La Costa Concordia «come se»

«Il naufragio della Costa Concordia è un monumento alla stupidità umana», ha scritto Marco Imarisio nel suo instant-book “Concordia. La vera storia”. «Davanti alla follia e alla stupidità umana ogni sapere, ogni progresso tecnologico diventa inutile. Questa, nel bene e nel male, è una storia di uomini, dei loro piccoli gesti di coraggio, soprattutto delle loro grandi debolezze. […] Questa è una tragedia degli uomini». La sera del 13 gennaio 2012 una macchina strabiliante, una raffinata opera dell’ingegno, aveva dimostrato la sua grande fragilità: bastava affidarla ad un uomo che non ne era all’altezza e tutta la sua forza e magnificenza potevano svanire in pochi istanti. In altre parole, l’affondamento di quella nave sembrava rivelare che la stupidità era più forte dell’intelligenza.
Dopo 20 mesi, oggi 16 settembre 2013 l’attesa per il recupero del relitto accasciato davanti all’isola del Giglio è notevole anche perché, a leggere i titoli dei giornali e ad ascoltare gli esperti, pare essere in gioco un riscatto del razionale sull’irrazionale o, per riprendere i termini di Imarisio, dell’intelligenza sulla stupidità. Tornando su quel che accadde nel gennaio 2012, è come se allora ci fosse stato una specie di trionfo dell’illogico: l’incidente era stato provocato dal cosiddetto “inchino” della nave, una pratica assurda, sebbene da anni tollerata da tutte le autorità in numerose località costiere italiane; il comportamento del capitano era stato inconcepibile (e vigliacco); le prime testimonianze dei naufraghi erano tutte (comprensibilmente) emotive: «E’ stato veramente un incubo, in confronto le scene del Titanic facevano meno paura»; il paese di origine del capitano si ostinava a difendere il proprio concittadino (qui provai a individuare qualche spiegazione); qualche mezzo di informazione non aveva disdegnato di dare spazio a congetture fantasiose, osservando che il naufragio era «accaduto di venerdì 13» e ricordando che il varo del 2006 «fu sfortunato» perché «non si ruppe la bottiglia» (da cui numerose “leggende” sulla supposta maledizione della nave) [raccolsi alcune informazioni qui].
Nel corso di questo anno e mezzo che ci separa da quella tragica notte, il relitto della Costa Concordia è diventato una sorta di sfondo fotografico per turisti e un souvenir da portare a casa (sono state messe in commercio t-shirt e cartoline, ma anche pezzi di scoglio, riproduzioni, miniature); e tutto questo in virtù del fatto che quella nave si è trasformata in un oggetto culturale, cioè in un tema dotato di una propria dimensione simbolica. La Concordia è stata presto riconosciuta sia come la testimonianza di un fatto storico, sia come una allegoria dell’attuale condizione italiana. Nel primo caso si parlò de «La nave di maggior tonnellagio mai affondata» e ancora oggi si riferisce che quello in atto è «il più grande recupero mai tentato» (un primato, d’altronde, che fu individuato già l’indomani del disastro: qui), mentre nel secondo si fa allusione alla crisi economica del Paese e all’inadeguatezza della sua classe dirigente: lo hanno sostenuto in molti, tra i quali Beppe GrilloNicolò Carnimeo, Adriano SofriUto Ughi, Tito Boeri e altri).
Oggi tutto questo vuole essere cancellato (raddrizzato, recuperato, dunque riscattato, redento) attraverso la complessa e delicata operazione ingegneristica messa in opera dalle ditte Titan Salvage e Micoperi, sotto la supervisione della Protezione Civile (mentre scrivo, i lavori sembra che stiano procedendo bene, senza conseguenze per l’ambiente: qui). Oggi, stando al clamore mediatico (457 giornalisti accreditati, di cui 310 stranieri), non è in ballo solo lo spostamento fisico di una enorme nave adagiata su una fragile e bellissima scogliera, ma è in gioco qualcosa di più etereo e, allo stesso tempo, profondo: si sta tentando la rimozione di un simbolo di decadenza e fallimento: il capitano Gregorio De Falco, uno dei protagonisti “positivi” di quella notte, ha testé dichiarato che «Oggi riscattiamo l’immagine dell’Italia cialtrona» (pare, inoltre, che su Twitter l’hashtag odierno sia “riemergere“).
La notte del 13 gennaio 2012, imperizia, arroganza, superficialità e incuria determinarono una vera e propria sciagura, aggravata dall’umiliazione di non avere neppure un capitano coraggioso che si prendesse carico del disastro; mentre oggi, al contrario, «nulla è stato lasciato al caso» («ogni rischio è stato calcolato e ridotto al minimo») e, soprattutto, è presente un leader, ovvero qualcuno che, valorosamente, si assume l’onere delle scelte: «In caso di esito cattivo, la responsabilità è mia», ha dichiarato Franco Gabrielli. Questa frase è da manuale: svelando l’incertezza dell’operazione in atto – ovvero il suo possibile fallimento – il capo della Protezione Civile riesce comunque a rassicurare assumendo su se stesso il peso dell’aspettativa. Il bisogno sociale di sicurezza porta a credere nell’autorità e che questa sia infallibile; siamo convinti, cioè, che i “sistemi esperti” impegnati al Giglio sappiano ciò che fanno e che non siano composti da persone avventate. Ci affidiamo all’idea che costoro, lavorando in equipe, si controlleranno gli uni con gli altri e, soprattutto, non compiranno degli azzardi, ma, al contrario, faranno in modo che l’imprevisto non prevalga sul calcolo (qui un esempio fornito da un gigliese). Noi che seguiamo il loro lavoro come spettatori, non possiamo che fidarci e confidare in questa ostentata capacità tecnico-ingegneristica di risolvere il problema. Riteniamo, in altre parole, che le competenze superino le improvvisazioni e che la statistica produca i risultati che lascia intendere («90% di possibilità che la rotazione funzioni»), per cui tendiamo a porre in secondo piano altre conoscenze che pure abbiamo: innanzitutto che i saperi tecnico-scientifici non sempre sono garanzie sufficienti a scongiurare che la peggiore eventualità si verifichi (molta letteratura sociologica sul rischio lo ha ormai appurato), inoltre sappiamo che lo scafo può spezzarsi o, addirittura, sfaldarsi durante la sua rotazione e, ancora, che il movimento è in grado di far fuoriuscire delle sostanze inquinanti (la Protezione Civile ne aveva fatto un elenco, ma Greenpeace ha realizzato un inventario più accurato e preoccupato, tuttavia c’è l’Arpa toscana a monitorare le acque). In un miscuglio di conoscenza e di non conoscenza, di calcolo e di aleatorietà (il rischio è questo: considerare una probabilità), ci troviamo dinnanzi ad un “sistema astratto” (astratto perché impersonale, ovvero composto di ruoli, prima che di individui) in cui alcune figure tendono a catalizzare l’attenzione mostrandosi degni di fiducia: essi rappresentano, spiega Anthony Giddens, «l’anello di congiunzione tra la fiducia personale e la fiducia nel sistema». In un quadro che ha nella relazione con l’incertezza una sua costante, la nostra sostanziale impotenza di spettatori si declina in quella che possiamo definire l’illusione di un’azione o la delega di un’azione, ovvero nello sperare: «Speriamo nella tecnologia e nella faccia che ci mette l’armatore. Speriamo che ci abbiano raccontato tutta la verità sui rischi ambientali che potrebbero verificarsi dopo lo sversamento in mare dei liquidi inquinanti che sono nello scafo. E speriamo che la nave possa essere trasferita in un porto dove lo smantellamento avvenga nel tempo più rapido e nel miglior modo possibile. Insomma, visto che si tratta di un’operazione mai tentata prima, speriamo» (Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, qui).
Comunque andrà l’operazione di recupero, domani la Costa Concordia continuerà ad essere spunto per ragionamenti «come se», ovvero per metafore e semplificazioni del dibattito sociale: potrà essere ancora effige plastica del degrado nazionale oppure, in una radicale inversione di valore, immagine di speranza per una riemersione che dall’irrazionalità conduca alla razionalità, dalla cialtroneria alla serietà. In un caso o nell’altro, quel relitto continuerà ad essere una rappresentazione su cui costruire discorsi che, ci piaccia o meno, produrranno realtà.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Denunceremo chi fa allarmismo

«Lo ripeto ancora una volta, non è possibile prevedere i terremoti. Stigmatizzo chi lo fa sui siti internet. Si tratta di comportamenti che hanno un profilo criminale e abbiamo deciso di denunciare chi li mette in pratica» [QUI]. Giusto, all’indomani della scossa sismica che ha lesionato e impaurito buona parte del Nord Italia, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha dichiarato che denuncerà chi fa allarmismo.
Bene, allora credo che sia giusto denunciare anche chi fa rassicurazionismo e chi procrastina all’infinito, chi indugia e chi palleggia le responsabilità…
Temo, però, che finirà per denunciare mezza Italia.
Invece di parlare sempre di querele, processi, tribunali, condanne, galere e roba del genere, perché invece non si prova a cambiare andazzo? Mettere in sicurezza gli edifici pubblici e quelli storici, ad esempio, mi sembra una grande opera che, aggiungo, oltre a consolidare dei beni patrimoniali e culturali, potrebbe contribuire anche al rilancio dell’economia nazionale. Oppure, controllare e pianificare adeguatamente il territorio, razionalizzando i cantieri edilizi e arrestando l’abusivismo, sarebbe una forma di investimento sul futuro e di risparmio sui costi dei disastri che accadranno, soprattutto se la si accompagna allo sviluppo di procedure di evacuazione e di gestione delle emergenze, diffondendole davvero a tutta la popolazione.
Intanto, però, a scossa avvenuta, l’efficientismo impone che ci si riunisca coi sindaci dei comuni terremotati. L’emergenza va affrontata con urgenza, è ovvio. Ma nel medio-lungo periodo, questo tipo di ingranaggio porta da qualche parte o gira a vuoto?

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

Le motivazioni della sentenza

Giuseppe Caporale (“Repubblica”, 18 gennaio 2013) riferisce delle motivazioni della sentenza che condannò i sette esperti della Commissione Grandi Rischi, la quale «rassicurò parte della popolazione» dell’Aquila prima del terremoto del 2009: «Gli esperti lasciarono il loro sapere in un cassetto e si prestarono a un’operazione mediatica». E, inoltre, il giudice specifica che: «I terremoti non si possono prevedere». Tutto l’articolo è  QUI.

Ne scrive anche Virginia Piccolillo sul “CorSera” (18 gennaio 2013): Chiusero i loro saperi in un cassetto. E rassicurarono gli aquilani sulla base di valutazioni «approssimative, generiche e inefficaci». Mentre con una corretta analisi del rischio «si sarebbero potute salvare vite». Eccola la motivazione del processo contro i vertici della Commissione Grandi Rischi. «L’informazione corretta poteva salvare vite», «Si minimizzò lo sciame sismico in corso, inducendo alcune delle vittime a rimanere a casa anche dopo la prima scossa» [QUI].

Alcune reazioni:
Enzo Boschi: «Io non ho dato alcuna rassicurazione, non mi sento colpevole».
Giulio Selvaggi: «Si getta alle ortiche il lavoro di generazioni di sismologi e ingegneri sismici in quanto viene oscurato il valore, cui abbiamo sempre creduto, della prevenzione come strumento fondamentale per difendersi dai terremoti».

Inserirò ulteriori articoli tra i commenti. Altri riflessioni sono qui.

PS: il blog dell’INGV sul processo è QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 9 agosto 2013: «Sisma L’Aquila, ricerca Università: “Nessun segno premonitore da radon”. Lo studio mostra che non ci fu aumento della concentrazione di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Boschi: “È la fine delle polemiche sulla prevedibilità del terremoto”» (“Repubblica“).
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AGGIORNAMENTO del 20 novembre 2013: il 25 luglio 2013 Marco Cattaneo ha pubblicato sul suo blog le riflessioni di Enzo Boschi sul processo dell’Aquila, cui è seguito uno scambio molto interessante tra i commenti (ed io continuo a domandarmi quale sia il ruolo dell’antropologia culturale in questa storia).
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AGGIORNAMENTO del 9 dicembre 2013: è uscito il libro “Il terremoto tra scienza e diritto“, a cura del giurista Fabrizio Marinelli, che affronta il tema della responsabilità dello scienziato, fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale (“Il giornale della protezione civile”, 9 dicembre 2013, QUI o tra i commenti).
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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2014: il blog dell’INGV su “Il terremoto a L’Aquila” ha pubblicato il 20 marzo 2014, (QUI e in basso tra i commenti) il post “Un’analisi della sentenza” scritto dall’astrofisico Giacomo Cavallo, «che ha approfondito la lettura dei documenti processuali e ci ha inviato il suo punto di vista, molto lucido e ben dettagliato. Pubblichiamo nel seguito la sua premessa, a seguire il sommario della sua analisi e rendiamo disponibile il testo integrale dei commenti alla sentenza in formato pdf scaricabile qui».