La Corte di Strasburgo rigetta il ricorso dei vesuviani

Alla fine di ottobre 2013, dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana presentarono un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano. La motivazione era che «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini».
Dopo varie vicissitudini, oggi la Corte ha rigettato il ricorso di quelle persone, non perché le accuse non sussistano (questo aspetto non è stato valutato), ma perché i ricorrenti avrebbero dovuto prima tentare di avere giustizia davanti ai tribunali nazionali (Tar e Consiglio di Stato) o attraverso una class action [ANSA, Adnkronos, Il Mattino, Metropolis].
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In serata il primo firmatario del ricorso, Rodolfo Viviani, ha così commentato sul suo profilo fb:

Alla Corte europea di Strasburgo si “lavano le mani” rispetto al nostro ricorso per le responsabilità dello Stato italiano in materia di riduzione del rischio Vesuvio. Dovremmo chiedere giustizia ai magistrati che hanno sempre chiuso gli occhi davanti alle pubbliche denunce fatte da Pannella e dai Radicali, non accorgendosi ad esempio, delle decine di migliaia di abitazioni abusive che in questi trenta anni sorgevano in zona sismica e vulcanica. E allora che dire, aspettiamo che il Vesuvio ci lavi col fuoco?

Altri link: 1) mio fb, 2) pagina fb sul rischio vesuviano.

Le case dei disastrati come tangenti: un’inchiesta a L’Aquila

Me li ricordo i buoni propositi del giorno dopo il sisma dell’Aquila: “Vigileremo, non tollereremo sprechi, non ci saranno infiltrazioni da parte della criminalità, la ricostruzione non sarà finta come in altre zone del Paese, torneremo presto alla normalità…“.
Ne scrisse un lungo articolo anche Roberto Saviano (il 14 aprile 2009 su “La Repubblica”) e, invece, quasi cinque anni dopo, eccoci qua, puntuali all’appuntamento con la solita storia italiana: le case dei disastrati usate come tangenti (e già un paio di mesi fa l’UE denunciò sperperi e collusioni).
Alla prossima sciagura, per favore, nessun amministratore esprima buone intenzioni, rischieremmo di ricordarle anche allora.

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«[…] Conosco da anni Massimo Cialente, ne conosco la passione politica, l’amore e l’impegno per la sua città. E mi duole scrivere queste righe. Ma al punto in cui siamo deve fare qualcosa, dare un segnale netto alla sua città e al Paese intero. Deve assumere direttamente le responsabilità del disastro che rischia di affondare definitivamente l’Aquila. […]» (Primo di Nicola, QUI e tra i commenti)

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«Crolla anche il mito del Comune dell’Aquila isola felice, impermeabile a tangenti e corruttele. […] L’indagine, va tenuto conto, si riferisce ai primi mesi del post sisma, una dimostrazione plastica che la notte del terremoto, appena usciti di casa, anche alcuni aquilani ridevano […]. Il rischio ora è che l’immagine a livello nazionale che produrrà questa vicenda finirà per frenare ancora di più il flusso dei finanziamenti. […] Mediti il sindaco Cialente, parli meno e controlli meglio chi lo circonda evitando di offendere parenti delle vittime e consiglieri (per esempio Vittorini e Di Cesare, ma non solo) che fanno bene il proprio lavoro denunciando le cose che non vanno» (Giustino Parisse, La notte del terremoto ridevano anche alcuni aquilani, “Il Centro”, 8 gennaio 2014).

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AGGIORNAMENTO dell’11 gennaio 2014:
Il sindaco de L’Aquila ha annunciato le sue dimissioni con una conferenza stampa: VIDEO.
Ecco i titoli dei principali giornali:
“CorSera”: Tangenti a L’Aquila, lascia il sindaco Cialente. «Coinvolti miei uomini, mia la responsabilità».
“La Repubblica”: L’Aquila, sindaco Cialente si dimette: “Attacco frontale da mezzi d’informazione, impossibile difendersi dalla macchina del fango”.
“Il Centro”: Tangenti sulla ricostruzione. Cialente: addio non torno indietro: “Non mi faranno cambiare idea nè Renzi nè Letta”.

AGGIORNAMENTO del 16 gennaio 2014:
Giuseppe Caporale ha pubblicato su “La Repubblica” il seguente reportage: “Terremoto in Abruzzo, la truffa della scuola: “Ricostruita senza metà delle fondamenta”. Fatture gonfiate e lavori inutili: i pm chiedono il processo per politici e funzionari“. (Anche tra i commenti qui sotto)

AGGIORNAMENTO del 21 gennaio 2014:
Il sindaco de L’Aquila ha ritirato le dimissioni che aveva annunciato dieci giorni fa: QUI. La reazione dei terremotati riuniti nell’associazione “3e32” è stata a dir poco di sdegno: «Oggi abbiamo assistito alla grande pantomima del ritorno di Massimo Cialente [il quale è simbolo di un immobilismo che sta] condannando a morte una città intera […]. Solo dalla partecipazione reale delle persone, dai progetti concreti di ricostruzione sociale, dalle tante idee e proposte rimaste inascoltate in questi anni, potrà prender vita un nuovo modello di ricostruzione ed un futuro diverso per questo territorio […]»

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
Gian Antonio Stella, in occasione del quinto anniversario del terremoto abruzzese, racconta (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2014) di una ricostruzione lenta (a L’Aquila), se non praticamente ferma (a Onna), talvolta sbagliata come nel caso delle case fatiscenti degli sfollati a Cansatessa, poco distante da Coppito: L’Aquila, 5 anni dopo: macerie e sfollati. La ricostruzione è ancora lontana.
L’anniversario è ricordato anche da Serena Giannico sul “manifesto” del 4 aprile 2014: L’Aquila sospesa.

Marco Pannella e il rischio Vesuvio

Alla fine di ottobre 2013 dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana appartenenti ai Radicali Italiani hanno presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [ne ho scritto QUI; altri articoli sono QUI].
Il 12 dicembre 2013, nell’ambito del convegno «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», organizzato da “Il Fiore Uomosolidale“, il leader storico dei radicali Marco Pannella ha annunciato – con termini piuttosto forti – il ricorso alla Corte Europea.
Eccone alcuni servizi video:





Alcuni articoli sul convegno e sul ricorso europeo dei Radicali sono QUI (Angelo Lomonaco, “Corriere del Mezzogiorno”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”).

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

Camorra vesuviana

Ne ho accennato in qualche post precedente, soprattutto in merito alla gestione dei rifiuti e delle discariche (abusive e non), ma la presenza della camorra in area vesuviana è molto più estesa e pervasiva.
In particolare, a SSV la presenza camorristica è ben visibile nella megavilla appartenuta al boss Luigi Vollaro, detto ‘o Califfo, confiscata da decenni e non ancora convertita ad usi sociali.

In questo post raccolgo le notizie riguardanti le commistioni tra politica, economia e camorra in area vesuviana. Comincio con la storia del clan Vollaro, disponibile su una pagina di wikipedia in italiano:

«Il clan Vollaro è un clan camorristico operante nella zona est di Napoli, più precisamente nell’area del Comune di Portici, zona completamente messa a tappeto dalle estorsioni, l’organizzazione è stata definita dalle autorità competenti clan di accattoni, infatti per la venalità dei suoi affiliati non vengono risparmiati alla richiesta di pizzo anche modesti ambulanti che in prevalenza sono cittadini extracomunitari.
Fondato da Luigi Vollaro, detto ‘o califfo, per la sua grande fecondità: 27 figli avuti da una decina di relazioni. Il clan ha combattuto due guerre di camorra: la prima, tra il 1977 ed il 1997, fu una guerra intestina scandita da una ventina di omicidi e l’altra, negli ultimi mesi del 2001 ed i primi del 2002, contro il clan Cozzolino.
Uno dei primi clan a schierarsi con Carmine Alfieri ora pentito, nella lotta alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo ed è all’interno della Nuova Famiglia, che i Vollaro stringono le proprie alleanze.
Nel 1982 ‘o califfo viene arrestato dopo tre anni di latitanza, sospettato dell’omicidio di un suo affiliato, il ventiquattrenne Giuseppe Mutillo ucciso nel 1980. Omicidio per il quale Luigi Vollaro riceve la condanna per ergastolo, condanna passata in definitiva. A questa si affiancherà, nel 2003, il secondo ergastolo per l’omicidio di Carlo Lardone, altro gregario dei Vollaro.
Nel 1992 Luigi Vollaro viene sottoposto al regime del carcere duro, uno dei primi boss di camorra per il quale si dispone il 41 bis. Da questo momento la gestione degli affari illeciti passa ai suoi figli Pietro, Giuseppe e Raffaele [fonte]. Antonio Vollaro (altro figlio del Califfo) è sempre stato estraneo agli affari di famiglia, è stato ingiustamente detenuto per anni per un omicidio commesso dal fratello Ciro, ora collaboratore di giustizia che, con le sue confessioni ha contribuito a dare un duro colpo alla famiglia.
I continui arresti operati dagli agenti agli affiliati delle cosche locali rischia di rompere gli equilibri della criminalità organizzata locale. L’indebolimento delle famiglie locali rischia di aprire la strada al clan Sarno.
Il 10 giugno 2009 vengono arrestati 5 dei 27 figli del califfo, tra cui anche il reggente Antonio Vollaro. Utilizzati anche due plotoni dell’esercito nell’operazione [fonte]».

AGGIORNAMENTO del 29 gennaio 2014
“Napoli Today” riferisce di due arresti in area vesuviana per spaccio di stupefacenti: “Droga, in manette affiliati al clan Abate. I due arrestati sono accusati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Sono un 45enne di San Giorgio a Cremano ed un 35enne di San Sebastiano al Vesuvio“.