Aggiornamenti dall’area vesuviana

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio“:

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Gli ultimi due mesi sono stati tranquilli per il Vesuvio e i Campi Flegrei, sia dal punto di vista mediatico che, naturalmente, geofisico. Sono state registrate alcune deboli scosse sismiche, è stato trasmesso un film hollywoodiano in tv, ci sono state delle dichiarazioni da parte dei geologi, ma nulla che abbia sollevato particolari attenzioni. Per restare aggiornati, oggi vi proponiamo un minimo di rassegna stampa, suddivisa in quattro argomenti.

Partiamo dagli aspetti geologici: come accade quotidianamente, i sismografi hanno registrato varie scosse sul vulcano e nei suoi dintorni, ma tutte di magnitudo molto bassa, ovvero non percepibile dagli abitanti; tuttavia alcuni webjournal ne hanno dato notizia: il 2-3 marzo e il 21 marzo. Uno pseudo-giornale, in particolare, ha esplicitamente sfruttato l’occasione sia per fare clickbaiting (l’articolo – chiamiamolo così – è costruito con varie sottopagine da cliccare, così da aumentare artificiosamente l’audience), sia per diffondere ansia (due dei quattro “paragrafi” si intitolano “Vulcanologi preoccupati” e “Possibile esplosione“, entrambi falsi). In realtà, come ha specificato anche l’Osservatorio Vesuviano, nel primo caso «non si tratta di terremoti vulcano-tettonici legati alla dinamica del vulcano ma di segnali generati dal distacco e caduta impulsiva di blocchi lavici dal bordo craterico»; nel secondo caso, invece, si tratta di normale attività sismica del vulcano (che, ricordiamolo ancora una volta: è attivo, ma quiescente).

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Un secondo tema di queste ultime settimane riguarda la preparazione all’emergenza e la prevenzione del rischio geologico: il 26 febbraio Gerardo Lombardi, vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania, nonché coordinatore della Commissione Protezione Civile, ha detto che, in caso di terremoto, «I comuni campani non sono preparati»: quasi 2 milioni di abitanti della regione abitano in aree a rischio e 865.778 sono gli edifici pubblici e privati interessati; i comuni campani a dover ancora aggiornare i propri Piani di Emergenza Comunale secondo la nuova normativa nazionale sono addirittura 233. Si tratta di un tema non prettamente vulcanico, ma come si intuisce facilmente, le due forme di rischio sono strettamente legate. E, infatti, sulla scia di questo uniamo l’interessante riflessione pubblicata stamattina dal blogger MalKo relativa ai livelli di allarme del Vesuvio e dei Campi Flegrei, i cui stati attuali abbiamo riprodotto nell’immagine allegata.

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Un terzo argomento che ha portato a scrivere di Vesuvio proviene dal cinema: prendendo spunto dalla programmazione del film catastrofico “Pompei” (2013) su Rai 4, “Famiglia Cristiana” ha raccontato come avvenne la celebre eruzione del 79 d.C.

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Infine, un quarto tema che ha fatto parlare del rischio vesuviano è il contributo che le scienze sociali italiane stanno dando all’analisi dei disastri e alla prevenzione del rischio. In particolare, segnaliamo due recenti pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana”, entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano. A quest’ultimo volume ha contribuito uno dei due animatori di questa pagina-Fb, l’antropologo Giogg, che ha scritto il saggio “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“. Sempre Giogg, inoltre, è citato in un articolo uscito due giorni fa su “Internazionale”, di Alessandro Chiappanuvoli: un testo ricco di spunti di riflessioni e di citazioni in cui si sottolinea come il rischio sismico (e, evidentemente, quello vulcanico) sia innanzitutto un problema culturale e politico, e poi anche tecnico ed economico.

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Come ha dichiarato Giogg, per parlare di reale prevenzione «è necessario immaginare nuove forme di mediazione tra scienziati, operatori umanitari, legislatori e popolazione, ma anche avviare pratiche di sussidiarietà fondate sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini».

Due importanti pubblicazioni in Sociologia dei Disastri

L’anno scorso Alfredo Mela, Silvia Mugnano e Davide Olori hanno lanciato un progetto editoriale che intendeva fare il punto sulla sociologia dei disastri italiana. Da quella call for papers sono nate due pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” [qui] e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana” [qui], entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano.
Ulteriori informazioni sono qui.

In quest’ultimo c’è un mio saggio sul rapporto tra noi e Isso: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“.

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Ne ho scritto su Fb in vari profili: sul mio profilo personale, sul gruppo Ass. Nazionale Disaster Manager e sul gruppo DICAN.

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Qualche mese fa ne avevo dato un’anteprima QUI.

Due pubblicazioni in sociologia del post-disastro e resilienza

Oggi e domani (1 e 2 dicembre 2016) a Torino si terrà la quinta conferenza nazionale [Fb] della sezione “Sociologia del Territorio” di AIS, l’Associazione Italiana di Sociologia.
Il programma completo è QUI.

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Per la giornata di oggi, in particolare, segnalo che nel pomeriggio ci sarà la presentazione di due imminenti pubblicazioni:

  • Disastri socio-naturali, resilienza e vulnerabilità: la prospettiva territorialista nel dibattito attuale“, numero monografico di “Sociologia Urbana e Rurale”, curato da Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori;
  • Tracce di società in territori fragili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana“, sempre a cura di Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori, per l’editore Franco Angeli.

In quest’ultimo c’è un mio contributo: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“, ma ne parlerò più diffusamente quando avrò il volume cartaceo tra le mani.

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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2017:
Per ulteriori informazioni su queste due pubblicazioni, rimando a questo mio post.

L’innaturale disastro dell’uragano Matthew ad Haiti

La settimana scorsa l’uragano Matthew ha causato centinaia di morti ad Haiti (il numero è ancora incerto, ma compreso tra 500 e 1000). Ora c’è un fortissimo rischio di epidemie e, purtroppo, questa cifra aumenterà.
Ieri Jason von Meding e Giuseppe Forino hanno pubblicato su “The Conversation” un articolo che spiega quanto questa catastrofe sia poco naturale. Altri Paesi caraibici e gli Stati Uniti sud-orientali sono stati colpiti dalla tempesta, eppure in nessun altro luogo si è registrata una tale devastazione: come mai? Inoltre, aggiungono gli autori, com’è possibile che ciò accada in un Paese in cui dal 2010, dopo lo sconvolgente terremoto di Port-au-Prince, operano direttamente sul campo sia l’ONU, sia centinaia di ONG?

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “The Conversation”

L’esposizione al rischio e la vulnerabilità di Haiti, spiegano von Meding e Forino, hanno radici nella storia coloniale, nell’ingiustizia strutturale, nel capitalismo predatorio internazionale.
I disastri sono socialmente costruiti e la riduzione del rischio deve necessariamente considerare le cause che ne sono alla base, cioè – osserva il citato Jocelyn McCalla – deve passare per un radicale ripensamento dell’economia, del concetto di sviluppo, della governance.
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L’articolo è disponibile anche sul blog personale di Giuseppe Forino, con l’aggiunta di una premessa in italiano.

Postilla
Ad Haiti fu già estremamente complicato fornire un dato verosimile – per quanto ancora impreciso – sulle vittime del terremoto del 2010. Lo spiegò due anni fa Giovanna Salome in una relazione presentata al convegno SIAA di Rimini, poi pubblicata nel primo numero della rivista “Antropologia Pubblica”, curato da Mara Benadusi e dedicato alla “Antropologia dei disastri” (dicembre 2015): “Saperi mobili. Un’etnografia ibrida dell’emergenza abitativa post-sisma a Port-au-Prince“.

[Questo post è apparso anche su Fb]

Il Vesuvio radiofonico: giugno 2016

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 24 giugno 2016: qui.

Ieri, 23 giugno, Radio 1 ha trasmesso una puntata dedicata al Vesuvio: dura 20′ e vi consigliamo di ascoltarla, perché è sempre importante rinnovare la conoscenza del nostro vulcano.
Almeno una considerazione, però, va fatta su questo tipo di comunicazione.
In trasmissione c’è stato un collegamento con gli Scavi di Pompei e sono intervenuti prestigiosi esponenti della scienza (Osservatorio Vesuviano e Università) e della protezione civile (tecnici e politici). Costoro hanno presentato le caratteristiche geologiche e storiche del vulcano, hanno esposto i princìpi del piano di emergenza nazionale e hanno spiegato alcune lacune del sistema di sicurezza, che tuttavia sarebbero superabili coinvolgendo le scuole (certo, la scuola è l’alfa e l’omega di tutto, lo sappiamo). Infine, è stato citato anche l’abusivismo, tuttavia nessuno ha parlato dell’urbanizzazione legale, a cui è imputabile la gran parte dell’attuale esposizione al rischio.
Anche questa volta è mancata completamente la voce degli urbanisti (si può “aggiustare” la “città vesuviana”?) e degli scienziati sociali (gli abitanti del posto sono pazzi?), ma soprattutto è mancata un’analisi delle cause, individuate le quali è possibile elaborare delle soluzioni. Ancora una volta, dunque, si è risolto tutto nei soliti discorsi, triti e ritriti (almeno, per chi come noi segue costantemente l’argomento).
Insomma, riteniamo che passi in avanti vadano compiuti anche nella comunicazione.

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming-audio.

Commenti:
FodA: Oltretutto l’unica cosa specifica che hanno detto rimane fumosa e imprecisa: i gemellaggi. Il piano nel 2013 era questo: decisa l’evacuazione, gli abitanti vengono portati in “zone limitrofe della Campania” in alberghi, scuole e alloggi IN ATTESA dell’eruzione. Avvenuta poi l’eruzione, si verifica quali paesi sono stati distrutti o danneggiati, e solo allora si trasferiscono le persone nelle regioni gemellate. Per come ne hanno parlato, sembra che il trasferimento alle regioni avvenga prima dell’eruzione. E non è la prima volta che su questo punto non c’è chiarezza. E non è poco dal punto di vista sociale e gestionale
Giogg: Non si sa nemmeno quanta gente evacuare: la “zona rossa 1” non coincide con i confini amministrativi dei comuni, ma è pressoché circolare, per cui quanti sono i residenti entro la “linea Gurioli”? Si dovrebbe effettuare un censimento strada per strada, ma zero anche qui.
FodA: sprecano i soli 10 minuti a spiegare cos’è il Vesuvio, se è addormentato, che scenario eruttivo sarà (e non lo possono sapere neanche loro), che c’è un monitoraggio, che c’è un piano di emergenza… se avessi tempo e pazienza, raccoglierei tutte le trasmissioni che ho sentito sul Vesuvio negli ultimi 10 anni e farei un blob per dimostrare ch non si muovono di un punto.

Rischio e post-sviluppo vesuviano: un mio contributo sulla rivista “Antropologia Pubblica”

Il 17 dicembre 2015, in occasione dell’apertura del terzo convegno della SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata) presso il PIN (Polo Universitario) di Prato, è stata presentata la nuova rivista dell’associazione: «Antropologia Pubblica», il cui primo numero contiene un editoriale di Antonino Colajanni, un saggio di Jean-Pierre Olivier de Sardan e una serie di contributi sul tema «Antropologi nei disastri».
Questa parte monografica è curata da Mara Benadusi e, oltre ad una sua ricca introduzione della disciplina e del volume, contiene articoli di Irene Falconieri, Rita Ciccaglione, Silvia Pitzalis, Enrico Petrangeli, Giovanna Salome, Enrico Marcorè e del sottoscritto.
Il mio testo si intitola «Rischio e post-sviluppo vesuviano: un’antropologia della ‘catastrofe annunciata’»; e ne sono soddisfatto.
Il volume è pubblicato da Seid Editori di Firenze, che potete contattare per riceverne una copia.
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Quel giorno ero così contento che ho pubblicato per la prima volta un selfie sul mio fb:

Ed eccomi qua, sono a Prato per il terzo convegno [1] della SIAA, Società Italiana di Antropologia Applicata…

Posted by Giogg on Giovedì 17 dicembre 2015

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L’abstract del mio contributo è questo:

Il concetto di rischio, inteso come un prodotto storico e culturalmente gerarchizzato, è un’elaborazione sociale che assume significati diversi a seconda dei contesti. Per quanto inevitabilmente avvolto da indeterminatezza, nei suoi effetti concreti esso è una visione di futuro in grado di influenzare il presente: seguendo determinati princìpi, cioè, sarebbe possibile prevenire, controllare, mitigare un disastro a venire. La pianificazione emergenziale, così, diventa un orizzonte politico fatto di leggi, perimetrazioni territoriali, esercitazioni, prepardness, pedagogia della resilienza.
In questo quadro generale emerge il caso del vulcano Vesuvio in provincia di Napoli, ovvero di quello che nel 2011 è stato definito dalla rivista scientifica Nature «la bomba ad orologeria d’Europa». La certezza di una prossima eruzione unita all’incertezza sulla data e le modalità con cui questa avverrà rendono gli effetti della “catastrofe annunciata” visibili nelle pratiche e nelle politiche che già ora sono attuate dalle amministrazioni e dalle popolazioni locali. Contrariamente a quanto ripete un ricorrente stereotipo, dai dati etnografici emerge che gli abitanti dell’area vesuviana, tutt’altro che indifferenti alla minaccia vulcanica, si pongono in maniera varia e differenziata rispetto ad essa. Per l’antropologia si tratta di un case-study prezioso per riflettere sia sulla “società della prevenzione” e la “cultura del rischio”, sia sugli effetti di un’ideologia dello “sviluppo” che ha condotto ad una sovraurbanizzazione indicata come la principale fonte di vulnerabilità, non solo per un’eventuale catastrofe naturale.

Ulteriori informazioni sono sul mio profilo di Academia: QUI.

Due prospettive diverse sul rischio Vesuvio

Sul numero odierno del “Corriere del Mezzogiorno”, la giornalista e scrittrice Eleonora Puntillo ha pubblicato un articolo sul nostro Vesuvio: «Vesuvio, il gigante (finora) buono
che merita più rispetto. Troppe chiacchiere sul vulcano da esperti a caccia di pubblicità: sarebbe meglio rilanciare i progetti dell’Ente parco con una visione d’insieme».Screenshot 2016-01-18 13.26.21.png

Tra un’immagine romantica («il gigante appare molto amato, abbracciato com’è da un mare di case») e una dimostrazione d’affetto («è una terra piena di risorse, fruttifera, ospitale, salubre, ricca di bellezza e di storia»), Puntillo esprime tutta la sua preoccupazione per il rischio generato dal rapporto squilibrato tra l’azione umana e la natura dell’area, confidando nell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio come unico strumento davvero efficace «per difendere e valorizzare correttamente l’intero territorio». Oltre a speculatori d’ogni tipo, la scrittrice individua altri personaggi “dannosi”, come «imprenditori televisivi bisognosi di introiti pubblicitari» che fanno leva sulla paura, nonché «sedicenti scienziati vogliosi di gloria mediatica», anch’essi preoccupati solo di lanciare allarmi (in questo caso, per la verità, il ragionamento appare più debole perché se si intende difendere l’ambiente e le istituzioni ad esso preposte, allora non si capisce perché chi si oppone alle trivellazioni sfidi «il ridicolo», secondo l’autrice). Comunque sia, l’articolo pone al centro del discorso sul rischio due aspetti poco “da Protezione Civile”, ovvero appunto l’ambiente e la cultura, che come cambio di prospettiva rispetto al solo approccio emergenziale, non ci dispiace affatto.

Per contro, il prossimo 30 gennaio 2016 a Massa di Somma alcune associazioni vesuviane terranno il convegno “Sviluppo sostenibile per la Zona Rossa: definizione del Condono e valorizzazione del territorio” [2]. A giudicare dal comunicato stampa [il download è diretto], in questo caso lo sguardo appare molto diverso da quello proposto da Eleonora Puntillo.

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Queste brevi riflessioni introduttive ai due testi sono anche sulla pagina facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“.

Terremoto in Nepal: fate presto!

Il terremoto ha devastato Kathmandu e i campi alpini sull’Everest sono scomparsi, ma fino ad ora non si era ancora parlato dell’area rurale. Giampaolo Visetti riferisce che decine di villaggi del Nepal sono stati inghiottiti dalle frane: “manca acqua, luce, cibo e gli aiuti non arrivano, i sopravvissuti dormono all’aperto in tende improvvisate“.
Il bilancio, fino ad ora, è di 4.485 morti e 8.235 feriti, ma il Primo Ministro nepalese teme che le vittime possano salire a 10.000.
Intanto, l’Onu riferisce che sono 8 milioni le persone colpite dal sisma (un milione e mezzo non ha cibo) e “Save the Children” lancia l’allarme per 2 milioni di bambini.
Il “Giornale della Protezione Civile​” ha pubblicato un elenco di indirizzi, iban, sms con cui contribuire agli aiuti: QUI.
FATE-PRESTO_Il-Mattino_1980_SISMA-Irpinia_soloFate presto“. Ed io ripenso alla prima pagina del “Mattino” del 1980, perché quell’angoscia è la stessa, sempre e ovunque.

Il parallelo con il proprio “qui” è inevitabile. Ripensiamo a L’Aquila e alle altre catastrofi (più o meno) naturali che ci hanno colpito negli ultimi anni, ma anche a quelle che potrebbero accadere. A questo proposito, è interessante una riflessione che Fosco d’Amelio ha pubblicato ieri:

Facciamo un salto che potrebbe anche sembrare fuori luogo, ma ha un senso farlo adesso. Il capo della Protezione Civile italiana, Franco Gabrielli, in un lodevole slancio di sincerità, dichiarò un mese fa di avere due incubi notturni: il Vesuvio e il terremoto in Calabria. Nel primo caso, si tratta di un rischio noto in tutto il mondo e di cui ogni tanto si parla. Ma che intende dire quando parla di “terremoto in Calabria”? Gabrielli si riferisce probabilmente alla possibilità che avvenga un altro evento della portata del terremoto del 1908, che con una magnitudo di 7,2 tra Sicilia e Calabria provocò intorno alle 100.000 vittime. Gabrielli non credo abbia timore semplicemente che il fenomeno avvenga, ma ha paura perché conosce lo stato delle infrastrutture, delle abitazioni, delle strade che sarebbero colpite. E se non si tratta di polvere di marmo e calcare, in alcuni casi poco ci manca. Di certo non stiamo parlando di un sistema capace di affrontare un terremoto di quella intensità senza una perdita alta e incontrollata di vite umane. Dovunque avvenga una catastrofe, l’unico modo per rispettare chi ha perso la vita non è restare zitti a contare le vittime o iniziare a raccontare morbosamente le singole storie di morte e salvezza che in ogni catastrofe naturale sono il boccone prelibato per i media in tutto il mondo. L’unico modo è domandarsi realmente se non ci sia la possibilità di ridurre il danno con un comportamento di reale prevenzione, come sia possibile salvare anche solo una vita in più oltre il fisiologico numero di vittime dovuto all’immensità delle calamità“.

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Raccolgo alcune riflessioni sulla rappresentazione mediatica di questo terremoto, sulle ragioni di una tale entità, sulle possibili soluzioni.

Il Nepal non è un museo. Non lo era, non lo è mai stato, non lo sarà. Il Nepal è vero e questa è la sua magia, il suo fascino unico al mondo. Nelle case medievali di Bhaktapur, fatte di mattoni rossi e finestre di legno intagliate, migliaia di persone vivono come hanno sempre vissuto, da sempre: ed è un sito archeologico protetto dall’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Ma se di giorno è frequentata dai turisti, la sera torna a essere proprietà dei suoi abitanti, dei ragazzini che corrono urlando, delle donne che stendono i panni, degli uomini che riportano le capre dopo il pascolo. Tra loro parlano newari, una lingua di origine tibetana che non ha nulla a che vedere con il nepalese ufficiale. E sono solo due tra gli infiniti idiomi che in quel paese si parlano, da millenni luogo di incrocio, di mescolanza, d’incontro. Già: il Nepal è prima di tutto un luogo d’incontro, in tutti i sensi. In senso geologico, già lo sapete: è il punto in cui la placca indiana e quella asiatica si toccano, con le conseguenze che abbiamo visto. Ma è soprattutto un luogo d’incontro etnico e culturale: la popolazione (circa metà rispetto a quella italiana) è un incredibile mix di gente venuta dal sud (quindi indiani) e dal nord (quindi tibeto-asiatici). […] Quando chiedo dei templi antichi distrutti, delle pagode polverizzate nelle Durbar square o a Changu Narayan, sento che mi rispondono quasi infastiditi, come se fosse una curiosità da occidentale interessato più alle pietre che alle vite delle persone: «i templi li ricostruiremo, pazienza», dicono. […] Questo è il Nepal, altro che museo. È vita, è vita continua, è completamente umanità, nel suo bene e nel suo male, nella guerriglia idealista e contadina che dopo dieci anni è riuscita a cacciare un re assurdo e feudale (ma senza ammazzarlo: oggi vive in una villa non lontana dal suo ex palazzo e fa l’uomo d’affari), nelle donne che sbattono il riso al tramonto senza neppure guardare il panorama mozzafiato di prati verdi e vette imbiancate alle loro spalle, nei ragazzini che vanno a scuola in gruppo e in cravatta anche se quella cravatta è logora e stracciata, la stessa usata dai fratelli e dai cugini prima di loro, in un paese in cui tutti sono fratelli e cugini fino a costituire un’immensa rete sociale di aiuto e di scambio, unico welfare in assenza di welfare. […] A proposito, in questi giorni molti mi chiedono come possono dare una mano, dopo il terremoto. Suggerisco di non donare a caso, specie sui siti improvvisati. Chi vuole mandare un aiuto immediato per il post sisma, può farlo su “Medici senza frontiere”, che si è già attivato per il Nepal […].

  • David E. Alexander (“Kathmandu“, in “Disaster planning and emergency management”, 25 aprile 2015):

[…] Kathmandu suffered the impact of a magnitude 7.4 earthquake in 1934. It did much damage, but what were then grassy fields are now densely populated tenements in a chaotic, rapidly spreading urban fabric. There are 1.6 million people in the Kathmandu valley. The calculated return period of the 1934 event was 70 years: a major earthquake was overdue. If such a disaster could not be coped with locally, aid would have difficulty in arriving at an airport that was too small, cramped and difficult of access (the presence of Anapurna means that aircraft have to corkscrew down to land). The logistics remind one of Port au Prince in Haiti […]. Nepal is a low income country that ranks 157th in the UN’s Human Development Index. It is now time for a debate on the extent to which disaster risk reduction should be a key development priority in such countries […].

[…] Just two weeks before the quake, “Geohazards International” had warned that the people of Kathmandu are about 60 times more likely to be killed in a quake than the people in Tokyo, not least because of the country’s poverty […].

[…] Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento, assenza di criteri antisismici e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e conosciuto, con decine di migliaia di morti nel secolo scorso, l’estrema povertà del Nepal e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si è utilizzato cemento armato. […] All’inizio si scartavano le zone pericolose sulla base di un’antica memoria tramandata, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Nel terzo millennio decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i siti una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti. Le grandi città attraggono senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono favelas e slums si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che proprio lì faranno sempre più vittime e danni sempre più gravi […].

[…] A person living in Kathmandu is about nine times more likely to be killed by an earthquake than a person living in Islamabad and about 60 times more likely than a person living in Tokyo,” said the report. “According to the preliminary results, a school child in Kathmandu is 400 times more likely to be killed by an earthquake than a school child in Kobe and 30 times more likely than a school child in Tashkent […].

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Sul suo fb, Fosco d’Amelio ha pubblicato quest’osservazione (ispirata ad un commento che ha lasciato sul mio fb):

Finché ci stupiremo ogni volta della quantità dei morti di un terremoto catastrofico, del fatto che una placca si è spostata rispetto all’altra di tot metri, delle valanghe e/o frane causate dai sismi (Irpinia docet), delle dimensioni di un fenomeno che malgrado tutto può avvenire varie volte in 10 anni (faccio l’elenco? dal 2004: Sumatra, Pakistan, Haiti, Giappone, Cina, Nepal, e questi sono solo quelli con decine di migliaia di vittime), vuol dire che ogni volta, nel tempo tra un sisma e l’altro, non abbiamo capito niente di come funzionano questi fenomeni e di conseguenza, non abbiamo fatto niente per difenderci prima dell’arrivo del prossimo.
E ne arriverà un altro, e di nuovo giornalisti stupidamente stupiti dalle macerie, dalle tendopoli, dalle crepe e voragini, dalla distruzione, dal disperso ritrovato dopo una settimana, dalle città senza luce, acqua, gas, etc. e tutti a bocca aperta, come fosse la prima volta.

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Molto interessante questo articolo di Michela Barzi apparso il 27 aprile 2015 su “Millennio Urbano“:

NEPAL: MORIRE DI SVILUPPO URBANO
di Michela Barzi

Il terremoto che ha devastato il Nepal ha fatto tre tipologie di vittime: da una parte gli alpinisti e gli occidentali che si trovavano lì da turisti, dall’altra la popolazione delle tre antiche città che formano la città metropolitana di Kathmandu e che custodiscono il patrimonio storico-monumentale distrutto dal sisma, da ultimo il paese rurale e remoto, dal quale emigrano i contadini poveri verso le città per cercare condizioni di vita migliori. Di questo terzo Nepal non parla nessuno perché sembra che lì i soccorsi non siano nemmeno arrivati. Le molte migliaia di persone che fino ad ora costituiscono il bilancio provvisorio delle vittime, tra morti, feriti e coloro che hanno perso tutto, sono quindi in gran parte abitanti della capitale – almeno ci dicono le immagini che stanno circolando in questi giorni – ovvero della città metropolitana e della regione urbana di Kathmandu, un agglomerato da quattro milioni di abitanti cresciuto nella valle del fiume Bagmati.
Nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale evidenziava l’esposizione al rischio sismico che la popolazione della capitale nepalese corre a causa della rapidissima crescita che la sta trasformando, senza regole urbanistiche ed edilizie, con tassi di sviluppo demografico del 4% all’anno – il più alto di tutta l’Asia meridionale – ed una densità di popolazione che supera i 20.000 abitanti per chilometro quadrato. Lo sviluppo urbano non pianificato nella valle di Kathmandu ha portato ad una incontrollata proliferazione di edilizia fatta di materiali e tecniche scadenti e ad una maggiore vulnerabilità ai disastri. L’assenza di pianificazione e di opere di infrastrutturazione primaria nella metropoli ai piedi dell’Himalaya ha come conseguenza un diffuso inquinamento dei fiumi che la attraversano – ridotti a fogne a cielo aperto – e l’impossibilità di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che vengono spontaneamente trattati da parte della popolazione con l’accensione di piccoli roghi ai bordi delle strade. A ciò si aggiunge un inquinamento atmosferico insostenibile per la salute, generato dal traffico veicolare di cui le strade sono intasate.
In questo scenario l’esistenza ed il rispetto di regole antisismiche, da applicare ad un comparto edilizio che si sviluppa nella più assoluta anarchia occupando via via ogni spazio libero, ha finito per essere l’ultimo dei problemi in una situazione in cui persino il rischio di epidemie, come il tifo e il colera, può farsi strada da un momento all’altro, a partire dagli slum nei quali si insediano i più poveri.
Insomma la questione è sempre la stessa, e su questo sito l’abbiamo ripetuto più volte: se le città tenderanno a diventare nel mondo sviluppato sempre di più fortezze per ricchi, mentre in quello sottosviluppato discariche per poveri, se la mancanza di un equo accesso alle risorse è la causa di uno sviluppo urbano insostenibile, la condizione dell’insicurezza come dato esistenziale sarà il destino di una parte crescente di popolazione mondiale che vive nelle città. Da questo punto di vista, la catastrofe umanitaria di una nazione tra le più povere e le più turistiche del mondo – la cui velocissima urbanizzazione è l’altra faccia di una economia debole ed ineguale – potrebbe forse essere, superata la tragedia, l’occasione per porre rimedio agli effetti collaterali di uno sviluppo urbano potenzialmente mortale.
Riferimenti: World Bank, Urban Growth and Spatial Transition in Nepal, 2013.

Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

La perimetrazione del rischio è una negoziazione

La mappa dei rischi, dice Mathilde Gralepois, è un «potente vettore di norme sociali, istituzionali e politiche» che si definiscono sullo spazio. Lungi dall’essere uno strumento neutrale o esclusivamente scientifico, essa oscilla sempre tra l’essere il risultato di una negoziazione e il divenire la scena di una controversia. La zona rossa vesuviana, sia per la sua localizzazione, che rileva la vulnerabilità dei luoghi anche ad osservatori non esperti, sia per l’attenzione di cui è investita all’interno del Piano di Emergenza Nazionale, è, di fatto, l’oggetto principale di dibattiti pubblici e di provvedimenti legislativi in merito al rischio vulcanico dell’area. La sua storia, dal 1995 ad oggi, è ricca di episodi che delineano, appunto, una contrattazione che ha poco del rigore esclusivamente scientifico. Tale zonizzazione del rischio, cioè, ha una natura fortemente politica, perché si tratta di uno spazio interpretativo in cui gli attori locali difendono obiettivi e interessi divergenti.
Nell’ultimo anno, il carattere negoziale della perimetrazione del rischio è riemerso con evidenza a proposito del processo di allargamento della zona rossa e tuttora alcuni amministratori locali continuano a proclamare l’intenzione di riconsiderare quella delimitazione o, quanto meno, i suoi vincoli.
Proprio oggi, ad esempio, è apparso un articolo su “Il fatto vesuviano” in cui si parla della volontà da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte collettive per il “rilancio” dei propri territori. Ciò rappresenta un punto molto delicato perché pone un dilemma di difficile soluzione: bisogna sostenere lo “sviluppo economico” di quei comuni o questo può risultare incoerente con la necessità di mitigare il rischio vulcanico? Rispetto a tale preoccupazione, infatti, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area sia dovuto al suo sovraffollamento e alla sua congestione, per cui, per quanto possa apparire cinico, sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni al fine di favorirne una drastica decrescita urbana. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto limiti e condizioni molto stringenti, di cui molti non riescono a cogliere l’utilità.
Alcuni sindaci della zona ripetono con una certa insistenza che i propri territori sarebbero «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa» e, più in particolare, dalla legge regionale 21/2003. Per mezzo del loro capofila – l’attuale sindaco di Sant’Anastasia Carmine Esposito, che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana – hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ritenute ostacolate dalla zona rossa) ce n’è una, però, che suona piuttosto stonata e sospetta: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale».
Su questo credo che non ci sia possibilità di “trattativa”, a meno che non si sia disposti a svuotare completamente di senso una perimetrazione del rischio che, agli occhi del mondo intero, appare come il primo ed essenziale passo di qualsiasi processo di protezione civile.

NB: queste notizie sono riportate anche dal webjournal “Corso Italia News“.

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CONSIDERAZIONI del 24 maggio 2014:
La “nuova zona rossa vesuviana” è un caso molto interessante per osservare le dinamiche della negoziazione politica intorno alla perimetrazione del rischio. Procediamo con ordine.
A fine dicembre 2012 la Protezione Civile e la Regione Campania hanno annunciato una nuova mappatura rispetto a quella del 1995, stavolta basata su un forte principio scientifico, la cosiddetta “linea Gurioli”, dalla studiosa che ha analizzato la ricaduta di ceneri e altri prodotti vulcanici intorno al Vesuvio. Si tratta, in sostanza, di un cerchio che tocca 25 comuni, rispetto ai 18 precedenti (si veda la mappa), ufficializzato nel luglio 2013. E’ da specificare che la precedente perimetrazione del rischio seguiva i confini esterni dei comuni interessati, per cui ne risultava una linea frastagliata e incomprensibilmente deforme rispetto alla circonferenza del vulcano. La nuova linea, certamente più esplicita dal punto di vista scientifico, abbandona la sovrapposizione ai confini comunali e dichiara “zona rossa” solo il territorio posto al suo interno. Ciò ha avuto due conseguenze: l’aumento del numero di comuni coinvolti (da 18 a 25, appunto) e una maggior confusione in merito alla pianificazione dell’emergenza e alla gestione urbanistica dei territori parzialmente coinvolti dalla “linea Gurioli”. Ne è derivata una doppia illusione: da un lato il numero di comuni è cresciuto, ma la superficie della zona rossa non si è allargata; dall’altro lato il numero di abitanti da evacuare viene ritenuto molto più alto perché calcolato sommando le intere popolazioni dei comuni “a rischio”, mentre invece, a rigore, dovranno essere sfollati solo coloro che risiedono all’interno della “black line” (e il cui numero, al momento, è semplicemente sconosciuto).
E’ in questa congiuntura che si sviluppa la negoziazione della perimetrazione del rischio di cui parlavo: esistono diversi comuni che sono toccati solo in parte dalla “linea Gurioli” e i loro amministratori – come tutti noi, d’altronde – non hanno ancora ben chiaro se le leggi restrittive in materia edilizia e le procedure di emergenza dovute allo speciale status della zona rossa siano da applicare all’intero territorio comunale o solo ad una parte di esso.
Il primo comune a sollevare obiezioni sulla nuova zona rossa è stato Scafati, sfiorato dalla “linea Gurioli” (si veda la mappa): nel gennaio 2013 il sindaco Pasquale Aliberti si è “ribellato” alla nuova perimetrazione sostenendo che “Scafati prova a uscire dall’area a rischio” (di Floriana Longobardi, in “Il Mattino”, 16 gennaio 2013), una posizione critica che l’assessore regionale alla Protezione Civile Eduardo Cosenza ha provato a riassorbire nel febbraio 2013, quando in un convegno ha spiegato che: “Scafati rientra sì nella zona rossa, ma in quella di tipo due. In pratica nella cittadina al confine di Pompei, arriverebbero solo ceneri (e non lava o fuoco) e quindi basterà̀ prevedere delle modifiche alle norme tecniche per quella determinata area, ed il gioco sarà̀ fatto” (in “Agro24”, 11 febbraio 2013).
La moltiplicazione delle definizioni (zona rossa, gialla, 1, 2 e così via) ha creato una certa confusione che è conveniente riordinare: la “zona rossa 2” (ovvero la quota di territorio esterna alla “linea Gurioli” nei comuni che sono toccati da questa) è, in sostanza, la vecchia “zona gialla”, per cui, se Scafati è stata – ma con quale atto? – estromessa per intero dalla zona a più alto rischio, nulla cambia dal punto di vista urbanistico e della pianificazione del rischio rispetto alla situazione delineata nel 1995, sebbene rientri ancora nel nuovo elenco dei comuni gemellati con altre regioni italiane, dunque da evacuare (in Sicilia) in caso di allarme.
Ai primi di maggio 2014, poi, c’è stato il caso (questo sì, ufficiale) di Boscoreale (che è un comune già presente per intero nella precedente zona rossa), a cui il Tribunale Amministrativo della Regione Campania ha riconosciuto il diritto di distinguere il proprio territorio tra quello interno alla “linea Gurioli” e quello esterno, dunque di sottoporlo a due diversi regimi urbanistici, che per Boscoreale, in sostanza, significa riavviare l’edilizia dopo quasi vent’anni di blocco. Come ha ben spiegato Malko (il 13 maggio 2014, ma lo aveva preannunciato già un anno prima, il 28 maggio 2013), a questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.
La morale di questa situazione è che, a dispetto della retorica razionalista, ogni zona a rischio può essere modificata come se si trattasse di un elastico: a piacimento o, per meglio dire, a peso politico. Nulla di nuovo, per la verità: come ho già scritto qui sopra, ogni perimetrazione del rischio è una negoziazione, ma è opportuno ribadirlo per non cadere nell’illusione che le zone rosse siano rigorosamente scientifiche. Al contrario, come dimostra il caso del Vesuvio, l’area a più alto rischio viene continuamente modificata, tirata, slabbrata, talvolta derogata, per opportunità o convenienza, in una proliferazione di definizioni e di livelli ufficiali e ufficiosi che si sovrappongono, si sommano e si confondono, lasciando nel limbo i cittadini, trattati alla stregua di pedine di un risiko vesuviano giocato da amministratori alla conquista, o alla difesa, di poltrone.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.