La doppia illusione della nuova zona rossa vesuviana

La “nuova zona rossa vesuviana” è un caso molto interessante per osservare le dinamiche della negoziazione politica intorno alla perimetrazione del rischio. Procediamo con ordine.

A fine dicembre 2012 la Protezione Civile e la Regione Campania hanno annunciato una nuova mappatura rispetto a quella del 1995, stavolta basata su un principio scientifico più esplicito, la cosiddetta “linea Gurioli”, dal nome della studiosa che ha analizzato la ricaduta di ceneri e altri prodotti vulcanici intorno al Vesuvio. Si tratta, in sostanza, di un cerchio che tocca 25 comuni, rispetto ai 18 precedenti (si veda la mappa), ufficializzato nel luglio 2013. E’ da specificare che la precedente perimetrazione del rischio seguiva i confini esterni dei comuni interessati, per cui ne risultava una linea frastagliata e incomprensibilmente deforme rispetto alla circonferenza del vulcano. La nuova linea, invece, abbandona la sovrapposizione ai confini comunali e dichiara “zona rossa” solo il territorio posto al suo interno. Ciò ha avuto due effetti: l’aumento del numero di comuni coinvolti (da 18 a 25, appunto) e una maggior confusione in merito alla pianificazione dell’emergenza e alla gestione urbanistica dei territori parzialmente coinvolti dalla “linea Gurioli”. Ne è derivata una doppia illusione: da un lato il numero di comuni è cresciuto, ma la superficie della zona rossa non si è allargata; dall’altro lato il numero di abitanti da evacuare viene ritenuto molto più alto perché calcolato sommando le intere popolazioni dei comuni “a rischio”, mentre invece, a rigore, dovranno essere sfollati solo coloro che risiedono all’interno della “black line” (e la cui entità, al momento, è semplicemente sconosciuta).
E’ in questa congiuntura che si sviluppa la negoziazione della perimetrazione del rischio di cui ho scritto anche in passato: esistono diversi comuni che sono toccati solo in parte dalla “linea Gurioli” e i loro amministratori – come tutti noi, d’altronde – non hanno ancora ben chiaro se le leggi restrittive in materia edilizia e le procedure di emergenza dovute allo speciale status della zona rossa siano da applicare all’intero territorio comunale o solo ad una parte di esso.

Il primo comune a sollevare obiezioni sulla nuova zona rossa è stato Scafati, sfiorato dalla “linea Gurioli” (si veda la mappa): nel gennaio 2013 il sindaco Pasquale Aliberti si è “ribellato” alla nuova perimetrazione sostenendo che “Scafati prova a uscire dall’area a rischio” (di Floriana Longobardi, in “Il Mattino”, 16 gennaio 2013), una posizione critica che l’assessore regionale alla Protezione Civile Eduardo Cosenza ha provato a riassorbire nel febbraio 2013, quando in un convegno ha spiegato che: “Scafati rientra sì nella zona rossa, ma in quella di tipo due. In pratica nella cittadina al confine di Pompei, arriverebbero solo ceneri (e non lava o fuoco) e quindi basterà̀ prevedere delle modifiche alle norme tecniche per quella determinata area, ed il gioco sarà̀ fatto” (in “Agro24”, 11 febbraio 2013).
La moltiplicazione delle definizioni (zona rossa, gialla, 1, 2 e così via) ha creato una certa confusione che è conveniente riordinare: la “zona rossa 2” (ovvero la quota di territorio esterna alla “linea Gurioli” nei comuni che sono marginalmente toccati da questa) è, in sostanza, la vecchia “zona gialla”, per cui, se Scafati è stata – ma con quale atto? – estromessa per intero dall’area a più alto rischio, nulla cambia dal punto di vista urbanistico e della pianificazione dell’emergenza rispetto alla situazione delineata nel 1995, sebbene tale comune rientri ancora nel nuovo elenco di quelli gemellati con altre regioni italiane, dunque da evacuare (in Sicilia) in caso di allarme.

Ai primi di maggio 2014 c’è stato il caso (questo sì, ufficiale) di Boscoreale (che è un comune già presente per intero nella precedente zona rossa), a cui il Tribunale Amministrativo della Regione Campania ha riconosciuto il diritto di distinguere il proprio territorio tra quello interno alla “linea Gurioli” e quello esterno, ovvero di sottoporlo a due diversi regimi urbanistici, che per Boscoreale, in sostanza, significa riavviare l’edilizia dopo quasi vent’anni di blocco. Come ha ben spiegato Malko (il 13 maggio 2014, ma lo aveva preannunciato già un anno prima, il 28 maggio 2013), a questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.

La morale di questa situazione è che, a dispetto della retorica razionalista, ogni zona a rischio può essere modificata come se si trattasse di un elastico: a piacimento o, per meglio dire, a peso politico. Nulla di nuovo, per la verità: come ho ripetuto più volte, ogni perimetrazione del rischio è una contrattazione che, per quanto possa partire da princìpi scientifici, poi se ne distanzia, talvolta anche parecchio. E’ un concetto da ribadire per evitare di cadere nell’illusione che le zone rosse siano rigorosamente scientifiche, ovvero razionali, “oggettive”. Al contrario, come dimostra il caso del Vesuvio, l’area a più alto rischio viene continuamente modificata, tirata, slabbrata, talvolta derogata, per opportunità o convenienza, in una proliferazione di norme, etichette, procedure e di livelli ufficiali e ufficiosi che si sovrappongono, si sommano e si confondono, lasciando in un limbo di ambiguità i cittadini, trattati alla stregua di pedine di un risiko vesuviano giocato da amministratori alla conquista, o alla difesa, di poltrone.

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INTEGRAZIONE:
Proprio oggi, anche Ciro Teodonno ha scritto su questo tema: “Siamo realmente convinti che le nuove modifiche al piano d’emergenza vesuviano abbiano come reale intenzione quella della gestione del rischio vulcanico o l’unico pericolo che si affronterà sarà quello dell’aumento della speculazione edilizia?” (“Il bluff della zona rossa“, in “Il Mediano”, 24 maggio 2014).

INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

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7 thoughts on “La doppia illusione della nuova zona rossa vesuviana

  1. “Il Mediano”, 24 maggio 2014, QUI

    IL BLUFF DELLA ZONA ROSSA
    Siamo realmente convinti che le nuove modifiche al piano d’emergenza vesuviano abbiano come reale intenzione quella della gestione del rischio vulcanico o l’unico pericolo che si affronterà sarà quello dell’aumento della speculazione edilizia?
    di Ciro Teodonno

    Quando si parla di Vesuvio accade un qualcosa che, a Napoli, verrebbe ben definita con l’espressione ‘e se regnere a vocca! Sì, perché se ne fa di certo un gran parlare, ci si fregia del vessillo, quello del suo inconfondibile profilo ma poi, spesso, non si fa altro che diffondere un luogo comune, senza sapere di cosa si stia parlando. Fin qui, poco male, chiunque è libero di dare libero sfogo alla sua immaginazione e interpretare il Vulcano per eccellenza così come si vuole, salvo assumersene la responsabilità quando si fa prevalere allarmismo o disinformazione. Il problema maggiore però non è tanto quello della cattiva informazione, quella ci sarà sempre come del resto quella buona, ma soprattutto è da temere quello di una cattiva cultura del rischio e quello ben peggiore di una cattiva politica del territorio che ad essa si associa.
    Da mesi non si fa altro che parlare del piano d’emergenza per il rischio vulcanico e per decenni (13 anni per l’esattezza) si è portato avanti un piano d’evacuazione fantasioso e soprattutto col forte dubbio di aver tenuto in conto più gli interessi di palazzo che quelli reali, quelli di un inerme quanto assopita popolazione. Infatti, mentre si esaltano i nuovi gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane, inseriti anche nelle procedure del precedente piano ma con mete diverse (link foto1 e 2), si dimentica di leggere tra le righe e di capire che, ancora una volta, c’è il rischio che a prevalere siano più gli interessi di parte che quelli comuni.
    Infatti come già qualcuno ha fatto opportunamente notare (http://rischiovesuvio.blogspot.it/2013/05/vesuvionuova-zona-rossa.html), anche stavolta, i problemi nascono dalla perimetrazione della cosiddetta Zona Rossa ovvero quell’area all’interno della quale potrebbero abbattersi i terribilmente distruttivi flussi piroclastici, nonché le tanto enfatizzate ma meno temibili colate laviche e ovviamente tutto quello che un eruzione può comportare. Ma, mentre prima, nel piano del 2001, ci si atteneva assurdamente ai confini amministrativi, ponendo ad esempio la fabbrica di San Pietro dell’Ospedale del Mare in Zona Gialla, per poterlo edificare a soli 8 chilometri dal Cratere, o creando un enclave gialla pomiglianese nella zona rossa si Sant’Anastasia, oggi stiamo punto e accapo! Sì perché la smania edificatrice e cementifera della monocultura locale ha fatto sì che si creasse un nuovo inghippo nell’attuale riordino del piano d’emergenza.
    Ora accadrà infatti che con l’innovativa linea Gurioli (dal nome della geofisica Lucia Gurioli, i cui studi sulla ricaduta delle ceneri delle eruzioni passate sono stati utilizzati dalla Protezione Civile e la Regione Campania per rideterminare la nuova zona rossa/R1) non avremo (almeno del tutto) una suddivisione amministrativa delle aree di rischio ma una che terrà presente le proporzioni di un evento eruttivo pari almeno a quello del 1631. Ne scaturisce quindi una Zona Rossa, R1, che racchiude i 18 comuni “storici”, quelli del precedente piano, più parte dei comuni di Scafati (SA), Pomigliano d’Arco, Nola, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e dei tre quartieri napoletani di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, portando a 25 i comuni della nuova Zona Rossa. In più è stata istituita la R2, la Zona Rossa 2, soggetta prevalentemente al rischio delle ceneri (alla ricaduta del materiale piroclastico). Ed è qui che casca l’asino o per meglio dire: qui gatta ci cova! Infatti, nei due unici comuni R2, Scafati (che pare voglia uscirne) e Poggiomarino, sarà possibile continuare a costruire, magari costruendo tetti a spiovente, per evitare cedimenti strutturali, o, più probabilmente, aumentando cubature se non di più.
    Ma cosa accade? Accade che alcuni comuni della vecchia zona rossa, là dove non si dovrebbe costruire, sono attraversati anch’essi dalla linea Gurioli e confinano largamente con i due suddetti municipi R2, ma in questi R1, come non a caso a Boscoreale che si incunea nella R2, non è possibile costruire, mentre a Scafati, Poggiomarino e nei comuni della Zona Gialla e in quei nuovi comuni “rossi” attraversati solo parzialmente dalla linea nera della Gurioli (Palma Campania, Nola, e i tre quartieri di Napoli) sì, sarà possibile farlo, lasciando orfane del mattone le diciotto circoscrizioni della zona rossa propriamente detta (R1). Accade quindi che Boscoreale fa ricorso al TAR, e lo vince, creando in tal modo un pericoloso precedente per tutti coloro che vorranno acquisire l’edificabilità in Zona Rossa. Potrebbe essere il caso di Pompei, Somma Vesuviana o Sant’Anastasia (che gioia per qualcuno!) sta di fatto, che in un modo o nell’altro, all’ombra del Vesuvio non si fa altro che ragionare in termini di cemento e affini.
    Il tutto andrà poi inquadrato nel già disastrato contesto vesuviano, là dove, in R1 l’abuso edilizio non è mai mancato, come purtroppo ovunque nei 25 comuni vesuviani, dove non si contano i casi di superfetazioni e abusi veri e propri, sottaciuti, tollerati o in certi casi sostenuti.
    Noi abbiamo dalla parte nostra il tempo, che mai come stavolta è galantuomo ma non facciamocelo nemico. Mentre si discute su R1 ed R2, nel Vesuviano si continua a costruire abusivamente, mentre ci si bea dei gemellaggi, al mare o in montagna che siano, presso regioni che non sapranno e non organizzeranno mai nulla per accoglierci, così come in passato s’è fatto con i precedenti abbinamenti regionali, si sta delineando un nuovo scenario, ma con un piano che non sarà mai calibrato sull’immagine reale della zona di rischio vulcanico. Ma per quanto tempo ancora vivremo di questa rendita?

  2. Intanto, la politica regionale ha annunciato che “la nuova zona rossa è entrata in vigore”. Boh?

    “Corriere del Mezzogiorno”, 17 maggio 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO, IN VIGORE LA NUOVA ZONA ROSSA
    Comprende 25 comuni della provincia di Napoli e di Salerno (7 comuni in più rispetto al piano del 2001). La mappa dei gemellaggi con altre regioni
    di Redazione

    NAPOLI – «È entrata in vigore ufficialmente la nuova zona rossa del Vesuvio». Ne dà notizia l’assessore alla Protezione civile della Regione Campania Edoardo Cosenza, alla luce della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Direttiva approvata dal presidente del Consiglio dei Ministri il 14 febbraio scorso che stabilisce l’area da evacuare in via cautelativa in caso di ripresa dell’attività eruttiva, e individua i gemellaggi tra i Comuni della zona rossa e le Regioni e le Province Autonome che accoglieranno la popolazione evacuata. «Entro 45 giorni, il Dipartimento Nazionale di Protezione civile, d’intesa con la Regione Campania e sentita la Conferenza Unificata, fornirà indicazioni alle componenti e alle strutture operative per aggiornare le pianificazioni di emergenza in caso di evacuazione della zona rossa. Per farlo, queste avranno quattro mesi di tempo. «La nuova zona rossa – ha ricordato Cosenza – comprende i territori di 25 comuni della provincia di Napoli e di Salerno, ovvero 7 comuni in più rispetto ai 18 previsti dal Piano di emergenza del 2001. Alcuni comuni della nuova zona rossa sono stati considerati interamente, sulla base dei loro limiti amministrativi; per altri, i Comuni stessi, d’intesa con la Regione, hanno individuato solo una parte di territorio».
    TUTTI I COMUNI A RISCHIO – La zona rossa è l’area da evacuare cautelativamente in caso di ripresa dell’attività eruttiva del Vesuvio, in quanto ad alta probabilità di invasione da parte di flussi piroclastici ed elevato rischio di crolli delle coperture degli edifici per accumuli di depositi di materiale piroclastico. Comprende 25 comuni delle province di Napoli e Salerno ed in particolare, per intero i territori dei comuni di: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Palma Campania, Poggiomarino, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Gennaro Vesuviano, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, e Scafati e parte dei territori dei comuni di: Napoli (parte della circoscrizione di Barra – Ponticelli – San Giovanni a Teduccio), Nola e Pomigliano d’Arco (enclave nel territorio di Sant’Anastasia).
    LE NORME – «Le disposizioni in vigore da oggi riguardano: l’area da sottoporre ad evacuazione cautelativa per salvaguardare le vite umane dagli effetti di una possibile eruzione, soggetta ad alta probabilità di invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) e di crolli delle coperture degli edifici per importanti accumuli di depositi di materiale piroclastico (zona rossa 2), ed individuata complessivamente quale «zona rossa»; l’assistenza alla popolazione dell’area vesuviana cautelativamente evacuata, che viene attuata anche ai gemellaggi, ossia all’accoglienza garantita da altre Regioni e province autonome; le indicazioni per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza»
    .

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    Altri ancora (Senatore Peppe De Cristofaro, SEL), invece, hanno presentato in Senato una interrogazione che “denuncia l’inadeguatezza degli attuali modelli scientifici alla base del Piano Nazionale di emergenza e lamenta l’assenza di un’unica cabina di regia per il coordinamento delle diverse disposizioni comunali in materia di evacuazione”.

    “Il Mediano”, 21 maggio 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO: PRESENTATA IN SENATO INTERROGAZIONE AL GOVERNO
    Il senatore De Cristofaro chiede al Presidente del Consiglio di attivarsi per rivedere il Piano Nazionale di emergenza. “Atto importante per noi cittadini residenti nella zona rossa”, commenta Casillo, capogruppo del Collettivo VoceNueva
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    A poco più di un mese dal partecipato dibattito sul “Rischio Vesuvio” organizzato dal Collettivo VoceNueva a San Giuseppe Vesuviano, il senatore Peppe De Cristofaro (SEL), intervenuto all’incontro, ha presentato il 14 maggio un’interrogazione indirizzata al Presidente del Consiglio, avente come oggetto il piano nazionale di emergenza dell’area vesuviana e dell’area flegrea.
    Nel corso dell’evento del 29 marzo, a cui aveva partecipato anche il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano, erano state esaminate le criticità dell’attuale Piano nazionale di emergenza, le recenti disposizioni del governo e il bando della Regione Campania che ha stanziato 14 milioni di euro destinati ai comuni coinvolti nella cosiddetta “zona rossa” per interventi relativi al piano d’evacuazione.
    L’interrogazione denuncia l’inadeguatezza degli attuali modelli scientifici alla base del Piano Nazionale di emergenza e lamenta l’assenza di un’unica cabina di regia per il coordinamento delle diverse disposizioni comunali in materia di evacuazione. Il senatore De Cristofaro sollecita inoltre la Protezione Civile a dare nuove indicazioni operative per l’aggiornamento del Piano Nazionale e chiede al Presidente del Consiglio di attivarsi al fine di rivedere il Piano Nazionale di emergenza nel suo complesso per prevenire il più possibile i rischi derivanti da una possibile eruzione.
    “L’interrogazione presentata dal senatore De Cristofaro – spiega Agostino Casillo, capogruppo in consiglio comunale – rappresenta per noi cittadini residenti nella “zona rossa” un atto importante in quanto pone all’attenzione del Governo nazionale il tema del rischio Vesuvio che non può essere considerato una questione solamente locale. Il pericolo potrebbe interessare milioni di persone. Il Governo deve rispondere in modo adeguato”.
    “Speriamo che tutte le istituzioni coinvolte nella definizione del nuovo Piano Nazionale si attivino per dare risposte concrete e nel più breve tempo possibile”, conclude Antonio Borriello, consigliere dello stesso gruppo. “Voglio inoltre evidenziare che questa azione è nata grazie alla sollecitazione dei tanti sangiuseppesi che sono intervenuti all’evento del 29 marzo. E’ la dimostrazione che quando la politica è attenta alle istanze del territorio, le cose si possano fare”
    .

  3. Blog “Rischio Vesuvio”, 31 maggio 2014, QUI (nell’articolo originale sono presenti anche ulteriori link di approfondimento)

    RISCHIO VESUVIO: LA SOAP OPERA DEL PERICOLO
    di MalKo

    La piega che stanno prendendo gli avvenimenti che riguardano il rischio Vesuvio ancora non sembra quella giusta. Il goffo tentativo di far quadrare il cerchio della sicurezza con altri interessi meno nobili, sta esponendo un gran numero di persone a un evento da cigno nero, in modo direttamente proporzionale e nella migliore delle ipotesi al passare dei decenni. Alla base di tutto l’incapacità degli amministratori nel gestire il territorio secondo semplici regole di prevenzione. Giorno dopo giorno la sagra delle zone rosse ad andamento variabile e dei piani d’emergenza a cucù, si arricchisce di nuovi colpi di scena, come la più seguita delle soap opera televisive…

    La vecchia zona rossa (Fig.A) composta da 18 comuni, era criticata perché i confini dell’area a maggior rischio seguivano quelli amministrativi comunali. E’ stata così adottata a cura della commissione grandi rischi, una nuova perimetrazione basata su una soglia scientifica offerta dalla famosa linea nera Gurioli. Un tracciato e non una barriera, che circoscrive un perimetro vulcanico entro il quale bisogna annoverare la possibilità che sia invaso e superato dai flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana… solo invaso se l’evento è sub pliniano.
    Per tracciare la linea Gurioli sono state eseguite indagini sul campo utili per marcare i punti di massimo scorrimento raggiunti dalle colate piroclastiche staccatesi dal cratere sommitale durante le eruzioni di una certa portata (VEI 4), ma non quelle massime conosciute… I punti di fine corsa sono stati poi uniti sulle mappe, così come si fa con alcuni passatempi enigmistici, per dare forma a una linea e ancora a un’area di massima pericolosità chiamata zona rossa 1, che circoscrive il Vesuvio toccando o tagliando ben 25 comuni della metropoli partenopea. La zona rossa 1 sarebbe quella vermiglio, la più pericolosa, quella dove possono abbattersi i micidiali flussi piroclastici.

    La linea Gurioli sovrapponendosi alla vecchia zonazione rossa (fig.B) non ha coinciso ovviamente con i confini amministrativi, creando delle sperequazioni territoriali che non hanno migliorato di molto le discrepanze precedenti, e creandone addirittura altre di segno opposto…

    Per cercare di chiarire al meglio i concetti che riguardano questo guazzabuglio burocratico, bisogna guardare il disegno in (fig. X) che riporta a mo’ d’esempio le aree di due ipotetici comuni (A e B) di fresca nomina toccati o trapassati dalla linea nera Gurioli. La norma inizialmente prevedeva per tali municipalità la classificazione immediata e totale di tutta la superficie in zona rossa 1, anche per la parte eccedente la black line. Agli stessi comuni però, è stato poi consentito entro il 31 marzo 2013, di modificare il confine della zona rossa 1 segnato dalla linea nera Gurioli, in modo da evitare che passasse su luoghi anonimi e vaghi preferendo piuttosto elementi noti come strade e canali e acquedotti, per favorire una maggiore riconoscibilità dei limiti d’invasione dei flussi piroclastici. Con tale arbitrio, si offriva ai comuni la possibilità di decidere quali parti di territorio sacrificare alla zona rossa 1. L’unico vincolo per tale rivisitazione ovviamente, consisteva nel presupposto che la linea Gurioli può dilatarsi e ampliarsi (assumendola concettualmente come limite di pericolo e non di deposito) ma non restringersi verso il monte.
    Sussiste una differenza però: continuando con l’esempio, guardate la figura Y. I nostri due ipotetici comuni (A) e (B) che potrebbero ad esempio essere Napoli (A) e Poggiomarino (B), sono riusciti in qualche modo, “lucrando” sulla fascia di rispetto, a far coincidere o quasi la zona rossa 1 con la linea nera Gurioli.
    Al di là della zona rossa 1 però, il comune (A) vede il proprio territorio in zona gialla e quello del comune (B) in zona rossa 2.
    Nello scenario vesuviano tutto quello che è fuori dalla zona rossa o R1, vecchia o nuova che sia, è automaticamente in zona gialla, ad eccezione del settore circolare che in figura definisce appunto l’area R2, posta a est del Vesuvio e su cui dobbiamo concentrare tutta la nostra attenzione.

    Il settore circolare R2 (colorato in marrone), identifica la zona che in caso di eruzione può essere soggetta a una considerevole pioggia di cenere e lapilli che potrebbe raggiungere intensità tali da rendere impossibile la permanenza dei cittadini in loco e già nelle prime fasi dell’eruzione. Crollo dei tetti, amplificazione degli effetti sismici dovuti all’innaturale peso sulle coperture e fastidi anche serissimi alla respirazione e alla vista, non consentirebbero infatti di “imbastire” un’evacuazione sul momento e in un contesto di panico diffuso. Già il panico: quello che i pianificatori non trattano nelle loro dotte disquisizioni. Quando il Vesuvio incomincerà a vibrare anche tra un secolo o due, ci sarà una ressa infernale e le statistiche serviranno a poco, perché tutti vorranno mettere quanta più distanza è possibile tra loro e l’incognita (VEI 3,4,5…?) che sarà svelata solo a eruzione fatta.
    Il settore circolare R2 è quello dove statisticamente il fenomeno della pioggia di prodotti piroclastici potrebbe abbattersi pericolosamente, in ragione dei venti stratosferici dominanti. Non è un caso, infatti, che nei primi anni ’90 il comune di Poggiomarino era già contemplato tra i comuni a rischio vulcanico da zona rossa: lo dicevano e lo dicono le spesse coltri di lapillo nelle campagne… Per quanto riguarda le sperequazioni territoriali, non è assurda l’ipotesi che anche il comune di Striano dovrebbe entrare in zona rossa 2 così come una parte di Sarno.
    Le zone pericolose sono diventate due: la zona rossa 1 e la zona rossa 2. Questo spiega perché il piano d’evacuazione dovrà essere esteso ai 25 comuni della zona rossa totale, così come previsto dagli atti ufficiali. Quindi non già un’estensione della tradizionale zona rossa ma l’inserimento di un ulteriore settore a rischio.

    Per capire meglio il bailamme delle zone e le varie furberie che accompagnano le scelte e le non scelte di una certa classe politica, è necessario ripartire dalla legge Regionale Campania N° 21 del 10/12/2003, che proibisce qualsiasi attività edile per uso residenziale nei territori a maggior rischio vulcanico.
    Nella figura Y, si apprezza la zona rossa 1 (R1) che è quella come detto d’inedificabilità totale. La zona rossa 2 (R2) compresa nel settore circolare invece, è stata classificata meno pericolosa… Non tanto, però, da non sancirne l’evacuazione in caso di allarme vulcanico. Ovviamente tutto questo architettismo zonale è stato elucubrato per evitare la mannaia della legge sull’inedificabilità residenziale preventiva almeno nella zona Rossa 2, dove si può allegramente continuare a fabbricare a ridosso della linea Gurioli, magari con lo spiovente, e con un’anta della finestra che all’apertura supera la linea nera…

    Ciò che lascia veramente perplessi è la totale assenza di politiche di prevenzione. Se la comunità scientifica ha sancito che nel breve-medio termine eventuali flussi piroclastici statisticamente e non matematicamente non dovrebbero dilagare oltre la linea nera Gurioli, ciò non vale per gli anni a venire. Secondo alcune logiche commisurate ai tempi di quiescenza, la linea Gurioli che non è un limite di pericolo ma è stata utilizzata come tale, si sposterà in avanti col passare degli anni. E i decenni, si badi bene, non sono eternità…
    Se da un lato discutiamo sulla perimetrazione della zona rossa 2, d’altra parte ci sono popolosi comuni come Portici, Ercolano o Torre del Greco che sono ubicati e per tutto il perimetro amministrativo in zona a totale invasione dei flussi piroclastici. Per loro l’unica chance di salvezza è un efficace piano d’evacuazione che al momento non c’è.
    La recentissima sentenza del TAR che da ragione al comune di Boscoreale che vuole metà territorio in zona rossa 2, ha determinato un precedente che sarà seguito da altre municipalità portando a un restringimento della zona rossa. Ovviamente i giudici non sono esperti di vulcani e di emergenza e di pianificazione del territorio, e quindi non potevano sentenziare diversamente.
    Pensate però, che mentre la zona Rossa 1 diventa micidiale con eruzioni di tipo VEI 4 e VEI 5 (indice di esplosività vulcanica), la zona Rossa 2 diventa pericolosa e, quindi, da evacuare già a un livello eruttivo minore (VEI 3). Un’intensità ritenuta tra l’altro come la più probabile nel medio termine…

    Il Prefetto Gabrielli ha presentato in commissione ambiente al senato una buona relazione sullo stato dell’arte a proposito del rischio vulcanico in Campania e sui fondali tirrenici. Il capo dipartimento alla fine delle sue disquisizioni, sembra che abbia lasciato intendere con qualche misuratissima parola, che le amministrazioni locali forse non fanno per intero il loro dovere. Un modo per dire che le inefficienze non possono essere imputate solo allo Stato centrale. Il nostro pensiero è completamente diverso e riteniamo il Dipartimento della Protezione Civile responsabile della mancanza di sicurezza in area vesuviana e non da oggi. Il ruolo di centralità che compete al noto dicastero nella stesura del piano di emergenza nazionale Vesuvio, che doveva comprendere anche quello di evacuazione, è difficilissimo scaricarlo altrove.
    Nella commissione al senato il Prefetto Gabrielli avrebbe dovuto togliersi la scarpa e batterla sul tavolo, per dire che il primo anello della sicurezza è la prevenzione, e non può esserci gioco o indifferenza politica in un contesto areale dove ogni malaccorta mossa può rivelarsi un azzardo per migliaia e migliaia di persone

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  7. Blog “Rischio Vesuvio”, 3 maggio 2015, QUI

    RISCHIO VESUVIO: LA ZONA ROSSA SUI BANCHI DEL CONSIGLIO DI STATO
    di MalKo

    Il 4 giugno 2015 dovrebbe esserci un interessante dibattito innanzi al Consiglio di Stato tra il Comune di Boscoreale e la Regione Campania ad oggetto la zona rossa Vesuvio. Alla base della diatriba c’è la sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), che ha dato ragione al Comune di Boscoreale circa il diritto ad estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio, quella parte di territorio boschese che va oltre la linea nera Gurioli. In questo modo il comune vesuviano sfuggirebbe parzialmente alla morsa della legge regionale campana n° 21 del 2003. Questa legge infatti, vieta di edificare per uso residenziale nella plaga ad alto rischio vulcanico.
    La Regione Campania ha proposto ricorso al Consiglio di Stato che a sua volta ha ritenuto necessario sospendere la sentenza (periculum in mora), indicendo un dibattito pubblico per approfondire aspetti giudicati di tutto rispetto per la sicurezza delle popolazioni esposte.
    Siamo stati facili profeti nell’ipotizzare questa querelle, perché riteniamo di conoscere in buona parte i cui prodest che regolano le azioni di alcuni politici e amministratori pubblici, particolarmente protesi nella corsa alla cementificazione del territorio e al condono edilizio che racchiude aspettative da barattare col consenso elettorale.
    Per spiegare che cosa si andrà a dibattere, dobbiamo procedere con una piccola cronistoria degli eventi scientifici, tecnici e politici, che hanno portato il Dipartimento della Protezione Civile, la Regione Campania, l’INGV e la Commissione Grandi Rischi, a produrre una serie di documenti poi sfociati nelle nuove direttive ad oggetto scenari eruttivi e nuova zona rossa.
    La zona rossa Vesuvio, cioè quella a massima pericolosità vulcanica, negli anni 90’ era composta dai 18 comuni riportati nella figura a lato. Una conformazione scarlatta molto criticata perché utilizzava i confini amministrativi come limite alle dirompenze vulcaniche.
    Nel 2003 l’assessore Marco di Lello propose e ottenne il varo della legge n° 21 che bloccava e blocca di fatto l’edilizia ad uso residenziale nei territori vesuviani a maggior rischio. L’articolo 1 del disposto recita testualmente così: “La presente legge si applica ai comuni rientranti nella zona rossa ad alto rischio vulcanico della pianificazione nazionale d’emergenza dell’area vesuviana del dipartimento della protezione civile – prefettura di Napoli – osservatorio vesuviano”.
    Il Dipartimento della Protezione Civile (DPC), come abbiamo più volte segnalato, è uno degli attori principali di questa storia, ed è anche il soggetto giuridico su cui grava la responsabilità del piano nazionale d’emergenza Vesuvio.
    Per definire i territori a rischio vulcanico, e, quindi, la zona rossa, il dipartimento si è avvalso di un’apposita commissione legata al piano d’emergenza (Gruppo A), che ha prodotto un elaborato tecnico scientifico posto poi al vaglio della Commissione Grandi Rischi per il rischio vulcanico (CGR – SRV). A quest’ultimo consesso di esperti infatti, è demandato l’ultimo autorevole parere sugli argomenti di particolare rilevanza per la sicurezza.
    La Commissione Grandi Rischi ha concluso che la zona a massima pericolosità vulcanica, cioè quella invadibile dalle colate piroclastiche, nel nostro caso (Vesuvio) poteva ritenersi congrua a quella circoscritta dalla linea nera Gurioli. Il Dipartimento della Protezione Civile ha quindi fatto sue queste conclusioni, assegnando a questo segmento a tratti curvilineo, la funzione fondamentale per quanto discutibile di limite di pericolo.
    La linea nera Gurioli che vedete nella figura soprastante, è un segmento geo referenziato nato da indagini campali e segna i limiti di scorrimento dei flussi piroclastici per eruzioni di energia VEI 4.
    Quasi contemporaneamente, alcuni ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, hanno effettuato specifiche elaborazioni statistiche indicando da qui a un secolo un’eruzioni ultra stromboliana (VEI 3) come quella più probabile, mentre una sub pliniana di energia VEI 4 come quella massima di riferimento. Il Dipartimento ha quindi accettato questa proiezione statistica e anche la linea Gurioli che da limite di deposito si è trasformata incredibilmente in un limite di pericolo. In conclusione possiamo dire con certezza che si è assegnato con qualche azzardo un valore deterministico al pericolo eruttivo.
    D’altra parte nel momento in cui è stata rivisitata la zona rossa ad alto rischio vulcanico, il risultato immediatamente apprezzabile che si evince dalle mappe fin qui pubblicate, è quello di un restringimento del settore a maggior rischio vulcanico, perché le superfici inglobate dalla linea nera Gurioli sono nettamente inferiori alle superfici eccedenti la stessa linea. Infatti, guardando la figura sottostante, si identifica immediatamente la nuova zona rossa che, come abbiamo più volte chiarito, è quella circoscritta proprio dalla linea Gurioli. All’interno del segmento asimmetrico, si apprezzano delle piccole aree rosse che sono porzioni di territorio entrate recentemente nella classificazione ad alto rischio vulcanico (Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, Nola, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania e Poggiomarino). Di contro, le aree color testa di moro sono quelle uscite dalla classificazione scientifica di alto rischio.
    Il 4 giugno 2015 il Comune di Boscoreale chiederà il rispetto della sentenza che gli ha riconosciuto il diritto di estrapolare quella parte del proprio territorio eccedente la linea nera, dalla nuova zona rossa che classifica, lo ribadiamo ancora una volta, il territorio ad alto rischio vulcanico. Con la favorevole sentenza emessa dal TAR Campania, questo settore boschese acquisirebbe alla stregua di Poggiomarino e Scafati, lo status di zona rossa 2 (R2). Nulla cambierebbe ai fini dell’evacuazione preventiva in caso di allarme vulcanico, ma crollerebbero i vincoli di inedificabilità previsti dai disposti della legge regionale 21 del 2003.
    Richiamando principi di equità e di diritto, siamo convinti che la Regione Campania non può sostituirsi all’autorità scientifica nella definizione e nella classificazione delle zone ad alto rischio, soprattutto utilizzando confini non circolari ma sinusoidali. L’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza è lecito pensare che può proporre un cambio della legge 21/03, ma non siamo certi che possa procedere a forzature di classificazione del territorio, palesando concetti di maggiore tutela che varrebbero stranamente per un comune e non per l’altro. La realtà è che involontariamente o maliziosamente è stato veicolato alla stampa il concetto propagandistico dell’allargamento della zona rossa Vesuvio, forse perché sarebbe stato di qualche imbarazzo ammettere che il nuovo settore a rischio nei fatti è più piccolo della precedente perimetrazione…
    La Regione Campania a cui spetta in aula confutare le tesi avverse, dovrebbe innanzitutto spiegare, atteso una certa linearità distanziale dei tre comuni dalla bocca eruttiva del Vesuvio (fig. Y), come mai alle municipalità di Poggiomarino e Scafati non vengono assegnati gli stessi criteri di iper garantismo che invece vengono invocati per Boscoreale e comuni similari, indicati (abnormità) come già avvezzi alle rinunce nel campo dell’edilizia… Ancora più assurda è la situazione di Pompei, che dovrebbe essere quasi per intero fuori dalla nuova zona rossa; lo stesso vale anche per Torre Annunziata e poi Somma Vesuviana e Sant’Anastasia. Su questi comuni infatti, grava una palese discriminazione che a torto o a ragione, ha avuto negli anni delle notevoli implicazioni economiche.
    Qualche giorno fa nell’ambito di un convegno ad oggetto il rischio vulcanico napoletano, l’assessore Edoardo Cosenza nel rispondere a una domanda proveniente dal pubblico in sala, ci sembra che ebbe a chiarire succintamente che sui suoli di Bagnoli (caldera del super vulcano Campi Flegrei), si potrà costruire anche nel senso residenziale perché la legge 21 del 2003 che vieta l’edificazione nella zona ad alto rischio vulcanico, vale per il Vesuvio ma non per il vulcano flegreo… La legge non può essere semplicemente estesa ad altri distretti vulcanici per logica, ha affermato… Questa puntualizzazione non depone a favore della Regione. Infatti, proprio perché la legge è legge, i disposti della norma sull’inedificabilità nella zona ad alto rischio vulcanico, devono applicarsi solo ai territori compresi all’interno della linea nera Gurioli, che non può essere allargata per logica politica, soprattutto se non c’è equità di trattamento delle municipalità limitrofe, ovvero supporto scientifico di riferimento.
    Certamente il nostro atteggiamento sulla faccenda non è motivato da ripensamenti sui danni prodotti dal cemento ristoratore. Anzi…con queste precisazioni pedisseque vogliamo semplicemente dimostrare che sul rischio Vesuvio pesa la politica del guazzabuglio e dei colpevoli silenzi anche della carta stampata usuale e specializzata. Sull’area vesuviana bisogna sciogliere molti nodi scientifici, tecnici, politici e informativi. La gente sappia che si sta dando molto spazio alla strategia della previsione dell’evento vulcanico come misura di tutela assoluta, abbandonando completamente la prevenzione delle catastrofi: una complessa multidisciplinarietà che richiede tempo e rinunce e poca visibilità.
    La linea nera deve trasformarsi in un cerchio e passare da segmento puntiforme a fascia di rispetto come suggerisce la stessa Lucia Gurioli. Una fascia circolare e ampia in una misura che dovrà essere stabilita a cura di un consesso di scienziati nazionali, internazionali e preferibilmente senza particolare dipendenze finanziarie sui progetti di ricerca.
    Per quanto riguarda il restringimento della zona rossa non si faccia confusione con l’allargamento della zona da evacuare che sono due cose completamente diverse che nascondono una ipocrisia di fondo che tratteremo presto.
    Il nostro parere è che il Consiglio di Stato intanto debba rendere esecutiva la sentenza del TAR Campania, soprattutto perché la giustizia deve rimanere un discutere sui fatti e sulle evidenze e non sulle conclusioni scientifiche o sulle strategie operative. Ovviamente Il Consiglio di Stato potrà arrogarsi con motu proprio il diritto civico – istituzionale di scrivere al Dipartimento della Protezione Civile, onde segnalare delle probabili incongruità o incertezze sull’affaire Vesuvio, che vanno riviste in un quadro di generale interesse della collettività esposta.
    Il principio appellante potrebbe essere proprio quello del periculum in mora, o se volete semplicemente di precauzione che difficilmente sarà richiamato dalle parti in causa
    .

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