Apocalypse Pompeii, apocalisse del cinema

Come al Lidl esistono i frollini di sottomarca per colazioni ispirate al Mulino Bianco, così ci sono case di produzione cinematografica specializzate in mockbuster, ovvero in film a basso budget che – nonostante soggetti improbabili, trame irrisorie, recitazioni scadenti ed effetti visivi risibili – si rifanno ad opere più celebri e hanno, dunque, un loro pubblico.
Io, a volte, faccio parte di questi spettatori, essendomi dato il folle compito di vedere tutti i film catastrofici di sismi ed eruzioni (specie se riguardano il Vesuvio). Ebbene, l’altra sera un amico ha segnalato su Fb “Apocalypse Pompeii“, una pellicola statunitense del 2014 diretta da Ben Demaree (altre info: qui, qui e qui) per lo studio cinematografico The Asylum. L’ho trovata in streaming e, tra flussi piroclastici e colate laviche create con Paint (il commento più frequente sul web è: “This movie is made as a joke, right?“), sono riuscito ad arrivare fino alla fine, quando la figlia geniale dell’eroe militar-muscolare dice: “Sai, papà, non ho più voglia di vivere in Italia“.

Il trailer italiano è qui:

Leopardi sul Vesuvio. La ginestra favolosa nel film di Martone

Ho finalmente visto il film di Mario Martone dedicato alla vita di Giacomo Leopardi, “Il giovane favoloso“, 2014.
Com’è noto, il poeta trascorse i suoi ultimi anni a Napoli e ai piedi del Vesuvio. Nel film c’è una inquadratura magistrale che avevo visto circolare sul web:

MARTONE-mario_Leopardi-il-giovane-favoloso_2014_Vesuvio

Ma il finale, che mi era ignoto, mi ha del tutto sorpreso, quanto meno per le immagini. Lo stesso Leopardi, interpretato da Elio Germano, declama la sua celebre poesia “La Ginestra” (o “Il fiore del deserto”), composta nella primavera del 1836, mentre sullo schermo si sussegue qualcosa di altamente spettacolare.

ATTENZIONE, SPOILER! Chi non volesse perdere la sorpresa, si fermi qui e non avvii il filmato qui sotto, dopo il testo della poesia.

LA GINESTRA, O FIORE DEL DESERTO

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Sull’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontano l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

Il finale del film:

LA GINESTRA di Leopardi – da IL GIOVANE FAVOLOSO di Martone from Napoli nel Cinema on Vimeo.

Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

I tanti Vesuvio nelle foto di Roberta De Maddi

I simboli non hanno un significato unico, ma innumerevoli, a seconda di chi osserva, da dove, come, perché, quando. A questo meccanismo non fa eccezione il Vesuvio, che, appunto, non è solo un’espressione della natura, ma è anche un simbolo, ovvero un oggetto culturale. Per un anno intero, ogni giorno, la fotoreporter Roberta De Maddi ne ha fermato su pellicola un leggero mutamento, un “cambio d’abito”, con l’implicito invito a leggerne le differenti sfumature di senso.
Il risultato di questo singolare reportage sarà esposto al PAN di Napoli dal 7 al 28 agosto 2014.

Roberta De Maddi, “I cambi d’abito del Vesuvio” PAN di Napoli, 7-28 agosto 2014

Come è anticipato sul website del Comune di Napoli, «Luci, nuvole, sole, luna, stelle, vento e neve abbigliano e spogliano le vette del Vesuvio e del vicino Monte Somma tantissime volte durante l’arco delle giornate. In una città la cui vita scorre frenetica, anche il Vesuvio subisce repentini ed emozionanti cambiamenti di umore ogni giorno. Talvolta serafico, altre angosciato, proprio come se rispecchiasse l’umore dei suoi cittadini, l’imponente custode dell’affascinante Partenope non manca ogni giorno di riempire di stupore gli occhi di chi si ferma ad osservarlo. Il progetto fotografico è un tributo della fotogiornalista alla sua città natale, città dalla quale si può partire ma in cui si vuole ostinatamente ritornare».

La Regione Campania s’impegna a informare gli americani

La Protezione civile regionale della Campania e il Comando Us Naval Support Activity di Napoli hanno firmato un accordo di collaborazione per informare correttamente ed efficacemente i cittadini statunitensi presenti in regione, specie nelle aree più a rischio come i Campi Flegrei e il Vesuvio.
Il comunicato stampa dell’Assessorato campano è il seguente:

Protezione civile, firmato accordo di collaborazione con Us Navy. Assessore Cosenza: rafforziamo procedure informazione alle popolazioni americane
22/07/2014 – E’ stato firmato presso il comando us naval support activity di napoli l’accordo di collaborazione tra direzione generale della protezione civile regionale e la base americana di capodichino.
“L’attività – ha dichiarato l’assessore Edoardo Cosenza – si inserisce nelle procedure di comunicazione alla popolazione in caso di previsioni meteo-avverse e/o di preparazione all’emergenza: sul territorio regionale, e in particolare nell’area vesuviana e della Solfatara, è presente una numerosa comunità di cittadini statunitensi che va preventivamente informata circa le tipologie di rischio a cui è esposta. Nell’ambito delle attività di previsione e prevenzione dei vari scenari di rischio vengono condivise le procedure di allertamento anche al fine di migliorare la comprensione del linguaggio e delle rispettive attività poste in campo in caso di emergenza e di soccorso alla popolazione.”
“In caso di necessità – ha detto il comandante della US Naval Support Activity Naples, Capitano Scott Gray – il nostro personale sarà a disposizione della Sala operativa di Protezione civile per le attività di collegamento e traduzione e per assicurare il dovuto supporto nelle attività di informazione ai cittadini americani. Ringraziamo la Protezione civile della Campania per la collaborazione che si è instaurata e che viene assicurata da anni.”

La notizia è stata diffusa da alcuni webjournal locali [1], tutti copiando e incollando il testo istituzionale, senza un approfondimento, un dubbio, una domanda. Da quel che si capisce, l’accordo non dovrebbe essere sull’agire congiunto e coordinato in caso di urgenza, né sull’impegno comune a informare la totalità della popolazione residente, ma dovrebbe riguardare solo l’assicurazione a comunicare un eventuale allarme ai cittadini con passaporto americano presenti nella provincia di Napoli e nella regione Campania.
Naturalmente, è giusto e doveroso che le istituzioni si facciano carico di informare tutte le persone che, in caso di emergenza, si trovino sul territorio: dai militari stranieri ai turisti, fino ovviamente all’intera popolazione autoctona. Tuttavia è indubbio che questa notizia provochi un certo stupore, un qualche disorientamento in chi vi si imbatta. Personalmente provo una sorta di doppia vertigine, da una parte politico-istituzionale, dall’altra giornalistica.
In primo luogo mi domando: con un’entità delle dimensioni e delle capacità del Comando statunitense a Napoli, tutto ciò su cui ci si riesce ad accordare è la comunicazione ai cittadini americani? A parte che già il Piano di Emergenza Nazionale del 1995 prevede l’organizzazione di strutture di evacuazione e soccorso per i cittadini stranieri (l’area vesuviana è di grande richiamo turistico internazionale), ma possibile che non si sia definito un patto su aspetti più operativi e logistici? Cioè, in caso di allarme le strutture e le macchine dei militari USA, coordinate dal Dipartimento di Protezione Civile, potrebbero aiutare l’evacuazione di tutti i residenti e, all’uopo, supportare i soccorsi, no? Dunque, che tipo di risultato politico è quello diffuso sul web?
E qui veniamo al mio secondo motivo di stupore: che giornalismo è quello che copia e incolla un comunicato stampa senza porsi e porre un interrogativo? Succede di continuo, lo so, ma quando tocca notizie che riguardano la sicurezza o, per certi versi, l’ansia collettiva, la mia reazione è di profondo sconforto. L’unico lavoro fatto dai cinque webjournal che hanno diffuso per primi la notizia è sul titolo, tutti varianti di questo: “Fuga dal Vesuvio, siglato un accordo tra la Protezione civile della Campania e il Comando US Navy di Napoli“. E’ noto che una gran parte degli utenti del web – su cui tali giornali hanno un certo seguito, considerando i dati delle condivisioni sui socialmedia dei loro articoli – si limita a leggere i titoli delle notizie senza andare oltre, per cui il pressappochismo di questo enunciato è particolarmente colpevole perché può indurre a intendere in maniera distorta quel che sono la natura e l’entità dell’accordo siglato tra le due istituzioni.
La verità, tuttavia, resta quella di una notizia minuscola e di secondo piano spacciata con grande enfasi sul website istituzionale, ripresa acriticamente da taluni organi di informazione che pedissequamente riproducono quanto dettato dall’alto (i giornali maggiori, per quel che ne so, non ne hanno scritto, almeno online) e una realtà sociale ancora una volta tenuta ai margini, se non addirittura illusa da titoli sibillini. Questo presente di giochi di parole e di giochi di prestigio (vedi la nuova zona rossa) cambierà? Verranno finalmente organizzate campagne informative per tutti? Verranno avviati strumenti di dialogo costante con la popolazione? Verranno coinvolte nell’operatività dell’emergenza tutte le forze disponibili, comprese quelle dei militari stranieri presenti sul nostro territorio? Solo quando gli impegni siglati saranno questi, allora potrò dirmi convinto della buona fede dei politici locali, oltre che dei loro megafoni a stampa. Per il momento, invece, aspetto; aspettiamo che comincino ad ascoltare e che un nuovo approccio al Vesuvio si faccia largo.

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[1] I cinque articoli consultati online, tutti uguali: “Il fatto vesuviano“, “Il velino“, “CampaniaNotizie“, “SalernoNotizie“, “MeteoWeb“.

Vandalismo contro il Parco Nazionale del Vesuvio

Immerso in un territorio fortemente urbanizzato, che spesso è ostaggio di criminalità, abusivismo ed ecomafie, il Parco Nazionale del Vesuvio rappresenta innanzitutto un presidio di legalità. In quasi 20 anni ha subìto attacchi d’ogni tipo, vandalici e non solo. L’ultimo affronto, gravissimo, è di due giorni fa, quando ignoti hanno incendiato la biglietteria del Gran Cono. Come scrive Ciro Teodonno, «chi ha commesso il dolo, voleva mandare un messaggio al Parco», il quale, infatti, è attualmente in fase di trasformazione.

La biglietteria del Vesuvio incendiata da ignoti (luglio 2014)

“Il Mediano”, 7 luglio 2014, QUI

L’INCENDIO DELLA BIGLIETTERIA: L’ULTIMO ATTACCO AL PARCO
L’incendio doloso che ha distrutto la biglietteria del Parco Nazionale del Vesuvio è solo l’ultimo degli attacchi intrapresi contro l’Ente. Gli interessi che girano sono tanti e la visione dell’area protetta è quella di una torta da spartire in pochi.
di Ciro Teodonno

L’ultima offesa subita dal Vesuvio è stata attuata la notte dello scorso venerdì, contro il tanto vituperato Ente Parco, quello che appunto gestiva la biglietteria a Quota 1000, affidata temporaneamente a una società appaltatrice e in attesa dell’esito di un nuovo bando. Ma se torniamo indietro nel tempo possiamo ricordare gli incendi che, con ciclica e a volte studiata tempistica, scoppiavano tra Somma e Vesuvio o i più recenti atti intimidatori alle auto dello stesso Ente e del direttore del Parco.
È evidente quindi che coloro che hanno appiccato il fuoco alla cabina in metallo e legno che fungeva da biglietteria per l’accesso al Gran Cono, miravano a quella e a quella soltanto! Non hanno pensato infatti al varco che conduce al Cratere e neanche ai due esercizi privati ivi presenti, e neppure al riabbandonato Rifugio Imbò, già in passato oggetto di notevoli atti vandalici. Risulta chiaro quindi che, chi ha commesso il dolo, voleva mandare un messaggio al Parco
. […]

CONTINUA QUI (oppure QUI)

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PS: sull’ambiguità del Parco Nazionale del Vesuvio, oscillante in una fetta della popolazione locale tra l’essere un “limite” o una “opportunità”, ho raccolto vari articoli in QUESTO post del 2011.

L’agricoltura vesuviana a rischio

Il 16 giugno 2014 un violento temporale si è abbattuto sul versante nord e nord-occidentale del vesuviano. Vento, grandine e pioggia si sono scagliati con furia sullo storico orto botanico di Portici, devastandolo, e sull’intera produzione d’eccellenza di pomodorino del piennolo, albicocca e uva catalanesca, che è andata irrimediabilmente persa.

Immagine tratta da “Il Mattino”

Il disastro, però, è solo parzialmente imputabile alla natura; come ha scritto Ugo Leone, l’agricoltura (e quella vesuviana in particolare) soffre una continua estromissione: «Una emarginazione che è anche fisica a causa della costante riduzione del suolo agricolo consumato dalla espansione dell’inurbamento della popolazione e della conseguente diffusione della urbanizzazione». La sopravvivenza di molte aziende agricole vesuviane è a rischio, la situazione è allarmante, anche perché si aggiunge alla già fortemente penalizzante campagna mediatica sulla cosiddetta “Terra dei fuochi”, intorno alla quale c’è tutt’altro che chiarezza: esiste un censimento delle aree inquinate? si sa cosa è sepolto in quelle zone? l’aumento del tasso di mortalità in talune aree tra Napoli e Caserta è stato accertato, ma questo vale anche per il territorio vesuviano?

Mercoledì 9 luglio 2014, alle ore 10:00, presso la Biblioteca comunale di Massa di Somma si terrà una conferenza stampa sui danni subiti dall’agricoltura vesuviana e sullo stato di avanzamento delle procedure previste dalla legge per la concessione di aiuti agli agricoltori colpiti.
All’incontro, intitolato “Dal disastro alla rinascita: come risollevare l’agricoltura vesuviana“, parteciperanno Giovanni Marino (Presidente del Consorzio di Tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio dop), Ugo Leone (Commissario Straordinario dell’ente Parco Nazionale del Vesuvio), Luca Capasso (Presidente della Comunità del Parco nazionale del Vesuvio), Alessandro Mastrocinque (Presidente CIA Campania) e Michele Pannullo (Presidente Confagricoltura Campania).
Intanto, l’amministrazione comunale di Pollena Trocchia ha organizzato un mercatino a “chilometri zero”  per risollevare le sorti dell’agricoltura locale.