Mettici la mano tua

Oggi, 19 settembre, festa di San Gennaro Martire, patrono di Napoli, tutto è andato secondo copione: «Si è ripetuto alle 9,41 il prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro. L’annuncio è stato dato ai fedeli in preghiera nel Duomo di Napoli dal cardinale Crescenzio Sepe che ha sventolato, secondo l’antica tradizione, il fazzoletto bianco ed è stato accolto dai fedeli, giunti nella cattedrale di Napoli sin dalle prime ore del mattino, da un lungo e liberatorio applauso. Il ripetersi del miracolo è letto dai napoletani come un segno di buon auspicio per la città» (ANSA).
Per questa occasione, Leonardo Tondelli ha scritto un lungo post agiografico in cui, però, il santo non è protagonista, ma al centro del testo c’è il Vesuvio. Il legame tra il vulcano napoletano e la religiosità dei suoi abitanti è leggendaria, ma in generale ogni territorio “a rischio”, così come ogni disastro avvenuto, catalizzano e producono bisogni e sensibilità legate al trascendente. Il ragionamento di Tondelli, invece, si concentra sul tangibile, ovvero sulla (im)preparazione al rischio vulcanico. L’articolo si intitola “L’opzione San Gennaro” (su «Il Post» e sul suo blog) e, in merito all’eventualità di un’eruzione, tocca i seguenti dieci punti:

  1. L’intervento di Nakada Setsuya circa la possibilità che il Vesuvio torni ad eruttare: «un segreto di Pulcinella» che nemmeno l’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, negava o sminuiva, ma che anzi riteneva «il più grande problema di Protezione Civile che c’è in Italia» (e per il quale bisognava «predisporre piani di evacuazione per almeno un milione di cittadini, tra cui molti di Napoli»).
  2. Il coinvolgimento attivo delle altre regioni italiane che dovranno accogliere le centinaia di migliaia di persone evacuate dalla “zona rossa vesuviana”. Queste regioni lo sanno? Sono pronte?
  3. Le modalità e i mezzi con cui gli sfollati vesuviani dovrebbero raggiungere le regioni ospitanti. (Attualmente è in progetto un adeguamento della SS 268).
  4. La monitorizzazione scientifica del vulcano: «il Vesuvio è costantemente monitorato. È il vulcano più studiato del mondo».
  5. La storia eruttiva del Vesuvio degli ultimi due millenni e il legame col culto di San Gennaro (che diventa stretto solo dal Seicento).
  6. La memoria dell’ultima eruzione: 1944.
  7. I tre (principali) scenari possibili: [a] «potrebbe risolversi tutto con una sboffata di fumo e la solita colata lavica stile Etna»; [b] «Un’altra possibilità è che la terra cominci a tremare e vada avanti per mesi, come nel 1631. A quel punto avremmo un po’ di tempo per evacuare»; [c] «La terza possibilità è che le cose vadano veramente male: un’eruzione esplosiva senza molto preavviso».
  8. Il progetto “VesuVia” e il suo fallimento.
  9. Un’idea goliardica: girare un film catastrofico, anzi un vero e proprio kolossal con un cast hollywoodiano, che permetta di recuperare consapevolezza sulla natura del territorio di cui stiamo parlando: «Potremmo persino recuperare l’investimento: e sarebbero altri soldi per la statale e per gli svincoli e per i rifugi a prova di nubi tossiche. Ma soprattutto, dopo aver visto un film così, non avremmo più alibi. Sapremmo che viviamo alla pendici del più grande disastro possibile».
  10. La cruda realtà, ovvero il punto di vista di un politico: «Prevenire i disastri naturali costa troppo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricostruire dopo un disastro costa ancora di più, ma non è detto che sia così. Mettiamoci dal punto di vista di un politico. Per lui la prevenzione significa tasse: tasse significa perdere le elezioni. Quindi la prevenzione ha un costo inaccettabile. Viceversa il disastro significa solidarietà. Significa gesti incredibili, che solo un’emergenza può suggerire o giustificare. […] Lasciare che il Vesuvio erutti o esploda può sembrarvi una pazzia, ma a un certo livello di responsabilità diventa un’opzione più praticabile, più conveniente di altre».

Leonardo Tondelli (che ha scritto del Vesuvio anche altre volte: ne ho raccolto i testi in questi miei post) coglie l’aspetto fondamentale di ogni discorso sul rischio: la questione politica che esso porta con sé. Allo stato attuale, la catastrofe annunciata causata da una futura eruzione vesuviana non sarà naturale, bensì prettamente antropica.

Colgo lo spunto di questo articolo di Leonardo per raccogliere tra i commenti di questo post le notizie che in futuro incontrerò sul legame tra rischio e religiosità.

  • Torre Annunziata, fine ottobre 2013: canto alla Madonna della Neve contro la camorra e l’inquinamento, QUI. La Vergine è commemorata sia il 5 agosto (giorno della Madonna della Neve, appunto), sia il 22 ottobre (giorno che rievoca il 22 ottobre 1822, quando la divinità, invocata dai cittadini torresi, fermò miracolosamente la lava del Vesuvio): QUI.
  • San Sebastiano al Vesuvio, il 20 gennaio 2011 il maltempo non ha permesso lo svolgimento della processione del santo patrono: è stato un cattivo presagio? Ne scrissi QUI.
  • Monte Somma, ogni sabato dopo Pasqua si svolge un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” e ogni 3 maggio si festeggia il cosiddetto “Tre della Croce”. Ne scrissi QUI.
  • San Giorgio a Cremano, il 19 maggio viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica. Altre info: QUI (o qui)

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Su “Repubblica.it” del 15 agosto 2011, c’è una galleria fotografica intitolata “Java: ex-voto nel cratere per ringraziare gli dei“.
La didascalia recita: “Indonesia, per ringraziare le divinità indu della prosperità, la salute e il buon raccolto si svolge a Java la tradizionale cerimonia Kasada nel corso della quale i fedeli gettano nel cratere del Monte Bromo ogni genere di offerte: animali vivi, frutta, verdura“.

Clicca sull’immagine per accedere alle 18 fotografie dell’intero reportage.

Approfondimenti sulla cerimonia Kasada sono QUI, QUI e QUI.

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“Il Post” ha pubblicato una foto notevole: è una processione di donne filippine che portano delle effigi sacre sulle macerie lasciate dal tifone Haiyan. Quel sentimento non ha confini: né spaziali, né temporali. Potrebbe essere, infatti, San Sebastiano al Vesuvio nel marzo 1944. O la Sardegna di queste ore.

“Sopravvissuti al tifone Haiyan durante una processione religiosa a Tolosa, nella parte orientale dell’isola di Leyte, nelle Filippine. Secondo le Nazioni Unite 1,9 milioni di persone hanno perso le loro case a causa del tifone”.
Clicca sulla foto per accedere alla pagina originale.

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AGGIORNAMENTO del 4 febbraio 2014:
“RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung, nel Nord di Sumatra, in Indonesia: «Una colonna di fumo alta due chilometri e mezzo si alza dal vulcano Sinabung dopo l’ennesima violenta eruzione che ha trasformato la regione circostante in un paesaggio apocalittico».

Clicca sull’immagine per accedere alla galleria fotografica.

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AGGIORNAMENTO del 6 aprile 2014:
Antonio Cimmino riferisce di un musical su San Gennaro e Napoli in scena in questi primi giorni di aprile 2014 presso la Mostra d’Oltremare: Sangue Vivo: il primo musical su San Gennaro (“Il Mediano”, 6 aprile 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 19 maggio 2014:
Come scrivevo più su, nel mese di maggio a San Giorgio a Cremano viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica, ma anche in ricordo della processione con cui il santo fu portato dinnanzi al fronte lavico nel 1944, anno dell’ultima eruzione vesuviana. Ieri la celebrazione si è conclusa con l’incontro tra San Giorgio e San Sebastiano nel santuario di quest’ultimo. Ne ha scritto “San Sebastiano al Vesuvio News” sulla sua pagina facebook:

San Sebastiano al Vesuvio, 18 maggio 2014, incontro tra le statue di San Sebastiano e San Giorgio in ricordo dell’eruzione del 1944.

L’incontro di ieri sera, in un emozionante clima di festa, ha riacceso i riflettori sull’ultima eruzione del 1944. Allora erano in gioco il futuro e la sopravvivenza dei paesi vesuviani stretti nella morsa della lava. Divisi in costumi e tradizioni, sospettosi e competitivi, i rispettivi cittadini si trovarono così uniti nel richiamo alla provvidenza divina.
L’esigenza del ricordo si lega alla immutata e complessa natura del nostro territorio, diventando monito per le coscienze: occorre che le istituzioni locali lavorino in sinergia al fine di minimizzare ogni potenziale rischio connesso al Vesuvio.
L’abbraccio fra San Giorgio e San Sebastiano rappresenta, a mio avviso, un importante passo in questa direzione.

Un reportage fotografico dell’evento è stato pubblicato da Anna Esposito sul suo spazio facebook:

Foto di Anna Esposito. Clicca sull’immagine per accedere all’intero reportage pubblicato su fb.

AGGIORNAMENTO del 21 maggio 2014:
La pagina fb di “San Sebastiano al Vesuvio News” ha diffusouna nota storica per meglio comprendere l’incontro fra San Giorgio e San Sebastiano della scorsa domenica“:

Era il 22 marzo del 1944. San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma erano già in parte distrutte dal principale torrente di fuoco ed anche Cercola era minacciata. Norman Lewis, ufficiale alleato a seguito dell’esercito americano, nel suo libro-diario “Napoli44″, descrive così il suo arrivo a San Sebastiano:”Al momento del mio arrivo la lava stava avanzando piano piano lungo la strada principale del paese, e a cinquanta metri dalla grande massa di detriti in lento movimento, alcune centinaia di persone, per lo più in nero, stavano inginocchiate in preghiera.”
Si pregava affinchè un intervento divino giungesse a placare la furia del Vesuvio. Anche i cittadini di San Giorgio a Cremano si raccolsero in preghiera alla notizia che la lava minacciava l’abitato. San Giorgio Martire, secondo la tradizione, aveva salvato la cittadina vesuviana già in occasione dell’eruzione del 1872 – era il 19 maggio – arrestando il fiume di lava proprio al confine con San Sebastiano. Un precedente ci fu anche durante l’eruzione del 1855 quando i san giorgesi invocarono San Giorgio e la Madonna dell’Immacolata promettendo di portare le statue in processione qualora fosse salvo il paese.
Memore di quella promessa, il 22 marzo del 1944, il parroco, mons. Giorgio Tarallo, raccolse a suon di campane la popolazione nella chiesa di S. Maria del Principio. Da questa plevò la statua di San Giorgio Martire mentre dalla contigua Arciconfraternita, quella di Maria SS. Immacolata.
Alle 14 partiva la processione guidata dall’allora Sindaco Salvatore Ambrosio che innalzava un crocifisso. Da Corso Roma, proseguendo per via Pittore, si giunse in corrispondenza del fronte lavico presso le Novelle di Resina. Le statue dei Santi protettori furono poste in prima fila mentre i fedeli intonavano canti e preghiere.
Di li a poco, tra la generale commozione della folla, la lava arrestò il suo cammino risparmiando il paese.

La statua di San Giorgio sul fronte lavico del 1944

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AGGIORNAMENTO del 20 agosto 2014:
Li ho definiti “riti in emergenza”, quelli cioè che si effettuano durante una crisi o un disastro. “Il Post” riferisce che in Liberia i fedeli di una chiesa cristiana locale pregano in riva all’oceano per invocare la fine dell’epidemia di ebola, come documentano le fotografie di John Moore:

INTEGRAZIONE del 20 ottobre 2014:
Anna Momigliano riferisce su “Studio” come gli antropologi aiutano a combattere l’epidemia di ebola in Africa: “Come si ferma un’epidemia in paesi dove c’è chi è convinto che le epidemie siano causate dalle streghe, non dai virus? Per questo a fianco dei medici alcune organizzazioni internazionali hanno voluto anche antropologi“.

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AGGIORNAMENTO del 12 settembre 2014:
Durante le proteste anti-discarica dell’ottobre 2010, tra Terzigno e Boscoreale una manifestante espose un cartello-invocazione: “Madonna della Neve ferma la monnezza come fermasti la lava” [qui].
Nel corso delle varie emergenze dei rifiuti, nel napoletano si è fatto largo uso del sacro per ritagliare spazi puliti nel mare di spazzatura che aveva invaso le strade. Tra i tanti casi, nel 2008 una statua di Padre Pio ha “salvato” una strada tra Pompei e Scafati [qui]; l’anno scorso un’immagine di “san Rifiuto” ha “liberato” un garage a San Giovanni a Tedduccio [qui]; oggi è uscita la notizia di un Padre Pio che sta “proteggendo” un vicolo di Capodimonte a Napoli [qui].
Sebbene sparita dai giornali, sembra proprio che l’emergenza tra le strade del napoletano non sia affatto finita.

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AGGIORNAMENTO del 20 settembre 2014:
Anche ieri san Gennaro ha compiuto il miracolo: il sangue si è sciolto alle 10h11 e tutti hanno gioito. Ne ho raccolto un paio di articoli QUI. Il commento più divertente, ma al contempo stimolante, che ho letto è di Luca Fiorentino: “per quanto io possa odiare tutta quella serie di scaramanzie, feticci e devianze ridicole chiamata religione, provo la massima stima nei confronti di chi bell e buono ha messo in mezzo la storia del sangue di san gennaro […]” (continua QUI o tra i commenti).

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AGGIORNAMENTO del 22 novembre 2014:
Chiara Spagnolo riferisce su “Repubblica TV” di un video di 3 minuti in cui è inscenata una processione e dei funerali per la “peste degli ulivi” in Salento. Si tratta di una vera e propria risposta culturale ad un disastro in corso, un rituale in emergenza in cui, tuttavia, non è facile distinguere l’uso mediatico del sacro dallo spirito religioso vero e proprio. Tra i promotori dell’iniziativa c’è anche la Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “Un mesto corteo funebre in campagna, preghiere recitate con gli occhi pieni di lacrime, donne vestite a lutto e persino il parroco che effonde l’incenso nell’aria: è il funerale degli ulivi, immortalato in un video commissionato dalla Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, che da giorni spopola sul web. Un’iniziativa che la curia ha voluto e promosso attraverso la Fondazione monsignor Vito De Grisantis, per promuovere il dibattito sulla Xylella fastidiosa, “il cancro degli ulivi”, “che si è già diffuso su 40.000 ettari, ha colpito un milione di alberi in Salento – tanti, troppi” come è scritto nei titoli di coda del mini-cortometraggio realizzato da Antonio Scarcella e Michele Rizzo con l’aiuto di Laura Campanile per Iorec produzione. Il video è girato tra il paese di Tiggiano e l’agro di Gallipoli, ovvero le zone più colpite dal batterio killer, e mostra scene di vita quotidiana di anziani salentini, per i quali la morte dell’ulivo è come quella di una persona cara. Di fronte alle foglie seccate dalla xylella le lacrime scendono copiose e bagnano i visi segnati dalla fatica, negli abbracci le donne cercano consolazione per la perdita e ai piedi dell’albero viene infine posta una corona di fiori, per salutarlo come se fosse un figlio“.

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Gli italiani parlano del Vesuvio?

Il professore giapponese Nakada Setsuya, uno dei massimi vulcanologi al mondo, ieri ha rilasciato un’intervista alla stampa italiana (di livello locale e nazionale) in cui dice sostanzialmente due cose: che il Vesuvio è attivo, pertanto prima o poi tornerà ad esplodere, e che gli italiani dovrebbero parlarne di più. Detto in altri termini, Nakada da un lato precisa che l’attuale conoscenza scientifica in merito al vulcano napoletano è avanzata, ma ha delle lacune sulla possibilità di prevedere il quando avverrà un’eruzione (in realtà la tempistica è un limite generale della vulcanologia e non è detto che lo si possa mai superare in maniera sostanziale), e dall’altro lato osserva che l’odierna attenzione politica e sociale al rischio vesuviano è insufficiente: i piani di emergenza e di evacuazione sono sostanzialmente inadeguati.
A quanto pare, tali dichiarazioni hanno preoccupato qualcuno, pertanto oggi Paolo Papale, responsabile del Dipartimento Vulcani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha smorzato l’allarme. Intervistato da Giuseppe Gaetano del «Corriere della Sera», ha specificato innanzitutto che «L’attività del Vesuvio è costantemente monitorata e non c’è alcuna avvisaglia che stia cambiando» e, in secondo luogo, che «I piani di mappatura delle zone di pericolosità e di evacuazione ci sono, ma forse c’è un deficit di informazione alla cittadinanza, che abbiamo comunque intenzione di migliorare a breve».

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Il passaggio più delicato dell’intervista è il seguente:
D: «Si fanno regolarmente delle esercitazioni di evacuazione ed è possibile, in caso di allarme, evacuare in sicurezza circa 700mila abitanti?»
R: «Si sono fatte esercitazioni di evacuazione – una molto importante, si chiama “Mesimex”, alcuni anni fa -; queste cose si fanno ed è possibile evacuare con sicurezza 700mila persone. Questi aspetti tecnico-logistici sono totalmente nelle mani della Protezione Civile, sono al di là delle competenze dei vulcanologi».

In realtà il piano di emergenza è soggetto a continue negoziazioni politiche, i dettagli operativi del piano di evacuazione sono in via di definizione, le esercitazioni sono spesso di livello comunale e solo di rado effettuate su scala più ampia. Intervistata in proposito, la popolazione vesuviana dichiara di non sapere nulla o quasi sul da farsi in caso di allarme, molti vorrebbero partecipare alla pianificazione del rischio o, comunque, esserne coinvolti.

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Tra i commenti ci sono alcuni aggiornamenti in merito al progetto “VesuVia”, in particolare alcune dichiarazioni del suo ideatore, l’on. Marco Di Lello.

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

Exodus

Leggere “Il mediano” è utile ed interessante. Lo scorso 12 dicembre 2010 un articolo di Ciro Teodonno, “Cos’è il “Progetto Vesuvio”?“, ha riferito dell’idea di Girolamo Vajatica e della sua associazione di trasferire i 18 comuni vesuviani in luoghi più sicuri. Leggere di questo progetto (o “piano di emergenza”, “piano di evacuazione”, “piano di prevenzione”) e, soprattutto, delle reazioni è uno stimolo alla riflessione sul rapporto tra spazio abitato e spazio immaginato o percepito.
Questa che a me pare essenzialmente una provocazione intellettuale più che un progetto concreto, finora ha avuto vari e importanti interlocutori, come Raffaele La Capria (“Il sonno della montagna“, o qui) e Gerardo Marotta (che ha ospitato Vajatica presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici).
Ecco il primo articolo, altri (cronologicamente precedenti) sono tra i commenti:

Il sogno, solo all’apparenza utopico, di Girolamo Vajatica, professore di filosofia napoletano, ha già al suo attivo numerosi ed eccelsi sostenitori, come ad esempio lo scrittore Raffaele La Capria, che ha anche trattato a suo tempo l’argomento sulle pagine de Il Mattino; Gerardo Marotta che lo ha ospitato presso l’Istituto italiano di filosofia; la stessa Unione Europea che ha a sua volta risposto positivamente alle sue interpellanze, a testimonianza della validità del progetto e delegando al governo italiano la facoltà di decidere a riguardo.
Allo stato attuale però, come sottolineato nei precedenti articoli, non v’è riscontro alcuno da parte delle autorità e permane la reale utopia di un piano d’evacuazione con funzioni più apotropaiche che pratiche.
Il professore, pur se di formazione umanistica, è però persona tutt’altro che teorica è fonda la sua pragmatica nel presupposto che, almeno al momento, l’unica cosa certa alla luce del sole, sembra essere la calma del gigante, che non lascia presagire alcun sussulto immediato.
Per ciò, sostiene il professore, è opportuno permettere, in maniera del tutto distinta dal piano d’evacuazione (che presuppone un rischio vulcanico imminente e che lui giudica complementare al progetto), un lento e regolare fluire della popolazione vesuviana e del suo mondo verso un’area più sicura e relativamente vicina.
L’area individuata è nel casertano, delimitata grosso modo a nord dal Volturno e a sud dai Regi Lagni, toccando i comuni di Castel Volturno, Cancello Arnone, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Casal di Principe, San Tammaro. Qui sarebbe possibile, seguendo le regole di una nuova urbanistica e dell’eco-compatibilità, creare una nuova città, dove magari i quartieri possano avere i nomi dei paesi d’origine e dove i cittadini potrebbero mantenere il loro viscerale contatto con il luogo d’origine andandoci a lavorare. Sì, perché i diciotto comuni della zona rossa andrebbero a perdere il loro ruolo prevalentemente residenziale e acquisirebbero una ragion d’essere più produttiva, privilegiando finalmente una vocazione ricettiva e agricola fin troppo vituperata da un urbanizzazione selvaggia.
La visione generale, a detta dell’architetto Gerardo Perillo, membro anch’egli dell’associazione, vedrebbe l’abbattimento di quegli edifici che come bubboni infetti sono cresciuti in maniera spropositata, deformando i pregevoli centri storici del Vesuviano. Così facendo si creerebbe un circolo virtuoso tale da incentivare un’economia finalmente virtuosa ed esaltando un turismo che ormai, da tempo immemorabile, è in decadenza.
In realtà bisogna dire che l’idea dell’Associazione “Progetto Vesuvio” non pretende il primato dell’originalità e dell’esclusiva, essendo, già in passato, stato teorizzato e attuato in tal senso.
Molti infatti ricorderanno i bonus, offerti dalla regione Campania per incentivare il deflusso dalla zona rossa, e che non hanno certo sortito l’effetto desiderato di decongestionare la zona.
Il semplice quanto fondamentale intento di “Progetto Vesuvio” e del prof. Vajatica è quello di spopolare, nel lungo periodo, tutta l’area vesuviana e non solo gli affittuari accompagnati dai loro magri 30.000 € di incentivo.
Altro progetto dal simile intento è quello della CONFINDUSTRIA di Caserta, che ha immaginato parimenti di evacuare il Vulcano, smistando però la popolazione in più zone della Campania. La pur lodevole iniziativa ha, secondo noi, la pecca di scindere definitivamente il legame tra i vesuviani e il loro territorio, disperdendo quei valori e tradizioni che ne caratterizzano l’essenza; il fatto poi che esista un’ovvia connessione tra progetto e mondo industriale, ci sembra essere un po’ troppo vincolante, perché promosso da un contesto, sì importante ma limitato rispetto alle tante parti che compongono la nostra società.
Contrariamente, l’Associazione “Progetto Vesuvio”, oltre ad essere rappresentativa di tutte le forze positive del territorio all’ombra del Vesuvio, ha l’esclusiva caratteristica di terminare (sciogliersi) nel momento in cui vi sia il concreto passaggio alla fase esecutiva della creazione di una nuova città vesuviana.
Il progetto è quello unico di smuovere le coscienze da quel torpore fatalistico e di sussidiarietà che le caratterizza a queste latitudini e di indirizzarle verso quella pratica attuazione di intenti e di idee che ci distinguerebbe finalmente per le nostre qualità innate e non per il male che ci attanaglia e purtroppo ci precede su, ben oltre il Garigliano.

Altri articoli e reazioni al “Progetto Vesuvio” sono tra i commenti.
Tra gli altri, segnalo:
Ciro Teodonno, IL DESTINO DELLA CITTÀ VESUVIANA (qui)
– Ciro Teodonno, LE LECITE DOMANDE DI CHI VIVE ALL’OMBRA DEL VESUVIO (qui)
– Antonio La Gala, COME ANTICIPARE LO STERMINATOR VESEVO (qui)
– Ciro Teodonno, IL PUNTO DI VISTA DI UGO LEONE SUL PROGETTO VESUVIO (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DI ALDO VELLA SUL “PROGETTO VESUVIO” (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DEL VULCANOLOGO GIUSEPPE LUONGO (qui)
– Ciro Teodonno,
L’OPINIONE DI LUONGO SUI CAMPI FLEGREI (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO (Presidente della Comunità del Parco) (qui)
– Ciro Teodonno, IL PROGETTO VESUVIO DI ENZO CORONATO (Confindustria Caserta) (qui)
– Angelo Lomonaco, «CHI VIVE A NOLA VA IN VAL D’AOSTA». DOVE FUGGIRE SE ERUTTA IL VESUVIO (“Corriere del Mezzogiorno”, 14 dicembre 2013, qui)

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AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.