Una città tra i vulcani. Rischio multiplo e prevenzione istituzionale a Napoli

Durante una conferenza tenuta il 3 marzo 2006, il filosofo Biagio De Giovanni citò lo scrittore Raffaele La Capria, secondo il quale “Napoli è città della decadenza“. Il contesto in cui venne pronunciata questa frase fu un convegno dai Radicali di Napoli sul rischio Vesuvio (uno dei tanti, nel corso degli ultimi decenni, proposto da quella compagine politica). Le parole di La Capria sono un ottimo sfondo per una questione enorme che, con fatica, si tenta di far emergere nel dibattito sociale, culturale e politico in merito al rischio cui è esposta la città: come ridare un futuro a Napoli, deviando dal percorso attendista cui sembra essersi adagiata negli ultimi decenni, ovvero uscendo da un pantano che ha paralizzato menti e gesti.
Una selezione di interventi di quella giornata del 2006 è stata riproposta il 22 giugno 2017 su “Radio Radicale”: in una trasmissione di oltre 2 ore, curata da Aurelio Aversa, si sono susseguite le voci di Marco Pannella, di De Giovanni, appunto, e di Giuseppe Luongo e Aldo Loris Rossi. E’ possibile ascoltare tutto cliccando qui:

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A mia volta, propongo la trascrizione di alcuni brani delle relazioni di questi ultimi due. Le parole di Luongo e di Rossi, infatti, sono particolarmente adatte per introdurre un articolo che ho firmato insieme a Clementina Sasso per “Napoli MONiTOR”, il 15 giugno 2017, in cui affrontiamo il rischio multiplo della città di Napoli, e di cui farò una presentazione più ampia dopo le due citazioni.

Giuseppe Luongo, vulcanologo (dal minuto 35’30”):

Abbiamo un primato, quello di avere il rischio vulcanico più elevato al mondo. La mitigazione del rischio non solo è un impegno morale e sociale, ma è anche un buon affare, perché possiamo vedere che la riduzione del rischio attraverso una pianificazione dell’uso del territorio – e quindi riducendo l’esposizione del territorio all’evento naturale – riduce l’impegno economico del Paese quando avviene un’emergenza. Se noi scegliamo l’emergenza come unico obiettivo, noi spendiamo almeno il 20% in più di quanto è possibile risparmiare con la pianificazione. […] Perché questo territorio è a rischio? Per la sua natura, innanzitutto: da Ischia alla Penisola Sorrentina è una sorgente di pericolosità. Per pericolosità ci riferiamo all’evento naturale, cioè alla probabilità che possa verificarsi un evento che produce un danno […]. Ebbene, seppur la pericolosità – cioè la probabilità che avvenga un evento – sia bassa in alcuni periodi, il rischio è alto perché è alta la vulnerabilità del territorio, cioè è alto il valore esposto. Tutto ciò significa che, qualora si verificasse un evento, il rischio è il prodotto della probabilità che accadrà l’evento e dei danni possibili che possono realizzarsi: i danni crescono se è alta la vulnerabilità e se è alto il valore esposto. Siccome vulnerabilità e valore esposto sono alti, anche la pericolosità può essere un po’ più bassa, il prodotto risulta comunque molto elevato. Il nostro obiettivo, quindi, è mitigare il rischio attraverso: 1) la riduzione della vulnerabilità del territorio (del costruito, dell’urbanizzato), 2) la riduzione del valore esposto dei territori.
Uno dei problemi, dunque, è come ridurre la vulnerabilità del territorio: come si riduce? Si riduce con una pianificazione dell’uso del territorio: ricerca scientifica alla base, forte conoscenza del comportamento del territorio, e contromisure. […] In altre parole, bisogna ridurre il livello di vulnerabilità del territorio e il numero di abitanti. Quindi, il problema della città di Napoli va risolto in un contesto territoriale molto più ampio: se non si legge questo fenomeno ad un livello almeno regionale, noi non lo risolveremo mai.
Il rischio è anche una grande occasione perché, attraverso la considerazione del rischio, possiamo attrarre risorse per la trasformazione del territorio. Quindi, non è solo un guaio, ma può essere anche un volàno […] ma è necessario canalizzare le idee, cioè avere un progetto che attragga abitanti in zone meno pericolose e, nelle zone più esposte, che recuperi uno sviluppo compatibile (coinvolgendo dunque il Parco Nazionale del Vesuvio, parchi archeologici, attività di alta formazione, turismo avanzato… attività produttive molto soft e poco hard, perché è il cervello ciò che deve produrre e non la fabbrica, in questi casi). Se noi riusciamo a fare un’operazione di questo genere – in 25-30 anni si può anche fare, come elaborazione generale – qui arriva una quantità di quattrini che fa paura. Soprattutto, c’è un progetto, c’è futuro, non c’è attesa.

Aldo Loris Rossi, urbanista (dal minuto 50’12”):

Chi ha modo di girare per l’area metropolitana napoletana può constatare un livello di degrado che non ha paragoni né in Italia, né in Europa. Per avere un minimo riferimento dimensionale, ricordo che la Campania ha la stessa popolazione della Norvegia, della Finlandia e della Danimarca, però concentrata su un’area estremamente più piccola. Pensate che nella provincia di Napoli c’è una densità abitativa di 2800 abitanti per km quadrato, cioè 4 volte quella di Roma, 9 volte quella di Firenze e 10 volte quella di Palermo. Abbiamo, quindi, una densità abitativa esplosiva. Aggiungete, poi, che il territorio è piccolissimo: pensate che la distanza da Napoli a Caserta è di soli 20 km, cioè quanto l’isola di Manhattan, quanto il diametro del Raccordo Anulare di Roma, sicché Caserta e Napoli sono sul Raccordo Anulare di Roma! Pensate che la provincia di Napoli è due terzi del solo comune di Roma.
Allora, in questa condizione disastrosa, è evidente che occorre una strategia strutturale per modificare questa realtà. […] Qui occorrono quattro rivoluzioni intrecciate: occorre una rivoluzione etico-politica, senza la quale non è possibile fare un passo in avanti; occorre una rivoluzione economica, cioè una transazione dalla struttura produttiva tardo industriale a quella post-industriale; occorre una strategia di riequilibrio ambientale; occorre costruire, infine, uno scheletro portante a questo sistema invertebrato, che è quello dell’area metropolitana di Napoli.
I dati sono precipitati negli ultimi 60 anni. Pensate che nel 1945, in Italia, circolavano 300.000 auto; oggi ne abbiamo 40 milioni. Pensate che la rete autostradale del 1945 era di 479 km; oggi siamo a 6.000 km. Per quanto riguarda i vani costruiti, nel 1945 avevamo 35 milioni di vani residenziali; oggi ne abbiamo 120 milioni. Questi dati ci impongono di prendere coscienza di una situazione incontrovertibile: i problemi di Napoli non si possono risolvere all’interno del confine comunale. […]

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Venendo all’articolo mio e di Clementina Sasso, ecco come lo ho presentato in altra sede:

Da due anni la pagina Facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, che curo con Clementina Sasso, riporta (talvolta “traduce”) notizie sul rischio geologico dell’area vesuviana e flegrea, tentando di alimentare un dialogo costante con i residenti nelle zone rosse (e, più in generale, con gli utenti di questo media).
Alcuni giorni fa abbiamo fatto un passo avanti, avviando una collaborazione con “Napoli MONiTOR“: il nostro obiettivo è di proporre periodicamente delle analisi più ampie, rispetto ai post su Fb, in merito al rischio dell’area napoletana. Differenziando i linguaggi e moltiplicando le piattaforme, la nostra ambizione è che il tema del rischio (vulcanico, sismico, ma pure ecologico, sanitario…) cresca nella collettività, così da farne un argomento politico in senso pieno.
Il primo contributo è uscito la settimana scorsa e riguarda soprattutto Napoli, bellissima e millenaria città che, sorta tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, negli ultimi decenni è divenuta una metropoli che ha abbracciato e, anzi, inglobato entrambi i vulcani. Oltre ad analizzare il contesto urbano e gli strumenti istituzionali attualmente in atto, ci siamo spinti ad indicare alcune strade da percorrere. Discuterne pubblicamente sarebbe per noi un gran risultato.
Il testo è pubblicato in una sezione speciale di “Napoli MONiTOR”, intitolata “Lo stato della città”, ossia la versione digitale – in continuo aggiornamento – di un libro collettivo uscito nel 2016.
Inutile dirvi quanto ne sia contento.

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La pagina-Facebook di “Napoli MONiTOR” ha presentato il testo pubblicando questa anteprima:

Oltre al livello essenzialmente tecnico dell’evacuazione, in una futura emergenza vulcanica di Napoli – sia sul versante flegreo che su quello vesuviano – si dovrebbero considerare almeno altri tre piani, tutti da costruire ora che – come si dice nell’ambiente del risk management – è “tempo di pace”. Andrebbe intanto fatta una riflessione su quello che Escobar, Sachs e altri hanno definito “post-sviluppo”, una sorta di strumento critico di ripensamento e ricollocazione. L’invito, cioè, è a considerare lo sviluppo come un fenomeno storico emerso nel secondo dopoguerra in quanto espressione della modernità e del capitalismo, dunque coi suoi eccessi e azzardi. Ciò significa avviare politiche di mitigazione del rischio, che sono difficili, di lungo periodo e che richiedono enorme coraggio politico in varie sedi istituzionali, ma che rappresenterebbero anche la presa di coscienza che l’esposizione attuale degli abitanti che vivono nelle zone rossa e gialla è stata costruita – si potrebbe dire edificata – nel corso degli ultimi decenni.
In secondo luogo, bisognerebbe cominciare un dialogo – quotidiano e continuo – con la popolazione: oggi ne abbiamo i mezzi, per esempio attraverso il web, ma con un’attenzione maggiore rispetto a quella osservata nel paragrafo precedente. Posto che sia fondato e fattibile, infatti, il piano di evacuazione ha qualche possibilità di successo solo se è conosciuto e condiviso, ossia ri/elaborato insieme a chi ne è direttamente coinvolto, i residenti; altrimenti sarà – come attualmente è – non solo ignorato, ma rifiutato.
Infine, sarebbe opportuno iniziare una governance del territorio che promuova la partecipazione e la sussidiarietà: a Napoli, come intorno al Vesuvio e nei Campi Flegrei, ci sono moltissime persone che hanno voglia di fare e che già ora si prendono cura del territorio. Questo, però, accade al di fuori delle istituzioni, in piccoli gruppi di amici, in associazioni talvolta sconosciute: sono comunità di scopo che rappresentano enormi risorse di cittadinanza attiva, interi pezzi di città che vanno coinvolti e messi in rete. Se non si vuole scivolare nell’illusione di far apparire fattibile un piano di evacuazione che metta in salvo centinaia di migliaia di persone in poche ore, anzi se non ci si vuole prestare a una pericolosa forma di “rassicurazionismo” di massa che allontana la consapevolezza e fa abbassare l’attenzione, è ora di cominciare a considerare “beni comuni” anche talune immaterialità, come, appunto, la sicurezza collettiva.

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Come ho commentato sotto un’altra condivisione, tengo a precisare che:

il Piano di Emergenza (a qualsiasi livello venga applicato) non ha il compito di comunicare, così come – a rigore – non ha quello di mitigare. Sono due punti, infatti, che ritengo debbano essere considerati e sviluppati dalla politica (e, Clementina ed io, nel testo non ne abbiamo fatto riferimento in merito alla Protezione Civile o, chessò, al campo scientifico: ne abbiamo parlato discutendo del website dell’Amministrazione Comunale).
Sul comunicare, il dibattito è piuttosto avanzato, sebbene – limitatamente alla comunicazione del rischio – di soluzioni concrete ne veda ancora poche; sulla mitigazione, invece, la questione è prettamente politica: riguarda una determinata visione del territorio e dello sviluppo, oltre che una specifica idea di democrazia e partecipazione (è un’utopia? può darsi, ma come tutte le utopie, non indica una meta, bensì un percorso).
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PS: per dirla tutta, personalmente ritengo il Vesuvio come un caso-studio con cui sperimentare forme prototipali di comunicazione e partecipazione: ormai anni fa, ho proposto sia al Dipartimento di Protezione Civile a Roma, sia all’Assessorato alla Protezione Civile della Campania (ma ne ho parlato anche a livello comunale) un progetto di comunicazione specifico per il Vesuvio, volto a favorire il dialogo e la sussidiarietà. Inutile sottolineare da quanto tempo stia aspettando che ai sorrisi, ai complimenti e alle pacche sulle spalle seguano decisioni concrete.

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Per concludere, segnalo che un’ottima integrazione dell’articolo è, secondo me, la “Piccola storia del PRG Napoli 2004” pubblicata il 17 giugno 2017 da Vezio De Lucia su “Eddyburg”:

Un piano misconosciuto, ancora vigente e positivamente operante poiché costruito e gestito nei decenni in cui le scelte urbanistiche erano espressione di valori sociali e culturali altrove smarriti o contraddetti nei decenni successivi.

Terremoto dell’Italia Centrale: bufale e détour dell’informazione

Dal punto di vista mediatico, due sono le caratteristiche principali delle scosse sismiche di fine di ottobre:

  1. la valanga di notizie false e di toni esasperati che fin dai primi minuti post-terremoto si è riversata sui socialmedia (e non solo);
  2. il puntuale détour nel discorso sul rischio che porta a parlare delle minacce geologiche che gravano su Napoli.

Per difendersi dalla prima degenerazione, ieri la pagina “Rischio Vesuvio…” ha pubblicato i link a vari debunker delle ultime bufale, nonché un vademecum per bonificare il nostro ambiente digitale:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: COME DIFENDERSI DALLA DISINFORMAZIONE
Gli ultimi terremoti nell’Italia Centrale del 26 ottobre (a Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera) e del 30 ottobre (a Norcia, Preci e, ancora, Castelsantangelo sul Nera) sono stati forti (la seconda, addirittura, con una magnitudo che non veniva raggiunta dal 1980), ma per una serie di circostanze non hanno provocato morti, sebbene i danni ai centri abitati e alle attività economiche siano molto gravi, potenzialmente critici per la tenuta delle stesse comunità umane.
Dal punto di vista mediatico, uno dei dati che sono saltati agli occhi è stato il livello di diffusione, pervasività e insistenza di notizie false che sono circolate sui socialmedia (e non solo) fin dai primi minuti dopo le scosse sismiche.
Tra le principali, segnaliamo:
1) Una senatrice ha accusato il governo di truccare la magnitudo per non risarcire le vittime.
2) Un consigliere regionale se l’è presa con i petrolieri.
3) Un noto giornalista ha attaccato il Papa perché dovrebbe consacrare l’Italia alla Madonna.
Tra i tanti che hanno svelato queste bugie, consigliamo: Fabio Grandinetti su “L’Espresso”, così come Mario Munafò, Juanne Pili su “FanPage”, Davide Casati sul “Corriere della Sera”, Giuditta Mosca su “Wired” e, soprattutto, “Valigia Blu” che ha ricostruito il processo con cui è nata e si è diffusa la notizia falsa della magnitudo abbassata. Assodato che la disinformazione è inquinamento, tutto ciò non fa altro che confermare quel che sosteniamo da tempo, ovvero che siano necessarie ed urgenti una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico e una più autorevole e costante comunicazione in merito ai rischi.
Per cominciare a migliorare il nostro ambiente (digitale e non solo), si potrebbero seguire i consigli per una sana convivenza sul web diffusi due settimane fa da “Valigia Blu“: «1. Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia; 2. Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica; 3. Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici; 4. Prima di condividere controlla la fonte; 5. Prima di condividere controlla la data dell’articolo; 6. Ricordati di citare la fonte; 7. Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione».

Per razionalizzare il secondo punto, invece, stamattina ha ascoltato la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano e il suo invito a focalizzare l’attenzione su ciò che, attualmente, desta reale preoccupazione:

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TERREMOTO DELL’ITALIA CENTRALE: QUALI EFFETTI SU NAPOLI?
Come era capitato già dopo il sisma del 24 agosto ad Amatrice, Accumoli ed Arquata del Tronto, così anche dopo le scosse telluriche di fine ottobre il tema del rischio si è esteso alla minaccia sismica e vulcanica che grava su Napoli e la sua provincia. In effetti, negli ultimi due mesi l’argomento è stato affrontato spesso: la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile, infatti, hanno presentato il Piano di Emergenza dei Campi Flegrei e il Piano di Evacuazione del Vesuvio. Inoltre, come abbiamo evidenziato noi stessi due settimane fa, ciò ha palesato la fragilità del capoluogo campano, completamente interessato dai vulcani ad est e ad ovest del suo nucleo urbano.
Per non dare corda ai ciarlatani, riteniamo fondamentale ascoltare le parole di chi studia questi fenomeni. A tal proposito segnaliamo che l’altro ieri “La Repubblica” ha intervistato Francesca Bianco, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
La scienziata ha affermato che con le ultime scosse «abbiamo ballato, ma non c’è pericolo. E se il grande incubo dei napoletani è il Vesuvio, la nostra attenzione [dell’Osservatorio Vesuviano] è tutta puntata sui Campi Flegrei: nella zona della Solfatara e di Pisciarelli il livello di guardia è giallo». Dopo aver brevemente parlato anche del Vesuvio e del Marsili (che attualmente non destano preoccupazione), la dottoressa Bianco ha concluso dicendo: «Non è il terremoto che crea problemi, ma come l’uomo ha costruito nelle zone in cui avviene un terremoto. Noi siamo al nostro posto, incessantemente da 175 anni, ma occorrerebbe fare una sostanziale azione di messa in sicurezza del territorio a tutti i livelli, con un check up di tutti gli edifici e reali azioni preventive».
Per ciò che riguarda i sismi in Campania, è bene ricordare che le aree sismogenetiche più importanti sono quelle dell’Irpinia e del Sannio e che potranno provocare terremoti in futuro, per cui è essenziale, come ci ha spiegato un’altra geologa, che «in questo tempo dobbiamo tutti preoccuparci di rendere le nostre case, scuole e uffici, più sicuri e in grado di resistere a scosse forti».

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INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

Napoli e il rischio vulcanico: tra Vesuvio e Campi Flegrei

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, il Vesuvio non pone solo delle questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ma fornisce spunti di riflessione sul modello urbanistico, economico e democratico seguito nel corso del Novecento. L’altro ieri [12 ottobre 2016] è stato presentato il (corposo) “Piano di Evacuazione del Vesuvio”, di cui poco fa ha scritto anche “The Independent“, a sottolinerare l’eco che il caso-Vesuvio ha in larga parte del pianeta. Però, al di là dell’organizzazione della fuga in caso di allarme (che è e resta un compito cruciale), non si può prescindere da una riflessione più ampia sullo stato del territorio. Oggi l’occasione è fornita da un’immagine inedita, sebbene sotto gli occhi di tutti: unendo le perimetrazioni del rischio vulcanico flegreo e vesuviano, infatti, emerge una mappa che pone la città di Napoli e la sua provincia sotto un’ottica completamente nuova.
Ne ha scritto la pagina Fb Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci:

L’altro ieri, il 12 ottobre 2016, la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno presentato alla stampa il “Piano di Evacuazione del Vesuvio” [ne abbiamo scritto qui, qui e qui].
Poche settimane fa le stesse istituzioni hanno aggiornato il “Piano di Emergenza dei Campi Flegrei“, che stabilisce una “zona rossa” includente tutta l’area occidentale di Napoli e una “zona gialla” che arriva a lambire i quartieri più orientali del capoluogo, ovvero quelli interessati dal rischio vesuviano.
Come si può osservare dall’immagine qui in basso, abbiamo affiancato le perimetrazioni del rischio vulcanico di entrambi i complessi, Vesuvio e Campi Flegrei, così da far emergere due dati fondamentali:
1) il comune di Napoli è interamente interessato dal rischio vulcanico;
2) pressoché tutta la provincia è soggetta a tale minaccia.

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L’immagine è stata realizzata da Gaetano Magro (che ringraziamo).

Teniamo a sottolineare che le zone “rossa” e “gialla” si differenziano principalmente per due parametri: un fattore tempo (la “zona rossa” è quella più direttamente e immediatamente soggetta all’eruzione) e un fattore pericolosità (terremoti, flussi piroclastici e lave si abbattono con più violenza nelle immediate vicinanze del cratere). Entrambe le perimetrazioni, però, sono importanti e, anzi, nella “zona gialla” è molto alto il rischio crolli per l’accumulo di ceneri sui tetti delle abitazioni (a titolo esemplificativo: nel 1944 i 26 morti dell’ultima eruzione vesuviana furono tutti fuori dall’attuale “zona rossa”).
Come ha osservato l’urbanista Aldo Loris Rossi, la provincia di Napoli ha un’estensione quanto l’area all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma, con la particolarità che vi sono presenti ben due vulcani attivi. Si tratta di un caso unico al mondo e, a nostro avviso, richiede risposte coraggiose e inedite, che vadano oltre l’organizzazione della fuga, per quanto importante: c’è da ripensare, cioè, il rapporto città-campagna, l’urbanizzazione (tra legale e illegale), le infrastrutture e la loro manutenzione, nonché la partecipazione, la sussidiarietà e la governance.
Su Napoli, poi, c’è da sfatare un’illusione, ovvero che non sia mai stata colpita da eruzioni. In realtà, strati di lava sono stati riscontrati in più punti del centro cittadino e, come ha mostrato Mario Tozzi in tv un anno fa, il rapporto tra Napoli e il Vesuvio ha una storia lunga almeno 2000 anni. In ogni caso, gli Lloyd’s di Londra hanno anche calcolato quanto costerebbe a Napoli un’eruzione vulcanica: 1,08 miliardi di euro, ovvero il 15,48% della ricchezza cittadina. Come è noto, prevenire i rischi avrebbe un impatto economico molto minore.
Stretta tra due vulcani, dunque, Napoli deve ripensarsi urgentemente alla luce di queste nuove mappe del rischio: la città è cresciuta in maniera disordinata durante il Novecento e, come ha scritto un mese fa Roberto Saviano, «nel capoluogo campano il 44% degli edifici è a rischio sisma». Le istituzioni cittadine (e metropolitane, ex provinciali) hanno ormai il dovere (burocratico, ma soprattutto etico) di prendere delle misure, di studiare delle soluzioni. Napoli, come ha rivelato Angelo Agrippa due giorni fa, non ha ancora un “Piano di Emergenza Comunale” (né per il rischio idrogeologico, né per quello sismico ed eruttivo, né per quasiasi altra minaccia). Il vicesindaco Raffaele Del Giudice ha replicato che il Piano sarà pronto «tra dieci giorni», ma il punto non è solo di rispettare una scadenza, bensì di costruire un sistema di protezione molto più articolato e lungimirante. Innanzitutto sarà necessario – ad opera della Regione o del Dipartimento di Protezione Civile – armonizzare e razionalizzare i singoli Piani di Emergenza Comunali, ma soprattutto sarà fondamentale avviare una gestione del territorio più ecocompatibile ed equa, nonché instaurare un continuo e costante dialogo con la popolazione: informarla, aggiornarla, ascoltarla, includerla.
La questione riguarda ogni livello istituzionale e al momento, al di là delle carte, cosa di tutto ciò sia in lavorazione o in programma non è dato sapere.

Aggiornato il Piano di Emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei

In questi giorni [prima metà di settembre 2016] è stato ridefinito il piano di emergenza vulcanico dei Campi Flegrei. Segue la stessa impostazione di quello per il Vesuvio: individuazione di uno scenario eruttivo atteso, conseguente divisione del territorio in una zona “rossa” e una “gialla”, gemellaggio dei comuni (e quartieri) a maggior rischio con le regioni d’Italia.
La mappa che riguarda il comune di Napoli fa una certa impressione: pressoché l’intero territorio è interessato dal rischio vulcanico flegreo, mentre la parte restante (quella orientale) rientra nell’area a rischio vesuviano.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 14 settembre 2016, qui.

Sulla Gazzetta Ufficiale del 19 agosto 2016 è pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 giugno sull’aggiornamento del “Piano di Emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei“. Si tratta di un solo articolo e di cinque allegati che ridefiniscono le zone “rossa” e “gialla”, i gemellaggi tra i comuni a rischio e le regioni italiane ospitanti, nonché altre informazioni sulle aree interessate dalla possibile ricaduta di ceneri in base allo scenario eruttivo atteso.

La “zona rossa” dei Campi Flegrei riguarda sette comuni: gli interi comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, parte dei comuni di Giugliano in Campania, Marano di Napoli e alcune municipalità di Napoli: per intero le municipalità 9 (quartieri Soccavo e Pianura); 10 (quartieri Bagnoli e Fuorigrotta) e alcune porzioni delle municipalità 1 (quartieri di San Ferdinando, Posillipo e Chiaia), 5 (quartieri di Arenella e Vomero) e 8 (quartiere di Chiaiano). Ciascuna di tali entità territoriali è gemellata con una regione italiana.

La “zona gialla” comprende sei comuni e ventiquattro quartieri del comune di Napoli: Villaricca, Calvizzano, Marano di Napoli, Mugnano di Napoli, Melito di Napoli, Casavatore; i quartieri di Napoli sono Arenella, Avvocata, Barra, Chiaia, Chiaiano, Mercato, Miano, Montecalvario, Pendino, Piscinola, Poggioreale, Porto, San Carlo all’Arena, San Ferdinando, San Giovanni a Teduccio, San Giuseppe, San Lorenzo, San Pietro a Patierno, Scampia, Secondigliano, Stella, Vicaria, Vomero, Zona Industriale.

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Clicca sull’immagine per accedere alla fonte primaria.

I Campi Flegrei sono noti per il bradisismo (i fenomeni più recenti si sono avuti 1950-52, 1969-72, 1982-84), ma si tratta anche di uno dei sistemi vulcanici più attivi e pericolosi al mondo, come riportato ieri dalla pagina fb “Italia Unita per la Scienza“.

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INTEGRAZIONE dell’11 ottobre 2016:
Un lungo e ricco articolo di MalKo sul caso dei Campi Flegrei è pubblicato sul suo blog il 27 settembre 2016: QUI.

Dopo un terremoto, pavlovianamente si parla di Vesuvio

Da osservatore della realtà vesuviana so che è un riflesso pavloviano: ogni volta che c’è un disastro da qualche parte, dopo poco si parla del rischio che corre Napoli. Penso sia una gran cosa, perché ci fa essere sempre sensibili al tema, eppure a tali avvisi non seguono mai politiche adeguate e fatti concreti. Dopo il drammatico terremoto del Centro Italia, negli ultimi giorni [fine agosto – inizio settembre 2016] la stampa e il web hanno scritto spesso della mancanza di piani d’emergenza comunali nei Campi Flegrei e intorno al Vesuvio, nonché dell’inadeguatezza di una larghissima parte degli edifici di Napoli e delle altre città della provincia. La pagina “Rischio Vesuvio” raccoglie buona parte di questi contributi, che vi invito a leggere.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 6 settembre 2016: qui.

Il drammatico terremoto del 24 agosto 2016 tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria [ne abbiamo scritto anche noi] ha messo a nudo, come ogni disastro, le nostre fragilità strutturali: la nostra vulnerabilità urbana e sociale, l’inadeguatezza dei nostri edifici, la colpevole illusorietà di certi adeguamenti antisismici, il grande lavoro che abbiamo ancora da fare perché – oggi – una scossa di magnitudo 6 non può causare 300 morti e radere al suolo interi centri abitati.
Allo stesso tempo, questa prima fase del post-terremoto sta evidenziando alcune retoriche già messe in atto nelle precedenti esperienze, come osserva il geografo Giuseppe Forino, e la necessità di una ricostruzione inclusiva e partecipata, come sottolinea lo storico Stefano Ventura.
Ulteriore aspetto, anche questo ricorrente, è la sensibilizzazione (innanzitutto mediatica) alle scosse sismiche nell’area napoletana (tutte molto lievi, sotto la magnitudo 2): ne sono state avvertite nei Campi Flegrei e sull’isola d’Ischia [anche qui].
Il punto che, tuttavia, ci sembra di particolare importanza è quello che guarda al futuro, specie in provincia di Napoli: siamo pronti? come sono i piani di emergenza? le nostre case sono sicure?
A questo proposito negli ultimi giorni sono usciti quattro articoli considerevoli:
Luisiana Gaita (“Il fatto quotidiano”, 5 settembre 2016): «Bradisismo, mancano i piani d’emergenza ai Campi Flegrei. E se il Vesuvio eruttasse? “Nessuno saprebbe cosa fare”»;
Antonio Fiore (“Corriere del mezzogiorno”, 28 agosto 2016): «I paradossi del rischio Vesuvio. Fa una certa sensazione apprendere che, tra i (cento e passa) Comuni della regione Campania privi ancora dell’obbligatorio Piano di emergenza, spicca Pompei»;
MalKo (Blog “Rischio Vesuvio”, 2 settembre 2016): «Il piano di evacuazione non ce l’ha nemmeno Torre del Greco, il paese mediano da 100.000 abitanti, ma neanche Boscoreale»;
Roberto Saviano (“L’espresso”, 4 settembre 2016): «Dio non voglia che accada a Napoli. Nel capoluogo campano il 44 per cento degli edifici è a rischio sisma. Ma le istituzioni allargano le braccia. E puntano, come sempre, sulla fortuna».

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Il ritardo che abbiamo accumulato è una colpa, la speranza o la fortuna non salvano, bisogna agire e quel che possiamo fare noi, in quanto cittadini, è pretendere il rispetto della legge: che ciascun comune si doti di un piano di emergenza, che la protezione civile aumenti e migliori l’informazione e la comunicazione con la popolazione, che il governo garantisca il nostro diritto alla vita avviando politiche che permettano l’adeguamento sismico degli edifici e la riqualificazione urbana, che la gestione del territorio sia più partecipata ed inclusiva, ma soprattutto ecocompatibile ed equa.

Il Vesuvio radiofonico: giugno 2016

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 24 giugno 2016: qui.

Ieri, 23 giugno, Radio 1 ha trasmesso una puntata dedicata al Vesuvio: dura 20′ e vi consigliamo di ascoltarla, perché è sempre importante rinnovare la conoscenza del nostro vulcano.
Almeno una considerazione, però, va fatta su questo tipo di comunicazione.
In trasmissione c’è stato un collegamento con gli Scavi di Pompei e sono intervenuti prestigiosi esponenti della scienza (Osservatorio Vesuviano e Università) e della protezione civile (tecnici e politici). Costoro hanno presentato le caratteristiche geologiche e storiche del vulcano, hanno esposto i princìpi del piano di emergenza nazionale e hanno spiegato alcune lacune del sistema di sicurezza, che tuttavia sarebbero superabili coinvolgendo le scuole (certo, la scuola è l’alfa e l’omega di tutto, lo sappiamo). Infine, è stato citato anche l’abusivismo, tuttavia nessuno ha parlato dell’urbanizzazione legale, a cui è imputabile la gran parte dell’attuale esposizione al rischio.
Anche questa volta è mancata completamente la voce degli urbanisti (si può “aggiustare” la “città vesuviana”?) e degli scienziati sociali (gli abitanti del posto sono pazzi?), ma soprattutto è mancata un’analisi delle cause, individuate le quali è possibile elaborare delle soluzioni. Ancora una volta, dunque, si è risolto tutto nei soliti discorsi, triti e ritriti (almeno, per chi come noi segue costantemente l’argomento).
Insomma, riteniamo che passi in avanti vadano compiuti anche nella comunicazione.

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming-audio.

Commenti:
FodA: Oltretutto l’unica cosa specifica che hanno detto rimane fumosa e imprecisa: i gemellaggi. Il piano nel 2013 era questo: decisa l’evacuazione, gli abitanti vengono portati in “zone limitrofe della Campania” in alberghi, scuole e alloggi IN ATTESA dell’eruzione. Avvenuta poi l’eruzione, si verifica quali paesi sono stati distrutti o danneggiati, e solo allora si trasferiscono le persone nelle regioni gemellate. Per come ne hanno parlato, sembra che il trasferimento alle regioni avvenga prima dell’eruzione. E non è la prima volta che su questo punto non c’è chiarezza. E non è poco dal punto di vista sociale e gestionale
Giogg: Non si sa nemmeno quanta gente evacuare: la “zona rossa 1” non coincide con i confini amministrativi dei comuni, ma è pressoché circolare, per cui quanti sono i residenti entro la “linea Gurioli”? Si dovrebbe effettuare un censimento strada per strada, ma zero anche qui.
FodA: sprecano i soli 10 minuti a spiegare cos’è il Vesuvio, se è addormentato, che scenario eruttivo sarà (e non lo possono sapere neanche loro), che c’è un monitoraggio, che c’è un piano di emergenza… se avessi tempo e pazienza, raccoglierei tutte le trasmissioni che ho sentito sul Vesuvio negli ultimi 10 anni e farei un blob per dimostrare ch non si muovono di un punto.

Una bella eruzione e tutto si risolve

Un quarto di secolo fa l’allora neo-parlamentare Vittorio Sgarbi, ai primi di aprile del 1992 disse: «Le case di Zafferana [Etnea] sono un orrore, meglio se la lava le cancella» (concetto che ribadì più volte nei giorni successivi e anche dopo parecchi anni). L’Etna aveva cominciato un’intensa attività eruttiva nel dicembre precedente e la colata lavica che ne era fuoriuscita stava minacciando l’abitato di quel versante del vulcano.

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La situazione era talmente delicata che intervennero militari e ingegneri con mine e ruspe… e alcuni abitanti del paese tentarono anche con il sacro, praticando un “rito in emergenza”:

«L’8 aprile 1992 il magma supera lo sbarramento costruito dai militari e dalla Protezione Civile a “Portella Calanna” e tracima verso “Piano dell’Acqua” e “Valle San Giacomo”, minacciando i quartieri “Sciara” e “Ballo”, che cominciano a prepararsi all’evacuazione.
Due giorni dopo, il 10 aprile 1992, la popolazione, allarmata, porta in processione la statua della Patrona, la Madonna della Provvidenza, fino al fronte lavico, al “Piano dell’Acqua”, e chiede l’intercessione della Beata Vergine Maria, affinché il fluire impetuoso e minaccioso della lava si arresti».

Dopo un paio di settimane di preghiere (e di lavoro) la lava si fermò e il parroco fece suonare le campane a festa.

Questa storia m’è tornata in mente oggi, leggendo di una giornalista che l’altra mattina ha detto in tv: «Mi auguro che il Vesuvio si riprenda le case che i napoletani hanno messo là».
In trasmissione si parlava di abusivismo edilizio e, come un riflesso pavloviano, anche in questo caso c’è stato qualcuno che ha tirato fuori il Vesuvio (non capita mai che si esemplifichi facendo riferimento all’abusivismo di Genova, tanto per chiarire). Peccato, però, che intorno al vulcano napoletano l’abusivismo, per quanto gravemente dannoso, sia un fenomeno comunque marginale rispetto al resto della cementificazione, che, al contrario, è del tutto legale. In altre parole, l’urbanizzazione che in alcuni decenni ha prodotto un’esposizione al rischio come in pochi altri posti del mondo, è autorizzata, legittima, regolare, consentita, lecita.

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Stesso discorso per Zafferana, dove non è che non ci sia abusivismo o non ci siano edifici indegni della storia architettonica siciliana e dell’impareggiabile paesaggio etneo, tutt’altro, ma a osservare con più attenzione ci si accorgerebbe che quello è uno dei comuni della provincia di Catania in cui il fenomeno è più basso (secondo un rapporto regionale del 2012).

Bene, precisato ciò, ora possiamo tornare alle chiacchiere da bar e a tifare per l’asteroide.