Il costo economico di una catastrofe nelle città del mondo (anche Napoli), secondo i Lloyd’s di Londra

Il «Lloyd City Index 2015-2025» ha calcolato il costo, per 301 città del pianeta, di un crollo del mercato, di un cyber-attacco, di un sisma o di un’eruzione.

Con 6,98 miliardi di dollari di danni economici potenziali, al 161° posto al mondo c’è Napoli. Si tratta della terza città italiana, dopo Milano (16,08 mld) e Roma (15,40 mld). Ciò che cambia è la tipologia di minacce cui sono rispettivamente soggette le varie città.
A Napoli, nell’ordine:
1) un crollo del mercato costerebbe 1,69 miliardi di dollari (il 24,28% della ricchezza cittadina);
2) uno shock del prezzo del petrolio causerebbe 1,36 mld di costo (il 19,55%);
3) un’eruzione vulcanica equivarrebbe a 1,08 mld (ovvero il 15,48%).
Seguono un cyber attacco, un’epidemia, un sisma, un’alluvione e così via. (QUI sono elencati i dati in versione pdf).

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Clicca sull’immagine per accedere alla pagina dedicata a Napoli.

Una presentazione generale dell’analisi è su «Rivista Studio»​, in cui si osserva che:

Come riportato dall’Independent, in caso di crollo del mercato lo studio stima una potenziale perdita per il Pil mondiale di 1.05 milioni di miliardi di dollari. Numero di gran lunga superiore ai danni dal secondo evento rischioso in classifica, la pandemia. L’evento meno preoccupante per l’economia globale pare essere invece lo tsunami.

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In testa alla classifica ci sono tre città asiatiche (Taipei, Tokyo, Seoul) mentre tra le europee la più esposta è Istanbul al settimo posto. New York è quinta.
La ricerca, che si basa su uno studio dell’Università di Cambridge, sottolinea poi come oltre il 91% del totale del Pil mondiale a rischio sia tale a causa di sole 10 città, evidenziando anche come le economie emergenti siano quelle che hanno più da perdere e come la globalizzazione abbia ampliato l’effetto di alcune minacce – la cyber-guerra e le tempeste solari, ad esempio.

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Su questo blog, altri post dedicati a previsioni, assicurazioni e costi di disastri sono QUI e QUI.

Il Vesuvio su “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city

«Se sei un vulcanologo, nulla può farti più paura del pensiero della prossima eruzione del Vesuvio». Così comincia un articolo pubblicato il 29 luglio 2015 da Erik Klemetti sull’edizione statunitense di “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city. Il testo discute la grande pericolosità del vulcano napoletano, ma è ricco di esempi in giro per il mondo, specie negli USA, come l’area di Seattle, soggetta alla possibilità d’un terremoto apocalittico, come ha recentemente evidenziato il “New Yorker” [ne ho scritto qualche breve riflessione qui].
Il testo di “Wired” fornisce dati e link di approfondimento, per cui ne consiglio la lettura integrale; tuttavia di seguito ne estrapolo (e traduco) i passaggi che si riferiscono più esplicitamente a condizioni politico-sociali: il rapporto tra spazio urbano e rischio vulcanico, la comunicazione tra istituzioni e popolazione, l’entità dei possibili danni (e vittime) ed eventuali ripercussioni più ampie, la necessità di una preparazione all’emergenza e di una mitigazione del rischio.

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Clicca sull’immagine per accedere all’articolo di Wired.

Il Vesuvio non è “vicino” come il Rainer a Seattle o il Popocatépetl a Città del Messico, ma è un vulcano letteralmente dentro un’area metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti: «il cratere sommitale del Vesuvio si trova a circa 12km dal centro di Napoli. [Per cui] Napoli e l’Italia devono prepararsi ad una inimmaginabile eruzione del Vesuvio [in cui la comunicazione fa la differenza, se non si vuole finire] con catastrofi come Armero o L’Aquila».
Stante questa situazione, però, sorge una domanda che può mettere i brividi: «sarebbe possibile un’evacuazione di milioni di persone nel corso di una grande eruzione del Vesuvio?». La più grande evacuazione della storia degli Stati Uniti si è avuta nel 2005 per l’uragano Rita, quando più di 3 milioni di persone furono evacuate da un’ampia area tra Texas e Louisiana, in gran parte dalla zona metropolitana di Houston. Ma si trattava di una evacuazione temporanea, rientrata dopo pochi giorni dalla tempesta. «Immaginate cosa potrebbe succedere se tutta Napoli dovesse essere evacuata dinnanzi ad una turbolenza del Vesuvio che potrebbe protrarsi per mesi o anni».
Attualmente, sulla zona considerata di maggior rischio vivono oltre 675mila abitanti. Con una grande eruzione, tuttavia, l’area ricoperta di cenere vulcanica sarebbe anche di centinaia di chilometri, per cui avrebbe un impatto su almeno 6 milioni di persone.

«Secondo alcune stime, una grande eruzione del Vesuvio potrebbe uccidere oltre 10.000 persone, ma se dovesse esserci un’evacuazione a lungo termine, il numero potrebbe salire a causa di malattie legate alla precarietà delle condizioni in alloggi temporanei. Il colpo per l’economia italiana potrebbe essere più di 20miliardi di dollari… e questo è probabilmente una stima per difetto che non include le spese di ricovero, potenzialmente per milioni di profughi di origine vesuviana».

Direi che il quadro è piuttosto apocalittico, ma l’autore del pezzo non si ferma a questo stadio deprimente e, invece, tenta di rispondere alla seguente domanda: quindi non c’è alcuna speranza?
Al contrario, risponde Klemetti: «Ecco cosa deve essere fatto perché Napoli (o qualsiasi grande città, vicino a un vulcano) sia pronta per la prossima grande eruzione»:

1) Monitoraggio del vulcano: significa che bisogna avere sia strumenti sufficienti per misurare ogni attività del vulcano, sia – ed è ancora più importante – persone addestrate ad interpretare i segnali.
2) Mitigazione: la pianificazione dell’emergenza deve essere fatta ora, anche per un disastro che potrebbe non avvenire durante la nostra vita. Il piano deve essere chiaro e facile da seguire. in quanto verrà trasmesso a nuove persone nel corso degli anni. Inoltre deve essere costantemente riveduto, ogni volta che sono disponibili nuove informazioni o quando è la città stessa a cambiare.
3) Comunicazione: gli scienziati devono comunicare in modo efficace e in maniera chiara al pubblico a proposito della minaccia rappresentata dal vulcano. Tra gli scienziati, i progettisti, i coordinatori dell’emergenza e il pubblico dev’esserci fiducia – e la comunicazione è la chiave di questa fiducia.
4) Pratica: i piani sono strumenti utili, ma la pratica e le esercitazioni lo sono ancor di più. Un ottimo esempio è rappresentato dal vulcano Rabaul in Papua Nuova Guinea, dove la pratica ha salvato delle vite nel corso di una imponente eruzione.

Evidentemente, ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e sviluppato, magari anche criticamente (le esercitazioni, ad esempio, sono spesso delle vere e proprie macchine per la costruzione di consenso, non per la prevenzione). Ma come conclude l’articolo, per quanto i vulcani possano essere pericolosi e mortali, oltre che belli e imponenti, «essere preparati alla prossima eruzione è la chiave che può rendere o meno il vulcano più pericoloso del mondo nel più mortale».
Credo, tuttavia, che manchi un quinto elemento, ovvero una seria e profonda riflessione sul modello di “sviluppo” che ha concretamente prodotto l’entità del rischio (l’enorme vulnerabilità) dell’area vesuviana. E’ un punto pochissimo dibattuto, che invece reputo centrale, specie se oltre a prepararci all’emergenza intendiamo anche mitigare il rischio per le generazioni future. Come ho scritto altrove (il mio contributo uscirà a settembre):

«Il Vesuvio, prima ancora che questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ci pone delle domande epocali sul nostro modello economico, sul nostro rapporto col territorio, l’ambiente e l’ecosistema, sul nostro modo di costruire e vivere le città, sulle nostre istituzioni, sulla rappresentanza e la partecipazione».

E questo vale per Napoli quanto per Seattle e qualsiasi altra città del mondo.

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INTEGRAZIONE del 3 agosto 2015:
L’utente fb Fabrizio Centonze ha commentato uno status della pagina “Rischio Vesuvio…” che linkava a questo post. Le sue osservazioni precisano alcuni passaggi dell’articolo originale su “Wired”:

L’articolo originale contiene 2 errori. L’eruzione del 1631 è una VEI 4. L’eruzione di Rabaul bisogna eliminarla dai successi delle protezioni civili perchè è stata un evacuazione spontanea nella notte. Bisogna anche dire che De Natale non era al corrente di questo (io Si) ma i suoi colleghi hanno provveduto ad informarlo. Detto questo l’articolo contiene degli ottimi spunti. Nessun vulcanologo al mondo conosce il tipo di eruzione che farà il vesuvio semplicemente perchè non si può conoscere prima. Si parla di Probabilità per questo. Personalmente preferisco gli scenari. Se parliamo di scenari eruttivi allora vengono fuori tutte le magagne del piano di emergenza.

Mario Tozzi e i duemila anni di Napoli con il Vesuvio

Ieri sera Mario Tozzi ha trasmesso una puntata di “Fuori luogo” dedicata a Napoli: “duemila anni con il vulcano“. Il famoso geologo gira per i vicoli del centro, sale a San Martino, poi scende nel sottosuolo della città e nel Cimitero delle Fontanelle, sempre con lo sguardo rivolto al Vesuvio, per raccontare il rapporto tra la città e il suo territorio.
Con un paio di esperimenti-simulazioni illustra efficacemente il funzionamento del vulcano, facendo intuire i suoi (pesanti) effetti su un’area che negli ultimi 70 anni è stata fortemente urbanizzata.
Inoltre intervista vari esperti, tra i quali Gennaro di Paola, straordinaria memoria storica delle Quattro Giornate e dell’ultima eruzione (peccato che in 2 minuti non si riesca a cogliere la profondità di un incontro con un tale personaggio).
Infine, al “piano di emergenza” sono dedicati gli ultimi 2 o 3 minuti (la puntata dura 64′) e Tozzi non vi si sofferma adeguatamente; tuttavia dice una cosa corretta: sarà un “piano di esodo”, perché non si potrà tornare a vivere (a breve) sui luoghi della prossima eruzione.

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Clicca sull’immagine per accedere allo streaming sul website della RAI.

La puntata si intitola “Fuori luogo Napoli: duemila anni con il vulcano“, dura 01h04’57” ed è andata in onda il 28/07/2015. “Mario Tozzi viaggia nei luoghi chiave per capire questo incontro e per spiegare come i cambiamenti del pianeta hanno determinato anche cambiamenti nel nostro modo di vivere“.

Altre trasmissioni televisive dedicate al Vesuvio sono elencate in questo post, nonché qui e qui.

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

La dismisura del prossimo disastro

Ieri il “New Yorker” ha pubblicato un articolo di Kathryn Schulz su un prossimo, catastrofico, terremoto che colpirà la costa occidentale nordamericana, in particolare la zona di Seattle e Vancouver, tra gli stati dell’Oregon e di Washington negli USA e del British Columbia in Canada. Già un “big one” è atteso in California, lungo la famosa faglia di Sant’Andrea, ma quest’altro è definito “the real big one“, si muoverà lungo la zona di subduzione della Cascadia, renderà “irriconoscibile” quella regione del continente e causerà la morte di 13.000 persone, nonché il ferimento di altre 27.000. Com’è ovvio, queste cifre sono fintamente precise, emergono da scenari non univoci ed hanno un notevole tasso di aleatorietà (per la prossima eruzione vesuviana, ad esempio, c’è una compagnia di assicurazione che parla di 8.000 morti, ma ci sono altre proiezioni, riprese soprattutto dai siti web sensazionalistici, che hanno cifre molto più alte). Insomma, l’articolo non svela nulla di particolarmente inedito e si ferma sul punto di sempre: l’indeterminatezza sul quando. Intanto, però, quel testo – ben scritto e documentato storicamente – produce già ora delle reazioni sociali. “BuzzFeed” ne ha raccolte alcune, pubblicate su Twitter da persone “andate fuori di testa“.
Ora, come dovremmo reagire?
C’è chi invita ad abbandonare quelle terre e chi insinua un’operazione di speculazione immobiliare per abbassare i prezzi delle case. Oppure c’è chi prospetta emergenze perenni, per cui si dovrebbe vivere in un costante stato di allerta, o addirittura complete ricostruzioni con criteri antisismici (ma per quale magnitudo di riferimento? qual è la soglia accettabile? e per delle città costiere come ci si difende da uno tsunami?).
Ma potremmo cogliere questa occasione per riflettere anche sulla qualità della nostra cultura scientifica, sul ruolo predittivo della scienza, nonché sull’uso che i massmedia fanno di tali notizie, alimentando un’elaborazione sociale che sempre più di frequente passa per i socialmedia, ovvero in uno spazio libero, ma anche sbandato.
Ebbene, siamo sicuri che questi drammatici scenari (che potrebbero avverarsi domani o tra mille anni) aiutino a “prendere consapevolezza”? E, poi, consapevolezza di cosa esattamente? Che il nostro pianeta è vivo e che la crosta terrestre su cui abitiamo si muove? O che le nostre città sono vulnerabili in sé? O che tutto ciò è solo un’ulteriore forma della “culture of fear” di cui sperimentiamo quotidianamente innumerevoli sfumature: dalla politica all’ecologia, dal cibo alla sanità, dalla convivenza interetnica a quella famigliare? C’è un’inquietudine diffusa che sta diventando condizione di vita: ci troviamo costantemente all’ultima spiaggia, siamo perennemente alla vigilia di un’apocalisse, non vengono prospettati che scenari fuori misura (solo ieri circolava la pseudonotizia di una glaciazione nel 2030 e una settimana fa la Nutella faceva venire terribili malattie).
Studiando il caso del Vesuvio, mi sono fatto l’idea che la continua rincorsa dell’eccesso e l’uso di toni esorbitanti non fa che produrre vaghezza e incredulità, che a loro volta alimentano una precisa forma mentis: il sospetto. Questo, però, non è uno scetticismo inteso come postura intellettuale, bensì qualcosa che assomiglia alla caratteristica dei totalitarismi: un’erosione sociale dall’interno, uno svuotamento di senso che rischia di inaridire tutti e tutto.
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Un sunto in francese è stato pubblicato da Slate.fr, mentre io ne ho scritto sul mio fb.

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Il 15 luglio 2015 “Il Post” ha pubblicato un lungo articolo in italiano sul pezzo del New Yorker: Il terremoto che arriverà.
Tra i link dell’articolo c’è questo, che porta al trailer del film catastrofico “San Andreas”:

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INTEGRAZIONE del 24 luglio 2015:
Il webjournal francese “Slate.fr” ha pubblicato un lungo testo del meteorologo Eric Holthaus sul grande sisma oggetto dell’articolo del “New Yorker”: «Un gigantesque tremblement de terre peut-il vraiment rayer Seattle de la carte?».

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AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2016:
Kathryn Schulz, autrice dell’articolo pubblicato dal “New Yorker”, di cui ho parlato qui sopra, ha vinto il Premio Pulitzer 2016 per la categoria “Feature Writing”. La motivazione: “For an elegant scientific narrative of the rupturing of the Cascadia fault line, a masterwork of environmental reporting and writing“.

Interrogazioni parlamentari in merito al Vesuvio

Talvolta il Vesuvio approda in Parlamento. Tra le altre occasioni, negli ultimi anni ne hanno parlato in Aula la senatrice Poretti nel 2008 a proposito della costruzione dell’Ospedale del Mare, il senatore De Cristofaro nel 2014 sul rischio rappresentato dal vulcano e, poche settimane fa, la senatrice De Pin.

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Clicca sull’immagine per accedere al testo dell’Interrogazione.

Quest’ultima interrogazione chiede chiarimenti al governo in merito alle zone d’ombra del sistema di monitoraggio (scientifico) e di allarme (tecnico) del Vesuvio, ovvero sui rapporti tra l’INGV e il Dipartimento della Protezione Civile. In particolare, si domandano spiegazioni sul provvedimento disciplinare (con decurtazione dello stipendio) contro lo studioso Giuseppe Mastrolorenzo, “reo” di aver espresso pareri discordanti dalla linea generale dell’istituto di ricerca, ovvero di aver prospettato scenari eruttivi più catastrofici rispetto a quelli utilizzati per l’elaborazione del Piano di Emergenza del Vesuvio (la senatrice, in altre parole, domanda se tale punizione sia una forma di limitazione della libertà di studio e di espressione). Inoltre, l’interrogazione parlamentare reclama precisazioni sulla convenzione pluriennale (recentemente rinnovata fino al 2020) tra l’INGV e il DPC, e sulla gestione dei relativi fondi messi a disposizione degli scienziati.

Siccome il testo dell’interrogazione è piuttosto lungo, segnalo che una sintesi è qui.
Inoltre, dal momento che la questione è complessa, se non intricata, consiglio anche il commento che di questa vicenda ha scritto il blogger MalKo pochi giorni fa, il quale osserva: «Le istituzioni devono essere luoghi aperti alla politica e ai popoli in pari misura, senza omissioni e senza raccordi eccessivi con i poteri forti che amano l’attualità e il breve periodo piuttosto che gli investimenti sul futuro».

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INTEGRAZIONE del 9 giugno 2015:
Nel post linkato qui sopra, MalKo fa riferimento anche alla situazione dei Campi Flegrei, dove c’è un conflitto d’interessi tra enti di ricerca e progetti commerciali per la produzione di energia da fonti geotermiche. Ieri ne ha scritto anche Franco Ortolani, geologo dell’Università “Federico II” di Napoli, che dalle colonne del “Corriere del Mezzogiorno” ha spiegato come nei Campi Flegrei siano state individuate due aree nelle quali è possibile avviare ricerca e produzione di energia elettrica utilizzando le risorse geotermiche del sottosuolo. Il progetto, che è commerciale e non di ricerca scientifica, è della Società Geoelectric, in collaborazione con AMRA ed INGV-Osservatorio Vesuviano. Proprio questa partnership solleva dei dubbi, come ad esempio il seguente: “se INGV-Osservatorio Vesuviano è interessato alla realizzazione di un impianto per la produzione di energia elettrica da immettere sul mercato per ricavare profitto aziendale e, conseguentemente, essere retribuito dalla Geoelectric per le prestazioni offerte, può rappresentare ancora la Istituzione trasparente e al di sopra delle parti che garantisce la sicurezza dei cittadini?“.

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INTEGRAZIONE del 14 luglio 2015:
Carmine Alboretti riferisce sul website “Altrimondi” che Giuseppe D’Aniello, avvocato e fondatore-curatore del website “Meteovesuvio”, ha denunciato alcune lacune nel sistema di monitoraggio del Vesuvio svolto dall’Osservatorio Vesuviano, in particolare per quanto riguarda le fumarole sottomarine: QUI.

Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

Il “nesso di causalità” nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo dell’Aquila

Per condannare qualcuno, specie in un processo penale, è basilare che ci siano prove certe – o “oltre ogni ragionevole dubbio” – della responsabilità dell’imputato. In taluni casi nemmeno la presenza di DNA del sospettato sul corpo della vittima è una prova determinante, figuriamoci quanto possano essere dimostrative e indiscutibili delle osservazioni etnografiche. Ai miei occhi, questo è sempre stato il punto più controverso del processo dell’Aquila contro i componenti della Commissione Grandi Rischi ai tempi del terremoto in Abruzzo del 2009. Nel gran clamore che ha suscitato, di quel processo è stato complicato comprendere innanzitutto il capo d’accusa (aver rassicurato la popolazione) ed è stato difficile mantenere un equilibrio tra le tante voci che si sono sovrapposte le une alle altre durante i mesi di dibattimento, spesso deviando e confondendo il discorso.
La sentenza di primo grado si concluse con una severa condanna di membri dell CGR a 6 anni di reclusione (alcuni commenti alle motivazioni sono qui), mentre la sentenza di secondo grado ha assolto tutti, tranne uno tra i tecnici e scienziati di quella Commissione, Bernardo De Bernardinis, perché la sua “condotta colpevole” «ebbe incidenza causale diretta nella formazione dei processi volitivi di alcune delle vittime nei momenti successivi alle due scosse premonitrici». In altre parole, i giudici affermano che le vittime «sono state indotte da tali affermazioni rassicuranti a ritenere che si trattasse di un favorevole fenomeno di scarico di energia e, conseguentemente, ad abbandonare le pregresse abitudini di cautela, restando nelle abitazioni che crollarono per effetto del sisma». Avendo rilasciato un’intervista rassicurante (negligente e imprudente) prima della riunione della CGR del 31 marzo 2009, De Bernardinis è stato condannato a 2 anni di reclusione. Ne ha scritto il quotidiano abruzzese “Il Centro” il 7 febbraio 2015: “Grandi rischi, per i giudici “gli esperti non erano obbligati a parlare”. La Corte d’Appello: ecco perché i 6 imputati vanno assolti. Il caso De Bernardinis“.
Pochi giorni fa sono state depositate le motivazioni della seconda sentenza, consultabili online: QUI.

Come scrivevo in apertura del post, il cuore della questione riguarda le prove che, nel caso del processo aquilano, sono legate al concetto di “nesso di causalità“, il quale, a sua volta, è suggerito dal quadro teorico fornito dall’antropologo Antonello Ciccozzi, ovvero del “modello delle rappresentazioni sociali“. D’altra parte, come sostengono alcuni filosofi della scienza, ogni “osservazione è carica di teoria“, cioè solo con un insieme coerente di definizioni, principi e leggi generali è possibile descrivere, interpretare, classificare (appunto: osservare) i fenomeni che si sta cercando.
Copio alcuni passi del paragrafo 4, “Nesso di causalità” (da pagina 37), in cui, appunto, sono spiegate e motivate tali nozioni:

Premessa la distinzione tra reati commissivi ed omissivi, questi ultimi propri e impropri, richiamata la clausola generale di equivalenza di cui al capoverso dell’art. 40 c.p. nonché i principi generali in tema di causalità […], il Tribunale indaga quale sia nella fattispecie la legge scientifica di copertura, che, esprimendo un canone di regolarità nella successione degli accadimenti, consente al giudice di ancorare il giudizio controfattuale a parametri oggettivi, scevri da margini di discrezionalità e indeterminatezza, in coerenza con il principio di legalità e determinatezza della fattispecie di reato.
Nel caso in esame la legge di copertura è, evidentemente, una legge di tipo statistico (e non universale), che, secondo l’insegnamento della richiamata sentenza, deve assicurare un elevato grado di probabilità logica o di credibilità razionale, da intendersi non in relazione alla percentuale statistica di copertura della legge stessa (che può anche essere bassa o persino ancorata solo a massime consolidate di esperienza), ma in relazione alle particolarità del caso concreto, analizzato con riferimento a tutte le possibili cause dell’evento, previa esclusione dell’interferenza di fattori condizionalistici alternativi, sì da consentire al giudice di pervenire ad un giudizio sul nesso causale espresso in termini di certezza sul piano probatorio e processuale (oltre ogni ragionevole dubbio).
Il Tribunale individua nella condotta ascritta agli imputati, come descritta nei paragrafi precedenti, profili di colpa commissiva (affermazioni e dichiarazioni rese nel corso e a margine della riunione) ed omissiva (mancata o comunque superficiale e inadeguata valutazione degli indicatori di rischio sismico disciplinati dalla normativa), ma non dubita della natura commissiva del reato, pur articolatosi mediante componenti della condotta di segno diverso.
Trae da tale premessa due significative conseguenze:
1) non è necessario accertare se gli imputati, nelle indicate qualità di componenti della CGR, fossero o meno titolari di una posizione giuridica di garanzia nei confronti dei beni tutelati dalle norme di riferimento (vita e incolumità fisica delle persone), e quindi se fossero o meno titolari dell’obbligo giuridico di impedire l’evento (art. 40, cpv., c.p.);
2) il procedimento di eliminazione mentale della condotta asseritamente colpevole – giudizio controfattuale – deve essere svolto su base reale e non ipotetica (come accade nei reati omissivi impropri), e quindi ai sensi del comma I dell’art. 40 c.p., secondo lo schema della causalità commissiva, verificando – attraverso le testimonianze dei parenti e degli amici delle vittime – se, in assenza della condotta commissiva colposa degli imputati, l’evento lesivo si sarebbe ugualmente verificato in termini di certezza giuridica (elevata probabilità logica/elevata credibilità razionale).
Pur a fronte di tale premessa, il primo giudice evidenzia che, anche volendo assumere come prevalenti i profili di colpa omissiva (omessa adeguata valutazione del rischio sismico, omessa corretta e completa informazione), dovrebbe comunque ritenersi che gli imputati fossero titolari di una posizione di garanzia […]. Tutti erano, pertanto, destinatari dell’obbligo giuridico di impedire l’evento.
L’indagine sul nesso causale è svolta dal Tribunale sul base del seguente schema di massima.
Occorrendo ricostruire sulla base delle testimonianze di parenti e amici il processo motivazionale che portò le vittime alla scelta di rimanere in casa la notte a cavallo tra il 5 e il 6 aprile 2009, dopo le due scosse di Magnitudo 3.9 delle ore 22.48 e 3.5 delle ore 00.39, che precedettero di tre ore circa la scossa distruttiva delle ore 3.32, si deve analizzare:
a. il comportamento tenuto dalle vittime prima della riunione della CGR del 31 marzo 2009 in occasione di altre scosse di terremoto, in particolare di quella del 30 marzo;
b. la conoscenza da parte delle vittime dell’esito della riunione;
c. il comportamento tenuto dalle vittime dopo aver avuto conoscenza dell’esito della riunione.
Ciò al fine di accertare se e in quale misura il messaggio fornito dalla CGR abbia influenzato i processi volitivi delle vittime, inducendole, contrariamente a consolidate abitudini precauzionali, a restare in casa la notte del 6 aprile, pur dopo le due scosse premonitrici di intensità minore.
La prove del nesso causale tra la condotta tenuta dagli imputati e gli eventi lesivi è raggiunta, a parere del primo giudice, solo a condizione che sia certo (ovvero con alto grado di probabilità logica e/o di credibilità razionale) che l’informazione rassicurante fornita dalla CGR il 31 marzo 2009 sia stata recepita dalla vittima e sia stata la causa unica e determinante, o anche prevalente e dominante nel caso di motivazioni concorrenti o cumulative, del mutamento dei comportamenti adottati in precedenti occasioni, condizionando la scelta di restare in casa nonostante le due scosse preparatorie.
La necessità di escludere fattori condizionanti alternativi deve portare, peraltro, a verificare se sulla decisione di restare in casa possano aver influito, eventualmente in modo cumulativo, altre circostanze di fatto: per es. la circostanza che le due scosse siano avvenute durante la notte, il clima rigido, la necessità di alzarsi presto il mattino successivo, lo stato di malattia di alcuni componenti della famiglia, l’indisponibilità di autovetture o camper dove trascorrere la notte, la convinzione che l’edificio avrebbe resistito alle scosse, la mancanza di paura del terremoto, le rassicurazioni provenienti da altri soggetti (per es. il Rettore che aveva stabilito di non chiudere le facoltà, ricercatori e studiosi dell’INGV che prima del 31.3.2009 avevano rilasciato interviste ai giornali locali in cui si affermava l’improbabilità di scosse più forti).
Afferma il Tribunale che il nesso causale è ravvisato solo quando la prova testimoniale, rigorosamente analizzata, consente di verificare che per le vittime su indicate la decisione di rimanere in casa, alterando e modificando le abitudini di cautela precedentemente seguite, è derivata in via esclusiva o assolutamente prevalente dalla condotta colposa degli imputati.
Il Tribunale si pone, quindi, il problema di verificare per tutte le vittime se esse e i testi avessero o meno male interpretato gli esiti della riunione della CGR e trae conferma alla risposta negativa dalla ritenuta totale coincidenza tra il contenuto del verbale ufficiale, pur disponibile solo dopo il 6 aprile 2009, la bozza dello stesso, la trascrizione delle interviste rese da alcuni partecipanti e il tenore degli articoli giornalistici e televisivi, da cui le vittime trassero informazioni sull’esito della riunione.

[Il sottoparagrafo 4.1, “Casi di individuazione del nesso causale“, riguarda le prove accertate per ciascuna vittima]

[A pagina 50 il sottoparagrafo 4.2, “Legge scientifica di copertura“, affronta la teoria del “modello delle rappresentazioni sociali”:]
Il Tribunale ha individuato la legge scientifica di copertura nella teoria del “modello delle rappresentazioni sociali”, teorizzato dal CT del PM prof. Antonello Ciccozzi, antropologo culturale presso l’Università di L’Aquila, che può essere sintetizzata nei seguenti termini: poiché l’uomo è animale “culturale” oltre che “sociale”, deve riconoscersi il nesso tra le comunicazioni istituzionali e i comportamenti individuali; se le prime sono di natura scientifica, poi, essendo percepite come la più alta espressione di autorevolezza, esse forniscono alla collettività la “chiave di lettura” dell’ignoto, secondo schemi comprensibili e familiari, contribuendo alla formazione del senso comune che orienta le decisioni e i comportamenti dei singoli.
Nella fattispecie, poiché il fenomeno sismico in atto aveva generato timore e incertezza nella popolazione, alimentati da voci allarmistiche, la maggior parte delle persone continuava ad affidarsi alle misure di precauzione tramandate da padre in figlio, tra cui quella di abbandonare i luoghi chiusi ad ogni scossa significativa. L'”operazione mediatica” voluta dal capo del DPC Bertolaso, diretta a “tranquillizzare” la popolazione, avendo proprio il fine di interpretare il fenomeno in corso e di fornire informazioni tese a modulare i comportamenti, aveva determinato i cambiamenti di abitudini descritti per ognuna delle vittime; il che conferisce certezza alla sussistenza del nesso di causalità tra la condotta degli imputati e gli eventi lesivi.
Il “modello delle rappresentazioni sociali”, dunque, sebbene non offra una regolarità invariabile di successione di eventi, né un apprezzabile coefficiente statistico (mai misurato), è idoneo a spiegare le condotte delle vittime, soprattutto quando, come nei casi descritti, sia certa l’esclusione di altri fattori condizionalistici che possano avere inciso sul processo motivazionale della singola vittima.
Detta certezza non può che passare dalla assoluta credibilità e attendibilità delle deposizioni testimoniali, scrupolosamente verificate in dibattimento, unico strumento a disposizione del giudice per ricostruire i processi volitivi individuali messi in atto dalle diverse vittime nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, dopo le due scosse premonitrici.
Il giudice, peraltro, esclude in radice la possibilità che le vittime, pur influenzate dagli esiti della riunione della CGR, avessero comunque conservato intatta la capacità di autodeterminazione dei propri comportamenti, con conseguente interruzione del nesso causale con l’antecedente della condotta colposa degli imputati, perché un tale assunto non tiene conto del fatto che l’informazione fu inesatta e incompleta. A suo avviso, infatti, gli imputati avevano minato la capacità di intendere delle vittime, fornendo loro informazioni errate e/o incomplete, amplificate da un “apparato scenografico suggestivo e colposamente mistificatore”, che era stato in grado di sradicare consolidate abitudini di prudenza, così condizionando la loro capacità di volere: chi era restato in casa lo aveva fatto sulla base di una volontà non libera, viziata o quantomeno compromessa nel suo processo formativo da una informazione errata.

[Ulteriori approfondimenti al sottoparagrafo 4.3, “Massime di esperienza“, dove tuttavia si citano concetti che preferirei più approfonditi, come “cultura del terremoto“, “conoscenze tradizionali sedimentate nel sapere popolare“, “paura atavica del terremoto“:]
Aggiunge il Tribunale che, pur prescindendo dal modello delle rappresentazioni sociali, il nesso causale, di natura psichica, è comunque spiegabile sulla base di massime di esperienza, intese come generalizzazioni empiriche del senso comune (tratte dalla migliore esperienza del momento storico), così sintetizzate.
L’uomo è un “animale sociale”, che vive in società organizzate, delle quali accetta le regole e rispetta la disciplina; è anche un “animale culturale”, il cui comportamento è basato, oltre che su norme codificate, su una serie di schemi socialmente acquisiti. Detti schemi, se tendono a prescrivere comportamenti, incidono sulle volizioni individuali in misura proporzionale all’autorevolezza della fonte, che è massima per l’autorità scientifica. L’influenza della comunicazione istituzionale sul comportamento individuale aumenta in situazioni di rischio coinvolgenti un gruppo definito di persone, o addirittura l’intera collettività, perché l’ansia che deriva dall’ignoto induce ad affidarsi alla fonte autorevole e ciò avviene in misura maggiore sia quando è elevato il livello culturale e la propensione al rispetto delle istituzioni del soggetto che riceve il messaggio sia quando la fonte sia prossima al ricevente.
Queste cinque massime di esperienza, a parere del primo giudice, contribuiscono, così come il “modello delle rappresentazioni sociali” a dar conto della certa riconducibilità delle volizioni individuali delle vittime alla comunicazione venuta dalla CGR.
La popolazione aquilana, dall’inizio dello sciame sismico, a fronte delle singole scosse, aveva seguito il consolidato protocollo cautelare, una vera e propria “cultura del terremoto”, che integra il complesso delle conoscenze tradizionali sedimentate nel sapere popolare ed impone di uscire dai luoghi chiusi dopo ogni scossa significativa.
L’ansia generalizzata aveva aumentato l’attesa per quanto avrebbero affermato gli scienziati della CGR, di indiscussa autorevolezza, le cui parole avevano innescato una reazione psicologica che si sostanziava in un doppio meccanismo di rimozione della paura atavica del terremoto e di totale adesione alle indicazioni e valutazioni provenienti dalla CGR.
Certo dunque il nesso causale tra la condotta colposa degli imputati e gli eventi lesivi, il Tribunale afferma che detti eventi (morti e lesioni) appartengono proprio alla categoria di eventi che la norma cautelare violata dagli imputati mirava a prevenire.
Infatti, se gli imputati avessero effettuato una corretta analisi del rischio ed avessero fornito una informazione chiara, corretta e completa (e quindi se avessero tenuto la condotta loro richiesta dalla normativa vigente) gli eventi lesivi non si sarebbero verificati o sarebbero stati meno gravi, perché tutte le vittime si sarebbero trovate fuori casa al momento della scossa delle 3,32.
Inoltre le autorità preposte avrebbero adottato misure di prevenzione e cautela (per es. individuazione di punti di raccolta o di aree di ricovero notturno, indicazioni su vie di fuga, modalità sicure di abbandono degli edifici, allestimento di mezzi di intervento, potenziamento dei soccorsi…) che avrebbero contribuito a contenere i danni.

[Altri paragrafi interessanti sono il 5, “Divulgazione dei contenuti della riunione” (dove “il Tribunale non ravvisa alcun ruolo distorsivo dei mezzi di informazione”); il 6, “Casi in cui non è stato ravvisato il nesso causale“; il 7, “Comportamento alternativo lecito” (ovvero il comportamento che, se attuato dagli imputati, avrebbe impedito la verificazione degli eventi dannosi); l’8, “Concorso di cause“; il 9, “Cooperazione colposa].

Animali veggenti

Gli animali sono in grado di “prevedere” un disastro? Prove scientifiche non ce ne sono e, al momento, tale ipotesi appare piuttosto debole, tuttavia vi è qualche caso che merita maggior attenzione, come quello degli elefanti per i sismi o degli usignoli per i tornado.
Non avendo risposte, in questo post mi limito a raccogliere notizie su tale ambito.

«[…] Durante le finte cariche [degli elefanti], il calpestio e le vocalizzazioni degli elefanti producono onde sismiche che si propagano anche per 30 chilometri. Altri elefanti possono percepire queste vibrazioni e interpretarle come un segno della presenza di un pericolo. […] Il fatto poi che gli animali percepiscano le onde sismiche potrebbe spiegare perché, per esempio, quando piove in Angola gli elefanti di Etosha si muovono verso nord. Molto probabilmente, essi percepiscono le onde sismiche generate dai tuoni e sanno quindi che l’acqua è in arrivo»
(La comunicazione sismica degli elefanti, “Le Scienze”, 13 marzo 2001) (Ne ha scritto anche Lee Dye su “ABC News” il 23 settembre 2009: Elephants Communicate Through Seismic Waves).

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«Si sente spesso dire che c’è aria di terremoto, come una cappa afosa, anche in inverno, che preluderebbe al sisma. Come l’agitazione di cani, gatti, galline e maiali. A parte il fatto che i poveri maiali restano sotto le macerie come gli uomini, il boato del terremoto si risente anche nel campo degli ultrasuoni non percepiti dagli umani, ma dagli animali. Solo però qualche decimo di secondo prima della scossa. E i fenomeni meteorologici avvengono migliaia di metri sopra le nostre teste, quelli sismici decine di migliaia sotto i nostri piedi: nessuna relazione è possibile […]»
(Mario Tozzi, Se il cane abbaia prima della scossa. Le leggende (da sfatare) sul sisma, “La Stampa”, 1 giugno 2012).

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«L’hanno già chiamata l’«intelligence» degli uccellini. Si tratta di usignoli dotati di «sensori» naturali a infrasuoni in grado di percepire con largo margine di anticipo l’arrivo di perturbazioni come i tornado. E’ questo il risultato di uno studio dell’Università del Minnesota, secondo il quale una specie di usignoli – quelli dalle ali dorate, chiamati in inglese «Golden-winged» – sono capaci di «sentire» le vibrazioni di una perturbazione in arrivo e quindi di darsi alla fuga molto prima degli umani. Secondo il rapporto, che ha analizzato le conseguenze di 80 tornado che si sono abbattuti sul Midwest degli Usa, uccidendo 35 persone, il comportamento dei volatili è stato sorprendente: in un raggio di 900 km, indipendentemente gli uni dagli altri, hanno preso il volo verso Sud. Il fatto che ha più stupito è che gli usignoli hanno poi fatto rapidamente ritorno nelle zone di provenienza, una volta passata la tempesta […]»
(Francesco Semprini, Gli usignoli intelligenti che previdero i tornado negli Usa. La fuga prima delle tempeste che fecero 35 morti: “Sentirono gli infrasuoni nell’atmosfera”, “La Stampa”, 29 dicembre 2014).