Spyholes, Marisa Albanese

Sul Sole 24 Ore di qualche settimana fa c’era la segnalazione di una mostra al Museo di Capodimonte che non vorrei perdere. Ecco l’articolo:

A Capodimonte il rischio Vesuvio è un’opera d’arte. A firma di Marisa Albanese
di Francesco Prisco (13 dicembre 2010)

Come fanno quasi due milioni di persone a vivere alle falde del Vesuvio, vulcano in attività più pericoloso d’Europa, in barba ad allarmi ripetuti e a piani d’evacuazione più volte riscritti? Semplice: «rimuovono» il problema negando più o meno consciamente il magma sottostante, considerando quell’increspatura di crosta terrestre niente di più che un paesaggio suggestivo. Un paesaggio familiare, addirittura benevolo.
Se del problema si sono più volte occupati sociologi ed esperti di early warning (si chiama così la disciplina scientifica che punta a prevenire che catastrofi naturali mietano vittime), stupisce il fatto che ora il cosiddetto rischio Vesuvio diventi materia d’arte contemporanea: si chiama «Spyholes» la mostra di Marisa Albanese dedicata al tema in corso a Napoli, nientemeno che al Museo di Capodimonte, fino al 9 gennaio. Il curatore Achille Bonito Oliva allestisce una corposa selezione di fotografie, video e istallazioni che l’artista, napoletana di origine, ha avuto modo di raccogliere dal 2003 a oggi: anni trascorsi proprio sul cratere, in mezzo alla gente che «vive» il Vesuvio [il vulcano più famoso del mondo] fingendo che non sia lì.
Gli «Spyholes» (spioncini delle porte ndr) della Albanese conducono lo sguardo direttamente all’inconscio, alla ricerca di quegli sprazzi di realtà filtrati dall’esterno che progressivamente sbiadiscono, fino a diventare illeggibili e a mutare di significato. Le opere esposte nel Museo di Capodimonte cercano allora di dare spazio e presenza fisica al rimosso, utilizzando l’occhio dell’arte per mostrare immagini che si pongono l’obiettivo di riflettere sulle strategie di immunizzazione in atto nella nostra società, stabilendo un parallelo tra la sparizione del vulcano, non della sua icona, e l’allontanamento dell’artista dalla sua opera e dai suoi luoghi. La realtà che osserviamo è sempre più oggetto di rimozione e così l’evento che c’è di fronte appare illeggibile.

LA MOSTRA
La mostra della Albanese è dominata da due colori, il bianco e il nero. Partiamo da quest’ultimo: si entra in una stanza buia, dove una parete è violata da immagini di lava ribollente. Appena lo spettatore si avvicina alla proiezione, questa si interrompe bruscamente, l’oscurità trionfa sulla luce. «Si tratta di una video-istallazione interattiva – spiega la Albanese – dal forte valore simbolico. Mi premeva esprimere che il modo peggiore per prendere coscienza del rischio Vesuvio è avvicinarsi al vulcano. Quando vivi il cratere, per continuare a vivere hai bisogno di fingere che non ci sia. Si tratta di un curioso processo di immunizzazione – continua l’artista – attraverso il quale l’uomo si illude di sconfiggere il male negandolo. Ma purtroppo il male resta lì dov’è». Andiamo al bianco: una stanza spoglia di Capodimonte raccoglie fotografie del vulcano, ammassate le une sulle altre.

LE FOTO
Foto scattate tutte di mercoledì, tutte alla stessa ora, tutte allo stesso posto, dal 2003 a oggi. Foto in cui, curiosamente, il Vulcano non è mai riconoscibile. «Anche questo – continua la Albanese – è un dato dal forte valore simbolico. Un passaggio fondamentale del processo di immunizzazione del Vesuvio da parte di chi vive alle sue pendici è rappresentato dalla sua trasformazione in icona». Come dire: la «linea» caratteristica del Vesuvio è bella come appare nelle cartoline. E se è bella, non può essere pericolosa. «Un assunto perverso – secondo la Albanese – perché il vulcano, nonostante la forza iconica di cui è stato caricato, resta pericolosissimo. E io volevo che gli spettatori della mostra percepissero il pericolo». A completare la mostra napoletana, la sezione «Grand Tour 2.0», nella quale la Albanese espone i disegni tratti dai suoi taccuini di viaggio degli ultimi anni, affiancati e posti in relazione con quelli appartenenti alla collezione del Museo di Capodimonte che evocano o alludono al Grand Tour [vedute]. Una sezione che rende onore alle doti tecniche della Albanese e al suo stile perfettamente riconoscibile.
A volte gli artisti, con la loro opera, sanno dare corpo al rimosso. In «Spyholes» l’occhio dell’arte pone allora le immagini in relazione, in dialogo con ciò che è sedimentato nel profondo dell’animo umano. Dimostra che, al di là della cartolina, c’è qualcos’altro. Qualcosa di estremamente pericoloso.

Marisa Albanese
«Spyholes» e «Grand Tour 2.0»
A cura di Achille Bonito Oliva
Napoli, Museo di Capodimonte
Dal 30 novembre 2010 al 9 gennaio 2011
www.marisaalbanese.com

ALTRE INFO TRA I COMMENTI
(tra cui il testo della brochure distribuita all’ingresso della mostra: commento #03)