I riti in emergenza

I “riti in emergenza” sono dispositivi folklorici utili a riassorbire lo shock causato da un disastro e, allo stesso tempo, a tenere insieme la collettività dopo un trauma. L’esperienza di un medesimo modo di sentire, durante una crisi profonda, permette ai membri di una specifica comunità di pensare alla loro identità collettiva e di esprimerla secondo procedure che sono, appunto, culturali. Entro l’ampia categoria dei “riti in emergenza” vi sono molteplici tipologie rituali, spesso molto differenti tra loro: da quelle penitenziali e simboliche a quelle formali e propiziatorie, prendendo spesso la forma della processione, delle preghiere collettive o dei digiuni.
Come ho scritto altrove, i “riti in emergenza”

«sono, al contempo, cerimonia liturgica e manifestazione di socialità volte al contenere l’angoscia: un tentativo di dominare ciò che è indomabile, ma anche una modalità per esprimere il senso di shock, la rabbia, l’incredulità e il dolore. In altre parole, i riti in emergenza sono il modo in cui i sopravvissuti cercano conforto stringendosi gli uni agli altri al fine di restare uniti e vincere la disperazione e la disgregazione».

Ne ho studiati vari casi per quanto riguarda il Vesuvio, specie in occasione dell’eruzione del 1631, ma particolarmente noto, tra le esplosioni recenti, è il rito riportato da Norman Lewis in “Napoli ’44“, in cui descrive una singolare processione volta a fermare la colata lavica (di cui, tuttavia, nelle modalità esposte, non si hanno altre testimonianze):

«Su tutto dominava, un po’ per le dimensioni stesse e un po’ per la quantità di persone che ne sorreggevano il basamento fronteggiando l’eruzione, l’effigie di san Sebastiano. Imboccando una stradina laterale, tuttavia, ho scoperto un’altra statua, anch’essa circondata da molti devoti e coperta da un lenzuolo bianco. Uno dei carabinieri che perlustravano i dintorni a caccia di sciacalli mi ha detto che si trattava della statua di san Gennaro, fatta arrivare di nascosto da Napoli come ultima risorsa qualora tutto il resto fosse fallito. L’avevano coperta con un lenzuolo per evitare di offendere la confraternita di san Sebastiano e il santo stesso, che avrebbe potuto risentirsi per quell’intrusione nel suo territorio. Solo come estremo rimedio avrebbero portato allo scoperto san Gennaro, implorandolo di fare il miracolo. Il carabiniere non credeva che sarebbe stato necessario, perché secondo lui era evidente che la colata stava rallentando».

Presentati spesso come manifestazioni superstiziose, esternazioni dell’irrazionalità o dimostrazioni dell’impreparazione napoletana, in realtà, come osserva Jean Cazeneuve, i riti «quanto meno appaiono ragionevoli, tanto più rivelano la loro necessità». I “riti in emergenza” sono sia una forma di culto che un’espressione collettiva attraverso cui la comunità può riconoscersi in un percorso spaziale, come nelle processioni, e interiore, come nelle preghiere e litanie. Naturalmente, tali pratiche rappresentano anche di più, perché spesso rivelano un vero e proprio uso politico del disastro: osservarle significa aprire una finestra critica sulla dialettica che una determinata comunità ha saputo e voluto impostare con se stessa e col proprio ambiente. Dai resoconti d’epoca di determinate eruzioni vesuviane, ad esempio, tali riti sono esplicitamente approvati, se non sollecitati e organizzati, dalle gerarchie ecclesiastiche, tuttavia non mancano casi in cui i promotori sono stati gli amministratori e i politici (o, per la precisione, gli aristocratici), con una evidente strategia volta a radicarsi presso il popolo.

Gli ultimi mesi di scosse sismiche nell’Italia Centrale sono stati drammatici e spossanti, per cui le varie forme di religiosità emerse durante questo periodo andrebbero considerate sotto diversi punti di vista. Di seguito farò una breve carrellata di casi che mostrano la polisemicità del fenomeno.
All’indomani del terremoto del 30 ottobre 2016 molti abitanti di Ascoli Piceno si sono raccolti spontaneamente davanti alla cattedrale di sant’Emidio, rimasta chiusa per precauzione, per celebrare comunque la messa davanti al tempio di colui che è considerato il protettore dai terremoti. Lo stesso è accaduto a Norcia, dinnanzi alle macerie della basilica di san Benedetto. In quei giorni ne scrissi qui.
Nello stesso periodo, però, il ricorso al sacro non è emerso solo in modo “istintivo” o “impulsivo”, perché anzi è stato manifestamente sollecitato da figure specifiche, sia laiche che ecclesiastiche. Ad esempio, a Castel del Rio (Bologna) il sindaco Alberto Baldazzi ha inteso recuperare un rito risalente al 1725, quando furono tenute delle preghiere collettive dopo alcuni eventi calamitosi in zona, stabilendo che questo in futuro diverrà un appuntamento fisso (si chiamano “riti di commemorazione” e ne parlerò un po’ di più alla fine del post):

«ogni anno, in occasione dell’antivigilia di Ognissanti, ci sarà la Santa Messa nella chiesa di Sant’Ambrogio e la recita del rosario nell’oratorio della Beata Vergine del Sudore» (28 ottobre 2016).

L’altro giorno, invece, a Spoleto (Perugia) il vescovo Renato Boccardo ha invitato a digiunare durante tutta la giornata di venerdì 27 gennaio 2017 e poi ha indetto una processione penitenziale per l’indomani, sabato 28, intorno alle mura di Norcia con l’immagine della Madonna Addolorata estratta dai Vigili del Fuoco dalla chiesa di San Benedetto, crollata nel centro cittadino due mesi fa:

«nella tradizione cristiana il digiuno ha un posto molto importante e particolare: è una privazione che si offre per rendere gradita a Dio la preghiera. Non facciamo digiuno per raccogliere soldi, ma per chiedere al Signore, creatore dell’universo, di intervenire anche sulle forze della natura. Non è Dio che manda il terremoto: ma Lui, che ha dato origine al mondo, regolato poi dalle leggi della natura che fanno il loro corso, può intervenire per il bene del creato. Con questo gesto vogliamo allora chiedere al Signore di avere misericordia di queste popolazioni e di questa terra ferite dal terremoto. Sarà anche un momento che ci aiuta a capire l’essenziale e a renderci conto che non tutto quello che facciamo è necessario. […] Riporteremo l’immagine della Madonna, molto venerata a Norcia e invocata anche come protettrice dai terremoti] per qualche ora nella sua terra per chiederle protezione sulla gente della Valnerina e liberazione dalla persecuzione del sisma» (26 gennaio 2017).

Sempre in Umbria, la settimana scorsa, il presidente della Conferenza episcopale umbra e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, cardinale Gualtiero Bassetti, ha inviato un messaggio alle 600 parrocchie della regione perché domenica 29 gennaio ci si organizzasse per una preghiera corale, così da invocare

«il cessare dei terremoti e un tempo di serenità per tanti fratelli e sorelle provati dalle forze della natura. […] Il protrarsi del sisma che tormenta da mesi la nostra regione, specialmente la Valnerina, sollecita la nostra solidarietà e richiede la nostra preghiera» (26 gennaio 2017).

Se in futuro il “rito in emergenza” verrà riconosciuto come efficace e, dunque, se l’intervento divino verrà ritenuto decisivo per la risoluzione dell’evento drammatico, allora è possibile che nei prossimi anni tale miracolo verrà ricordato attraverso un rito simile, ma di natura piuttosto diversa: il cosiddetto “rito di commemorazione”. Questo va considerato innanzitutto come una forma di memoria collettiva di quanto accaduto, una vera e propria macchina per risalire il tempo, cioè un modo per selezionare il passato e ripresentificare solo ciò che è ritenuto esemplare.
Al momento non possiamo sapere se i “riti in emergenza” brevemente illustrati in questo post daranno effettivamente luogo a specifici “riti di commemorazione”, ciò verrà chiarito solo da una costante e puntuale osservazione etnografica. Tuttavia, se ciò accadrà, ci troveremo dinnanzi ad una pratica sociale che, svolgendosi ripetutamente, creerà un insieme di convenzioni e routine che, per questioni di convenienza ed efficienza, daranno l’illusione di una sua perennità ed immutabilità. In una parola: identità.

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INTEGRAZIONE del 28 febbraio 2017:
Cercando aggiornamenti sui “riti in emergenza“, in giro per il web mi sono imbattuto in varie preghiere cattoliche da recitare in tempo di calamità. Le riproduco di seguito:

Dal website “Preghiere per la famiglia“:

Preghiera nel tempo di terremoto
O Dio creatore, / noi crediamo che tu sei nostro Padre / e che ci vuoi bene / anche se la terra trema / e le nostre famiglie sono state sconvolte / dall’angoscia. / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli / alla generosità e all’aiuto. / A noi dona la forza e il coraggio / necessari per la ricostruzione / e l’amore per non abbandonare / chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo / e iniziata una vita nuova, / canteremo la tua lode.

In tempo di pubbliche calamità
O Gesù, Dio di pace, gettate uno sguardo di misericordia / su questa terra infelice; mirate quante lacrime si versano / nelle famiglie anche più innocenti. / Se avete scritto nei vostri decreti questo dolore, / ricordatevi che siamo figli, che per questo vi fermaste / in mezzo a noi sull’altare. / Pronunciate, o Signore, un’altra volta quella parola potente / che nel furore della tempesta fece tacere i venti, / ricompose le onde agitate, rese tranquillo e sereno il cielo. / Allora vedremo rifiorire questa terra e, mossi da viva gratitudine, / verremo al vostro altare per ringraziarvi con fede più viva, / più sicura speranza ed amore più riconoscente.

In tempo di tribolazioni
Vergine Santa, conforto degli afflitti e madre di consolazione, / a voi gridiamo dal fondo delle nostre tribolazioni: / Abbiate pietà di noi poveri infelici, che a voi la domandiamo. / O Maria, questo è il momento di mostrare, come è giusto il nome, / con cui vi invochiamo nostra madre. / Dimenticaste voi quelle ultime parole del vostro Gesù dalla Croce, / quella voce moribonda, quegli estremi sospiri, / coi quali a voi ci consegnava come figli? / O cara Madre udite il gemito di noi poveri peccatori sì, / ma figli vostri. Se voi non ci consolate, / a chi potremo noi domandare soccorso? / Deh voi dunque parlate di noi al vostro Gesù con quell’amore / che sempre lo vince. / Nel vostro seno deponiamo le nostre lacrime: / da voi aspettiamo la nostra consolazione; / e quando pure sapessimo che voi ce la negaste, / ancora rimarremo ai vostri piedi gridando: / Madre, consolateci, che siamo vostri figli.

Dal website “Ognissanti San Barnaba“:

Preghiera alla Madonna del terremoto
(A questa Madonna è dedicata una piccola chiesa di Mantova, in piazza Canossa, che «fu edificata nel 1754 a ricordo della protezione data dalla Madonna in occasione del terremoto del 1693»)
:
O beatissima Regina del cielo e della terra, / che mentre stavi sotto la croce di Gesù, tuo Figlio, / e la spada del dolore ti trapassava l’anima / per diventare la Madre di tutti i viventi, / hai sentito sotto i tuoi piedi tremare la terra, / soccorri i tuoi figli che gemono spaventati dal terremoto. / La terra rimbomba di un sordo boato, / attorno a noi crollano il presente e il passato / e le nostre anime smarrite si chiedono: / che cos’è l’uomo, perchè Tu, o Signore, te ne ricordi? / Fatto a immagine e somiglianza di Dio e circondato di gloria, / eppure ha divorato come un figlio dissoluto i doni del Padre, / ha tradito l’Amore di Gesù, ha spento lo Spirito Santo, / fino a meritare il castigo di Dio. / O Madre Santissima, piena di Grazia e di Misericordia, / intercedi per noi presso tuo Figlio: / prendi le nostre mani e guidaci a Lui, / perchè converta i nostri cuori e perdoni i nostri peccati. / Liberi dall’inquetitudine e dalla disperazione, / seguiremo la via della salvezza e canteremo / in eterno con te le meraviglie di Dio. / Amen

Dal website “Papaboys“:

Preghiera del cuore a Gesù Salvatore per tutte le famiglie coinvolte nel terremoto
(«Rivolgiamo questa preghiera al Signore del tempo e della storia, per tutte le popolazioni colpite dal terremoto del centro-Italia. Ti chiediamo Signore di avere pietà di tutti noi, di concedere conforto ai cuori di tutti coloro che sono in difficoltà e che vedono la propria casa di strutta. Per i bambini, per gli anziani e per tutti coloro che soffrono»)
O Dio creatore, noi crediamo che tu sei nostro Padre e che ci vuoi bene / anche se la terra trema e le nostre famiglie sono state sconvolte dall’angoscia / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli alla generosità e all’aiuto. A noi dona la forza e il coraggio necessari per la ricostruzione e l’amore per non abbandonare chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo e iniziata una vita nuova, canteremo la tua lode.

Dal website “Donna 10“:

Preghiere contro i terremoti: affidiamoci a Sant’Emidio d’Ascoli!
(«Ecco la preghiera che tutti dovremmo intonare, affinché Sant’Emidio ci protegga dal flagello dei terremoti»)
Sant’Emidio, accogli benigno la preghiera che fiduciosi ti rivolgiamo. Intercedi per noi presso il Signore affinché, a tua imitazione, la nostra fede, vivificata dalle opere, sia testimonianza di filiale amore a Dio e di fraterna carità per il prossimo. Spronati dal tuo esempio, promettiamo di vivere col cuore staccato dai beni della terra e disposti a sacrificare tutto pur di restare fedeli a Dio e alla Chiesa. Estendi su di noi, sulle nostre famiglie e sulla nostra città e diocesi la tua protezione affinché, preservati dal terremoto e da ogni altro flagello, possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla, tutta intesa a daregloria a Dio e a rendere più sicura la salvezza delle nostre anime.

Un video che raccoglie varie preghiere collettive dopo il sisma del 30 ottobre 2016:

Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

La colpa dei disastri

Nel 2006, il pastore John Hagee disse che l’uragano Katrina dell’anno prima era una punizione che Dio aveva mandato su New Orleans per aver ospitato una parata del Gay Pride [audioarticolo].

Nel 2010, dopo un violento terremoto in Iran, il religioso che dirige la preghiera del venerdì a Teheran, Hojatoleslam Kazem Sediqi, affermò pubblicamente che: «Molte donne che non si vestono in modo modesto conducono i ragazzi alla perdizione e diffondono l’adulterio nella società, e questo aumenta i terremoti… Cosa possiamo fare per evitare di essere sepolti sotto le macerie? Non c’è altra soluzione che rifugiarsi nella religione e adattare le nostre vite ai codici morali dell’Islam» [eng, ita e ancora qui]. In seguito a tale dichiarazione, una ricercatrice di Seattle, Jennifer McCreight, avviò una campagna su Facebook denominata Boobquake (“Scossa tetturica”) per mezzo della quale le donne di tutto il mondo erano invitate a vestirsi «in modo non modesto» in un giorno specifico, così da verificare «il presunto potere soprannaturale del loro seno» [qui e, per la cronaca, non accadde nulla].

Nel 2011, in seguito ad un terremoto di magnitudo 5.8 sulla costa est degli Usa e, poi, al ciclone Irene abbattutosi su New York pochi giorni dopo, la candidata alla primarie repubblicane per le successive elezioni presidenziali Michele Bachmann dichiarò: «E’ stata una punizione divina contro i politici di Washington; per di più subito dopo un terremoto: cos’altro deve fare Dio per farsi sentire dai nostri politici?» [video di 1’12″ e articolo].

Questi esempi dimostrano che c’è sempre qualcuno che avvia un “processo di attribuzione della colpa” per i disastri (o anche solo gli imprevisti) che accadono al proprio gruppo. Il blaming, come osserva Mary Douglas, è il processo per mezzo del quale una comunità si spiega l’inspiegabile, dà senso agli eventi che non può o non sa governare e, soprattutto, con cui purifica il gruppo dal negativo che l’ha colpito. E’ responsabile chi è esterno alla società o chi, interno ad essa, ne ha violato le regole fondamentali, ovvero quelle morali. E’ una sorta di individuazione del capro espiatorio, ma nelle società complesse, più che ad una persona, questo fa riferimento spesso ad una categoria di soggetti o, in senso ancora più ampio, ad un comportamento disdicevole.
Quello che conta non è il ragionamento in sé o l’errore empirico dei nessi causali, ma, appunto, il processo attraverso il quale viene attribuita la responsabilità. In altre parole, non bisogna guardare all’eventuale errore che viene commesso nello spiegare l’evento, ma si deve osservare a chi viene data la colpa. In questo modo si svelerà una dinamica di potere da parte di chi solleva il blaming, ovvero da parte di colui/coloro che si pongono come depositari dei princìpi morali cui fa riferimento la comunità. In questo senso, il blaming può essere equiparato ad una sorta di lotta per il potere (morale) con la quale si ambisce ad essere confermati o investiti del titolo di capo carismatico. Evidentemente, le finalità politiche sono due: in primo luogo, ribadire la propria influenza sul gruppo o occuparne il vuoto di potere apertosi proprio con il disastro (una instabilità che può essere tangibile e fisica, perché, ad esempio, dovuta alla scomparsa del leader, o di “fiducia”, nel caso in cui la leadership precedente fosse ritenuta inadempiente o inadeguata alla sciagura avvenuta) e, in secondo luogo, lo scopo è tenere unito il gruppo, renderlo più coeso dinnanzi alla possibile disgregazione conseguente al trauma dell’evento nefasto.
Le modalità che possono essere assunte dal blaming sono innumerevoli: dagli episodi in cui si fa esplicito riferimento al genere e ai costumi di chi viene indicato come colpevole, ad altri casi più allusivi e sottintesi che lasciano intendere responsabilità di tecnici, finanziatori e politici (la loro corruzione, il loro cinismo, la loro indifferenza e arroganza: «Ascoltate il popolo americano perché ora sta ruggendo. Sa che il governo è obeso e che dobbiamo limitare la spesa», aggiunse Bachmann nel 2011).
Il blaming, dunque, è un processo politico che può passare – ma non necessariamente – attraverso manipolazioni, falsificazioni o strumentalizzazioni. Tuttavia, al di là delle inesattezze che, volutamente o meno, possono essere commesse, l’individuazione del colpevole è da considerare come una “risposta culturale” volta a ridare senso al mondo, cioè come una tappa di quel percorso con cui la comunità colpita spiega a se stessa l’evento subìto e per mezzo del quale tenta di ritessere un lessico della propria organizzazione sociale, recuperando e rimettendo in azione le proprie istituzioni culturali, i propri “valori”.

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
Le trivellazioni, che siano effettuate per scopi scientifici o per ricercare idrocarburi, sono sempre un metodo controverso per i suoi effetti sull’ecosistema e sulla sicurezza dell’ambiente abitato dagli esseri umani. Negli ultimi anni si è parlato spesso di “fracking” e dei suoi supposti e temuti effetti sismici; in Italia questo argomento è stato utilizzato da alcuni politici per “attribuire la colpa” del terremoto in Emilia del 2011; ne ho accennato qui e qui, ma ne ha scritto più diffusamente Leonardo Tondelli qui (o qui).
Negli ultimi giorni le trivellazioni sono tornate in prima pagina in due casi:

  • i Campi Flegrei: Amalia De Simone, Le trivelle che mettono a rischio 3 milioni di persone. Inchiesta della Procura di Napoli sulle ricerche geologiche nel «supervulcano» dei Campi Flegrei, “CorSera“, 2 aprile 2014, con video-intervista al vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, il quale spiega che «Non possiamo collegare con certezza i due eventi ma un anno e mezzo fa, dopo le trivellazioni a Bagnoli, si verificò una sequenza sismica di oltre 200 scosse in poche ore. Ribadisco che non è possibile allo stato mettere con certezza in correlazione le due cose ma questo fenomeno ci dice chiaramente quanto il sistema sia instabile»;
  • il Mar Adriatico: Valerio Gualerzi, Il Senato chiede stop a prospezioni in Adriatico, blog “2050” in “La Repubblica“, 2 aprile 2014, in cui viene spiegato che il Senato ha approvato «una moratoria sulle trivellazioni per gli idrocarburi nel mare Adriatico [entro] le 12 miglia di linea marina rispetto alla costa».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Secondo il rapporto della commissione Ichese (International commission on hydrocarbon exploration and seismicity in the Emilia region) anticipato da Science e poi reso pubblico il 15 aprile 2014, non si può escludere che il sisma del 20 maggio 2012 in Emila-Romagna sia stato scatenato dall’estrazione di petrolio dal pozzo di Cavone, a circa 20 chilometri dall’epicentro del terremoto.
È improbabile che l’estrazione di petrolio e l’immissione di fluidi da soli abbiano potuto generare la pressione necessaria a provocare un forte terremoto, ma potrebbero aver contribuito a innescarlo.
Alcuni dei principali articoli che trattano dei risultati della commissione Ichese:

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del 25 maggio 2014 hanno decretato la netta vittoria, in Italia, del Partito Democratico guidato da Matteo Renzi. Al secondo posto è giunto il Movimento 5 Stelle, che per tutta la campagna elettorale aveva ripetuto insistentemente che avrebbe superato il PD e vinto la consultazione. La realtà delle urne, però, è stata appunto molto diversa (40% contro 21%) e la delusione tra i sostenitori di Beppe Grillo è stata notevole.
Alcuni di questi si sono scagliati contro la cittadina di Mirandola, tra le più colpite dal sisma in Emilia del maggio 2012, a cui il M5S aveva devoluto diverse centinaia di migliaia di euro di sostegno alla ricostruzione.
Giuditta Pini (PD) ha raccolto (e commentato) gli screenshot di tali commenti rabbiosi che, da un punto di vista antropologico, mostrano chiaramente quanto il blaming (cioè l’attribuzione della colpa) sia un processo morale:

Fonte 1 + Fonte 2

Hanno riportato la notizia anche organi di stampa come “RaiNews24” e “L’Unità” (28 maggio 2014).

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AGGIORNAMENTO del 30 maggio 2014:
In occasione del secondo anniversario del sisma in Emilia, il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato 10 risposte su quell’evento fornite dai ricercatori che lo stanno studiando: Luigi Improta (INGV-Roma1), Enrico Serpelloni (INGV-BO), Romano Camassi (INGV-BO), Carlo Meletti (INGV-Pi), Claudio Chiarabba (Direttore Struttura Terremoti INGV).
Il link è tra i commenti.

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INTEGRAZIONE del 19 settembre 2014:
Alessandro Capriccioli ha raccontato sul blog “Libernazione” che un centinaio di prelati liberiani considerano l’epidemia di ebola come una punizione divina dovuta alla corruzione e agli atti immorali (come l’omosessualità): “God is angry with Liberia, and that Ebola is a plague. Liberians have to pray and seek God’s forgiveness over the corruption and immoral acts (such as homosexualism, etc.) that continue to penetrate our society” (ne aveva già scritto il “Washington Post” il 6 agosto 2014).
Legata alla stessa piaga è anche, in Guinea, la convinzione che l’ebola sia un’invenzione dei bianchi per sterminare i neri (“CorSera”, 19 settembre 2014); un’attribuzione della colpa che, sempre in Africa, ricalca quella, ampiamente diffusa, circa l’aids (“BBC”, 26 settembre 2007).

INTEGRAZIONE del 6 maggio 2015:
Christopher Hooton riferisce su “The Independent” che per il clero iraniano i terremoti sono causati dalle donne promiscue:

“The Independent”, 6 maggio 2015, QUI
PROMISCUOUS WOMEN CAUSE EARTHQUAKES, CLAIMS IRANIAN CLERIC
by Christopher Hooton
In about the most extreme example of slut shaming yet, a prayer leader in Tehran has blamed earthquakes on women who dress provocatively and tempt people into promiscuity.
“When promiscuity spreads, earthquakes increase,” Hojatoleslam Kazim Sadeghi said during prayers on Friday, a video of which was later posted on YouTube.
“There is no way other than taking refuge in religion and adapting ourselves to Islamic behavior,” he added.
Sadeghi is a senior cleric who was last year appointed by Supreme Leader Ayatollah Khamenei as a substitute prayer leader in Tehran, a powerful position with Khamenei himself being the official prayer leader.
Iran has suffered greatly from earthquakes, with one in the city of Bam killing tens of thousands in 2003.
Sadeghi is not the first religious figure to blame the natural disasters on human behaviour.
US televangelist Pat Robertson previously said that Haiti’s devastating earthquake was down to an alleged pact the Haitians had made with the devil in the 18th century.

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INTEGRAZIONE dell’11 giugno 2015:
In Malesia sono state arrestate quattro persone (tra i 22 e i 24 anni, di nazionalità olandese, britannica e canadese) per essersi fotografate nude sul monte Kinabalu, nello stato malesiano del Sabah,considerato sacro dalla popolazione locale. Il viceministro dello stato, Joseph Pairin Kitingan, ha tenuto una conferenza stampa spiegando di aver notato «quasi certamente una connessione» fra l’incidente coi dieci ragazzi e il terremoto che si è verificato alcuni giorni dopo (causando 18 morti e danni), senza ovviamente nessun fondamento scientifico: «Dobbiamo prendere questo avvenimento come un monito: ai costumi e alle credenze locali non bisogna mancare di rispetto. Si tratta di una montagna sacra, e non la si può prendere sotto gamba. […] A prescindere dal fatto che altri ci credano o no, questo è quello in cui noi del Sabah crediamo. Il terremoto è stata una specie di conferma delle nostre credenze» (“Il Post”, 11 giugno 2015, QUI).

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INTEGRAZIONE del 2 novembre 2016:
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda (ne ho scritto QUI). Secondo Brian Tamaki, vescovo della Destiny Church, le cause del sisma sono da attribuire ai gay, ai peccatori e agli assassini. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.