Gabrielli: più informazione e partecipazione per il rischio Vesuvio

Il prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della Protezione Civile, si trova costantemente a contatto con popolazioni colpite da disastri o che abitano in località a rischio e non di rado ne fornisce delle interpretazioni socio-antropologiche che talvolta hanno sollevato delle polemiche. Vediamone alcune degli ultimi due anni e, poi, consideriamo ciò che ha riferito in Senato due giorni fa.

Il 16 ottobre 2012, in un’intervista a “Radio Capital”, disse:

Gabrielli: «E’ sempre molto facile ascrivere ad altri, a qualcuno che sta al di fuori, le responsabilità. Poi c’è anche, come dire, un attivismo, una determinazione, una voglia di fare che molto spesso è insito nelle stesse comunità. [Nella ripresa di un territorio disastrato] l’ha differenza non l’ha fatta la quantità di denaro, la differenza l’ha fatta la capacità di progettualità di ogni singolo territorio».
Giornalista: «Cioè, lei dice: gli emiliani hanno reagito meglio rispetto agli aquilani».
Gabrielli: «Sicuramente».

Il 12 gennaio 2013, parlando della nuova zona rossa vesuviana, disse:

«C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini».

Il 26 ottobre 2013, parlando ancora di Vesuvio e Campi Flegrei, disse:

In quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare».

Pochi giorni fa, il 26 maggio 2014, Gabrielli ha, infine, relazionato (pdf) presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia e ha utilizzato un registro interpretativo molto diverso. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico».
In particolare, ha spiegato che:

per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione». [Una sintesi è qui].

La differenza di atteggiamento tra le parole degli ultimi anni e quelle di due giorni fa è lampante: i vesuviani non sono più “insensibili” e “inconsapevoli”, ma hanno “evidente” la natura del territorio in cui vivono, sebbene “pospongano il problema” (ovvero: scotomizzino). Le istituzioni d’ogni livello e in sinergia tra loro, pertanto, devono impegnarsi a costruire (o a rafforzare) la resilienza dell’area attraverso una campagna informativa chiara, costante e dedicata.
Mi sembra finalmente superato, dunque, il grossolano errore di considerare la capacità sociale di risposta ad un disastro (o di prevenzione di un rischio) come una condizione “di natura”: si tratta, al contrario, di un prodotto “storico”, cioè di una costruzione “politica”. [Ne ho scritto qui].
Un’importante peculiarità dei rischi è la loro localizzazione: una frana in Piemonte o un’alluvione in Veneto non sono la stessa cosa di uno smottamento e un’inondazione in Calabria o in Sardegna. Così, il caso vesuviano è un unicum che va affrontato prestando attenzione a quella realtà specifica, ascoltando gli abitanti del posto ed alimentando la loro partecipazione. Gli individui, oltre a stare nei luoghi, producono luoghi e sono prodotti dai luoghi, pertanto il loro rapporto coi rischi territoriali si sviluppa di volta in volta con connotati propri. E questo non può che avere dei rilevanti risvolti nell’ambito della pianificazione emergenziale e della gestione dei soccorsi.

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PS: Nel gennaio 2014 Gabrielli aveva già presentato una proposta di “costruzione” della resilienza, quando ipotizzò che la “protezione civile” potrebbe diventare materia scolastica: «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune» (“Corriere della Sera“).

PPS: Sulle precedenti dichiarazioni di Gabrielli ho scritto anche QUI e QUI.

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INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo. Al termine del testo è presente un riferimento alla relazione che Gabrielli ha tenuto in Senato di cui ho scritto in questo post.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

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8 thoughts on “Gabrielli: più informazione e partecipazione per il rischio Vesuvio

  1. “Il Giornale della Protezione Civile”, 28 maggio 2014, QUI

    VESUVIO, CAMPI FLEGREI, ISCHIA. GABRIELLI: PIANO EMERGENZA DEVE ESSERE ”PARTECIPATO”
    Vesuvio, Campi Flegrei e Isola di Ischia sono una tra le maggiori aree a rischio vulcanico al mondo. Gabrielli ha illustrato in Commissione Ambiente al Senato il lavoro del Dipartimento, i rischi e ha sottolineato la necessità di un Piano di emergenza “partecipato” e che punti all’informazione e prevenzione
    di Sarah Murru

    “L’elevata pericolosità dei tre vulcani attivi dell’area campana, ovvero il Somma-Vesuvio, i Campi Flegrei e l’isola di Ischia, associata all’intensa antropizzazione e vulnerabilità del territorio, rendono quest’area una delle zone a più alto rischio vulcanico del mondo”, lo ha detto il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli lunedì 26 maggio in Senato durante un’audizione alla Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali.
    Il Capo Dipartimento ha infatti relazionato su diversi aspetti, fornendo cenni sulla struttura e sulla storia eruttiva di questi vulcani (e brevemente anche sui vulcani sottomarini Marsili e Palinuro), oltre che informazioni relative agli scenari di riferimento di una loro possibile eruzione (flussi piroclastici, lapilli, cenere, rischio sismico) e alle connesse attività di protezione civile promosse, prima tra tutte quella di pianificazione dell’emergenza. Per quanto riguarda il Vesuvio e i Campi Flegrei il Capo Dipartimento ha illustrato lo stato dell’arte del lavoro di aggiornamento della pianificazione di emergenza nazionale ed è entrato nello specifico dei rischi connessi ad una possibile eruzione.
    “L’intensa densità abitativa (più di 3 milioni di residenti) e la particolare vulnerabilità degli insediamenti (edificato, infrastrutture, ecc.) – ha proseguito Gabrielli – producono livelli di rischio estremamente elevati”, motivo per cui è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali che punti, oltre alle attività da mettere in pratica in caso di eruzione, anche all’informazione della cittadinanza e alla prevenzione.
    “Per il futuro, è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico – ha spiegato Gabrielli tra le tante attività seguite, gestite e promosse dal Dipartimento -, e in particolare ai vulcani napoletani, che si inserisce nell’ambito di “Io non rischio”, la campagna informativa nazionale sui rischi naturali e antropici che interessano il nostro Paese. In particolare, per l’iniziativa saranno preparati materiali con informazioni su cosa sapere e cosa fare prima, durante e dopo un’eruzione. Oltre alle giornate in piazza, la campagna vedrà anche iniziative dedicate al mondo del lavoro e alle scuole”.
    “Il fatto che i vulcani napoletani non siano caratterizzati nella loro attuale fase di vita da un’attività persistente e non producano quindi eruzioni frequenti, purtroppo, fa sì che la popolazione residente in quelle aree non percepisca il rischio come imminente e, di conseguenza, posponga questo problema alle ordinarie urgenze del territorio, non considerando che la gestione di una crisi vulcanica ai flegrei o al Vesuvio sarebbe un processo assai complicato da gestire” sottolinea Gabrielli.
    Per i residenti nelle tre aree la certezza di “vivere in area vulcanica è evidente”, “da ciò deriva un imperativo di azione per tutti i livelli istituzionali coinvolti, ma anche e soprattutto per le popolazioni residenti, che non possono fare a meno di adottare comportamenti e scelte consapevoli e conseguenti. Di fronte all’evidenza non si può far finta di nulla o voltarsi dall’altra parte, visto che un’azione efficace di pianificazione non può prescindere dalla corretta percezione del rischio da parte della popolazione e dalla diffusione della consapevolezza che il ruolo del singolo all’interno del Servizio nazionale, sia in prevenzione che in fase di emergenza, è indispensabile per garantire un’adeguata risposta del sistema alle esigenze del territorio”.
    “La promozione di una costante e corretta informazione, dunque, costituisce il passaggio obbligato per rendere le comunità più resilienti. I vulcani italiani, e quelli dell’area campana in particolare, sono monitorati e controllati e l’azione del Dipartimento della Protezione Civile e delle istituzioni tecniche e scientifiche preposte non deve venire meno, ma deve, al contrario, proseguire senza soluzioni di continuità e diventare sempre più efficace”.
    “In definitiva – conclude Gabrielli -, il Piano nazionale di emergenza non è uno strumento che compete esclusivamente allo Stato centrale e mi auguro che sempre più sia scongiurato l’atteggiamento di immobilità a volte assunto dai territori. Il Dipartimento si sta impegnando affinché si diffonda l’interpretazione corretta, ossia che la pianificazione è un processo partecipato, un’azione congiunta e coordinata di diversi soggetti, ciascuno competente per una parte, che devono sviluppare le proprie pianificazioni territoriali e di settore per “comporre” il piano nazionale. Non v’è dubbio, ad esempio, che la definizione dello scenario eruttivo di riferimento o le procedure di attivazione del sistema nazionale competano al livello centrale ma è altrettanto imprescindibile che le istituzioni locali debbano predisporre il censimento della popolazione, il rilevamento delle esigenze delle modalità di evacuazione, gli studi di dettaglio del la viabilità comunale, pena la mancata realizzazione del Piano nazionale. Da questo punto di vista, mi premuro di rilevare che c’è ancora molto da fare”.

    A questo link si può consultare l’intera relazione sull’audizione di Gabrielli in Senato.

  2. Ho segnalato sulla mia bacheca fb la notizia della relazione di Gabrielli in Senato, concludendo – un po’ sornione – che avevo l’impressione che il capo della PC avesse parlato con un antropologo. Un’amica ha commentato ed io ho risposto:

    ViVio: non l’ho letto ancora l’articolo, però, Giovanni, se hanno fatto un piano che di fatto, più che farci salvare, ci fa morire, insomma un piano organizzato veramente bene a questo scopo, ma perché dovremmo parteciparvi. Al più dovremmo farne un altro e farlo partecipare…poi non lo so se ha parlato con un antropologo

    Giogg: “Partecipazione” è una delle parole passepartout della nostra epoca, basta pronunciarla che subito si fa politica d’avanguardia. In realtà bisognerebbe specificare come declinarla in concreto (e il discorso si fa lungo).
    Nel caso specifico, a mio avviso partecipazione sta per ri-pianificazione completa, ma stavolta includente e non imposta. Difficile? Bah, forse per le dimensioni del “caso Vesuvio” sì, ma gli esempi di pianificazione urbana partecipata ormai non mancano (Raymond Lorenzo, ad esempio, vi ha scritto anche qualche libro).
    L’aspetto positivo nelle parole di Gabrielli lo si coglie rileggendo le sue dichiarazioni degli ultimi due anni. Ne ho scritto qui.
    (Si, ViVio, l’antropologo c’è davvero andato presso il Dipartimento di PC: due volte nell’ultimo anno. E, chissà, forse il cambio di linguaggio – da “vesuviani insensibili al rischio” a “vesuviani consapevoli, ma che pospongono il problema” – è dovuto pure a questo)
    .

  3. Blog “Rischio Vesuvio”, 31 maggio 2014, QUI (nell’articolo originale sono presenti anche ulteriori link di approfondimento)

    RISCHIO VESUVIO: LA SOAP OPERA DEL PERICOLO
    di MalKo

    La piega che stanno prendendo gli avvenimenti che riguardano il rischio Vesuvio ancora non sembra quella giusta. Il goffo tentativo di far quadrare il cerchio della sicurezza con altri interessi meno nobili, sta esponendo un gran numero di persone a un evento da cigno nero, in modo direttamente proporzionale e nella migliore delle ipotesi al passare dei decenni. Alla base di tutto l’incapacità degli amministratori nel gestire il territorio secondo semplici regole di prevenzione. Giorno dopo giorno la sagra delle zone rosse ad andamento variabile e dei piani d’emergenza a cucù, si arricchisce di nuovi colpi di scena, come la più seguita delle soap opera televisive…

    La vecchia zona rossa (Fig.A) composta da 18 comuni, era criticata perché i confini dell’area a maggior rischio seguivano quelli amministrativi comunali. E’ stata così adottata a cura della commissione grandi rischi, una nuova perimetrazione basata su una soglia scientifica offerta dalla famosa linea nera Gurioli. Un tracciato e non una barriera, che circoscrive un perimetro vulcanico entro il quale bisogna annoverare la possibilità che sia invaso e superato dai flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana… solo invaso se l’evento è sub pliniano.
    Per tracciare la linea Gurioli sono state eseguite indagini sul campo utili per marcare i punti di massimo scorrimento raggiunti dalle colate piroclastiche staccatesi dal cratere sommitale durante le eruzioni di una certa portata (VEI 4), ma non quelle massime conosciute… I punti di fine corsa sono stati poi uniti sulle mappe, così come si fa con alcuni passatempi enigmistici, per dare forma a una linea e ancora a un’area di massima pericolosità chiamata zona rossa 1, che circoscrive il Vesuvio toccando o tagliando ben 25 comuni della metropoli partenopea. La zona rossa 1 sarebbe quella vermiglio, la più pericolosa, quella dove possono abbattersi i micidiali flussi piroclastici.

    La linea Gurioli sovrapponendosi alla vecchia zonazione rossa (fig.B) non ha coinciso ovviamente con i confini amministrativi, creando delle sperequazioni territoriali che non hanno migliorato di molto le discrepanze precedenti, e creandone addirittura altre di segno opposto…

    Per cercare di chiarire al meglio i concetti che riguardano questo guazzabuglio burocratico, bisogna guardare il disegno in (fig. X) che riporta a mo’ d’esempio le aree di due ipotetici comuni (A e B) di fresca nomina toccati o trapassati dalla linea nera Gurioli. La norma inizialmente prevedeva per tali municipalità la classificazione immediata e totale di tutta la superficie in zona rossa 1, anche per la parte eccedente la black line. Agli stessi comuni però, è stato poi consentito entro il 31 marzo 2013, di modificare il confine della zona rossa 1 segnato dalla linea nera Gurioli, in modo da evitare che passasse su luoghi anonimi e vaghi preferendo piuttosto elementi noti come strade e canali e acquedotti, per favorire una maggiore riconoscibilità dei limiti d’invasione dei flussi piroclastici. Con tale arbitrio, si offriva ai comuni la possibilità di decidere quali parti di territorio sacrificare alla zona rossa 1. L’unico vincolo per tale rivisitazione ovviamente, consisteva nel presupposto che la linea Gurioli può dilatarsi e ampliarsi (assumendola concettualmente come limite di pericolo e non di deposito) ma non restringersi verso il monte.
    Sussiste una differenza però: continuando con l’esempio, guardate la figura Y. I nostri due ipotetici comuni (A) e (B) che potrebbero ad esempio essere Napoli (A) e Poggiomarino (B), sono riusciti in qualche modo, “lucrando” sulla fascia di rispetto, a far coincidere o quasi la zona rossa 1 con la linea nera Gurioli.
    Al di là della zona rossa 1 però, il comune (A) vede il proprio territorio in zona gialla e quello del comune (B) in zona rossa 2.
    Nello scenario vesuviano tutto quello che è fuori dalla zona rossa o R1, vecchia o nuova che sia, è automaticamente in zona gialla, ad eccezione del settore circolare che in figura definisce appunto l’area R2, posta a est del Vesuvio e su cui dobbiamo concentrare tutta la nostra attenzione.

    Il settore circolare R2 (colorato in marrone), identifica la zona che in caso di eruzione può essere soggetta a una considerevole pioggia di cenere e lapilli che potrebbe raggiungere intensità tali da rendere impossibile la permanenza dei cittadini in loco e già nelle prime fasi dell’eruzione. Crollo dei tetti, amplificazione degli effetti sismici dovuti all’innaturale peso sulle coperture e fastidi anche serissimi alla respirazione e alla vista, non consentirebbero infatti di “imbastire” un’evacuazione sul momento e in un contesto di panico diffuso. Già il panico: quello che i pianificatori non trattano nelle loro dotte disquisizioni. Quando il Vesuvio incomincerà a vibrare anche tra un secolo o due, ci sarà una ressa infernale e le statistiche serviranno a poco, perché tutti vorranno mettere quanta più distanza è possibile tra loro e l’incognita (VEI 3,4,5…?) che sarà svelata solo a eruzione fatta.
    Il settore circolare R2 è quello dove statisticamente il fenomeno della pioggia di prodotti piroclastici potrebbe abbattersi pericolosamente, in ragione dei venti stratosferici dominanti. Non è un caso, infatti, che nei primi anni ’90 il comune di Poggiomarino era già contemplato tra i comuni a rischio vulcanico da zona rossa: lo dicevano e lo dicono le spesse coltri di lapillo nelle campagne… Per quanto riguarda le sperequazioni territoriali, non è assurda l’ipotesi che anche il comune di Striano dovrebbe entrare in zona rossa 2 così come una parte di Sarno.
    Le zone pericolose sono diventate due: la zona rossa 1 e la zona rossa 2. Questo spiega perché il piano d’evacuazione dovrà essere esteso ai 25 comuni della zona rossa totale, così come previsto dagli atti ufficiali. Quindi non già un’estensione della tradizionale zona rossa ma l’inserimento di un ulteriore settore a rischio.

    Per capire meglio il bailamme delle zone e le varie furberie che accompagnano le scelte e le non scelte di una certa classe politica, è necessario ripartire dalla legge Regionale Campania N° 21 del 10/12/2003, che proibisce qualsiasi attività edile per uso residenziale nei territori a maggior rischio vulcanico.
    Nella figura Y, si apprezza la zona rossa 1 (R1) che è quella come detto d’inedificabilità totale. La zona rossa 2 (R2) compresa nel settore circolare invece, è stata classificata meno pericolosa… Non tanto, però, da non sancirne l’evacuazione in caso di allarme vulcanico. Ovviamente tutto questo architettismo zonale è stato elucubrato per evitare la mannaia della legge sull’inedificabilità residenziale preventiva almeno nella zona Rossa 2, dove si può allegramente continuare a fabbricare a ridosso della linea Gurioli, magari con lo spiovente, e con un’anta della finestra che all’apertura supera la linea nera…

    Ciò che lascia veramente perplessi è la totale assenza di politiche di prevenzione. Se la comunità scientifica ha sancito che nel breve-medio termine eventuali flussi piroclastici statisticamente e non matematicamente non dovrebbero dilagare oltre la linea nera Gurioli, ciò non vale per gli anni a venire. Secondo alcune logiche commisurate ai tempi di quiescenza, la linea Gurioli che non è un limite di pericolo ma è stata utilizzata come tale, si sposterà in avanti col passare degli anni. E i decenni, si badi bene, non sono eternità…
    Se da un lato discutiamo sulla perimetrazione della zona rossa 2, d’altra parte ci sono popolosi comuni come Portici, Ercolano o Torre del Greco che sono ubicati e per tutto il perimetro amministrativo in zona a totale invasione dei flussi piroclastici. Per loro l’unica chance di salvezza è un efficace piano d’evacuazione che al momento non c’è.
    La recentissima sentenza del TAR che da ragione al comune di Boscoreale che vuole metà territorio in zona rossa 2, ha determinato un precedente che sarà seguito da altre municipalità portando a un restringimento della zona rossa. Ovviamente i giudici non sono esperti di vulcani e di emergenza e di pianificazione del territorio, e quindi non potevano sentenziare diversamente.
    Pensate però, che mentre la zona Rossa 1 diventa micidiale con eruzioni di tipo VEI 4 e VEI 5 (indice di esplosività vulcanica), la zona Rossa 2 diventa pericolosa e, quindi, da evacuare già a un livello eruttivo minore (VEI 3). Un’intensità ritenuta tra l’altro come la più probabile nel medio termine…

    Il Prefetto Gabrielli ha presentato in commissione ambiente al senato una buona relazione sullo stato dell’arte a proposito del rischio vulcanico in Campania e sui fondali tirrenici. Il capo dipartimento alla fine delle sue disquisizioni, sembra che abbia lasciato intendere con qualche misuratissima parola, che le amministrazioni locali forse non fanno per intero il loro dovere. Un modo per dire che le inefficienze non possono essere imputate solo allo Stato centrale. Il nostro pensiero è completamente diverso e riteniamo il Dipartimento della Protezione Civile responsabile della mancanza di sicurezza in area vesuviana e non da oggi. Il ruolo di centralità che compete al noto dicastero nella stesura del piano di emergenza nazionale Vesuvio, che doveva comprendere anche quello di evacuazione, è difficilissimo scaricarlo altrove.
    Nella commissione al senato il Prefetto Gabrielli avrebbe dovuto togliersi la scarpa e batterla sul tavolo, per dire che il primo anello della sicurezza è la prevenzione, e non può esserci gioco o indifferenza politica in un contesto areale dove ogni malaccorta mossa può rivelarsi un azzardo per migliaia e migliaia di persone

  4. Tra non molto vedrete pubblicheranno un perfetto piano di evacuazione della serie: se dobbiamo evacuarne mille e un bus ne porta cento, 10 bus saranno inviati nel vesuviano all’occorrenza e il gioco è fatto. Sapete, a distanza di tanto tempo ancora non ho capito bene se la scienza ha intuito veramente i problemi operativi e gli operativi se hanno compreso realmente i limiti della scienza. La politica però, ha capito perfettamente che gli bastano solo due tre anni di pace vulcanica per garantirsi il successo… Nel frattempo la popolazione vesuviana vede il rischio Vesuvio alla stregua del limite di peso entrando in ascensore in cinque…. MalKo

    • Caro MalKo, non posso non ripensare ad una battuta de “La Smorfia” (da “Il basso”):

      Professore (Arena): «In seguito ad approfonditi studi posso affermare che l’interno del Vesuvio è pieno di purè di patate. Basterebbe solo lo sfruttamento di questa risorsa per risolvere tutti i problemi di Napoli. Noi, noi, soltanto noi possiamo aiutarvi! Ma che ne sapete voi dei vostri problemi? Li abbiamo studiati per anni!».
      Signor Salvatore (Troisi): «Ma voi volete aiutarmi? Non lo so, io vedo a chisto che fa accussì…».

  5. Pingback: Il caos del rischio Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  6. Pingback: Vesuvio 70: vesuviani che parlano del vulcano | Paesaggi vulcanici

  7. Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
    L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
    Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.

    “Regione Campania”, 19 gennaio 2015, QUI

    Comunicato n. 39 – Protezione Civile: in Campania al via la formazione per Edurisk

    Prende il via oggi EDURISK 2015, il progetto di formazione e sensibilizzazione promosso da Dipartimento della Protezione Civile e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, con la partecipazione delle sezioni INGV di Bologna, Milano, Roma e Napoli Osservatorio Vesuviano, della Regione Campania e dell’Ufficio Scolastico Regionale.
    Parteciperanno alle giornate dedicate alla formazione 34 Istituti scolastici, dei Comuni compresi nelle zone rosse per il rischio vulcanico al Vesuvio e ai Campi Flegrei, e 332 docenti.
    EDURISK, puntando principalmente su attività di formazione rivolte agli insegnanti e di sostegno alla progettazione educativa, vuole coinvolgere prima di tutto il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi. L’obiettivo è diffondere in modo semplice informazioni scientifiche aggiornate per far crescere nei cittadini di oggi e domani una conoscenza approfondita del territorio utile ad avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
    Edurisk si articola in un corso di formazione per gli insegnanti, finalizzato all’approfondimento delle conoscenze sul rischio sismico e vulcanico nello specifico contesto locale; nella progettazione e sviluppo di un percorso di lavoro nelle singole classi, nel corso dell’anno scolastico, a cura dei docenti e il supporto a distanza via web per l’approfondimento di temi specifici, la progettazione educativa, la fornitura di materiali di lavoro e la condivisione delle esperienze formative; infine, un incontro conclusivo di valutazione per la verifica dell’impatto formativo dei percorsi educativi e la discussione dei risultati del progetto.
    Gli incontri si terranno presso l’Istituto Comprensivo “Giampietro Romano” di Torre del Greco (oggi e il 26 gennaio); la Scuola media Superiore “Tito Livio” di Napoli (domani e il 27), l’Istituto Comprensivo “5° Karol Wojtyla” di Castellammare di Stabia (il 21 e 26 gennaio), l’Istituto Comprensivo “G. Mameli” di Nola Piazzolla il 22 e 27 gennaio.
    “Il comportamento dei singoli fa la differenza, per questo è importante formare i cittadini alla consapevolezza del rischio.”
    Così il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli, che ha sottolineato la rilevanza del progetto perché “un cittadino consapevole è in grado di informarsi ed essere attore, in prima persona, nel grande meccanismo di protezione civile italiano”.
    “Si tratta – ha commentato l’assessore alla Protezione civile della Regione Campania Edoardo Cosenza – di una importantissima iniziativa. Ringrazio Dipartimento nazionale di Protezione civile e Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia per averla voluta in Campania. Andiamo avanti in Campania con la pianificazione di emergenza in tutti i 550 comuni della regione grazie al finanziamento europeo di 15 milioni di euro, così come con la nuova pianificazione di emergenza del rischio vulcanico del Vesuvio e dei Campi Flegrei, insieme al Dipartimento di Protezione civile. Ma è fondamentale la sensibilizzazione della popolazione a tutte le tematiche della protezione civile mediante quello straordinario strumento di diffusione ed educazione che sono le scuole e gli studenti”
    .

    – – –

    Ulteriori informazioni sono sugli spazi web e social di EDURISK.

    – – –

    Ne ha scritto anche “Il Giornale della Protezione Civile“.

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