Come accadrà, quando accadrà

Il clamore mediatico intorno alle recenti (lievi) scosse sismiche sul Vesuvio ha fatto proliferare molti articoli, post e interviste. Tra queste ultime, spiccano due contributi di Cinzia Craus («architetto e urbanista, tra gli autori nel 2001 dei piani di evacuazione dei diciotto comuni dell’area rossa»), raccolti da Ilaria Puglia, a proposito della sequenza di eventi di una possibile eruzione vesuviana.
Estrapolo dei brani da entrambe le interviste.

Da: “Ma quando il Vesuvio deciderà di eruttare, cosa accadrà?” (“Parallelo 41”, 17 giugno 2013)

[…] Tutti dicono che, al momento, non c’è da temere un’eruzione del Vesuvio. Ma se il vulcano dovesse eruttare darà segnali premonitori oppure potremmo avere un’eruzione per così dire improvvisa?
Il Vesuvio è un vulcano attivo, la cui attività storica è caratterizzata dall’alternanza di periodi di attività prolungata a condotto aperto (cratere non occluso) con eruzioni effusive (colate di lava) o miste (effusive ed esplosive) e periodi di quiescenza di durata pluricentennale interrotti da eruzioni esplosive di maggior energia, di tipo sub-Pliniano e Pliniano. Allo stato attuale nessuno dei parametri geofisici, geochimici, morfologici o di attività sismica legata al vulcanesimo, costantemente monitorati, ha evidenziato deviazioni rispetto alla norma. […] Tale pericolo, si fa rischio, e molto elevato, a causa dell’altissima densità abitativa dell’area circostante il Vesuvio, e della potenzialità esplosiva di quest’ultimo, proprio per la lunga quiescenza. Ciò spiega la rigida sorveglianza e gli studi continui della comunità scientifica internazionale. Tuttavia il rischio vulcanico è fortunatamente annoverabile tra i rischi prevedibili, ossia quelli che prima di palesarsi presentano una serie di fenomeni anticipatori, i cosiddetti precursori. […] L’evacuazione dell’area rossa, quella a maggiore rischio, da effettuarsi appunto in fase di allarme e non di evento in corso […].
Se si dovesse verificare un’eruzione, in base alle statistiche elaborate dagli esperti, di quale tipo sarebbe?
Secondo le statistiche elaborate dagli esperti della Commissione Vesuvio, incaricati di redigere e aggiornare i cosiddetti scenari di evento e di aggiornare la pianificazione di emergenza nazionale l’eruzione teoricamente più probabile (72%) è un’eruzione di tipo stromboliano esplosiva, ossia simile in parte a quelle dell’Etna, con emissione di lapilli e ceneri, seguite da colate di lava e possibili formazioni di colate di fango (lahar). Tuttavia, in considerazione del tempo di quiescenza, della condizione di ostruzione della bocca eruttiva, delle indagini sulle camere magmatiche, la percentuale di rischio (27%) di un’eruzione di tipo sub-Pliniano, simile a quella del 1631, è più che considerevole. […]
Che cosa c’è da temere di più durante un’eruzione: la cenere che cade sui tetti, il materiale che fuoriesce dal vulcano, la discesa della lava?
Tutte e tre le cose e nessuna più della colata piroclastica. […] La colata piroclastica generata dal collasso della colonna eruttiva è in assoluto il rischio più grande di un’eruzione sub-pliniana, almeno nei limiti dell’area rossa. Nei limiti, invece, dell’area gialla individuata e di quella blu, interna ad essa, assumono maggiore importanza la ricaduta di ceneri della fase finale e la formazione di colate di fango. […]

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Da: “Vesuvio: in caso di eruzione cielo oscurato dalla cenere e piogge intense” (“Parallelo 41”, 25 giugno 2013)

[…] 1) Quanto tempo impiega la lava per arrivare nei centri abitati?
In caso di eruzione sub-pliniana, come già specificatonella scorsa puntata, si parla di colata piroclastica che raggiungerebbe i comuni dell’area rossa in pochi minuti dal collasso della colonna eruttiva. Le colate di lava sono molto più lente e se generate, da un’eruzione di tipo stromboliano, sebbene estese e distruttive per il patrimonio edilizio, non rappresenterebbero un rischio per la popolazione, la quale, peraltro, secondo piano, non potrebbe trovarsi nell’area.

2) E’ vero che quando si verifica un’eruzione cambia anche il clima?
La grande quantità di vapore emesso col flusso eruttivo genera inevitabilmente la formazione di nubi che a seconda delle temperature condenseranno più o meno rapidamente generando piogge intense e costanti (il cielo sarà inoltre oscurato dalla presenza di grandi quantità di cenere), per un periodo non inferiore alla durata completa dell’evento.

3) Quanto dura un’eruzione?
I fenomeni acuti di un evento di tipo sub-pliniano si esauriscono di norma entro 3-4 giorni, dopo di che di può avere una fase, che può durare settimane o mesi, in cui la dinamica eruttiva è caratterizzata da fenomeni attenuati, con emissioni di ceneri e vapori associati ad attività sismica di media e bassa energia, accompagnati da piogge e conseguenti colate di fango.

4) Che cosa si intende per lahar?
I lahar sono propriamente colate di fango e detriti generate dalla ri-mobilitazione del materiale di ricaduta dell’evento eruttivo su pendii ripidi. Questa mobilitazione, come gli alluvionamenti, sono entrambi dovuti all’effetto delle piogge abbondanti che accompagnano un’eruzione. A questo rischio sono soggetti i territori alle pendici del vulcano, già ricadenti nell’area rossa, le aree già soggette a rischio idrogeologico da alluvione come la conca di Nola (area blu), le pendici dei versanti appenninici sottovento durante le fasi eruttive. Il rischio permane anche a distanza di anni dall’eruzione, questo perché i nuovi depositi mantengono un limitato stato di coesione con gli strati sottostanti per un lungo periodo. […]

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AGGIORNAMENTO del 19 settembre 2013:
Fosco d’Amelio ha realizzato una trasmissione radiofonica in quattro puntate dedicata al Vesuvio. L’ultima è un mockumentary, ovvero un falso documentario dal futuro, da un’ipotetica emergenza vulcanica. L’esercizio è molto interessante e stimolante, ricorda le lezioni di fantantropologia di Clemente e altri (qui e altrove).
La trasmissione (che è del 14 giugno 2013) dura 15 minuti ed è ascoltabile in podcast QUI. (Altre info: qui).

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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Apocalittici e complottisti

Anche intorno al Vesuvio gravitano un paio di categorie umane presenti in tanti ambiti del sociale: quella degli apocalittici (“non vi è alcuno scampo all’eruzione che accadrà, che sarà senza eguali“) e quella dei complottisti (“non ci dicono niente, non fanno nulla per evitare una carneficina, vogliono la nostra morte“). Entrambi i gruppi partono da un dato reale, ovvero l’assenza di politiche per la mitigazione del rischio, allo scopo di denunciare uno scenario da fine del mondo che, nel secondo caso, sembrerebbe addirittura determinato da un non meglio specificato grande disegno ai danni degli abitanti locali.
Sul web si incontrano spesso argomentazioni del genere, in canali forse poco visibili, ma comunque con dei loro ascoltatori. (Tra i commenti di questo post ne archivierò tutti quelli che incontrerò nelle mie navigazioni online). Il problema è reale: manca un piano di emergenza adeguato (e conosciuto, condiviso, sperimentato), manca un progetto di convivenza sostenibile con il vulcano, manca la volontà politica di affrontare seriamente la questione (vi sono in ballo interessi economici ed elettorali), ma soprattutto vi sono validi sospetti per dubitare che l’allarme – quando accadrà – verrà lanciato (o verrà lanciato per tempo). Tuttavia, l’idea che tale silenzio sia voluto «da chi detiene il potere» ai danni di «quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello”», mi sembra paranoica e piuttosto fantasiosa, oltre che decisamente irritante («Il Post» ha dedicato un interessante articolo alla psicologia dei complottisti: qui o tra i commenti) (E ugualmente ha fatto «La Stampa»: qui o tra i commenti).
L’ultima versione di questo mantra è di un paio di giorni fa:

«A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere o, più eufemisticamente, potenziali morti per catastrofi naturali, da piangere con funerali di Stato. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroli che lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive. Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area. Ma questo è un segreto militare. […] Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. […] L’incremento demografico all’interno delle zone a rischio non è mai stato contrastato né dalle istituzioni locali e tantomeno dallo Stato centrale» [Fonte].

AGGIORNAMENTO del 23 novembre 2013:
Il prossimo 21 dicembre 2013 a Modena ci sarà il primo corteo/flash-mob italiano contro le “scie chimiche“. Lo annuncia il “Corriere della Sera”, QUI.

AGGIORNAMENTO del 27 novembre 2013:
Tra i commenti di questo post ho archiviato alcuni articoli che spiegano la psicologia dei complottisti (“Il Post”) e la storia di talune teorie cospirazioniste come quella delle “scie chimiche” (“La Stampa”). Oggi è stato pubblicato un nuovo contributo: un’intervista a Paolo Attivissimo, il “cacciatore di bufale”, il quale, tra l’altro, spiega che le teorie del complotto hanno successo «perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato». Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, «creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo». L’intervista integrale è QUI (o tra i commenti) (di Alessandro Martorana, in “International Business Times”, 27 novembre 2013).

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AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato: I vaccini e l’autismo. La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“.

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AGGIORNAMENTO del 26 marzo 2014:
Mariangela Vaglio (ovvero Galatea) ha scritto un profilo del “bufalista“, colui che amplifica in maniera compulsiva notizie assurde e ricostruzioni complottistiche, colui che «non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria» (“TechEconomy”, 26 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 1° aprile 2014:
Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale“: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».

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AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.

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AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 27 maggio 2014:
“Il Post” ha tradotto un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.

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AGGIORNAMENTO dell’11 ottobre 2014:
Marco Letizia riferisce sul “Corriere della Sera” delle teorie del complotto intorno all’epidemia di ebola: “Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica“: il complotto delle case farmaceutiche, la selezione eugenetica, il complotto teologico, la burla di 4Chan.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

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AGGIORNAMENTI del 2015:
Dopo la strage di Parigi al “Charlie Hebdo” e al supermercato “Hyper cacher”:

Dopo il disastro aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi francesi:

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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AGGIORNAMENTO dell’11 settembre 2015:
Tra i saggi del libro “11/9 La cospirazione impossibile“, curato da Massimo Polidoro e pubblicato dal CICAP nel 2014, c’è il contributo dello psicologo sociale Lorenzo Montali: “Il grande fascino della cospirazione” (il testo intero è tra i commenti qui in basso). Tra l’altro scrive:

«Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. […] Il primo filone […] si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto […]. L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto […]. In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. […] Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene […]. Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità. […] Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997). […] Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte. È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. […] In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale».

Napoli nella zona rossa

La nuova perimetrazione del rischio vesuviano ha portato i comuni interessati dalla zona più esposta da 18 a 24. Tra questi anche Napoli, con i suoi quartieri più orientali: Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio. Si tratta di una questione delicata, sia per quanto riguarda le conseguenze urbanistiche ed economiche derivanti dal nuovo status del territorio, sia per quanto concerne l’organizzazione della sicurezza e dell’emergenza (accesa è la polemica intorno ai grandi cantieri edilizi in quell’area, soprattutto per quanto riguarda la costruzione dell’Ospedale del Mare: qui).
Con qualche mese di ritardo, anche l’Amministrazione Comunale di Napoli ha cominciato a discutere su come gestire gli effetti derivanti dai nuovi vincoli dei luoghi. In particolare, come riporta JulieNews il 24 giugno 2013, «La Commissione Mobilità, presieduta da Giovanni Formisano, ha affrontato oggi la proposta di delibera (all’attenzione del Consiglio nella seduta del 26 giugno) che riguarda la modifica della linea Gurioli 2010 individuata dal Dipartimento Nazionale della Protezione Civile come limite per la definizione, e l’ampliamento, della Zona Rossa nell’ambito dell’attività di aggiornamento del Piano Nazionale di emergenza per il Vesuvio».

Entrando nel merito della riunione, la cronaca riporta i seguenti passaggi:
«Introducendo la riunione, il presidente Formisano ha ricordato la complessità della questione e la necessità di analizzarla anche alla luce della imminente creazione dell’area metropolitana, mentre il consigliere Vernetti ha posto all’assessore ed ai tecnici intervenuti tutta una serie di domande, dall’entità della popolazione coinvolta alle vie di fuga individuate per l’evacuazione, e sollecitato la ripresa delle attività formative sui rischi, soprattutto nelle scuole. La presidente della Municipalità [Anna Cozzino], a sua volta, ha posto interrogativi sull’incidenza che l’ampliamento della Zona Rossa a parte del territorio della VI Municipalità avrà sui Progetti di Riqualificazione Urbana che interessano Ponticelli e, più in generale, sull’influenza che il nuovo piano avrà sugli interventi previsti per gli insediamenti produttivi inquinanti, per i presìdi sanitari esistenti e in costruzione, come l’Ospedale del Mare, e, soprattutto, quali interventi strutturali si intendono realizzare in riferimento alla situazione disastrosa delle strade della Municipalità. Anche il consigliere Moretto, presente alla riunione, è intervenuto nel corso della discussione per sottolineare, tra l’altro, la necessità di evitare allarmismi, di accelerare i processi di delocalizzazione delle attività produttive inquinanti ed infine di rivisitare la legge regionale 21 del 2003 (Norme urbanistiche per i Comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico nell’area vesuviana). La dottoressa Adamo ha spiegato in termini tecnici la delibera di Giunta ricordando che il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, che sta aggiornando il Piano Nazionale per il rischio Vesuvio, ha ridefinito, adottando la cosiddetta linea Gurioli (da uno studio scientifico del 2010) l’estensione della Zona Rossa e il Comune, in raccordo con la Regione Campania, è tenuto a fornire tutta una serie di dati utili alla predisposizione del Piano di Evacuazione della popolazione (da proteggere dai distruttivi flussi piroclastici) che dovrà scattare quando, in base ai fenomeni precursori (come terremoti ripetuti) sarà considerata imminente un’eruzione esplosiva del Vesuvio. Con la collaborazione del Servizio Statistica, il Comune ha rivisto, sulla base delle particelle censuarie, i limiti proposti dalla linea Gurioli ed individuato un’area con 38.400 abitanti (soggetta all’evacuazione preventiva) che riceveranno una scheda informativa da compilare nella quale indicare, ad esempio, se si hanno alternative abitative, se sono presenti disabili, se si possiede un’automobile ecc., tutti dati utili alla predisposizione del piano di evacuazione. Con un emendamento alla sua stessa proposta, la Giunta propone anche, come ha spiegato l’assessore all’urbanistica Piscopo, di escludere dai limiti aree non abitate nell’ambito della VI Municipalità sulle quali esistono attrezzature e/o progetti di attrezzature e servizi che non sono soggette ad essere evacuate nelle stesse modalità delle abitazioni. Occorre un monitoraggio e una collaborazione del Consiglio, ha concluso l’assessore, in quanto il processo è complesso, ed ognuna delle singole questioni poste è meritevole di uno specifico approfondimento e di una valutazione caso per caso. […]».

Della riunione ha scritto anche Valerio Esca su “Il Mattino“:
«Via Argine e via delle Repubbliche Marinare saranno con ogni probabilità i due assi viari attraverso i quali i cittadini di San Giovanni, Barra e Ponticelli potranno mettersi in salvo in caso di rischio di eruzione del Vesuvio. […] Il Comune, in raccordo con la Regione Campania, è tenuto a fornire tutta una serie di dati utili alla predisposizione del piano che dovrà scattare quando, in base ai fenomeni precursori (come terremoti ripetuti) sarà considerata imminente un’eruzione esplosiva del Vesuvio. I tempi della consegna del piano di evacuazione sono stretti, anche alla luce delle 44 scosse registrate dall’Osservatorio dall’inizio dell’anno ad oggi, e per questo se ne discuterà in Consiglio comunale già domani mattina. […] La linea tracciata sui territori di San Giovanni, Barra e Ponticelli in alcuni casi va a cadere anche su singoli condomini spezzandoli a metà o su aree disabitate ed è qui che saranno apportate le dovute modifiche. Quei palazzi entreranno a far parte della zona rossa mentre le aree disabitate rimarranno fuori. Soltanto una volta approvata la delibera dal Consiglio la Protezione civile farà partire la progettazione del piano. I problemi da risolvere sono diversi; si dovrà verificare ad esempio se sarà possibile utilizzare i viadotti autostradali, che potrebbero diventare inagibili in caso di forti scosse di terremoto, così come trovare delle aree di sosta per tutti quei cittadini in fuga, per questo si pensa ai grossi parchi subito fuori la zona rossa, come ad esempio il parco Troisi o come l’area che ospita il parco della Marinella. […]».

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

Scosse sismiche sul Vesuvio

Durante il mese di giugno 2013, alcune scosse sismiche sono state avvertite dalla popolazione vesuviana. O, almeno, così pare, perché si tratta di movimenti di magnitudo molto bassa, prossima al 2: 2.1 il 4 giugno, 2.3 il 6 giugno, 1.9 il 16 giugno, 2.0 il 21 giugno (qui).
Certamente, però, queste scosse sono state avvertite dai mass-media, che ne hanno parlato diffusamente (“Ansa“, “La Repubblica“, “La Città“, “Leggo“, “JulieNews“, “Lettera43“, “NapoliToday” e molti altri), per cui è difficile capire cosa abbia spinto tante persone a telefonare al centralino dell’Osservatorio Vesuviano. Secondo il direttore dell’ente Marcello Martini, «gli utenti ai nostri operatori dicevano di avere saputo della scossa e non di averla avvertita»; tuttavia qualcuno giura di averla davvero sentita, come una signora di Boscoreale: «Ho sentito i vetri del mio negozio tremare e mi sono preoccupata». [Nel 2010 un allarme vulcanico fu letteralmente interamente costruito e smentito all’interno di una trasmissione radio-televisiva: QUI].
Gli effetti sul piano politico/istituzionale non si sono fatti attendere, a tutti i livelli.
Le scosse, infatti, hanno spinto alcuni sindaci della zona rossa a convocare una riunione sia per discutere «dell’aggiornamento del piano di evacuazione, che è necessario soprattutto dopo l’allargamento della zona rossa», sia per chiedere «un incontro urgente con la Protezione Civile nazionale, che vogliamo incontrare quanto prima per ottenere delucidazioni e spiegazioni sullo status quo. Non bisogna creare allarmismi ma neanche rimanere inerti rispetto a quello che sta succedendo» (Mimmo Giorgiano, sindaco di San Giorgio a Cremano).
Ma l’occasione ha acceso anche una polemica più esplicita, tra rivendicazioni di responsabilità e accuse di apatia.
Il responsabile regionale dei Verdi ecologisti, Francesco Emilio Borrelli, in una nota ha parlato di «colpevole indifferenza della Protezione civile nazionale, che continua ad annunciare piani di evacuazione e a spendere milioni di euro senza, a nostro avviso, alcun beneficio concreto per la sicurezza delle popolazioni locali abbandonate, sostanzialmente come migliaia di anni fa, al loro destino e alle loro autonome capacità di sopravvivenza in caso di concreta emergenza».
Dal canto suo, il Dipartimento della Protezione civile ha risposto che, «lungi dall’essere indifferente, [il Dipartimento] ricorda che sul tema della pianificazione per il rischio vulcanico al Vesuvio e ai Campi Flegrei sta lavorando costantemente da oltre due anni, in raccordo con le istituzioni locali, non senza difficoltà. [Tali difficoltà] sono legate sia alla complessità della situazione sia all’immobilismo di chi, nel passato, rivestendo cariche istituzionali e avendo responsabilità in materia, non ha adempiuto ai propri doveri. Si precisa, inoltre, che per tutto il lavoro svolto, sia scientifico che di pianificazione di protezione civile, in questi ultimi anni, non sono state destinate apposite somme di denaro men che meno milionarie».

Tornando agli eventi sismici, la loro percezione (vera o presunta) da parte degli abitanti permette una esperienza “fisica” dell’agente minacciante. L’assenza del proverbiale pennacchio in cima al Vesuvio, la mancanza di rumori sotterranei e scosse sismiche frequenti hanno permesso nel corso degli ultimi decenni una «invisibilità cognitiva», la quale a sua volta ha alimentato un processo di scotomizzazione del rischio: sebbene sia conosciuto e spiegabile da larga parte della popolazione, il rischio vulcanico non per questo è anche comprensibile e “sentito”. E’ necessario, infatti, averne anche una percezione sensoriale complessiva (vista, udito, tatto…), ovvero una esperienza corporea.
Per quanto riguarda gli allarmi dell’ultimo mese, però, la mia idea è che siano dovuti ad un particolare (e molto attuale) «uso sociale della scienza». L’Osservatorio Vesuviano ha una pagina web dedicata alla «sismicità del Vesuvio in tempo reale» accessibile a chiunque; si tratta di un segno di trasparenza importante che, tuttavia, pone un problema: chi è in grado di leggere correttamente quei dati? Consapevole di non poter ricostruire con precisione la dinamica con cui si è diffusa la notizia delle scosse, a me sembra verosimile la seguente ipotesi: qualcuno, notando sul web le variazioni nella magnitudo degli ultimi eventi sismici – magari anche su sollecitazione di una leggera percezione fisica degli stessi – ha lanciato l’allarme, magari anche solo alla propria cerchia di amici su un socialnetwork, il quale poi è stato ripreso e amplificato dai mass-media. E’ un bene o è un male? Essere in allerta è certamente meglio che restare indifferenti, ma il valore di questo stato dipende comunque dagli effetti di ciascuna delle due reazioni: allarmarsi favorisce la presa in carico del problema?, permette una preparazione all’emergenza?, oppure diffonde solo panico e inquietudine? Gli interrogativi restano aperti e all’attenzione degli osservatori sociali.
A questo proposito, dunque, qual è la procedura per far fronte ad una eventuale emergenza?
Come spiega MalKo, attualmente non c’è alcun allarme, le scosse non sono sintomi premonitori di una eventuale eruzione, almeno finché non cambieranno anche molti altri parametri fisici e chimici: «I vesuviani devono avere la consapevolezza che, anche se dovessero cambiare questi famosi parametri base di riferimento per il Vesuvio, e si passasse quindi al livello di attenzione, ciò non significherebbe automaticamente una condizione di allarme rosso con relativa e precipitosa fuga verso la salvezza. [Infatti,] i parametri controllati potrebbero regredire e riportarsi nella normalità, e il livello di allerta vulcanico ritornerebbe allora su valori base».

Con tutta evidenza, il problema più urgente dell’area vesuviana è l’assenza innanzitutto di un piano di evacuazione (dove andare, come, per dove, con cosa, con chi…?) e poi, più in generale, di un piano di emergenza o, per dirla in altri termini, di un progetto di convivenza sostenibile col vulcano.

Denunceremo chi fa allarmismo

«Lo ripeto ancora una volta, non è possibile prevedere i terremoti. Stigmatizzo chi lo fa sui siti internet. Si tratta di comportamenti che hanno un profilo criminale e abbiamo deciso di denunciare chi li mette in pratica» [QUI]. Giusto, all’indomani della scossa sismica che ha lesionato e impaurito buona parte del Nord Italia, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha dichiarato che denuncerà chi fa allarmismo.
Bene, allora credo che sia giusto denunciare anche chi fa rassicurazionismo e chi procrastina all’infinito, chi indugia e chi palleggia le responsabilità…
Temo, però, che finirà per denunciare mezza Italia.
Invece di parlare sempre di querele, processi, tribunali, condanne, galere e roba del genere, perché invece non si prova a cambiare andazzo? Mettere in sicurezza gli edifici pubblici e quelli storici, ad esempio, mi sembra una grande opera che, aggiungo, oltre a consolidare dei beni patrimoniali e culturali, potrebbe contribuire anche al rilancio dell’economia nazionale. Oppure, controllare e pianificare adeguatamente il territorio, razionalizzando i cantieri edilizi e arrestando l’abusivismo, sarebbe una forma di investimento sul futuro e di risparmio sui costi dei disastri che accadranno, soprattutto se la si accompagna allo sviluppo di procedure di evacuazione e di gestione delle emergenze, diffondendole davvero a tutta la popolazione.
Intanto, però, a scossa avvenuta, l’efficientismo impone che ci si riunisca coi sindaci dei comuni terremotati. L’emergenza va affrontata con urgenza, è ovvio. Ma nel medio-lungo periodo, questo tipo di ingranaggio porta da qualche parte o gira a vuoto?

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».