Due importanti pubblicazioni in Sociologia dei Disastri

L’anno scorso Alfredo Mela, Silvia Mugnano e Davide Olori hanno lanciato un progetto editoriale che intendeva fare il punto sulla sociologia dei disastri italiana. Da quella call for papers sono nate due pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” [qui] e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana” [qui], entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano.
Ulteriori informazioni sono qui.

In quest’ultimo c’è un mio saggio sul rapporto tra noi e Isso: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“.

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Ne ho scritto su Fb in vari profili: sul mio profilo personale, sul gruppo Ass. Nazionale Disaster Manager e sul gruppo DICAN.

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Qualche mese fa ne avevo dato un’anteprima QUI.

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Evacuazioni in Grecia e in California: un paragone col Vesuvio

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio”:

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Come è noto, il Piano di Evacuazione del Vesuvio è uno dei più imponenti al mondo: in caso di allarme, in 72 ore 700mila persone dovranno allontanarsi autonomamente o con mezzi messi a disposizione dalle autorità. Chi conosce le strade dei comuni della zona rossa ha legittimamente molti dubbi, tuttavia, al momento, soluzioni alternative non ne sono emerse (anche perché chi preme perché si avvii un processo di mitigazione del rischio sembra non essere preso in considerazione). Non avendo a disposizione circostanze simili, riteniamo sia utile porre attenzione a quelle evacuazioni che, per entità e urgenza, possono essere paragonate, almeno in scala, al nostro caso.
Due giorni fa, ad esempio, a Salonicco, in Grecia, 75mila persone hanno lasciato le loro abitazioni per il disinnesco di una grossa bomba inesplosa della seconda guerra mondiale. Non era mai stato trovato un ordigno di quelle dimensioni in un’area così densamente popolata, per cui è stato necessario l’allontanamento della popolazione, reso possibile grazie al lavoro di un migliaio di poliziotti e 300 volontari. Stiamo parlando, cioè, di un caso che, numericamente, riguarda circa il 10% della popolazione che dovrebbe fuggire dal Vesuvio.
Contemporaneamente in California, la diga Oroville Dam, la più alta degli Stati Uniti, rischia di cedere a causa della piena del lago retrostante, così è stato ordinato agli abitanti delle città a valle di evacuare: con una certa urgenza, ieri 188mila persone hanno lasciato tutto per andare il più lontano possibile dal territorio che potrebbe essere inondato. Anche in questo caso, facendo un paragone con la zona rossa vesuviana, parliamo di circa il 25% di coloro che dovrebbero sfollare.
Soprattutto l’evento californiano è una vera emergenza a tempo indeterminato, infatti si stanno raccogliendo cuscini, coperte, prodotti da bagno, calze, acqua e integratori, nonché pannolini, culle, materassi ad aria e giochi per bambini e, ancora, kit di primo soccorso, prese multiple per collegare telefoni, torce elettriche e cibo per cani.
Come si può notare, un’emergenza, anche quando minimamente pianificata, è un “fatto sociale totale”.

PS: Come mi ha segnalato un amico, in questo articolo di BBC si spiega che molti californiani stanno offrendo ospitalità nelle proprie abitazioni agli sfollati del territorio di Oroville Dam: “Welcome at my home“.

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AGGIORNAMENTO del 15 febbraio 2017:
Le autorità californiane hanno permesso ai circa 200mila sfollati dell’area della diga Oroville Dam di tornare nelle loro abitazioni, ma li hanno anche avvisati che l’emergenza non può considerarsi ancora conclusa, infatti “devono tenersi pronti ad andarsene di nuovo se la situazione dovesse peggiorare“.
Questa fase d’allarme è durata pochi giorni, ed è un’altra differenza con il caso vesuviano, i cui tempi invece sarebbero decisamente più lunghi.

Due pubblicazioni in sociologia del post-disastro e resilienza

Oggi e domani (1 e 2 dicembre 2016) a Torino si terrà la quinta conferenza nazionale [Fb] della sezione “Sociologia del Territorio” di AIS, l’Associazione Italiana di Sociologia.
Il programma completo è QUI.

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Per la giornata di oggi, in particolare, segnalo che nel pomeriggio ci sarà la presentazione di due imminenti pubblicazioni:

  • Disastri socio-naturali, resilienza e vulnerabilità: la prospettiva territorialista nel dibattito attuale“, numero monografico di “Sociologia Urbana e Rurale”, curato da Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori;
  • Tracce di società in territori fragili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana“, sempre a cura di Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori, per l’editore Franco Angeli.

In quest’ultimo c’è un mio contributo: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“, ma ne parlerò più diffusamente quando avrò il volume cartaceo tra le mani.

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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2017:
Per ulteriori informazioni su queste due pubblicazioni, rimando a questo mio post.

Contributi sul terremoto dell’Appenino Piceno-Laziale

Sul terremoto che ha colpito l’Appennino Piceno-Laziale il 24 agosto 2016 ho redatto due articoli, uno a caldo sul racconto mediatico nei primi giorni dopo il sisma [pubblicato su “il Lavoro Culturale“, il 15 settembre, un paio di settimane dopo la sua scrittura] e un altro sulla necessità di una ricostruzione condivisa, non solo per quanto riguarda gli aspetti materiali [pubblicato su “Labsus” il 20 settembre].
Cliccando sui due screenshot in basso, si visualizzano i link ai rispettivi testi:

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INTEGRAZIONE del 7 ottobre 2016:
Il post-terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale durerà a lungo, come ogni disastro di quell’entità. Ci vorrà tempo per ricostruire le case, le attività economiche, i legami spaziali e, soprattutto, quelli sociali e affettivi, così violentemente spezzati dalla scossa del 24 agosto scorso.
Delle varie fasi di un disastro, questo è il lungo momento in cui bisogna essere vigili sulle modalità della ricostruzione materiale: ad un mese dal sisma, Fabrizio Gatti ha già verificato i primi sprechi, senza benefici per la popolazione. Ma questo è anche il periodo in cui bisogna adoperarsi per la tenuta delle comunità sinistrate: come ha scritto ieri Stefano Portelli,

«Le conseguenze delle scelte che si faranno in questi giorni su Amatrice saranno profonde e durature. Ma quanto ne sono coscienti le autorità che gestiscono il post-sisma? Oltre alle esigenze immediate di casa, alimenti, scuole per i bambini, ci sono altri bisogni vitali per gli abitanti. Uno è quello di rimanere uniti, per evitare che i ricordi del 24 agosto si trasformino in ossessioni individuali, in famiglie disfunzionali, in traumi permanenti – insomma, in fantasmi».

E’ quanto testimonia anche Gaia Paolini, una giovane blogger di Arquata sul Tronto che, intervistata dalla BBC, dice:

«Stiamo tentando di conservare la memoria di questo luogo e di preservarne il futuro, quando verranno costruiti i nuovi edifici, speriamo al più presto».

Della necessità di una “antropologia dei momenti critici” (delle crisi, dei conflitti, delle rotture che scombussolano la vita sociale) era convinto anche Georges Balandier, come mostra questa intervista-lezione del 1995 (video di 1h37′), diffusa ieri dall’EHESS:

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Dopo un terremoto, pavlovianamente si parla di Vesuvio

Da osservatore della realtà vesuviana so che è un riflesso pavloviano: ogni volta che c’è un disastro da qualche parte, dopo poco si parla del rischio che corre Napoli. Penso sia una gran cosa, perché ci fa essere sempre sensibili al tema, eppure a tali avvisi non seguono mai politiche adeguate e fatti concreti. Dopo il drammatico terremoto del Centro Italia, negli ultimi giorni [fine agosto – inizio settembre 2016] la stampa e il web hanno scritto spesso della mancanza di piani d’emergenza comunali nei Campi Flegrei e intorno al Vesuvio, nonché dell’inadeguatezza di una larghissima parte degli edifici di Napoli e delle altre città della provincia. La pagina “Rischio Vesuvio” raccoglie buona parte di questi contributi, che vi invito a leggere.

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 6 settembre 2016: qui.

Il drammatico terremoto del 24 agosto 2016 tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria [ne abbiamo scritto anche noi] ha messo a nudo, come ogni disastro, le nostre fragilità strutturali: la nostra vulnerabilità urbana e sociale, l’inadeguatezza dei nostri edifici, la colpevole illusorietà di certi adeguamenti antisismici, il grande lavoro che abbiamo ancora da fare perché – oggi – una scossa di magnitudo 6 non può causare 300 morti e radere al suolo interi centri abitati.
Allo stesso tempo, questa prima fase del post-terremoto sta evidenziando alcune retoriche già messe in atto nelle precedenti esperienze, come osserva il geografo Giuseppe Forino, e la necessità di una ricostruzione inclusiva e partecipata, come sottolinea lo storico Stefano Ventura.
Ulteriore aspetto, anche questo ricorrente, è la sensibilizzazione (innanzitutto mediatica) alle scosse sismiche nell’area napoletana (tutte molto lievi, sotto la magnitudo 2): ne sono state avvertite nei Campi Flegrei e sull’isola d’Ischia [anche qui].
Il punto che, tuttavia, ci sembra di particolare importanza è quello che guarda al futuro, specie in provincia di Napoli: siamo pronti? come sono i piani di emergenza? le nostre case sono sicure?
A questo proposito negli ultimi giorni sono usciti quattro articoli considerevoli:
Luisiana Gaita (“Il fatto quotidiano”, 5 settembre 2016): «Bradisismo, mancano i piani d’emergenza ai Campi Flegrei. E se il Vesuvio eruttasse? “Nessuno saprebbe cosa fare”»;
Antonio Fiore (“Corriere del mezzogiorno”, 28 agosto 2016): «I paradossi del rischio Vesuvio. Fa una certa sensazione apprendere che, tra i (cento e passa) Comuni della regione Campania privi ancora dell’obbligatorio Piano di emergenza, spicca Pompei»;
MalKo (Blog “Rischio Vesuvio”, 2 settembre 2016): «Il piano di evacuazione non ce l’ha nemmeno Torre del Greco, il paese mediano da 100.000 abitanti, ma neanche Boscoreale»;
Roberto Saviano (“L’espresso”, 4 settembre 2016): «Dio non voglia che accada a Napoli. Nel capoluogo campano il 44 per cento degli edifici è a rischio sisma. Ma le istituzioni allargano le braccia. E puntano, come sempre, sulla fortuna».

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Il ritardo che abbiamo accumulato è una colpa, la speranza o la fortuna non salvano, bisogna agire e quel che possiamo fare noi, in quanto cittadini, è pretendere il rispetto della legge: che ciascun comune si doti di un piano di emergenza, che la protezione civile aumenti e migliori l’informazione e la comunicazione con la popolazione, che il governo garantisca il nostro diritto alla vita avviando politiche che permettano l’adeguamento sismico degli edifici e la riqualificazione urbana, che la gestione del territorio sia più partecipata ed inclusiva, ma soprattutto ecocompatibile ed equa.

Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

L’etimologia della parola “rischio” è ignota, ma secondo Anthony Giddens risale ad un termine nautico spagnolo che alla fine del medioevo significava «andare incontro a un pericolo o a uno scoglio» [qui]. Per Sylvain Piron, invece, la comparsa del concetto di “rischio” è più antica e risale al vocabolo arabo rizq del XII secolo [qui], poi introdotto nell’Italia settentrionale dalle rampanti aristocrazie marittime genovesi e pisane in guerra contro i saraceni, soprattutto in Sardegna [qui]. In ogni caso, osserva Luhmann, il termine si diffonde in Europa solo con l’invenzione della stampa e, comunque, in ambiti specifici come le assicurazioni navali e il commercio [qui]. Il controllo pianificato del rischio conseguente al calcolo delle probabilità, apparso durante il XVII secolo [qui], conduce alla trasformazione del rischio in concetto astratto quale limite attuale della conoscenza, ma anche come stimolo fondamentale della società moderna che, per definizione, è «orientata verso il futuro» e che, dice Giddens, «vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare».
Lo sviluppo delle compagnie assicurative, dunque, segna la nostra era; attraverso il (tentativo di) calcolare la probabilità di ogni evento, compresa la morte, cioè, tra previsione, previdenza e prudenza la nostra esistenza procede – in maniera più o meno fiduciosa – alla ricerca di una sorta di “provvidenza razionale”.

In Italia, il dibattito su «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» [qui] va avanti da molto tempo e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. L’ultimo è stato l’esecutivo presieduto da Mario Monti, il quale con il “decreto legge n.59 del 2012” sulla riforma della Protezione Civile (pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 17 maggio 2012) stabiliva che i danni da calamità naturali agli edifici dei cittadini sarebbero stati a carico dei proprietari, i quali si sarebbero potuti premunire stipulando un’assicurazione. Questa previsione, però, è stata poi cancellata dal testo definitivo della norma (la “legge n. 100 del 12 luglio 2012“, a sua volta modificata dalla “legge n. 119 del 15 ottobre 2013“). Il decreto intendeva «consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, [così da estendere] tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati. [E ciò al fine di] garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione [che altrimenti rischierebbero tempi lunghi] per la cronica carenza di fondi [statali]». A suo tempo, ne avevano scritto Giovanna Cavalli sul “CorSera” del 18 maggio 2012 (un rimando a questo articolo è anche su “Il Post“) e Gian Antonio Stella sul “CorSera” del 7 giugno 2012 (secondo il quale «la polizza sui disastri non è una tassa, ma se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile»).
Questo “mercato assicurativo”, dunque, ancora non esiste in Italia e, probabilmente, ciò è dovuto anche al fatto che non sono state risolte diverse problematiche specifiche del nostro Paese. Innanzitutto, ci si domanda come si intenda rispettare il principio di uguaglianza tra cittadini che vivono in zone “a rischio” e cittadini che non vi rientrano. Chi abita, ad esempio, alle pendici del Vesuvio pagherà tre polizze? Cioè contro le eruzioni, i terremoti e le frane? Siccome l’Italia è un Paese estremamente vulnerabile dal punto di vista naturale e considerato che qui il sistema assicurativo contro le calamità ambientali richiederebbe ingenti risorse, a quanto ammonteranno le singole polizze? Sarebbe il caso di capire di più, per verificare se lo Stato intenda o meno abbandonare i cittadini a loro stessi pur di far quadrare i conti.

In un convegno a cui ho assistito l’8 febbraio 2012 a Genova, uno dei relatori, un assicuratore, spiegò che:

economicamente, una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:

* in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;

* in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).

Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale, ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.

Un interessante documento dell’Ania (Associazione Nazionale tra le Imprese Assicuratrici) sembra confermare la necessità di integrare il mero calcolo probabilistico con una lettura sociologica del fenomeno:

«In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19];

«lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].

Queste difficoltà, com’è evidente, non sono solo politiche, ma derivano anche da un deficit di cui soffrono gli approcci al rischio meramente tecnicistici e matematici. Come evidenzia il metodo antropologico, il rischio non è un’entità banalmente oggettivabile: gli effetti sociali e culturali che produce dipendono da un complesso intreccio di fattori “oggettivi” (quelli legati, ad esempio, all’ambiente esterno fisico o biologico) e “soggettivi” (quelli ascrivibili alle modalità dell’antropizzazione e agli effetti delle attività umane). Il rischio, in altre parole, è frutto di un vero e proprio “dialogo” tra le diverse parti sociali (Mary Douglas parla di «dibattito culturale», se non addirittura di «lotta») in cui, tuttavia, nel momento della circolazione delle idee, alcune opinioni possono risultare più determinanti di altre nella formazione del punto di vista. In questo senso, il rischio è sempre culturalmente localizzato e la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende da numerosi fattori (anche di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico) e da priorità, percezioni, capacità di immaginare una risposta efficace nei confronti dell’evento atteso. (In area vesuviana, ad esempio, un peso notevole è dato dall’inquinamento da discarica, che arriva a condizionare l’elaborazione del rischio vulcanico, se non a fondersi con esso).
Realizzare una politica governativa volta a favorire l’assicurazione contro i disastri naturali, pertanto, esige non solo una volontà precisa in tal senso e una notevole complessità di calcolo, ma anche una maggiore attenzione alle risposte culturali che le singole realtà territoriali elaborano in merito al rischio o ai rischi cui sono soggette. La vulnerabilità di quelle specifiche località e comunità, scrive Ligi, dipende dall’«insieme delle variabili socio-culturali che possono avere l’effetto di elevare o abbassare – talvolta annullare del tutto – la pericolosità fisica dell’evento o l’intensità e la gravità del danno» [qui].

Calcoli matematici e valutazioni economiche di possibili (o probabili) eventi disastrosi, comunque, continuano incessanti, in particolare da parte delle grandi compagnie di riassicurazione del mondo (“Munich Re” e “Swiss Re“, ad esempio). Tra queste analisi, com’è intuibile, non manca il caso del Vesuvio.
Nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Si veda: Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe“. Si tratta di uno studio che prende in considerazione i 10 vulcani europei – non tutti in Europa – intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei».

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Questo tipo di approccio a calcolare rischi, costi, vittime ed entità dei danni di un disastro annunciato riguarda principalmente le zone urbane del pianeta, come dimostra lo studio effettuato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo: “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (2013, pdf). Questo elenco è stato ripreso sia dal “Guardian” (25 marzo 2014) che dal “Corriere della Sera” (27 marzo 2014), le cui gallerie fotografiche ho riprodotto al primo commento qui in basso.
Le 10 città più “a rischio” sono le seguenti:

1] la regione di Tokyo-Yokohama (Giappone)
2] Manila (Filippine)
3] l’area del delta del fiume delle Perle (Cina)
4] Osaka (Giappone)
5] Jakarta (Indonesia)
6] Nagoya (Giappone)
7] Calcutta (India)
8] le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai (Cina)
9] Los Angeles (California, USA)
10] Teheran (Iran)

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AGGIORNAMENTO del 28 aprile 2014:
L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac: “«Perché noi meteorologi a volte sbagliamo?». Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo” (“CorSera“) (o qui).

Stato di emergenza e stato di calamità

Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:

  1. Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» (su deliberazione del Consiglio dei Ministri e su proposta del Capo del DPC) e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
  2. Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».

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AGGIORNAMENTO del 22 marzo 2014
Il website francese “Pole Risquesfornisce degli elementi per definire i “rischi emergenti“:

Qu’est ce qu’un risque émergent ?
Un risque émergent se définit comme un risque à la fois “nouveau” et “croissant

« Nouveau » signifie :
– Que le risque n’existait pas auparavant.
– Qu’un problème de longue date est désormais considéré comme un risque à cause de l’évolution de la perception du public, de la société ou de nouvelles connaissances scientifiques

Un « risque » est croissant si :
– Le nombre de dangers entraînant ce risque est croissant.
– La probabilité d’exposition à des dangers entraînant ce risque est croissante. L’effet du danger sur la santé des travailleurs va en s’aggravant

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2014:
Sul website del Dipartimento della Protezione Civile c’è una pagina dedicata alla definizione di “rischio“:

Che cos’è il rischio?
Ai fini di protezione civile, il rischio è rappresentato dalla possibilità che un fenomeno naturale o indotto dalle attività dell’uomo possa causare effetti dannosi sulla popolazione, gli insediamenti abitativi e produttivi e le infrastrutture, all’interno di una particolare area, in un determinato periodo di tempo.
Rischio e pericolo non sono dunque la stessa cosa: il pericolo è rappresentato dall’evento calamitoso che può colpire una certa area (la causa), il rischio è rappresentato dalle sue possibili conseguenze, cioè dal danno che ci si può attendere (l’effetto).
Per valutare concretamente un rischio, quindi, non è sufficiente conoscere il pericolo, ma occorre anche stimare attentamente il valore esposto, cioè i beni presenti sul territorio che possono essere coinvolti da un evento, e la loro vulnerabilità.
Il rischio quindi è traducibile nella formula: R = P x V x E
P = Pericolosità: la probabilità che un fenomeno di una determinata intensità si verifichi in un certo periodo di tempo, in una data area.
V = Vulnerabilità: la vulnerabilità di un elemento (persone, edifici, infrastrutture, attività economiche) è la propensione a subire danneggiamenti in conseguenza delle sollecitazioni indotte da un evento di una certa intensità.
E = Esposizione o Valore esposto: è il numero di unità (o “valore”) di ognuno degli elementi a rischio presenti in una data area, come le vite umane o gli insediamenti.