Gli italiani parlano del Vesuvio?

Il professore giapponese Nakada Setsuya, uno dei massimi vulcanologi al mondo, ieri ha rilasciato un’intervista alla stampa italiana (di livello locale e nazionale) in cui dice sostanzialmente due cose: che il Vesuvio è attivo, pertanto prima o poi tornerà ad esplodere, e che gli italiani dovrebbero parlarne di più. Detto in altri termini, Nakada da un lato precisa che l’attuale conoscenza scientifica in merito al vulcano napoletano è avanzata, ma ha delle lacune sulla possibilità di prevedere il quando avverrà un’eruzione (in realtà la tempistica è un limite generale della vulcanologia e non è detto che lo si possa mai superare in maniera sostanziale), e dall’altro lato osserva che l’odierna attenzione politica e sociale al rischio vesuviano è insufficiente: i piani di emergenza e di evacuazione sono sostanzialmente inadeguati.
A quanto pare, tali dichiarazioni hanno preoccupato qualcuno, pertanto oggi Paolo Papale, responsabile del Dipartimento Vulcani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha smorzato l’allarme. Intervistato da Giuseppe Gaetano del «Corriere della Sera», ha specificato innanzitutto che «L’attività del Vesuvio è costantemente monitorata e non c’è alcuna avvisaglia che stia cambiando» e, in secondo luogo, che «I piani di mappatura delle zone di pericolosità e di evacuazione ci sono, ma forse c’è un deficit di informazione alla cittadinanza, che abbiamo comunque intenzione di migliorare a breve».

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Il passaggio più delicato dell’intervista è il seguente:
D: «Si fanno regolarmente delle esercitazioni di evacuazione ed è possibile, in caso di allarme, evacuare in sicurezza circa 700mila abitanti?»
R: «Si sono fatte esercitazioni di evacuazione – una molto importante, si chiama “Mesimex”, alcuni anni fa -; queste cose si fanno ed è possibile evacuare con sicurezza 700mila persone. Questi aspetti tecnico-logistici sono totalmente nelle mani della Protezione Civile, sono al di là delle competenze dei vulcanologi».

In realtà il piano di emergenza è soggetto a continue negoziazioni politiche, i dettagli operativi del piano di evacuazione sono in via di definizione, le esercitazioni sono spesso di livello comunale e solo di rado effettuate su scala più ampia. Intervistata in proposito, la popolazione vesuviana dichiara di non sapere nulla o quasi sul da farsi in caso di allarme, molti vorrebbero partecipare alla pianificazione del rischio o, comunque, esserne coinvolti.

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Tra i commenti ci sono alcuni aggiornamenti in merito al progetto “VesuVia”, in particolare alcune dichiarazioni del suo ideatore, l’on. Marco Di Lello.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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9 thoughts on “Gli italiani parlano del Vesuvio?

  1. Ecco un esempio della sindrome del “al lupo al lupo”. Ogni tanto se ne esce qualcuno che, a torto o ragione, risolleva il problema del nostro Vulcano, tutti sembrano svegliarsi dal sonno e sembrano allarmarsi ma poi, tutto passa nel dimenticatoio e nessuno se ne cura più, nessuno fa nulla per scongiurare il reale pericolo, se non a parole o con cure palliative, e così via, fino al prossimo allarme. Di questo passo, quando ci sarà il vero pericolo, nessuno se ne curerà, anche perché a nessuno converrà dichiararlo! (Commento all’articolo de ilmediano.it)

  2. Il rischio vesuviano (e lo stesso si può dire di quello flegreo) non è solo un problema scientifico e tecnico, ma è anche una questione politica e sociale. Da questo punto di vista, l’invito del prof. Nakada a parlare di più degli scenari di quel che accadrebbe in caso di eruzione mi sembra pertinente. Il tema riguarda tutti: gli abitanti locali, i loro amministratori, i politici nazionali, la comunità scientifica, la comunicazione giornalistica (oggi un importante quotidiano nazionale ha titolato «Polveriera Vesuvio», mi domando a che serva questo tipo di linguaggio). Con ogni evidenza, il rischio vesuviano non si è ancora imposto come discorso collettivo (e continuativo) a livello nazionale, ma è rimasto confinato al livello locale e all’ambito dei cosiddetti “sistemi esperti”: sono solo i vulcanologi o coloro che si occupano di early warning a parlarne pubblicamente e ufficialmente. Su un tema del genere, invece, il dialogo tra tutte le parti sociali è fondamentale: per una presa di coscienza pubblica dell’entità della questione, per una migliore convivenza con la natura del territorio, per una buona pianificazione dell’emergenza (e del post-emergenza). Allargare il discorso sul Vesuvio, farlo circolare oltre le fiammate degli allarmisti, imporlo come modello per una nuova pianificazione dell’area sono, dunque, le sfide che sono chiamati ad affrontare quanti vogliono occuparsi del problema in maniera efficace. (Questo è il mio commento allo stesso articolo commentato da te, Ciro).

  3. Ed ecco, puntuale, l’ennesimo articolo apocalittico che non ha capito nulla di ciò che si è detto e che spiega ancor meno.

    «UrbanPost», 6 settembre 2013, QUI

    POSSIBILE ERUZIONE VESUVIO: TRA ALLARMISMO E STATISTICA
    Secondo un noto vulcanologo giapponese, Nakada Setsuja, il Vesuvio potrebbe eruttare da un momento all’altro. Ma dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia smentiscono, assicurando che l’attività del vulcano è costantemente monitorata
    di Andrea Monaci

    C’è preoccupazione tra la gente che abita ai piedi del Vesuvio, la montagna simbolo di Napoli che secondo un noto vulcanologo giapponese, Nakada Setsuja, potrebbe eruttare da un momento all’altro. Lo scienziato giapponese, che ha parlato nel corso dei lavori della XII conferenza mondiale dei geoparchi ad Ascea, nel Parco nazionale del Cilento, ha detto letteralmente «il Vesuvio erutterà, è sicuro perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando», ed ha aggiunto che «gli italiani devono discuterne e preparare un piano per gestire la situazione».
    Niente di nuovo o particolarmente eclatante dunque, anche se l’uscita di Setsuja, tra i più apprezzati sismologi al mondo, ha provocato una pioggia di titoloni allarmati sulla stampa nazionale, a partire dai giornali locali campani. Anche perché che il Vesuvio possa eruttare prima o poi è un fatto puramente statistico, prima ancora che scientifico, trattandosi appunto di un vulcano attivo: l’ultima eruzione del celebre cono risale infatti al 1944.
    C’è poi da ricordare che il Vesuvio è un vulcano che nella sua storia ha avuto attività prevalente di tipo esplosivo e non effusivo, quindi potenzialmente molto pericolosa. Del resto, chi non ricorda di aver studiato su libri di scuola i drammatici effetti della storica eruzione del 79 dopo Cristo, quella che sommerse di lava, cenere e lapilli Pompei, Portici, Stabia e Oplontis (Torre Annunziata) consegnando alla storia per sempre le splendide città romane.
    Ma i segnali che la montagna simbolo di Napoli possa “esplodere” da un momento all’altro non ci sono. Lo conferma anche Paolo Papale, responsabile del dipartimento Vulcani dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia che ai microfoni di Corriere Tv (nel video in basso)
    [vai al link originale di questo articolo] ha detto che «L’attività del Vesuvio è costantemente monitorata e non c’è alcuna avvisaglia che stia cambiando», sottolineando inoltre che «I piani di mappatura delle zone di pericolosità e di evacuazione ci sono».
    Della zona rossa, quella che sarà oggetto di evacuazione in caso di eruzione, fanno parte i comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, le circoscrizioni di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio del Comune di Napoli, i comuni di Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano e Scafati, e l’enclave di Pomigliano d’Arco nel Comune di Sant’Anastasia
    .

    che il Vesuvio possa eruttare prima o poi è un fatto puramente statistico, prima ancora che scientifico». Eh? Che significa in italiano?)

  4. Malko ha scritto qualche riflessione tecnica sul “piano di evacuazione” vesuviano, dopo l’esortazione di Nakada a parlare di più in Italia del rischio vulcanico.

    Blog «Rischio Vesuvio», 13 settembre 2013, QUI

    IL FANTOMATICO PIANO DI EVACUAZIONE DELLA ZONA ROSSA VESUVIO
    di MalKo

    Il vulcanologo giapponese Prof. Nakada Setsuya dell’Università di Tokyo, ospite ad Ascea nel Cilento, ha dichiarato: “Il Vesuvio prima o poi erutterà perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando. Gli italiani devono discuterne e preparare un piano per gestire la situazione…“.
    Il piano d’emergenza Vesuvio come spesso abbiamo avuto modo di sottolineare nei nostri articoli, dovrebbe contenere anche il piano di evacuazione della zona rossa. Nel nostro caso i due piani dovrebbero addirittura fondersi in un tutt’uno perché non ci sono più pericoli da vagliare, ma solo uno (eruzione) che è stato ampiamente analizzato a cura della comunità scientifica che ha individuato nella tipologia sub pliniana, secondo un calcolo storico statistico, l’evento massimo atteso, cioè nel medio termine l’eruzione di riferimento su cui deve essere tarato il piano d’emergenza.
    Un’eruzione sub pliniana non è mitigabile o arginabile e contempla varie fenomenologie distruttive come quella micidiale dei flussi piroclastici. In questo caso non c’è ombrello che tenga e l’unica strategia di difesa è quella di non farsi trovare nei territori esposti in caso di eruzione. All’occorrenza, l’evacuazione preventiva della popolazione e degli stessi soccorritori dal settore a rischio è una necessità indifferibile.
    I prodromi eruttivi, riferisce il Prof. Nakada, possono manifestarsi e precedere l’eruzione con larghissimo anticipo ma è anche vero il contrario. Il Vesuvio, come i terremoti, in termini di previsione ancora oggi rappresenta un’insondabile incognita geologica.

    Il piano d’emergenza Vesuvio nella parte iniziale contiene il capitolo concernente gli scenari eruttivi e i livelli di allerta vulcanica. Negli scenari sono stati individuati e tracciati e delimitati i territori su cui possono abbattersi gli effetti deleteri dell’eruzione assunta a campione, secondo un livello di pericolosità crescente a partire dal centro eruttivo. Questo ha portato alla definizione di una zona nera (R1) circoscritta dalla Linea Gurioli; una zona rossa 2, una gialla e poi la blu suscettibile tra l’altro a dilaganti fenomeni alluvionali.
    Il Dipartimento della Protezione Civile ha la responsabilità della pianificazione nazionale d’emergenza Vesuvio, dovendo garantire per questo documento particolarmente importante e di valenza nazionale, un’opera coordinatrice dei comuni vesuviani, ma anche delle regioni e delle province e delle istituzioni competenti che fanno parte appunto del servizio nazionale.
    Nella pianificazione d’emergenza i tecnici dipartimentali hanno definito sulla scorta degli argomenti precedenti (scenari e allerta) le fasi operative, cioè le azioni da compiere all’incalzare dei livelli di allerta vulcanica, secondo un trend al rialzo comprendente una fase di attenzione e poi di preallarme e allarme. L’allarme dovrà essere diramato a cura del Dipartimento della Protezione Civile, secondo le disposizioni governative che dovranno assumersi una buona dose di responsabilità. Una responsabilità che la parte politica dovrà o dovrebbe condividere con la stessa popolazione che ha il diritto di conoscere esattamente il livello di rischio a cui è sottoposta.
    Prima di arrivare al massimo livello di allerta, le fasi intermedie già prevedono e forse in modo addirittura soverchiante rispetto alle reali necessità, la composizione e l’insediamento di troppi centri di coordinamento dell’evacuazione e dei soccorsi, compreso la direzione di comando e controllo con la nomina di un commissario governativo ad hoc (DICOMAC).
    E’ surreale che a fronte di cotanta organizzazione di emergenza manchi la cosa più importante: il piano di evacuazione. Alla stregua, quella cartina a tema che siamo abituati a vedere affissa dietro le porte degli alberghi, delle cabine delle navi, nei corridoi di scuole, ospedali, teatri, cinema, fabbriche, ecc.

    Una mappa schematica, che nel nostro caso dovrebbe essere redatta da ogni singolo comune della zona rossa e consegnata agli abitanti. Un vademecum contenente istruzioni e il tracciato rotabile o alternativo (nave?) per raggiungere e allacciarsi ai tronchi principali di mobilità che dovrebbero essere già stati individuati dal dipartimento della protezione civile.
    In caso di allarme, oggi si muoverebbero contemporaneamente migliaia e migliaia di autovetture in quello che potrebbe essere definito un esodo modernamente biblico. I motori delle auto stracariche ruggirebbero per impegnare, a cura del capo famiglia, ogni direzioni ritenuta utile in quel momento per uscire dal budello vesuviano. Una corsa che si rivelerà di pura contrapposizione destinata a fallire sul nascere. Sarà un coro di clacson, di gesti, di grida e pianto e scene di panico che accompagneranno alfine una popolazione appiedata.
    Ovviamente non è facile mettere mano a un documento che ha nelle premesse il primato di essere il più complesso piano d’evacuazione del Pianeta… In base all’esperienza che abbiamo maturato nell’ambito delle emergenze, abbiamo prospettato anche nelle sedi opportune il nostro punto di vista su come dovrebbe essere concepito questo fantomatico piano di evacuazione. Un piano che, per avere margini di successo, dovrà essere snello, rapido e autoportante. Bisogna rifuggire già nella pianificazione dagli appesantimenti dettati dalla burocrazia e dalle catene di comando con gradi che si vantano e ruoli che si sovrappongono e si pretendono come spesso succede anche nei frangenti più drammatici.
    Un margine di successo potrebbe offrirlo e senza alternative valide, solo la rete autostradale e non la viabilità ordinaria assolutamente inadeguata. Le autostrade a nord e a sud del Vesuvio, dovranno essere aree di prima accoglienza e di attesa per i moduli abitativi provvisori chiamati “autovetture”. Di là da Napoli inibendo l’accesso in entrata ai caselli ubicati sull’A1 Napoli-Roma, il tracciato autostradale diverrebbe un’enorme area di ammassamento per i veicoli da incolonnare provenienti dal vesuviano. La stessa cosa andrebbe fatta a sud sull’A3 Salerno-Reggio Calabria. In questo modo si avrebbero a disposizione due eccezionali aree di accoglienza veicoli a nord e a sud.
    L’autostrada Napoli-Salerno per le finalità del piano sarebbe troncata in due all’altezza di Torre del Greco. Ovviamente il normale traffico extra provinciale ed extra regionale transiterebbe su direttrici a est dello Stivale.
    Il tracciato autostradale vogliamo appena ricordare che non interseca la viabilità ordinaria: è recintato, non ha incroci, è a circuito obbligato, consente salti di carreggiata, è video sorvegliato ed è normalmente manutenuto. E’ anche meno vulnerabile sismicamente parlando così come in seno ad una corretta pianificazione può essere costellato da servizi di rifornimento, presidi medici, d’assistenza e d’igiene, magari utilizzando corsie del senso opposto, aree di sosta o di servizio o spazi prestabiliti nella pianificazione.
    L’uscita dalle due autostrade fuori dal perimetro a rischio sarebbe possibile per le famiglie che possiedono la seconda casa in un luogo in linea con la direzione di marcia e con il casello che s’intende impegnare.
    La Caserta-Salerno (A30) sarebbe utilizzata come anello di congiungimento per convogliare verso le macro aree di raccolta autostradali le auto dei paesi ubicati a est del Vesuvio o invertire il senso di marcia cardinale per raggiungere la seconda abitazione. L’autostrada ha poi il vantaggio di avere un reticolato chilometrico precisissimo con apposita cartellonistica stradale di progressiva metrica e ponti numerati. Una sorta di griglia stradale che non lascerebbe dubbi o incomprensioni sul dove intervenire, anche utilizzando l’apporto operativo del personale autostradale e dell’Anas particolarmente competente in tema di viabilità, compreso le ditte di soccorso autorizzato provviste di carro attrezzi e radio.

    A una certa distanza da Napoli o da Salerno, il traffico poi, sarebbe preincanalato nelle corsie secondo la regione di destinazione attraverso i cartelloni a messaggio variabile che possono anche visualizzare informazioni suppletive agli automobilisti in transito.
    Il Prof. Nakada probabilmente senza uscire dalla cortesia orientale, ha cercato di dire la sua in un modo pacato con una cristallina semplicità. Il Vesuvio è un vulcano attivo, quindi dovrà eruttare, non si sa quando e in che modo. Prepararsi è un ragionevole atto di civiltà che va nella direzione del principio di precauzione e del diritto alla sicurezza.
    Mettere a punto un piano d’evacuazione che tuteli il tutelabile in attesa di migliorie che possono provenire solo da una riconversione del territorio nel senso della sicurezza, è un obbligo morale, istituzionale, ma forse anche giuridico per le inadempienze e per la cattiva informazione che fino a oggi è stata fatta e si continua a dare sullo stato del rischio e sugli strumenti di tutela come il piano di evacuazione inesistente eppure pubblicizzato
    Si eviti allora di rilasciare dichiarazioni che vanno nella direzione di assumersi l’onere non contrattuale di rassicurare a tutti i costi, ritenendo unilateralmente giusto che la popolazione non vada allarmata… La sentenza dell’Aquila avrebbe dovuto insegnarci molto, anche a proposito delle rassicurazioni che, se poggiano sul niente, possono portare solo danno
    .

  5. L’on. Marco Di Lello rivendica “VesuVia” e ne constata il fallimento, attestando così che il rischio vesuviano è addirittura peggiorato negli ultimi anni. Riporto un paio di articoli apparsi sul web, al termine dei quali aggiungo una mia postilla.

    «Centro Meteo Italiano», 15 settembre 2013, QUI

    VESUVIO, LA POLEMICA ANCHE IN PARLAMENTO
    Polemiche Vesuvio, in Parlamento alza la voce Di Lello

    Continua a tenere banco la polemica circa il rischio eruzione indotto dal Vesuvio. Dopo le dichiarazioni del vulcanologo giapponese infatti sono molteplici le voci che si rincorrono sul web e i pareri contrastanti tra gli esperti che, in particolar modo quelli italiani, specificano che al momento non esiste nessun pericolo e che il Vulcano è tenuto sotto stretta osservazione dall’osservatorio vesuviano dell’Ingv. Tuttavia, anche in Parlamento, il coordinatore nazionale del PSI ha parlato in maniera chiara, specificando che il governo pensa ad altro mentre un pericolo è imminente.
    “L’allarme e’ stato rilanciato dallo scienziato giapponese Nakada Setsuya, fra i massimi esperti al mondo, ma la pericolosita’ della situazione e’ ben nota a tutti anche a causa della grande quantita’ di ‘rischio esposto’ cioe’ di popolazione interessata dagli eventuali fenomeni vulcanici. Il consiglio regionale della Campania nel 2003 ha varato un piano di decompressione abitativa denominato VesuVia, vincitore del primo premio assoluto al Forum PA 2005 e riconosciuto come best practice da organismi internazionali, ma da allora il carico abitativo nella zona rossa vesuviana si e’ aggravato
    .

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    «Dubito», 7 settembre 2013, QUI

    DI LELLO (PSI): “IL VESUVIO ESPLODERA’ MA IL PARLAMENTO NON SE NE OCCUPA.
    SONO PRIMO FIRMATARIO MOZIONE NEPPURE APPRODATA IN AULA”

    di Claudio Pietro Esposito

    Così su Facebook Marco Di Lello, capogruppo campano del Partito Socialista Italiano:
    «
    Il Vesuvio esploderà, serve un piano per l’emergenza, ma il Parlamento si occupa di cose meno urgenti».
    È quanto afferma il capogruppo del PSI, che ha scritto alla presidente Boldrini per sollecitare un dibattito, sottolineando che la questione è ben chiara per gli scienziati come è emerso durante i lavori in corso della conferenza mondiale dei geoparchi ad Ascea, nel Cilento.
    L’allarme è stato rilanciato questa mattina dallo scienziato giapponese Nakada Setsuya, fra i massimi esperti al mondo, ma la pericolosità della situazione è ben nota a tutti anche a causa della grande quantità di ‘rischio esposto’ cioè di popolazione interessata dagli eventuali fenomeni vulcanici. Il consiglio regionale della Campania nel 2003 ha varato un piano di decompressione abitativa denominato VesuVia, vincitore del primo premio assoluto al Forum PA 2005 e riconosciuto come best practice da organismi internazionali, ma da allora il carico abitativo nella zona rossa vesuviana si è aggravato“.
    Di Lello ricorda alla Boldrini che di aver presentato quale primo firmatario una mozione per richiamare l’attenzione del Parlamento e del Governo sulla situazione del Vesuvio sin dal 17 maggio scorso e che la mozione “non neppure approdata all’esame dell’Aula. Dobbiamo forse aspettare – conclude il parlamentare socialista – che parli per primo il Vesuvio?
    .

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    POSTILLA SUL PROGETTO “VESUVIA”:
    Approvato nel 2003 dalla regione Campania, il progetto denominato “VesuVia” aveva come esplicito scopo quello di alleggerire la pressione demografica dell’area vesuviana. L’obiettivo iniziale era quello di promuovere il diradamento antropico offrendo degli incentivi economici (fino a 30mila euro) agli abitanti in affitto nella zona rossa, affinché potessero acquistare una propria abitazione in zone più sicure e «avverare il tanto comune e spesso irrealizzabile sogno di diventare proprietari di una casa»[1]. Così facendo si sperava, nell’arco di circa 20 anni, di “decongestionare” la zona rossa, allontanando almeno 100mila persone. Parallelamente, VesuVia mirava alla riconversione degli edifici ormai sfitti in strutture di ricezione turistica, con lo scopo di creare una «opportunità di riqualificazione e sviluppo territoriale, ovvero di recupero e valorizzazione dello straordinario patrimonio culturale (Pompei/Ercolano, Stabia/Oplonti, ville vesuviane, Regge borboniche, Centri Storici) e naturale (Parco Nazionale del Vesuvio, territorio interamente vincolato dalle leggi sul paesaggio) vesuviano»[2].
    Sebbene rifinanziato per due volte, anche con fondi dell’Unione Europea, il progetto è stato un insuccesso e ad oggi è ormai abbandonato. Dopo tre anni dall’avvio del programma, l’impatto in termini di decompressione della zona era appena dello 0,13% rispetto alla popolazione totale. Furono presentate solo 3.276 domande di finanziamento, di cui appena 236 furono giudicate ammissibili e in regola dal punto di vista dalla documentazione richiesta.[3] Questi risultati non ebbero un miglioramento significativo neanche dopo la pubblicazione di un secondo bando. Tra le possibili cause del fallimento sono state identificate le condizioni di partecipazione estremamente restrittive, che limitavano l’ammissibilità ai solo affittuari con un reddito inferiore a 25mila euro annui e residenti nella zona rossa da almeno 5 anni. Il provvedimento, inoltre, non prevedendo risarcimenti ai proprietari per la perdita dell’inquilino, non aveva i mezzi per impedire che le case lasciate libere fossero nuovamente affittate e dunque per limitare il “turn-over” tra gli affittuari. Un fattore non meno importante è attribuibile infine al mancato coinvolgimento dei sindaci e delle realtà locali nell’elaborazione e nella promozione del progetto. Se da un lato questi si mostrarono scettici nell’appoggiare un programma che mirava a ridurre il numero di abitanti del proprio comune, dall’altro nulla fu fatto dall’organizzazione di VesuVia per localizzare gli interventi in maniera razionale e mirata, concentrandoli su zone ad altissimo rischio e, in tal modo, aumentando la credibilità e la visibilità del progetto.[4]
    – – –
    [1] La scelta possibile. Guida alle opportunità del progetto regionale VesuVia per i cittadini della zona a più alto rischio vulcanico, a cura dell’Assessorato all’Urbanistica della Regione Campania, Napoli, 2003, p. 24.
    [2] Scheda esplicativa del progetto VesuVia pubblicata sul website del Forum della Pubblica Amministrazione (consultato: 10 giugno 2012).
    [3] Regione Campania, Piano Strategico Operativo L.R. 21/2003, Norme urbanistiche per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’Area Vesuviana, Allegato B-4, Analisi delle dinamiche demografiche, abitative e socio-economiche e dei bandi VesuVia, ottobre 2006, p. 42.
    [4] F. Santoianni, Disaster Management. Protezione Civile, Accursio Edizioni, Firenze, 2007, par. 65.

  6. Pingback: Il Vesuvio, una notizia bomba | Paesaggi vulcanici

  7. “Protezione Civile”, 28 agosto 2013, QUI

    Comunicazione congiunta della Protezione Civile e dell’Ingv
    RISCHIO SISMICO: NOTA ALLE REDAZIONI GIORNALISTICHE

    In questi giorni, a seguito degli eventi sismici che, in varie zone d’Italia, sono stati avvertiti dalla popolazione, sono stati pubblicati numerosi articoli e mandati in onda diversi servizi televisivi. In alcuni casi, gli interventi di esperti scientifici sull’andamento e le possibili evoluzioni delle sequenze sismiche sono stati interpretati in modo da poter indurre i cittadini ad abbassare il livello di attenzione in un territorio – nel caso specifico la zona di Gubbio – esposto a rischio sismico.
    Quasi tutto il territorio italiano è caratterizzato da faglie attive e in grado di produrre terremoti. Le sequenze sismiche iniziano e dopo un tempo, più o meno lungo, finiscono; a volte, però, hanno delle riprese e, nel complesso, si possono protrarre per mesi o anni. In alcuni casi, poi, possono essere associate a terremoti forti. Anche ora, in diverse zone d’Italia, sono in corso sequenze che hanno picchi e periodi di relativa quiete: come questi varino, aumentando o diminuendo d’intensità e frequenza, è, al momento, argomento di studio e ricerca che l’INGV affronta quotidianamente nel suo lavoro. È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. Per esempio, l’aggettivo “naturale” o “normale”, utilizzato talvolta per descrivere l’evoluzione di una sequenza sismica, non va inteso come un’indicazione di un fenomeno che si è concluso: sarebbe “normale” anche una ripresa dell’attività con scosse altrettanto o più forti di quelle già avvenute. Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati.
    Come si sa, il primo passo verso la riduzione del rischio passa attraverso una popolazione consapevole: occorre premunirsi, far controllare le abitazioni, gli edifici pubblici, i luoghi di lavoro, verificare e pretendere che il proprio Comune abbia piani di emergenza aggiornati e testati, poiché i terremoti, anche forti, possono avvenire in gran parte del territorio italiano in ogni momento e senza preavviso
    .

  8. Pingback: Parco nazionale, automobili, cemento, piano di emergenza, santi, cinema: il Vesuvio nel mese di agosto 2014 | Paesaggi vulcanici

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