Il Vesuvio alla Corte di Strasburgo

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ho conservato articoli su questa vicenda nei seguenti post: Marco Pannella e il rischio Vesuvio (20 dicembre 2013), L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico (31 ottobre 2013), Il rischio vulcanico (dal basso) (8 febbraio 2011).

Da "Il Roma", 12 aprile 2014

Da “Il Roma”, 12 aprile 2014 (fonte)

Maggiori approfondimenti li ha scritti MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, inoltre, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
In merito al finanziamento dei piani comunali d’emergenza, MalKo ha pubblicato l’articolo seguente: Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: soldi per i piani d’emergenza (“Hyde Park”, 20 aprile 2014).

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6 thoughts on “Il Vesuvio alla Corte di Strasburgo

  1. “Hyde Park”, 25 dicembre 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO: LA SOLUZIONE E’ IN UN PIANO GIUDIZIARIO?
    di MalKo

    Il Vesuvio cattura sempre un certo interesse per le possenti energie che racchiude nel grembo litosferico sormontato da una platea di settecentomila persone. I vesuviani in parte sono consapevoli del rischio a cui sono sottoposti vivendo in zona rossa, ma nella maggioranza dei casi le idee sul vulcano localmente sono molto confuse e tendenti giocoforza a sottostimare quello che realmente potrebbe accadere se il Vesuvio dovesse porre fine alla sua annosa quiescenza.
    Il vulcano oggi sonnecchia… in qualsiasi momento però, anche ora mentre si legge, la terra potrebbe iniziare a tremare sotto i piedi e allora l’angoscia assurgerebbe a sentimento diffuso. La fame di notizie sull’interpretazione da dare al fenomeno sussultorio attanaglierebbe tutti. Corrucciati, si guarderà verso la montagna che non è montagna, sperando che il tremore crostale appena avvertito sia semplicemente un colpo isolato, un assestamento gravitativo, un evento tettonico appenninico, incrociando le dita acchè non sia invece l’inizio della furibonda ascesa della lava in superficie che fratturerebbe e s’insinuerebbe con tempi incerti nelle rocce che la costipano da decenni, per aprirsi roboante un varco in superficie, spazzando via tutto il gravame litoideo sugli inveterati uomini che ne affollano le pendici.
    Tutti avrebbero dovuto interiorizzare che il problema Vesuvio è rappresentato dal fatto tutt’altro trascurabile che non è possibile prevedere quando avverrà un’eruzione e di che tipo questa sarà. L’incognita geologica avrebbe dovuto rendere insostenibile la conurbazione che è stata invece perpetrata intorno al vulcano che svetta isolato e accerchiato dai palazzi. Un dato noto, anche se i tentativi di porre di nuovo mano al cemento sono numerosi e solo un personale inconveniente giudiziario ha fermato di recente il sindaco di Sant’Anastasia, capofila di altri comuni pronti alla sommossa in nome di un territorio da sanare con condoni e da mettere in sicurezza non già con la politica degli spazi, ma con nuovo cemento ristoratore che fortifica e munifica pure l’economia zonale. A voler essere veramente sintetici, diremmo che tale cordata voleva o vuole dare spazio alla politica della cicala senza temere alcun inverno vulcanico…
    L’edificazione nel vesuviano è stata perpetrata senza scrupoli da amministratori che hanno cavalcato, generalizzando, una scienza a volte disarticolata e servizievole che ben poco ha fatto per frapporsi alla spinta speculativa del cemento. I moniti circa la necessità di prestare maggiore attenzione al rischio Vesuvio arrivano da isolati cattedratici nostrani e soprattutto dall’estero come di recente è avvenuto attraverso le parole del Prof. Nakada Setsuya dell’Università di Tokyo.
    In nome della pseudo necessità di non allarmare il popolo napoletano, sono state invece rilasciate nel tempo e da più parti troppe dichiarazioni confortanti, come quella sui tempi di previsione di un’eruzione del Vesuvio, “diagnosticabili” addirittura mesi prima dell’evento. Bisognerebbe dare un peso alle parole, che nel nostro caso hanno trasformato un rischio da inaccettabile ad accettabile.
    Nelle bozze di piano d’emergenza che si sono susseguite nel corso dell’ultimo ventennio, da una previsione di previsione eruzione ottimisticamente misurata a mesi, si è passati a settimane e poi alle attuali settantadue ore di preavviso che deve essere anche il tempo a disposizione per allontanarsi lestamente dal vesuviano. Dal mondo istituzionale si auspica addirittura che si trovino sistemi e risorse per evacuare in un tempo massimo di ventiquattro ore.
    Il rischio di una previsione fallace, infatti, purtroppo esiste e sussiste perché l’indice di attendibilità previsionale di un’eruzione può essere tentata nel momento in cui si presentano i prodromi pre eruttivi, e potrebbe rivelarsi un inaccettabile azzardo in un senso o nell’altro, se la previsione dovesse snodarsi su tempi troppo lunghi (settimane).
    Che la struttura scientifica dell’Osservatorio Vesuviano possa essere sottoposta a stress decisionale è normale e lo ipotizzammo il 9 ottobre 1999 in seguito ad un evento sismico di 3.6 Richter centrato sul bordo meridionale del Vesuvio. Serpeggiò il panico tra gli abitanti con amministratori comunali esagitati che pretendevano con affanno notizie precise dalla struttura di sorveglianza e dalla Prefettura di Napoli. Nessuno aveva certezze, e proprio l’assenza d’informazioni cristallizzò l’angoscioso momento che si sciolse solo dopo che ritornò una perdurante pace sismica.
    Il terremoto del 1999 fu il più forte avvertito in area vesuviana dal 1944 e anche il più istruttivo per chi studia le problematiche legate al piano d’evacuazione e la reazione delle istituzioni tecniche e amministrative nei momenti di crisi. In quei frangenti ricordiamo bene, molte famiglie preferirono intanto cambiare subito aria…
    Oggi, un’eventuale anomalia dei valori chimici e fisici del Vesuvio (parametri controllati) sarebbe segnalata con la linea telefonica rossa dall’Osservatorio Vesuviano al Dipartimento della Protezione Civile che convocherebbe la commissione grandi rischi per adottare presumibilmente su indicazioni politiche le decisioni necessarie per affrontare l’emergenza nazionale. Una catena comando non sappiamo quanto veloce, ma sappiamo che lo deve essere se si opta per un margine di ventiquattro ore a disposizione per allontanare inizialmente settecentomila persone dalla zona rossa…
    Se i politici e gli amministratori e le istituzioni scientifiche, e non solo quelle, riflettessero sui fatti, concorderebbero nelle conclusioni che la fortuna dei vesuviani è stata fino ad oggi la clemenza geologica e non la lungimiranza di chi per ruolo amministrativo e dovere istituzionale avrebbe dovuto mettere in sicurezza un territorio che potrebbe essere invaso da flussi piroclastici con temperature da forno e velocità da fuoriserie.
    I giornali stranieri parlando del Vesuvio lo classificano come una bomba a orologeria. Purtroppo è così, anche se non udiamo il ticchettìo e non vediamo le lancette. Il Vesuvio come tutti i vulcani esplosivi ha un indice di pericolosità zero in fase di quiescenza e quasi cento nel momento dell’eruzione con un picco di pericolosità massima che si raggiunge in concomitanza del collasso della colonna eruttiva.
    Le autorità scientifiche chiamate in causa dal dipartimento della protezione civile, hanno ritenuto plausibile e statisticamente possibile il risveglio del vulcano con una tipologia eruttiva massima attesa del tipo sub pliniana, cioè simile a quella che devastò la plaga vesuviana nel 1631. Partendo da quest’assunto, la commissione grandi rischi di recente ha deciso di adottare la demarcazione offerta dalla linea nera Gurioli, per definire i limiti di maggior pericolo (R1) su cui gli amministratori locali e regionali devono focalizzare la loro attenzione preventiva di tutela piuttosto che quella cementizia.
    Occorre poi rilevare che, se invece di un’eruzione sub pliniana, il Vesuvio ridestandosi dovesse offrire il meglio di se con una fenomenologia pliniana, il risultato sarebbe una tragedia di proporzioni belliche, favorita in questo caso e strano a dirsi, proprio dall’attuale perimetrazione del pericolo che, di fatto, ne esclude altre.
    Purtroppo non è possibile al momento e ragionevolmente preparare un piano di evacuazione anti pliniana che comprenderebbe l’area metropolitana di Napoli, perno di tutto il problema. Rimanere nel solco di una stima eruttiva sub pliniana allora, bisogna dirlo chiaramente, è stata una scelta non garantista in assoluto, ma certamente obbligata e mediata come tutte le perimetrazioni a rischio che hanno a che fare con problemi naturali in gran parte e come in questo caso ancora imprevedibili.
    Alcuni cittadini del vesuviano e il politico radicale Marco Pannella hanno di recente presentato un ricorso alla corte europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo, contro lo Stato italiano che non ha messo in atto strumenti adeguati di tutela dei cittadini esposti al rischio vulcanico in zona vesuviana.
    In realtà la consapevolezza delle inadempienze istituzionali riguardanti i piani di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio dovrebbe essere un argomento già noto almeno alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata che nel 2011 ha ricevuto nel merito un esposto in cui si richiamavano a proposito del rischio Vesuvio, alcuni concetti di un qualche interesse come il principio di precauzione oggi particolarmente evocato e diffuso.
    Intanto la trasmissione televisiva crash del 5 dicembre 2013, ha mandato in onda su RAI 3 approfondimenti sul rischio Vesuvio. E’ stato sicuramente un programma che ha fornito chiari indizi sulle problematiche che riguardano i piani di evacuazione. Per far emergere le incongruenze però, bisognava spostarsi non già nella sede del mediatico dipartimento della protezione civile o nello studio dell’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, bensì nei municipi della zona rossa Vesuvio per farsi dire dai sindaci in quali cassetti sono riposti i piani d’evacuazione comunale di cui accenna l’assessore Cosenza nell’intervista televisiva
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    Blog “Rischio Vesuvio”, 15 aprile 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO E PIANI DI EMERGENZA: LA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO INDAGA
    di MalKo

    La corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, ha preso in seria considerazione la denuncia presentata da dodici cittadini della zona rossa Vesuvio, contro lo Stato italiano che non garantirebbe adeguatamente la sicurezza dei vesuviani. La corte ha reso agibile una corsia preferenziale per trattare l’argomento con urgenza, e inoltre ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che i cittadini sono realmente protetti da seri strumenti organizzativi, come il piano di evacuazione. Aspettiamo… Sarà d’oltralpe un pronunciamento o forse un anelito di giustizia su una questione delicata, che in Italia purtroppo non trova sponde.
    Il piano di evacuazione a oggi non esiste. In seguito all’ultimatum imposto da Strasburgo, molto probabilmente gli enti competenti, primi fra tutti il Dipartimento della Protezione Civile, recupereranno dai famosi cassetti un po’ di carte, probabilmente con una netta prevalenza di fogli dattiloscritti contenenti disquisizioni scientifiche che si accavallano da oltre venti anni, e le mappe della nuova perimetrazione della zona rossa. Per i vertici dipartimentali, infatti, il piano d’emergenza è soprattutto quello…
    I giornali non hanno dato grande enfasi alle notizie provenienti da Strasburgo: d’altra parte e in alcuni casi, sono gli stessi giornali che in assenza di un giornalismo investigativo, per decenni ci hanno propinato efficienza e pietre miliari a proposito della sicurezza in area vesuviana. Gli amici sono amici… D’altra parte bastava riflettere sulla incredibile campagna stampa che fu orchestrata contro il Tribunale dell’Aquila all’indomani del tragico terremoto del 6 aprile 2009. Se ne scrissero di tutti i colori a proposito dell’inquisizione e di martiri e di processi alle streghe e di una brutta pagina da medioevo per una condanna che era pronunciata contro gli scienziati rei di non aver previsto il terremoto. I giudici di quella sentenza storica dimostrarono e dimostrano con il prosieguo delle indagini, spalle forti, competenza e soprattutto tanto coraggio.
    In rete invece, fino a qualche giorno fa le notizie giornalistiche hanno profuso articoli che trattavano l’argomento piani d’emergenza, sulla scorta di un piccolo gruzzoletto che la Regione Campania si appresta a versare nelle asfittiche casse dei comuni campani, affinché questi siano invogliati a stilare i piani di emergenza comunali. Ovviamente nell’area vesuviana e flegrea è previsto qualche soldo in più per l’oggettiva complessità dei rischi da prendere in esame.
    Questa pioggerellina di denari che conta soprattutto contributi della comunità europea, purtroppo servirà poco. Il problema principale delle politiche di sicurezza, infatti, è che per loro stessa natura dovrebbero avere una connotazione multidisciplinare. La protezione civile invece e in genere, è relegata a ultimo ufficio comunale che deve starsene buono e non deve impicciarsi delle cose che transitano e stazionano negli uffici che contano, soprattutto in quello tecnico.
    In molti casi allora, l’addetto alla protezione è costretto ad arrovellarsi il cervello per trovare stimoli a un’attività di fatto dormiente, che si estrinseca nella noiosa e inutile compilazione di questionari inviati da altri uffici amministrativi sovra comunali, che hanno gli stessi problemi di irrilevanza funzionale. Nella migliore delle ipotesi allora, si gestisce con alterne fortune il volontariato…
    In una zona a rischio colate piroclastiche, torrenti di fango e pioggia di cenere e lapilli e ancora bombe vulcaniche e sommovimenti sismici, senza certezze previsionali, lo sviluppo sostenibile che tutti inquadrano sempre e solo nel cemento, doveva adeguarsi alle necessità dei piani di evacuazione, e non viceversa. Invece, si è sempre pensato a quello che si costruiva piuttosto che al dove si costruiva. Il piano di emergenza ha tentato appena di correre dietro al cemento, ma ha subito desistito com’è successo nel più affollato dei comuni vesuviani.
    Gli amministratori comunali e provinciali e regionali dall’orecchio prevenzione non ci sentono proprio. Velina, vetrina e propaganda, hanno caratterizzato fin qui il loro operato di mitigatori del rischio Vesuvio ed elaboratori di piani d’emergenza e di evacuazione. Che ci siano migliaia e migliaia di domande di condono da vagliare in area vulcanica poi, francamente è inconcepibile e opacizza l’operato di chi per ruolo avrebbe dovuto controllare il territorio per evitare una crescita esponenziale del valore esposto…
    Alla Regione Campania c’è stata battaglia sul finire di marzo di quest’anno, dettata dall’approvazione del nuovo regolamento paesaggistico e in particolar modo dal contestatissimo articolo 15. Un disposto che potrebbe aprire le porte a un po’ di cemento anche nella zona rossa Vesuvio, attraverso la possibilità di ampliare le cubature delle residenze da ristrutturare in nome della sicurezza.
    Chissà se l’assessore Edoardo Cosenza era presente su quelle barricate e da quale parte gravava il suo peso di responsabile della protezione civile. Il professore inoltre, ci fa sapere che per il rischio eruttivo dei Campi Flegrei bisognerà valutare anche una possibile evacuazione totale o parziale, della zona di Chiaia e Posillipo.
    Per quanto riguarda i chiarimenti richiesti da Strasburgo, Edoardo Cosenza esprime soddisfazione perché finalmente alcuni cittadini hanno chiesto il piano d’evacuazione (nessuno lo chiedeva prima), dimostrando un sano interesse civile. Poco importa che la richiesta è pervenuta per la strada più lunga e in lingua francese col suggello di una corte di giustizia per i diritti dell’uomo

  2. “Parallelo 41”, 10 aprile 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO: QUELLO CHE I SINDACI NON FANNO
    I piani di emergenza toccano ai primi cittadini. Le responsabilità della Regione e quel bando appena scaduto
    di Cinzia Craus

    Il Vesuvio erutta. Moriremo tutti e nessuno fa niente. Il vulcano è in stato di emergenza e nessuno ci avverte. Il Governo, il Dipartimento della Protezione Civile, gli esperti di tutto il mondo, le cavallette, la peste, e bla bla bla bla.
    Non passa giorno che in rete, ma anche sulla carta stampata e sugli altri media non passino notizie sconvolgenti sul disastro che prima o poi e di soppiatto ci pioverà addosso dal cielo, ovviamente solo a noi napoletani, unici ignari e di ciò che ci aspetta e di cosa e come fare per salvarci.
    Oddio cosa ci aspetta, nelle versioni più pittoresche e catastrofiste possibili – non perché non ci sarà una catastrofe quando sarà, ben inteso, nessuno nega le potenzialità del vulcano (e aggiungerei, non solo le sue, anche quelle della caldera dei Campi Flegrei, o, senza ricorrere ai nostri mostri sacri, quelle in generale di madre natura, dai terremoti alle alluvioni, passando per le mareggiate, i dissesti, le frane, così come quelle che noi stessi fomentiamo, dal rischio biologico a quello urbano, a quello chimico e via discorrendo) – diciamo che grazie alla profusione massiva di documentari, simulazioni, interviste – sempre molto settate e morbosamente arricchite dei particolari più devastanti – più o meno ormai lo sappiamo, moriremo tutti, così pare. Il che a mio modesto parere dovrebbe generare, insomma, davanti all’ineluttabilità del fatto, una catarsi religiosa: tutto il popolo napoletano, anzi, campano, capo chino e cosparso di cenere, dovrebbe sin da adesso cominciare a pentirsi delle proprie colpe e magari, chissà, talvolta gli dei ci ascoltano, riabilitare una fede antica dei luoghi, quella che racconta ne “La Pelle” il buon Curzio Malaparte, nel terribile dio Vesuvio, offrendogli in dono sacrifici ed opere, sì da dissuaderlo dai suoi nefasti propositi. O più razionalmente dovrebbe produrre un esodo in massa. Da questa terra che ci dà solo dolore e disperazione e miseria, dove non c’è casa, non c’è lavoro, non c’è cibo – è avvelenato, la camorra, la mafia, i cinesi (sì sono oramai anche qui).
    A dire il vero si provò anche, ad incentivare l’esodo. Certo poco e male. E quel che c’è da dire è che per matrigna che sia questa terra che ci accoglie, da noi stessi spesso violentata e vituperata, pochi popoli sono così morbosamente legati al territorio in cui sono nati e cresciuti come i napoletani.
    Si provò anche a lottare contro una certa crescita abusiva endemica delle nostre zone. Poco e male. Ci sono molte battaglie che politicamente non pagano.
    La protezione civile è una di queste. Un piano di emergenza, di evacuazione, di messa in sicurezza, non rende, non si vede, se si vede fa paura.
    E però. Ci sono molti però.
    Mi rendo conto mentre sto scrivendo che sto nel mezzo, nel bel mezzo di un cane che si morde la coda. Me ne rendo conto perché dovrei spiegare a cosa serve un piano di emergenza, riferirmi magari proprio al tanto vituperato e odiato piano nazionale di emergenza per il Vesuvio – di cui si prendono stralci a caso, senza mai indagarne il senso pieno, quelli che angosciano solo, solamente quelli, spiegarlo perché non lo si conosce, e quindi non lo si comprende, e penso che sarebbe una noia mortale, che nessuno leggerebbe (non paga), meglio l’allarme, o l’apocalisse, o l’esodo, quello sì che si legge, o le chiacchiere, una battuta, la dimenticanza. La rimozione.
    O il lamento.
    Ecco se c’è un’altra cosa che i napoletani, i campani, ma il fenomeno è in grande espansione, sanno fare bene è lamentarsi. E prodursi in invettive, cercare colpevoli. Senza mai informarsi.
    Lo capisco. Capisco che informarsi è complesso, specie su argomenti che possono essere tecnici, scientifici. Capisco anche che può essere difficile. Sappiamo googolare qualsiasi ricerca astrusa, ma chissà perché pensiamo che cose come queste, un piano di emergenza, che ci riguarda, non lo troveremo mai, chissà dove è nascosto. Capisco anche che magari vorremmo, e non ci crederete, a buon diritto, ci spetta, un’informazione più semplice e diretta, che è vero, manca, specie nei dettagli, in ambito locale, cosa faccio? cosa devo fare? quando?
    Il problema è che questa informazione non può darcela nello specifico il governo, il Dipartimento o San Gennaro. E neanche il supergeologo americano o chi per lui. L’informazione alla popolazione è onere – per legge – del sindaco. E quella informazione viene a valle della redazione di un piano comunale di emergenza. Comunale. Per legge (L. 100/12, ma in realtà già dalla L. 225/92). Che recepisce le indicazioni della pianificazione nazionale (nel caso Vesuvio – a livello centrale si è fatto, e rifatto quanto di propria competenza e anche di più) o regionale (in altri casi), e su tali indicazioni formula la strategia interna al territorio. Quel piano comunale che (60% dei comuni campani) non si fa perché non paga. Perché non si vede, perché non si legge, perché non è un documentario e non grida Allarme! Soldi spesi male.
    E allora eccolo il cane che si morde la coda. Ci sono informazioni che noi non abbiamo perché non ci vengono date e non ci vengono date perché non ci interessano. Così non sappiamo.
    Non sappiamo che è il sindaco (spesso non lo sa neanche lui) la prima autorità di protezione civile sul territorio. Non sappiamo che è lui che deve provvedere, attraverso i suoi uffici, alla redazione dei piani di emergenza comunali. Non sappiamo che è lui a doverci informare. Non sappiamo che è a lui che dobbiamo chiedere.
    E non sappiamo che: mentre la Commissione Vesuvio lavorava all’aggiornamento del Piano Nazionale di Emergenza Vesuvio, mentre il Dipartimento della Protezione Civile invitava tutte le regioni a fornire, entro il 31/12/12 – a seguito di propria specifica nota del 12/10/12, l’elenco dei comuni dotati di pianificazione di emergenza e contestualmente, in ottemperanza alla legge (sempre la legge 100/12 che indicava il termine di 90 gg dall’entrata in vigore quale data ultima per dotarsi del suddetto strumento obbligatorio di pianificazione), ne intimava la realizzazione, la Regione Campania, unica regione italiana a non aver fornito un elenco nominativo dei comuni, ma solo dei numeri e delle percentuali, grazie a finanziamenti europei (FESR) per un POR 2007-13, approvato dalla Commissione Europea nel settembre 2007, deliberava il 27/05/13 lo stanziamento di un fondo di 15 milioni di euro da distribuirsi – previa partecipazione ad apposito bando, espresso con decreto dirigenziale del 29/01/14 e reso pubblico attraverso il BURC del 03/02/14 – a comuni e province, non dotate di piano o dotate di piano non aggiornato e non omologato, con particolare riferimento ai paesi del vesuviano, ivi compresa la realizzazione di campagne informative per la popolazione.
    Non sappiamo che questo bando scadeva il quattro aprile. E non sappiamo se il nostro sindaco, quello di uno dei tanti comuni che verrà sepolto dalla lava senza che nessuno abbia il tempo neanche di alzare gli occhi al cielo (sigh), che “i soldi per fare il piano non ci sono”, a quel bando ha partecipato, se lo ha fatto bene – bisogna saperlo fare, se quei soldi arriveranno o se, come tanti altri, torneranno in Europa, questa Europa che ci ha distrutto, impoverito, che ci bastona e ci divora.
    Non glielo abbiamo chiesto. Non glielo chiederemo. E lui lo ha visto?
    Ecco per completezza di informazione il bando della regione era sul BURC (strumento di informazione per cittadini ed enti) n. 9 di quest’anno, leggibile a tutti i cittadini dal sito della Regione e c’era l’avviso sullo stesso sito
    Il piano Vesuvio, in forma completa, è leggibile sul sito del Dipartimento della Protezione Civile (dal link si accede alla pagina sul Vesuvio, a destra ci sono i link al piano e alle modifiche con relativi dossier di studio), e sullo stesso sito potete trovare anche informazioni, in tempo reale, sullo stato del vulcano, dei vulcani, sulle leggi in materia, sulle responsabilità, su chi fa che e quando.
    C’è anche un link della protezione civile dove invece potete leggere l’esito della nota fatta dal Dipartimento alle Regioni in materia di piani comunali, il sollecito a rispondere ad una legge di stato.
    Ah! Il sito della Regione ha un servizio gratuito, per tutti: la newsletter. Potete anche iscrivervi.
    Si chiama trasparenza. È legge. Siamo noi che non alziamo i veli. L’informazione esiste, basta volerla.

    P.s. Dopo bisogna chiedere, ovvio. E chiedere (anche lamentarsi), a gran voce, che chi ci amministra (chi per che, ognuno per le sue funzioni) lo sappia fare. Che si informi.

    • In merito al finanziamento dei piani comunali d’emergenza, MalKo ha pubblicato l’articolo seguente:

      “Hyde Park”, 20 aprile 2014, QUI

      RISCHIO VESUVIO E CAMPI FLEGREI: SOLDI PER I PIANI D’EMERGENZA
      di MalKo

      Un po’ di denari dalla comunità europea passeranno alle casse dei comuni della Campania tramite la Regione, in base al progetto di finanziamento per le amministrazioni locali e provinciali che vogliono redigere o aggiornare i piani d’emergenza a fronte di calamità naturali o antropiche.
      Da una serie di quesiti inoltrati al competente ufficio regionale, sembra di capire che diverse amministrazioni comunali sarebbero ben liete di appaltare l’impegno intellettuale di redazione del piano d’emergenza a istituzioni, esperti o professionisti esterni. La Regione ha risposto che ciò è possibile attraverso convenzioni stilate secondo le regole previste dalla pubblica amministrazione in tema di convenzione e incarichi. Insomma, si può demandare la funzione …
      Riteniamo poco utile una siffatta possibilità, perché in caso di necessità le responsabilità anche giuridiche di tutela della popolazione ricadono sempre e comunque in capo al sindaco (autorità locale di protezione civile) e agli uffici comunali pertinenti. L’esperto a cui si affida l’incarico, istituzionale o non istituzionale che sia, non ha alcune responsabilità sull’efficacia dell’elaborazione prodotta, e sovente si smarca dall’investitura, e non potrebbe essere diversamente, il giorno successivo alla risoluzione contrattuale.
      Se il piano d’emergenza e d’evacuazione non si partorisce in loco e con le forze a disposizione, seppur tra gli affanni, generalmente al primo intoppo si sbraca …
      D’altra parte la Regione ha molti esperti che possono rispondere a tutti i dubbi che dovessero presentarsi a livello locale nell’applicazione e interpretazione delle strategie di pianificazione delle emergenze. I piani non possono essere elaborati liberamente ma devono rispettare almeno nelle linee principali i canoni previsti dalle direttive regionali e dipartimentali (Protezione Civile). Questo significa che l’aiuto preponderante e diretto non può che pervenire dagli uffici regionali di piano, che già hanno attivato una (FAQ) che abbiamo apprezzato per l’indubbia e immediata utilità consultiva.
      Siamo sicuri che la richiesta di essere supportati da esperti esterni all’amministrazione, sarà comunque pervenuta esclusivamente da quei Comuni che non hanno partecipato alle campagne di formazione varate dalla Regione Campania in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile e l’Osservatorio Vesuviano. Tali sessioni formative, infatti, avevano appunto il precipuo compito di assicurare una valida preparazione professionale ad un certo numero di tecnici degli enti locali e provinciali e prefettizi, in tema di protezione civile e gestione delle emergenze, acchè si dedicassero poi e nelle rispettive sedi di appartenenza, alla redazione appunto dei piani d’emergenza e di evacuazione che, ricordiamo, non sono la stessa cosa.
      Il Decreto dirigenziale (Regione Campania) n° 60 del 29 gennaio 2014, nella tipologia degli investimenti ammissibili contempla e prevede elargizione di denari anche europei per le seguenti finalità:

      * Redazione di piani d’emergenza comunali o comprensoriali.
      * Aggiornamento di piani d’emergenza comunali o comprensoriali già redatti o da conformare alle direttive regionali e dipartimentali (Protezione Civile).
      * Diffusione informativa dei piani d’emergenza già redatti o da redigersi alla popolazione.
      * Potenziamento dei sistemi atti a gestire le emergenze da parte dei comuni e delle province.

      Per molte municipalità tale redazione sarà sostanzialmente facile, ma non per quelle ricadenti in settori sottoposti al rischio vulcanico, dove il piano d’emergenza dovrà contenere ineluttabilmente anche quello di evacuazione, altrimenti abbiamo perso tempo e dato input ai cittadini per altri ricorsi alla corte europea di Strasburgo sui diritti dell’uomo (CEDU). I comuni che rientrano in aree vulcaniche sono:

      Zona rossa Vesuvio — Zona rossa Flegrea — Zona rossa Ischia
      BOSCOREALE — BACOLI — ?
      BOSCOTRECASE — MARANO — ?
      CERCOLA — MONTE DI PROCIDA — ?
      ERCOLANO — NAPOLI (quartieri ) — ?
      MASSA DI SOMMA — POZZUOLI — ?
      NAPOLI (3 quartieri) — QUARTO — ?
      NOLA (parziale)
      OTTAVIANO
      PALMA CAMPANIA
      POGGIOMARINO
      POMIGLIANO D’ARCO (enclave)
      POMPEI
      PORTICI
      SAN GENNARO VESUVIANO
      SAN GIORGIO A CREMANO
      SAN GIUSEPPE VESUVIANO
      SAN SEBASTIANO AL VESUVIO
      SANT’ANASTASIA
      SCAFATI
      SOMMA VESUVIANA
      TERZIGNO
      TORRE ANNUNZIATA
      TORRE DEL GRECO
      TRECASE

      Nelle FAQ se non c’è una tale domanda la anticipiamo noi: per Ischia quali sono i comuni da ritenere a rischio vulcanico? In altre parole è tutta l’isola che è sottoposta a un siffatto rischio? Urge velocemente una risposta…
      Lo stimolo regionale tratta soprattutto d’interventi immateriali da finanziare. Quindi, se le richieste vertono solo sull’acquisto di attrezzature e mezzi dovrebbero essere prontamente rigettate. Lo stesso dicasi per le attività di formazione che sono sancite da altre iniziative di tipo regionale come accennato in precedenza. Bisogna allora che si spremano le meningi e si elaborino piani d‘emergenza e di evacuazione ben concepiti e chiari, anche perché dovranno essere poi pubblicati in rete sui portali comunali e provinciali, onde rispettare il patto dell’informazione corretta e puntuale da assicurare ai cittadini a cura del sindaco.
      Ricordiamo ai Comuni che ospitano industrie a rischio (nella figura sottostante i siti maggiormente rilevanti ubicati nella provincia di Napoli), che anche in questo caso bisogna acquisire se non lo si è già fatto, il piano d’emergenza redatto dalla direzione dello stabilimento, onde carpire tutte le informazioni utili e necessarie per affrontare eventualmente le emergenze ipotizzate nel documento di analisi del rischio, onde procedere a una pianificazione che contempli strategie comuni che limitino danni diretti e indiretti alla salute dei cittadini.
      Non sappiamo con esattezza quanti Comuni hanno aderito al bando per essere finanziati in tema di sicurezza. Semmai ci fosse qualche Comune che non ha inteso partecipare, la sicurezza di quei cittadini dovrà essere comunque assicurata attraverso provvedimenti in surroga utili per garantire in ogni caso l’imprescindibile diritto alla sicurezza
      .

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