Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

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AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.

Il costo economico di una catastrofe nelle città del mondo (anche Napoli), secondo i Lloyd’s di Londra

Il «Lloyd City Index 2015-2025» ha calcolato il costo, per 301 città del pianeta, di un crollo del mercato, di un cyber-attacco, di un sisma o di un’eruzione.

Con 6,98 miliardi di dollari di danni economici potenziali, al 161° posto al mondo c’è Napoli. Si tratta della terza città italiana, dopo Milano (16,08 mld) e Roma (15,40 mld). Ciò che cambia è la tipologia di minacce cui sono rispettivamente soggette le varie città.
A Napoli, nell’ordine:
1) un crollo del mercato costerebbe 1,69 miliardi di dollari (il 24,28% della ricchezza cittadina);
2) uno shock del prezzo del petrolio causerebbe 1,36 mld di costo (il 19,55%);
3) un’eruzione vulcanica equivarrebbe a 1,08 mld (ovvero il 15,48%).
Seguono un cyber attacco, un’epidemia, un sisma, un’alluvione e così via. (QUI sono elencati i dati in versione pdf).

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Clicca sull’immagine per accedere alla pagina dedicata a Napoli.

Una presentazione generale dell’analisi è su «Rivista Studio»​, in cui si osserva che:

Come riportato dall’Independent, in caso di crollo del mercato lo studio stima una potenziale perdita per il Pil mondiale di 1.05 milioni di miliardi di dollari. Numero di gran lunga superiore ai danni dal secondo evento rischioso in classifica, la pandemia. L’evento meno preoccupante per l’economia globale pare essere invece lo tsunami.

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In testa alla classifica ci sono tre città asiatiche (Taipei, Tokyo, Seoul) mentre tra le europee la più esposta è Istanbul al settimo posto. New York è quinta.
La ricerca, che si basa su uno studio dell’Università di Cambridge, sottolinea poi come oltre il 91% del totale del Pil mondiale a rischio sia tale a causa di sole 10 città, evidenziando anche come le economie emergenti siano quelle che hanno più da perdere e come la globalizzazione abbia ampliato l’effetto di alcune minacce – la cyber-guerra e le tempeste solari, ad esempio.

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Su questo blog, altri post dedicati a previsioni, assicurazioni e costi di disastri sono QUI e QUI.

Il Vesuvio su “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city

«Se sei un vulcanologo, nulla può farti più paura del pensiero della prossima eruzione del Vesuvio». Così comincia un articolo pubblicato il 29 luglio 2015 da Erik Klemetti sull’edizione statunitense di “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city. Il testo discute la grande pericolosità del vulcano napoletano, ma è ricco di esempi in giro per il mondo, specie negli USA, come l’area di Seattle, soggetta alla possibilità d’un terremoto apocalittico, come ha recentemente evidenziato il “New Yorker” [ne ho scritto qualche breve riflessione qui].
Il testo di “Wired” fornisce dati e link di approfondimento, per cui ne consiglio la lettura integrale; tuttavia di seguito ne estrapolo (e traduco) i passaggi che si riferiscono più esplicitamente a condizioni politico-sociali: il rapporto tra spazio urbano e rischio vulcanico, la comunicazione tra istituzioni e popolazione, l’entità dei possibili danni (e vittime) ed eventuali ripercussioni più ampie, la necessità di una preparazione all’emergenza e di una mitigazione del rischio.

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Clicca sull’immagine per accedere all’articolo di Wired.

Il Vesuvio non è “vicino” come il Rainer a Seattle o il Popocatépetl a Città del Messico, ma è un vulcano letteralmente dentro un’area metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti: «il cratere sommitale del Vesuvio si trova a circa 12km dal centro di Napoli. [Per cui] Napoli e l’Italia devono prepararsi ad una inimmaginabile eruzione del Vesuvio [in cui la comunicazione fa la differenza, se non si vuole finire] con catastrofi come Armero o L’Aquila».
Stante questa situazione, però, sorge una domanda che può mettere i brividi: «sarebbe possibile un’evacuazione di milioni di persone nel corso di una grande eruzione del Vesuvio?». La più grande evacuazione della storia degli Stati Uniti si è avuta nel 2005 per l’uragano Rita, quando più di 3 milioni di persone furono evacuate da un’ampia area tra Texas e Louisiana, in gran parte dalla zona metropolitana di Houston. Ma si trattava di una evacuazione temporanea, rientrata dopo pochi giorni dalla tempesta. «Immaginate cosa potrebbe succedere se tutta Napoli dovesse essere evacuata dinnanzi ad una turbolenza del Vesuvio che potrebbe protrarsi per mesi o anni».
Attualmente, sulla zona considerata di maggior rischio vivono oltre 675mila abitanti. Con una grande eruzione, tuttavia, l’area ricoperta di cenere vulcanica sarebbe anche di centinaia di chilometri, per cui avrebbe un impatto su almeno 6 milioni di persone.

«Secondo alcune stime, una grande eruzione del Vesuvio potrebbe uccidere oltre 10.000 persone, ma se dovesse esserci un’evacuazione a lungo termine, il numero potrebbe salire a causa di malattie legate alla precarietà delle condizioni in alloggi temporanei. Il colpo per l’economia italiana potrebbe essere più di 20miliardi di dollari… e questo è probabilmente una stima per difetto che non include le spese di ricovero, potenzialmente per milioni di profughi di origine vesuviana».

Direi che il quadro è piuttosto apocalittico, ma l’autore del pezzo non si ferma a questo stadio deprimente e, invece, tenta di rispondere alla seguente domanda: quindi non c’è alcuna speranza?
Al contrario, risponde Klemetti: «Ecco cosa deve essere fatto perché Napoli (o qualsiasi grande città, vicino a un vulcano) sia pronta per la prossima grande eruzione»:

1) Monitoraggio del vulcano: significa che bisogna avere sia strumenti sufficienti per misurare ogni attività del vulcano, sia – ed è ancora più importante – persone addestrate ad interpretare i segnali.
2) Mitigazione: la pianificazione dell’emergenza deve essere fatta ora, anche per un disastro che potrebbe non avvenire durante la nostra vita. Il piano deve essere chiaro e facile da seguire. in quanto verrà trasmesso a nuove persone nel corso degli anni. Inoltre deve essere costantemente riveduto, ogni volta che sono disponibili nuove informazioni o quando è la città stessa a cambiare.
3) Comunicazione: gli scienziati devono comunicare in modo efficace e in maniera chiara al pubblico a proposito della minaccia rappresentata dal vulcano. Tra gli scienziati, i progettisti, i coordinatori dell’emergenza e il pubblico dev’esserci fiducia – e la comunicazione è la chiave di questa fiducia.
4) Pratica: i piani sono strumenti utili, ma la pratica e le esercitazioni lo sono ancor di più. Un ottimo esempio è rappresentato dal vulcano Rabaul in Papua Nuova Guinea, dove la pratica ha salvato delle vite nel corso di una imponente eruzione.

Evidentemente, ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e sviluppato, magari anche criticamente (le esercitazioni, ad esempio, sono spesso delle vere e proprie macchine per la costruzione di consenso, non per la prevenzione). Ma come conclude l’articolo, per quanto i vulcani possano essere pericolosi e mortali, oltre che belli e imponenti, «essere preparati alla prossima eruzione è la chiave che può rendere o meno il vulcano più pericoloso del mondo nel più mortale».
Credo, tuttavia, che manchi un quinto elemento, ovvero una seria e profonda riflessione sul modello di “sviluppo” che ha concretamente prodotto l’entità del rischio (l’enorme vulnerabilità) dell’area vesuviana. E’ un punto pochissimo dibattuto, che invece reputo centrale, specie se oltre a prepararci all’emergenza intendiamo anche mitigare il rischio per le generazioni future. Come ho scritto altrove (il mio contributo uscirà a settembre):

«Il Vesuvio, prima ancora che questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ci pone delle domande epocali sul nostro modello economico, sul nostro rapporto col territorio, l’ambiente e l’ecosistema, sul nostro modo di costruire e vivere le città, sulle nostre istituzioni, sulla rappresentanza e la partecipazione».

E questo vale per Napoli quanto per Seattle e qualsiasi altra città del mondo.

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INTEGRAZIONE del 3 agosto 2015:
L’utente fb Fabrizio Centonze ha commentato uno status della pagina “Rischio Vesuvio…” che linkava a questo post. Le sue osservazioni precisano alcuni passaggi dell’articolo originale su “Wired”:

L’articolo originale contiene 2 errori. L’eruzione del 1631 è una VEI 4. L’eruzione di Rabaul bisogna eliminarla dai successi delle protezioni civili perchè è stata un evacuazione spontanea nella notte. Bisogna anche dire che De Natale non era al corrente di questo (io Si) ma i suoi colleghi hanno provveduto ad informarlo. Detto questo l’articolo contiene degli ottimi spunti. Nessun vulcanologo al mondo conosce il tipo di eruzione che farà il vesuvio semplicemente perchè non si può conoscere prima. Si parla di Probabilità per questo. Personalmente preferisco gli scenari. Se parliamo di scenari eruttivi allora vengono fuori tutte le magagne del piano di emergenza.

Mario Tozzi e i duemila anni di Napoli con il Vesuvio

Ieri sera Mario Tozzi ha trasmesso una puntata di “Fuori luogo” dedicata a Napoli: “duemila anni con il vulcano“. Il famoso geologo gira per i vicoli del centro, sale a San Martino, poi scende nel sottosuolo della città e nel Cimitero delle Fontanelle, sempre con lo sguardo rivolto al Vesuvio, per raccontare il rapporto tra la città e il suo territorio.
Con un paio di esperimenti-simulazioni illustra efficacemente il funzionamento del vulcano, facendo intuire i suoi (pesanti) effetti su un’area che negli ultimi 70 anni è stata fortemente urbanizzata.
Inoltre intervista vari esperti, tra i quali Gennaro di Paola, straordinaria memoria storica delle Quattro Giornate e dell’ultima eruzione (peccato che in 2 minuti non si riesca a cogliere la profondità di un incontro con un tale personaggio).
Infine, al “piano di emergenza” sono dedicati gli ultimi 2 o 3 minuti (la puntata dura 64′) e Tozzi non vi si sofferma adeguatamente; tuttavia dice una cosa corretta: sarà un “piano di esodo”, perché non si potrà tornare a vivere (a breve) sui luoghi della prossima eruzione.

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Clicca sull’immagine per accedere allo streaming sul website della RAI.

La puntata si intitola “Fuori luogo Napoli: duemila anni con il vulcano“, dura 01h04’57” ed è andata in onda il 28/07/2015. “Mario Tozzi viaggia nei luoghi chiave per capire questo incontro e per spiegare come i cambiamenti del pianeta hanno determinato anche cambiamenti nel nostro modo di vivere“.

Altre trasmissioni televisive dedicate al Vesuvio sono elencate in questo post, nonché qui e qui.

La dismisura del prossimo disastro

Ieri il “New Yorker” ha pubblicato un articolo di Kathryn Schulz su un prossimo, catastrofico, terremoto che colpirà la costa occidentale nordamericana, in particolare la zona di Seattle e Vancouver, tra gli stati dell’Oregon e di Washington negli USA e del British Columbia in Canada. Già un “big one” è atteso in California, lungo la famosa faglia di Sant’Andrea, ma quest’altro è definito “the real big one“, si muoverà lungo la zona di subduzione della Cascadia, renderà “irriconoscibile” quella regione del continente e causerà la morte di 13.000 persone, nonché il ferimento di altre 27.000. Com’è ovvio, queste cifre sono fintamente precise, emergono da scenari non univoci ed hanno un notevole tasso di aleatorietà (per la prossima eruzione vesuviana, ad esempio, c’è una compagnia di assicurazione che parla di 8.000 morti, ma ci sono altre proiezioni, riprese soprattutto dai siti web sensazionalistici, che hanno cifre molto più alte). Insomma, l’articolo non svela nulla di particolarmente inedito e si ferma sul punto di sempre: l’indeterminatezza sul quando. Intanto, però, quel testo – ben scritto e documentato storicamente – produce già ora delle reazioni sociali. “BuzzFeed” ne ha raccolte alcune, pubblicate su Twitter da persone “andate fuori di testa“.
Ora, come dovremmo reagire?
C’è chi invita ad abbandonare quelle terre e chi insinua un’operazione di speculazione immobiliare per abbassare i prezzi delle case. Oppure c’è chi prospetta emergenze perenni, per cui si dovrebbe vivere in un costante stato di allerta, o addirittura complete ricostruzioni con criteri antisismici (ma per quale magnitudo di riferimento? qual è la soglia accettabile? e per delle città costiere come ci si difende da uno tsunami?).
Ma potremmo cogliere questa occasione per riflettere anche sulla qualità della nostra cultura scientifica, sul ruolo predittivo della scienza, nonché sull’uso che i massmedia fanno di tali notizie, alimentando un’elaborazione sociale che sempre più di frequente passa per i socialmedia, ovvero in uno spazio libero, ma anche sbandato.
Ebbene, siamo sicuri che questi drammatici scenari (che potrebbero avverarsi domani o tra mille anni) aiutino a “prendere consapevolezza”? E, poi, consapevolezza di cosa esattamente? Che il nostro pianeta è vivo e che la crosta terrestre su cui abitiamo si muove? O che le nostre città sono vulnerabili in sé? O che tutto ciò è solo un’ulteriore forma della “culture of fear” di cui sperimentiamo quotidianamente innumerevoli sfumature: dalla politica all’ecologia, dal cibo alla sanità, dalla convivenza interetnica a quella famigliare? C’è un’inquietudine diffusa che sta diventando condizione di vita: ci troviamo costantemente all’ultima spiaggia, siamo perennemente alla vigilia di un’apocalisse, non vengono prospettati che scenari fuori misura (solo ieri circolava la pseudonotizia di una glaciazione nel 2030 e una settimana fa la Nutella faceva venire terribili malattie).
Studiando il caso del Vesuvio, mi sono fatto l’idea che la continua rincorsa dell’eccesso e l’uso di toni esorbitanti non fa che produrre vaghezza e incredulità, che a loro volta alimentano una precisa forma mentis: il sospetto. Questo, però, non è uno scetticismo inteso come postura intellettuale, bensì qualcosa che assomiglia alla caratteristica dei totalitarismi: un’erosione sociale dall’interno, uno svuotamento di senso che rischia di inaridire tutti e tutto.
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Un sunto in francese è stato pubblicato da Slate.fr, mentre io ne ho scritto sul mio fb.

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Il 15 luglio 2015 “Il Post” ha pubblicato un lungo articolo in italiano sul pezzo del New Yorker: Il terremoto che arriverà.
Tra i link dell’articolo c’è questo, che porta al trailer del film catastrofico “San Andreas”:

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INTEGRAZIONE del 24 luglio 2015:
Il webjournal francese “Slate.fr” ha pubblicato un lungo testo del meteorologo Eric Holthaus sul grande sisma oggetto dell’articolo del “New Yorker”: «Un gigantesque tremblement de terre peut-il vraiment rayer Seattle de la carte?».

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AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2016:
Kathryn Schulz, autrice dell’articolo pubblicato dal “New Yorker”, di cui ho parlato qui sopra, ha vinto il Premio Pulitzer 2016 per la categoria “Feature Writing”. La motivazione: “For an elegant scientific narrative of the rupturing of the Cascadia fault line, a masterwork of environmental reporting and writing“.

Interrogazioni parlamentari in merito al Vesuvio

Talvolta il Vesuvio approda in Parlamento. Tra le altre occasioni, negli ultimi anni ne hanno parlato in Aula la senatrice Poretti nel 2008 a proposito della costruzione dell’Ospedale del Mare, il senatore De Cristofaro nel 2014 sul rischio rappresentato dal vulcano e, poche settimane fa, la senatrice De Pin.

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Clicca sull’immagine per accedere al testo dell’Interrogazione.

Quest’ultima interrogazione chiede chiarimenti al governo in merito alle zone d’ombra del sistema di monitoraggio (scientifico) e di allarme (tecnico) del Vesuvio, ovvero sui rapporti tra l’INGV e il Dipartimento della Protezione Civile. In particolare, si domandano spiegazioni sul provvedimento disciplinare (con decurtazione dello stipendio) contro lo studioso Giuseppe Mastrolorenzo, “reo” di aver espresso pareri discordanti dalla linea generale dell’istituto di ricerca, ovvero di aver prospettato scenari eruttivi più catastrofici rispetto a quelli utilizzati per l’elaborazione del Piano di Emergenza del Vesuvio (la senatrice, in altre parole, domanda se tale punizione sia una forma di limitazione della libertà di studio e di espressione). Inoltre, l’interrogazione parlamentare reclama precisazioni sulla convenzione pluriennale (recentemente rinnovata fino al 2020) tra l’INGV e il DPC, e sulla gestione dei relativi fondi messi a disposizione degli scienziati.

Siccome il testo dell’interrogazione è piuttosto lungo, segnalo che una sintesi è qui.
Inoltre, dal momento che la questione è complessa, se non intricata, consiglio anche il commento che di questa vicenda ha scritto il blogger MalKo pochi giorni fa, il quale osserva: «Le istituzioni devono essere luoghi aperti alla politica e ai popoli in pari misura, senza omissioni e senza raccordi eccessivi con i poteri forti che amano l’attualità e il breve periodo piuttosto che gli investimenti sul futuro».

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INTEGRAZIONE del 9 giugno 2015:
Nel post linkato qui sopra, MalKo fa riferimento anche alla situazione dei Campi Flegrei, dove c’è un conflitto d’interessi tra enti di ricerca e progetti commerciali per la produzione di energia da fonti geotermiche. Ieri ne ha scritto anche Franco Ortolani, geologo dell’Università “Federico II” di Napoli, che dalle colonne del “Corriere del Mezzogiorno” ha spiegato come nei Campi Flegrei siano state individuate due aree nelle quali è possibile avviare ricerca e produzione di energia elettrica utilizzando le risorse geotermiche del sottosuolo. Il progetto, che è commerciale e non di ricerca scientifica, è della Società Geoelectric, in collaborazione con AMRA ed INGV-Osservatorio Vesuviano. Proprio questa partnership solleva dei dubbi, come ad esempio il seguente: “se INGV-Osservatorio Vesuviano è interessato alla realizzazione di un impianto per la produzione di energia elettrica da immettere sul mercato per ricavare profitto aziendale e, conseguentemente, essere retribuito dalla Geoelectric per le prestazioni offerte, può rappresentare ancora la Istituzione trasparente e al di sopra delle parti che garantisce la sicurezza dei cittadini?“.

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INTEGRAZIONE del 14 luglio 2015:
Carmine Alboretti riferisce sul website “Altrimondi” che Giuseppe D’Aniello, avvocato e fondatore-curatore del website “Meteovesuvio”, ha denunciato alcune lacune nel sistema di monitoraggio del Vesuvio svolto dall’Osservatorio Vesuviano, in particolare per quanto riguarda le fumarole sottomarine: QUI.