futuri. Una definizione che sia alternativa e concorrenziale rispetto a quella ufficiale, offerta dal Governo americano.
    Infatti tra gli elementi di contesto che contribuiscono a spiegare il successo delle teorie cospirative dobbiamo senz’altro collocare il comportamento dell’amministrazione Bush. E, in particolare, l’utilizzazione che essa ha fatto degli attentati dell’11 settembre per imbastire una gigantesca campagna di comunicazione e di relazioni pubbliche volta a giustificare la guerra in Iraq sulla base del presupposto, rivelatosi infondato, che il regime di Saddam Hussein fosse in qualche modo coinvolto nel complotto terroristico (Altheide, & Grimes, 2005). Ovvero, costruendo a sua volta una teoria cospirativa che alla prova dei fatti si è rivelata ingannevole e che pure è stata utilizzata, anche in sede ONU, per sollecitare e giustificare una campagna di aggressione militare. Ma che ha potuto essere diffusa anche grazie alla corresponsabilità di un apparato mass-mediatico che ha dato voce, in maniera pressoché acritica, a questa rappresentazione degli eventi (MacArthur, 2003).

    Il fascino di una rappresentazione
    Se questo è il quadro generale nel quale possiamo collocare le teorie cospirative sull’11 settembre, esse sono degli interessanti indicatori di un pensiero sociale, potremmo dire di una rappresentazione sociale, di quegli eventi terroristici e dei significati che a tale rappresentazione sono associati. Il loro fascino e il loro successo dipende in questo senso dalla capacità che hanno di proporre una spiegazione che risulti convincente e migliore di quella ufficiale. Proviamo a vedere perché.
    In primo luogo esse rispondono a un principio di coerenza che utilizziamo per costruire rappresentazioni degli eventi. La psicologia ha infatti messo in evidenza che noi tendiamo a pensare che ci debba essere un rapporto coerente tra cause ed effetti e, in questo senso, andiamo alla ricerca di grandi cause per spiegare grandi effetti. Per verificare se questa modalità di ragionamento può spiegare la tendenza a credere nelle teorie cospirative Clark McCauley e Susan Jacques (1979) costruirono un interessante esperimento. Diedero a due gruppi di studenti un questionario, nel quale veniva presentato un titolo di giornale relativo a un certo evento e veniva chiesto loro di indicare una possibile spiegazione del fatto descritto.
    Per quanto riguarda il primo gruppo il titolo recitava “Un uomo ha sparato al Presidente e lo ha mancato”, per il secondo gruppo il titolo era “Un uomo ha sparato al Presidente e lo ha ucciso”. Per spiegare l’evento, ciascuno dei due gruppi doveva rispondere a due domande: “Qual è la probabilità che quest’uomo stia agendo da solo e senza nessun aiuto?” e “Qual è la probabilità che quest’uomo stia agendo come membro di un gruppo organizzato per uccidere il Presidente?”
    I risultati mostrarono che le persone tendevano a considerare più probabile l’esistenza di una cospirazione quando il Presidente veniva ucciso che non quando veniva mancato.
    Ovvero a pensare che a un grande effetto, la morte del presidente, debba corrispondere una grande causa, una cospirazione, piuttosto che l’azione di un singolo individuo.
    Una spiegazione alternativa di questo risultato è che le persone tendano a pensare che più forte è l’effetto, più è probabile che esso sia dovuto all’azione concomitante di una molteplicità di cause. In questo caso, quindi, tenderanno a pensare che l’effetto estremo della morte del presidente sia dovuto all’azione di un gruppo organizzato piuttosto che a quella di un singolo assassino.
    È evidente, in questo senso, che le teorie cospirative che denunciano la responsabilità, nei fatti dell’11 settembre, di articolate cospirazioni che coinvolgono i governi di diversi Paesi e i loro servizi segreti, possono risultare più convincenti rispetto alla versione che ne attribuisce la responsabilità a un gruppo ristretto di terroristi. Un commento ricorrente di chi sentiva raccontare per la prima volta queste teorie cospirative era in effetti “non avevo mai creduto che dietro tutto quel disastro ci fosse solo un gruppetto di terroristi”.
    Un secondo fattore che contribuisce alla credibilità delle teorie che attribuiscono all’azione segreta del governo gli attentati terroristici è il cosiddetto errore di centralizzazione, ovvero la tendenza che abbiamo a vedere il comportamento degli altri come più centralizzato, pianificato e coordinato di quanto non sia in effetti (Heath & Staudenmayer, 2000). Per esempio, durante la seconda guerra mondiale molti analisti esperti ritenevano che la quinta colonna tedesca, ovvero lo spionaggio militare, fosse ampiamente responsabile sia delle difficoltà incontrate dalle forze alleate nel dispiegare la loro azione sia delle vittorie tedesche. Ricerche successive dimostrarono invece che lo spionaggio tedesco aveva portato a termine ben poche azioni e che gli incidenti che erano stati attribuiti alla sua responsabilità erano in realtà dovuti alla disorganizzazione che regnava tra gli Alleati (Jervis, 1976).
    Nel caso dell’11 settembre, a essere chiamata in causa, e in questo senso sovrastimata da diverse teorie cospirative, è la capacità di pianificazione e di esecuzione coordinata dell’apparato spionistico e dell’Amministrazione statunitense.
    Il terzo elemento da considerare è che noi tendiamo a preferire spiegazioni degli eventi e rappresentazioni della realtà che siano coerenti rispetto a conoscenze, schemi e ideologie preesistenti (Fischhoff, Gonzalez & Lerner, 2005).
    In questo senso le teorie cospirative che attribuiscono al governo israeliano o a lobby ebraiche una responsabilità negli attentati possono risultare credibili perché si innestano in una tradizione di antisemitismo che ha una diffusione globale, ma che è in questo momento particolarmente forte in alcuni Paesi di religione musulmana. Si tratta di una rappresentazione narrativa che, come abbiamo visto sopra, ha una lunga storia e di cui queste teorie costituiscono quindi l’ennesimo, e certamente non ultimo, esempio (Moscovici 1987). Esse infatti, inserendosi in tale tradizione, ne trovano conferma e allo stesso tempo la preservano, offrendo nuove e concrete prove dei misfatti del gruppo bersaglio.
    Altrettanto chiaro in questo senso è che le teorie che indicano una responsabilità dell’amministrazione americana, accusata di aver minato le Twin Towers o di avere lanciato un missile contro il Pentagono, trovino maggior supporto presso chi, individui o gruppi, aveva, già prima dell’11 settembre, un atteggiamento negativo nei confronti della politica statunitense. Questo contribuisce a spiegare il successo di queste teorie nei Paesi musulmani, come attesta il sondaggio discusso sopra, ma anche presso una parte dell’opinione pubblica europea e statunitense politicamente orientata a sinistra o, all’opposto, all’estrema destra. Anche al di là delle appartenenze politiche, del resto, esse possono intercettare e contribuire ad alimentare un sentimento diffuso, che esprime sfiducia e critica nei confronti del governo statunitense per la sua incapacità di prevenzione nei confronti degli episodi terroristici.
    Vi è infine un ultimo elemento da tenere in considerazione e cioè che il quadro incerto, confuso e allo stesso tempo drammatico che si è costruito a partire dall’11 settembre non è in alcun modo venuto meno negli anni successivi. I personaggi indicati come i responsabili politici dell’attentato rimangono imprendibili, salvo poi manifestarsi in modo improvviso e minaccioso attraverso i mass-media, le cellule terroristiche in Occidente non sono certo state smantellate, le minacce di allarme per futuri attentati si succedono a cadenza regolare e, del resto, i successivi attentati di Londra e Madrid sembrano dimostrarne la plausibilità, la guerra in Iraq è ben lontana dal concludersi e sembra comunque avere trasformato quel Paese in una gigantesca base potenziale di nuovo terrorismo, quella in Afghanistan è avvolta, per l’occidentale medio, in tali dense nebbie da rendere talvolta persino difficile ricordare che in quel Paese i nostri soldati ancora combattono. Né si può sostenere che la situazione appaia più chiara per quanto riguarda gli attori che si muovono dentro questo confuso scenario e le loro intenzioni. Rispetto a questa situazione, le teorie cospirative hanno il merito di offrire risposte chiare, che indicano responsabilità precise, riempiono gli inevitabili “buchi” della versione ufficiale, svelano i legami tra i personaggi e le fazioni rendendo così visibile ciò che è invisibile. Ma soprattutto sistemano questo nuovo eventooggetto sociale del terrorismo di matrice musulmana dentro quadri già conosciuti e in questo senso lo rendono comprensibile e maneggiabile. Ovvero spiegano quello che appare insensato, e in questo senso disturbante, in termini sensati e comprensibili e restituiscono moralità a un mondo caotico e immorale (Moore, 2002).

    Per concludere
    Abbiamo presentato due approcci diversi al tema della credenza nei confronti delle teorie cospirative, per rendere conto dell’articolazione delle ricerche e delle riflessioni che esso ha suscitato nel panorama delle scienze psico-sociali.
    Credo sia in conclusione importante sottolineare che il secondo di questi approcci, che inquadra le teorie cospirative come delle etnosociologie, sembra restituire in maniera più adeguata la complessità di questo fenomeno, evitando il rischio di una sua patologizzazione, che a sua volta peraltro costituirebbe qualcosa di cui spiegare cause e origini.
    Secondo questa prospettiva, peraltro, credere all’una o all’altra delle fonti, sia essa la versione ufficiale o una delle teorie complottiste, può costituire in entrambi i casi una forma di pigrizia intellettuale, un adagiarsi su fonti e credenze preesistenti. Nel senso che una eccessiva disponibilità a credere alle teorie cospirative è un vizio intellettuale allo stesso modo in cui può esserlo una eccessiva riluttanza a crederci (Coady, 2003). Se non altro perché, come si è detto, nella storia ma anche nella politica contemporanea le cospirazioni esistono.
    In questo senso la sola risorsa che abbiamo a disposizione è l’esercizio di un paziente e costante senso critico, l’analisi delle fonti e la riflessione razionale sulle diverse versioni degli eventi. Il che è, del resto, esattamente lo scopo e la missione di questo libro
    .

  44. Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule»:
    http://www.gouvernement.fr/on-te-manipule .

    Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”:
    Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ?
    Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.
    http://www.liberation.fr/france/2016/03/11/le-grand-complot-qui-est-il-quel-est-son-reseau_1439150

    Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.
    http://www.lastampa.it/2016/03/16/tecnologia/news/perch-smentire-le-bufale-inutile-TOO8DQvonPvwxgdK5MLWAP/pagina.html

    Secondo i debunker italiani, però, smascherare le bufale online non è inutile. Paolo Attivissimo (Il disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo) e David Puente (Bufale.net) lo spiegano in un articolo di Chiara Severgnini su “La Stampa” del 17 marzo 2016: https://www.lastampa.it/2016/03/17/tecnologia/idee/smascherare-le-bufale-online-non-inutile-ecco-perch-secondo-i-debunker-italiani-sVRlXFNUXOijBns8ligtfL/pagina.html

  45. Pingback: Come far fronte alla paura dei disastri. Uno scambio su Fb | Paesaggi vulcanici

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