Sant’Emidio protettore dell’Italia Centrale

L’altro giorno, dopo la scossa di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera del 26 ottobre 2016, Goffredo Buccini del “Corriere della Sera” ha intervistato alcuni sopravvissuti. In particolare, ha ascoltato gli anziani coniugi Alberto e Nazzarena, i quali hanno detto:

Lui: «È Sant’Emidio, patrono di Ascoli, ci protegge dai terremoti».
Lei: «Eeeeh, ma è una cosa popolare, io non ci credo a Sant’Emidio!».
Lui: «Me devi lascia’ parla’! Da noi c’è il detto: ci protegge Sant’Emidio».
Lei: «E ci credi?».
Lui: «Ci credo e non ci credo… Stavolta si vede che s’è fatto vecchio pure Sant’Emidio».

Sant’Emidio visse nel terzo secolo, nacque a Treviri, nell’attuale Germania, e predicò nel Centro Italia, stabilendosi ad Ascoli Piceno, di cui divenne patrono cittadino. La protezione soprannaturale più nota attribuita a questo santo è quella contro i terremoti, una qualità che, come ha ricordato Aldo Maria Valli dopo il sisma del 24 agosto scorso,

«gli viene riconosciuta molti secoli dopo la sua morte, nel 1703. Quell’anno, nei mesi di gennaio e febbraio, l’Italia centrale è funestata da una serie di terremoti devastanti, che colpiscono in particolare Norcia, Amatrice e l’Aquila, ma Ascoli ne viene preservata: gli edifici infatti, nonostante la violenza delle scosse, subiscono danni piuttosto lievi. Inoltre gli ascolani che, per diverse ragioni, si trovano nei luoghi più colpiti, si salvano. Il merito di un fatto tanto sensazionale è subito attribuito al patrono della città e così nasce un culto che sarà sempre più diffuso».

Da allora la devozione per sant’Emidio si è allargata a tutta l’Italia e si è installata in numerose località del mondo, tutte soggette a sismicità (in California, Messico, Filippine, Nuova Zelanda…).
Su Google Books sono presenti varie agiografie d’epoca e la sua iconografia è davvero eloquente. La preghiera che gli è rivolta dai fedeli si conclude con questa invocazione:

«[…] Estendi su di noi, sulle nostre famiglie e sulla nostra città e diocesi la tua protezione affinché, preservati dal terremoto e da ogni altro flagello, possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla, tutta intesa a dare gloria a Dio e a rendere più sicura la salvezza delle nostre anime».

screenshot-2016-10-31-08-18-31

A causa della scossa di ieri, 30 ottobre 2016, la cattedrale di sant’Emidio ad Ascoli Piceno è rimasta chiusa per precauzione, ma la celebrazione della messa si è tenuta ugualmente all’aperto, dinnanzi al tempio. (Ho letto che anche a Napoli c’è stato un appello a pregare questo santo). Qualcosa di simile si è verificato a Norcia, ma con ancora più drammaticità: nonostante il crollo della basilica di san Benedetto, ieri mattina numerose persone si sono inginocchiate a terra per pregare davanti alla facciata dell’antica chiesa, unico lato rimasto in piedi dopo la scossa delle 7h40.
In caso di disastro, il ricorso al sacro è frequente e anche su Fb molti utenti invitano a pregare. Qualche giorno fa, ad esempio, a Castel del Rio, in provincia di Bologna, il sindaco Alberto Baldazzi ha inteso recuperare un rito risalente al 1725, quando furono tenute delle preghiere collettive dopo alcuni eventi calamitosi in zona, stabilendo che

«ogni anno, in occasione dell’antivigilia di Ognissanti, ci sarà la Santa Messa nella chiesa di Sant’Ambrogio e la recita del rosario nell’oratorio della Beata Vergine del Sudore».

preghiera-norcia-terremoto-2016-10-30

La preghiera e i “riti in emergenza” sono dispositivi utili a riassorbire lo shock e a tenere insieme la collettività dopo un trauma, ma è bene sottolineare che la salvaguardia dei nostri paesi e delle nostre città – delle nostre vite – dipende da altro:

  • da una più profonda ed estesa alfabetizzazione al linguaggio scientifico che tenga al riparo tutti noi da ciarlatani e complottisti (che magari insistono pure);
  • da una maggior consapevolezza storica della natura del territorio italiano, come ha evidenziato stamattina Vito Teti;
  • da un vero e proprio «patto nazionale all’altezza dell’emergenza [che sia tenuto insieme da] una solidarietà nazionale che vada oltre il mesto bla-bla di circostanza», come ha scritto oggi Gian Antonio Stella;
  • da opere di messa in sicurezza preventiva per le abitazioni e le strutture pubbliche, ma anche per i monumenti e le chiese storiche.

Per concludere, ritornando a sant’Emidio, forse s’è fatto vecchio pure lui, come osserva il novantenne Alberto, tuttavia la sua invocazione mostra ancora, dinnanzi al senso d’impotenza attuale, il bisogno di unirsi e richiamare con forza un aiuto ultraterreno che storni il destino e addomestichi l’incontrollabile. O anche semplicemente il bisogno di trovare un conforto dinnanzi alla calamità e al suo riverberarsi a tempo indefinito. L’incertezza di un sisma che non passa stavolta sembra essere la principale fonte di preoccupazione, in un’emergenza che già conta decine di migliaia di sfollati (pare che si arriverà a 100mila!), che chissà quando potranno tornare alle loro vite.

screenshot-2017-02-28-15-29-34

Clicca sullo screenshot per accedere al (brevissimo) video in cui si vedono frati e suore raccolti in preghiera a Norcia dopo la scossa che ha fatto crollare la cattedrale (“CorSera”, 30 0ttobre 2016)

[Una prima versione di questo post è su Fb]

– – –

INTEGRAZIONE (con maggiori dettagli qui):
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

– – –

Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

– – –

Cercando aggiornamenti sui “riti in emergenza“, in giro per il web mi sono imbattuto in varie preghiere cattoliche da recitare in tempo di calamità. Le riproduco di seguito:

Dal website “Preghiere per la famiglia“:

Preghiera nel tempo di terremoto
O Dio creatore, / noi crediamo che tu sei nostro Padre / e che ci vuoi bene / anche se la terra trema / e le nostre famiglie sono state sconvolte / dall’angoscia. / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli / alla generosità e all’aiuto. / A noi dona la forza e il coraggio / necessari per la ricostruzione / e l’amore per non abbandonare / chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo / e iniziata una vita nuova, / canteremo la tua lode.

In tempo di pubbliche calamità
O Gesù, Dio di pace, gettate uno sguardo di misericordia / su questa terra infelice; mirate quante lacrime si versano / nelle famiglie anche più innocenti. / Se avete scritto nei vostri decreti questo dolore, / ricordatevi che siamo figli, che per questo vi fermaste / in mezzo a noi sull’altare. / Pronunciate, o Signore, un’altra volta quella parola potente / che nel furore della tempesta fece tacere i venti, / ricompose le onde agitate, rese tranquillo e sereno il cielo. / Allora vedremo rifiorire questa terra e, mossi da viva gratitudine, / verremo al vostro altare per ringraziarvi con fede più viva, / più sicura speranza ed amore più riconoscente.

In tempo di tribolazioni
Vergine Santa, conforto degli afflitti e madre di consolazione, / a voi gridiamo dal fondo delle nostre tribolazioni: / Abbiate pietà di noi poveri infelici, che a voi la domandiamo. / O Maria, questo è il momento di mostrare, come è giusto il nome, / con cui vi invochiamo nostra madre. / Dimenticaste voi quelle ultime parole del vostro Gesù dalla Croce, / quella voce moribonda, quegli estremi sospiri, / coi quali a voi ci consegnava come figli? / O cara Madre udite il gemito di noi poveri peccatori sì, / ma figli vostri. Se voi non ci consolate, / a chi potremo noi domandare soccorso? / Deh voi dunque parlate di noi al vostro Gesù con quell’amore / che sempre lo vince. / Nel vostro seno deponiamo le nostre lacrime: / da voi aspettiamo la nostra consolazione; / e quando pure sapessimo che voi ce la negaste, / ancora rimarremo ai vostri piedi gridando: / Madre, consolateci, che siamo vostri figli.

Dal website “Ognissanti San Barnaba“:

Preghiera alla Madonna del terremoto
(A questa Madonna è dedicata una piccola chiesa di Mantova, in piazza Canossa, che «fu edificata nel 1754 a ricordo della protezione data dalla Madonna in occasione del terremoto del 1693»)
:
O beatissima Regina del cielo e della terra, / che mentre stavi sotto la croce di Gesù, tuo Figlio, / e la spada del dolore ti trapassava l’anima / per diventare la Madre di tutti i viventi, / hai sentito sotto i tuoi piedi tremare la terra, / soccorri i tuoi figli che gemono spaventati dal terremoto. / La terra rimbomba di un sordo boato, / attorno a noi crollano il presente e il passato / e le nostre anime smarrite si chiedono: / che cos’è l’uomo, perchè Tu, o Signore, te ne ricordi? / Fatto a immagine e somiglianza di Dio e circondato di gloria, / eppure ha divorato come un figlio dissoluto i doni del Padre, / ha tradito l’Amore di Gesù, ha spento lo Spirito Santo, / fino a meritare il castigo di Dio. / O Madre Santissima, piena di Grazia e di Misericordia, / intercedi per noi presso tuo Figlio: / prendi le nostre mani e guidaci a Lui, / perchè converta i nostri cuori e perdoni i nostri peccati. / Liberi dall’inquetitudine e dalla disperazione, / seguiremo la via della salvezza e canteremo / in eterno con te le meraviglie di Dio. / Amen

Dal website “Papaboys“:

Preghiera del cuore a Gesù Salvatore per tutte le famiglie coinvolte nel terremoto
(«Rivolgiamo questa preghiera al Signore del tempo e della storia, per tutte le popolazioni colpite dal terremoto del centro-Italia. Ti chiediamo Signore di avere pietà di tutti noi, di concedere conforto ai cuori di tutti coloro che sono in difficoltà e che vedono la propria casa di strutta. Per i bambini, per gli anziani e per tutti coloro che soffrono»)
O Dio creatore, noi crediamo che tu sei nostro Padre e che ci vuoi bene / anche se la terra trema e le nostre famiglie sono state sconvolte dall’angoscia / Non lasciarci soli nel momento della sventura. / Apri il cuore di molti nostri fratelli alla generosità e all’aiuto. A noi dona la forza e il coraggio necessari per la ricostruzione e l’amore per non abbandonare chi è rimasto senza nessuno. / Così, liberati dal pericolo e iniziata una vita nuova, canteremo la tua lode.

Dal website “Donna 10“:

Preghiere contro i terremoti: affidiamoci a Sant’Emidio d’Ascoli!
(«Ecco la preghiera che tutti dovremmo intonare, affinché Sant’Emidio ci protegga dal flagello dei terremoti»)
Sant’Emidio, accogli benigno la preghiera che fiduciosi ti rivolgiamo. Intercedi per noi presso il Signore affinché, a tua imitazione, la nostra fede, vivificata dalle opere, sia testimonianza di filiale amore a Dio e di fraterna carità per il prossimo. Spronati dal tuo esempio, promettiamo di vivere col cuore staccato dai beni della terra e disposti a sacrificare tutto pur di restare fedeli a Dio e alla Chiesa. Estendi su di noi, sulle nostre famiglie e sulla nostra città e diocesi la tua protezione affinché, preservati dal terremoto e da ogni altro flagello, possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla, tutta intesa a daregloria a Dio e a rendere più sicura la salvezza delle nostre anime.

Un video che raccoglie varie preghiere collettive dopo il sisma del 30 ottobre 2016:

Seminario sui riti vesuviani e l’emergenza vulcanica tra media e new media

Martedì 10 maggio 2016, nell’ambito delle attività del corso di “Antropologia della Comunicazione” tenuto dalla prof.ssa Gianfranca Ranisio presso il Dipartimento di “Scienze Sociali” dell’Università di Napoli “Federico II”, ho tenuto un seminario sui linguaggi delle pratiche devozionali vesuviane legate alle attività eruttive, nonché sui toni che il discorso sul rischio vulcanico assume oggi attraverso i new media.

13161769_634958746656022_1557326571351694587_o

Nei giorni precedenti ho postato varie immagini e citazioni d’epoca in merito alle emergenze vesuviane, passate e contemporanee, e al loro legame con la sfera del sacro. Le ripropongo qui:

13116174_635171383301425_8271175224748094728_o

«Dopo pochi istanti, una processione preceduta da una rozza croce di legno, seguita dalla statua di Sant’Anna, e accompagnata da una fittissima calca di popolo si avanzava verso il luogo del disastro. Si pregava, si piangeva; ed il pianto e la preghiera si alternavano col canto delle laudi della chiesa! Tutti imploravano la cessazione del flagello, e perfino gli scettici non trovavano nulla a ridire!»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 34)

13100798_635605053258058_5971268729669587488_n

«Le particolari processioni delle Verginelle scapigliate, e scalze, le donne piangenti, le congregationi, di nobili, & ignobili, la confraternita di diverse religioni, e precisamente quelle del Rosario di PP. Predicatori andavano con tanta devotione, che parevano la trionfante, e gloriosa compagnia di Sant’Ursula»
(Michel’Angelo Masino, “Distinta relatione dell’incendio del sevo Vesuvio”, Gio. Domenico Roncagliolo, Napoli 1632, p. 20)

13147266_636418946510002_8563250262822380192_o

«Il popolo in movimento per l’eruzione del Vesuvio, si avviò al Duomo per ottenere a sera inoltrata la statua di San Gennaro col Sangue. Il cardinale si negò per timore di maggiori disordini, i popolani mossi dallo sdegno volevano scassinare le porte del Duomo per prendersi a viva forza la statua»
(D. D’Anna, “Le Glorie di S. Gennaro. Vita, monumenti, miracolo”, Michele d’Auria Editore, Napoli 1912, p. 108)

13082521_637060493112514_355003302983292399_n

«L’apertura di un’altra discarica provocherebbe la morte definitiva del territorio. [È necessario che le istituzioni ascoltino] il grido di dolore di quanti vogliono difendere la qualità della propria vita [e proteggere] questa meravigliosa terra che il Creatore ci ha consegnato e che tutti, con coraggio, dobbiamo ‘custodire e coltivare’»
(Beniamino Depalma, vescovo di Nola, in “Emergenza rifiuti. Il vescovo di Nola: ‘Discarica morte del territorio’”, articolo redazionale di «La Repubblica», 22 ottobre 2010)

13147784_637335629751667_6110902714646829639_o

«Fu allora che impauriti e sconvolti ma pure con grande fede, i cittadini corsero in chiesa dove confortati da un sacerdote locale, don Vincenzo Precchia, e da lui guidati, presero sulle spalle le statue della Madonna Addolorata e del patrono San Gennaro. […] Fu allora che quasi fuori di senno, qualcuno prima, e tutti in coro poi, gridarono alla Vergine e a San Gennaro: “Ci dovete salvare, salvateci! Salvate il paese o brucerete anche voi con le case nostre”»
(Giuseppe Tortora, parroco di Trecase, cit. in C. Avvisati, “1906: quando il Vesuvio perse la testa”, Nicola Longobardi Editore, Castellammare di Stabia 2008, p. 64)

13179324_637509683067595_2402074120450192558_n

«[Gli abitani] chiedono insistentemente che la Chiesa venga aperta, perché, prima di abbandonare la città, vogliono vedere ancora una volta la bella Madonna, vogliono parlarle le parole del cuore, ed implorare da Lei protezione e salvezza. […] Anche qui è stata trasportata l’immagine di S. M. della Neve, e quando, alle ore 13 circa, la lava resta immobile, sgorgano dagli occhi di tutti gli astanti lagrime di consolazione»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 38, 44).

Il rischio vulcanico e quello ecologico

SSV – cittadina definita dai suoi stessi abitanti ordinata e pulita, almeno rispetto ai comuni confinanti – è sovrastata non solo dal cratere del vulcano, ma a partire dalla seconda metà del Novecento anche da una enorme discarica di immondizia, la “Ammendola-Formisano”; una volta colmatasi l’omonima cava della zona alta del comune di Ercolano, con il progressivo accumulo di rifiuti è andata formandosi una vera e propria collina, la cui crescita è stata arrestata solo alla fine degli anni ’90. Sebbene la discarica sia ufficialmente dismessa, gli abitanti della zona ritengono che rappresenti ancora una minaccia alla salute, sia perché non è mai stata bonificata, sia perché è (stata) oggetto di continue deroghe: nel primo decennio degli anni Duemila, infatti, è stata riaperta ben due volte per far fronte all’emergenza napoletana e campana.
Il riferimento alla “Ammendola-Formisano” e ai suoi effetti (fetore, malattie, inquinamento) è emerso in molte delle interviste raccolte, spesso accompagnato dal contrasto con la virtuosità della raccolta differenziata sansebastianese (una delle più efficienti della provincia). Il frequente affiorare di tale argomento dai discorsi dei miei interlocutori, chiamati ad esporre il loro personale rapporto con il territorio, sembra concentrarsi in un luogo specifico dalle valenze simboliche (per di più vi si è sviluppato un piccolo culto popolare per la presenza di statuine, rosari e santini depositati in un incavo della roccia). Si tratta di una controversa fumarola, la “più bassa” del Vesuvio, a circa 1,5 km dal centro abitato di SSV. Sulle sue origini non c’è unanimità di pareri né tra i geologi, né tra gli amministratori: per qualcuno è un residuo del calore magmatico del 1944, per altri lo sfogo dei gas prodotti dalla discarica che dista poche centinaia di metri in linea d’aria.
Personalmente ritengo che, al di là della sua natura, la presunta fumarola rappresenti in maniera paradigmatica la compresenza – forse la commistione – tra due dimensioni del rischio, vulcanico ed ecologico, entrambi effetti di una modernità che in area vesuviana “esplode” dopo l’ultima eruzione del 1944. Il rischio è una condizione della società contemporanea (Beck, Giddens, Bauman) e, nel caso specifico vesuviano, è frutto di una rapida urbanizzazione lungo le falde del vulcano e di un aggressivo sfruttamento del territorio, prima con le cave estrattive, poi con il loro riempimento di rifiuti. A “certificare” l’esistenza di questa doppia insidia, nel 1995 sono stati istituiti due strumenti legislativi che potrebbero essere definiti come volti a difendere rispettivamente l’uomo dal vulcano (la Zona Rossa) e il vulcano dall’uomo (il Parco Nazionale del Vesuvio).
Al processo di scotomizzazione con cui gli abitanti rispondono al discorso sulla catastrofe annunciata (che altrimenti schiaccerebbe le loro vite in un angoscioso “non-esserci”), interviene principalmente l’ambiguità tra allarmismo e rassicurazione («il Vesuvio è il vulcano più pericoloso del mondo», ma è anche «il più monitorato sul pianeta»), supportata dalle nuove perimetrazioni del territorio, dai discorsi scientifici e mediatici, dalle scelte urbanistiche, da eventi storici particolari e da dinamiche politiche ed economiche.
L’aria pulita di SSV, che un tempo veniva raccomandata dai medici napoletani come cura ai propri pazienti, oggi è una preoccupazione: se la brezza spira in senso sfavorevole, il lezzo della «collina del disonore» (la discarica “Ammendola-Formisano”) o anche di altre realtà industriali («ieri ci siamo dovuti chiudere dentro per il fumo delle caldaie che il vento soffiava verso di noi», mi ha detto recentemente un testimone) costringe a ritirarsi in casa e a (pre)occuparsi della più imminente e quotidiana questione ecologica, rispetto al rischio vulcanico, ritenuto invece invisibile (le fumarole sono residuali e, comunque, osservabili esclusivamente in cima al cratere in giornate piuttosto fredde), impercettibile (se non alle sensibili strumentazioni scientifiche) e prodotto solo in termini di sapere (scientifico o anti-scientifico).
Come osserva Françoise Zonabend a proposito degli abitanti di La Hague – la “penisola nucleare” della Normandia –, «in questo contesto di modernità, […] gli stretti rapporti che la gente aveva con la natura si stanno rompendo. Il tempo, il vento, la pioggia e la nebbia, le nubi, le tempeste e i temporali, tutti questi fenomeni naturali di cui si lamentano rivelano, di fatto, che una civiltà, la loro civiltà, sta morendo».

————————

Queste sono riflessioni in itinere e da affinare, quindi da considerare assolutamente provvisorie e parziali.

Ma ho deciso di inserirle qui sul blog per le suggestioni ricevute da un articolo – pubblicato ieri da Ciro Teodonno sul “Mediano” – relativo alla voce che circola a SSV in questo periodo: una nuova presunta (e anche questa controversa) fumarola sarebbe emersa nella stessa zona di quella cui ho fatto riferimento: «ci siamo recati sul posto, che per altro conosciamo molto bene, per verificare di persona se ci fossero nuovi vapori all’orizzonte ma nulla di tutto ciò, solo una fessura incrostata e dal chiaro segno di una recente visitazione di qualche curioso, il tutto, a poca distanza dalla fumarola ufficiale, adibita ad edicola sacra da alcuni devoti del luogo». [Continua tra i commenti].

——————

AGGIORNAMENTO del 9 novembre 2013:
Antonello Caporale ha pubblicato un reportage (“Il Fatto Quotidiano”, 9 novembre, 2013, QUI) intitolato: Napoli, la Terra dei Fuochi: aria infetta, rifiuti e tumori attorno al Vesuvio. Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra edilizia selvaggia, criminalità e camorra. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’ospedale del mare dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”.
Tra le altre testimonianze, il giornalista inserisce una battuta dell’antropologo Marino Niola.

– – – – –

ALTRI AGGIORNAMENTI:

  • 26 ottobre 2013: manifestazione a Napoli contro la “Terra dei fuochi” (locandina) (“Il mediano”, 27 ottobre 2013, qui).
  • 9 novembre 2013: conferenza a Massa di Somma sull’incidenza di tumori nell’area vesuviana, promossa dal comitato di cittadini “Liberiamoci dal male” (“Il Mattino”, 5 novembre 2013, qui; “Il mediano”, 10 novembre 2013, qui [QUI].
  • 16 novembre 2013: manifestazione a Napoli (titolo: #fiumeinpiena) [Copia del comunicato di alcune associazioni che vi hanno partecipato: QUI].
  • 10 dicembre 2013: scoperte esalazioni tossiche a ridosso del PNV (“La Repubblica“).
  • 21 settembre 2014: raccolta di firme ad Ercolano contro la discarica Ammendola-Formisano [QUI, col testo della petizione].

– – –

AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Il telegiornale regionale della Campania del 23 febbraio 2014, delle ore 19.00, ha trasmesso un servizio sulla discarica Ammendola-Formisano di Ercolano. Questo è il video:


Di questa situazione ne ha scritto anche l’Ansa (23 febbraio 2014) e Il Mediano (24 febbraio 2014).

– – –

Anche oggi, 24 febbraio 2014 (h14), il TGR Campania ha dedicato un servizio (1’19”) alla discarica Ammendola Formisano, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio:

– – –

AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Ciro Teodonno riferisce di un convegno indetto due giorni fa da PD di Ercolano per affrontare il problema delle discariche: «molti dubbi e poche certezze» (QUI).

“Montagna ‘e ‘stu core, te voglio assaje bene”

Punta Nasone, o Ciglio, è la più caparbia delle testimonianze del grande e antico vulcano che un tempo dominava il golfo di Napoli e che una serie di forti eruzioni esplosive – alcune migliaia di anni fa – troncarono e distrussero. Quei cataclismi formarono una caldera al cui centro, come su un piedistallo, oggi si erge il Gran Cono del Vesuvio. L’imponente barriera semicircolare sul versante settentrionale di questo bacino è chiamata monte Somma e, senza apparire troppo enfatico, penso che possa essere legittimamente definito come un vero e proprio scrigno di tesori naturali e culturali.
Ogni anno, il sabato dopo Pasqua vi si tiene un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” (ogni 3 maggio, inoltre, vi è anche un’altra festa: “Il Tre della Croce”, che quest’anno cade particolarmente vicino alla ricorrenza precedente), a cui ieri ha partecipato anche Ciro Teodonno.

Lo spirito comunicativo e narrativo di Ciro ha in serbo alcuni articoli che trasmettano il senso e il significato della famosa celebrazione. Oggi sul “Mediano” è apparso il primo contributo, relativo ad un incontro preparatorio che l’autore ha tenuto un paio di settimane fa con alcuni dei protagonisti della festa. Da parte sua vi si scorge l’emozione della scoperta, l’attenzione – che a volte è timore – a non interferire eccessivamente con i protagonisti del rito, il saper osservare partecipando, la consapevolezza del grande valore sociale delle tradizioni che in molte aree intorno allo stesso vulcano vanno scomparendo rapidamente. Nell’articolo, però, Ciro lascia che siano gli stessi protagonisti a raccontare il mito di fondazione del culto e le dinamiche del rito, riuscendo così a trasmettere a noi lettori il senso del loro orgoglio di fedeli attivi e responsabili verso una pratica tradizionale che li precede di molte generazioni, anche se sul finale passa anche una certa loro autoassoluzione a proposito dell’impatto ambientale dei festeggiamenti. Emerge, infine, anche quella particolare forma di rispetto – ben più che religiosa in senso istituzionale – nei confronti di una serie di gesti (la benedizione col vino da parte del capo-paranza) e di oggetti (la pertica “fiorita” da donare ai propri cari al ritorno in paese) che sarebbe superficiale e squalificante tacciare come magici o come sopravvivenze arcaiche: si tratta, piuttosto, di azioni dotate di senso particolarmente significative all’interno di quel contesto sociale e che, oggi come ieri, contribuiscono a tenere unita la comunità, a scandire il tempo sociale, a sottolineare e a trasmettere saperi, ruoli, orizzonti.

L’articolo (pubblicato oggi 1° maggio 2011 su “Il mediano“) inizia con il brano che segue e continua al primo commento:

Santa Maria a Castello, la tradizione continua
di Ciro Teodonno

Certo non risulta facile immaginare il Vesuvio come una montagna, anche se, la sua parte più antica, il Somma, viene spesso chiamata così, ‘a Muntagna. Forse perché ha un aspetto meno vulcanico del meglio delineato e riconoscibile Cono, per le sue verdi e umide pendici, per le sue creste irte e frastagliate. Non risulta comunque facile, interpretarlo come monte, poiché la nostra cultura ha in prevalenza trovato il suo sbocco culturale nel vicino mare e di cui ne è pervasa; questo quando l’immagine del Vulcano non viene addirittura annullata sotto una coltre che sfuma tra un colpevole oblio e un’ipocrita rassegnazione. 
La mostruosa urbanizzazione del Vesuvio ha dimostrato poi quanto invisibile potesse essere un vulcano attivo.
La lucida follia degli uomini, fa sì che si continui a non voler vedere; a negare l’esistenza del pericolo reale del Monte Vesuvio. Tanto da sostenere che al di là del Somma la lava e i gas non ci siano mai arrivati, il che forse è vero e in epoche recenti ma si forza così l’interpretazione storica con l’enfasi del luogo comune e probabilmente dell’opportunismo, omettendo il fatto che in passato, la zona settentrionale della caldera fu più volte interessata da flussi piroclastici e colate di fango, che ammazzano, come e più del temuto flusso di roccia fusa, cosa che accadde e con inusitato fragore nel 1631. 

(continua al commento #01)

PS: il titolo del post è una frase del poeta vesuviano Gino Auriemma, scolpita in una pietra lungo un sentiero del monte Somma.
PPS: i prossimi reportage sulle feste del Somma saranno archiviati tra i commenti di questo post.

Luoghi sacri e autocad

Il web-giornale “Il mediano” fornisce informazioni interessanti sull’attualità di SSV e dell’area circostante. Stamattina ho letto del recente annuncio da parte del sindaco della costruzione di una nuova chiesa.
L’articolo è di Ciro Teodonno e si intitola “Approvata la cessione del suolo per la costruzione di una nuova chiesa” (29 dicembre 2010):

Intenso consiglio comunale ieri sera a SSV, a maggioranza si è deciso che un terzo della Parco Urbano sarà donato alla Curia per la costruzione di una nuova struttura religiosa.
L’esordio è del sindaco, Giuseppe Capasso, il quale illustra le necessità di una nuova chiesa nella cittadina vesuviana. L’antica parrocchia, elevata al rango di santuario, ormai non contiene più i fedeli delle messe domenicali e ci si affida da tempo alla tendostruttura in via Falconi. Lo spazio ceduto alla chiesa sarà un terzo dei 18.000 m² del Parco Urbano, in via Panoramica Fellapane e prevede, oltre agli edifici di culto anche altre strutture di aggregazione tra cui un auditorium. Quello che più ci colpisce sono però le parole del primo cittadino che auspicano nella costruzione di un opera da lasciare ai posteri, ma non s’è capito se pensava a qualcosa che ricordasse il suo operato o quello patrimonio di tutto il tessuto sociale che compone il comune.
La discussione è stata viva ma corretta e non sono mancati spunti interessanti. L’opposizione, rappresentata da Rifondazione Comunista e Socialisti, ha fatto sentire la sua opinione che poi ha sostenuto col voto contrario all’emendamento, che cederà i 6000 m² del luogo pubblico alla chiesa. Le obiezioni sono state tante e se ne è fatto per primo vettore il consigliere del PRC Eugenio Giordano ribadendo l’importanza dell’informazione, la comunicazione e l’ascolto della cittadinanza, troppo spesso lasciata ai margini della cosa pubblica. Il consigliere fa sua anche l’istanza del Forum dei Giovani, neo-costituita associazione locale. Il Forum sostiene che “la Villa Comunale non è solo una struttura, ma un simbolo di laicità, uguaglianza, libertà, accoglienza ed opportunità”.
Il parco, in effetti, pur se chiuso per mancanza di personale la maggior parte dell’anno, è un importante luogo di aggregazione e ha permesso lo svolgimento di importanti manifestazioni, entrate nella consuetudine sansebastianese, come ad esempio la rassegna cinematografica estiva. Il timore che questo venga, se non bloccato, limitato è stato chiaramente espresso da chi si è opposto alla decisione.
Altra voce discordante è stata quella del Partito Socialista, nelle vesti del decano della politica locale Michele Capasso che, pur ribadendo la necessità di un nuovo edificio di culto, più consono alle necessità attuali, ha ribadito inopportunità del luogo prescelto. Ha inoltre sottolineato il fatto, non secondario, di dover decidere su un progetto non ancora chiaro ma con vincoli alla costituzione di parcheggi, previsti, sembra, nella misura minima consentita.
Il consigliere Capasso, oltre a mettere in evidenza le limitazioni culturali presenti in un luogo che acquisirà una palese connotazione religiosa, ha specificato, in contraddizione a quanto sostenuto dall’amministrazione, l’assenza di vincoli edilizi per i terreni della Curia in via Flauti, perché dunque donare parte della villa per la costruenda chiesa? In chiusura di una discussione alla quale hanno partecipato anche il presidente del Consiglio Comunale Raffaele Aratro, i consiglieri Addeo, Gallo e l’assessore Sannino, il sindaco ha auspicato che il nuovo edificio possa essere un domani dedicato a Santa Maria alla Vetrana come l’antica chiesa distrutta dalla furia eruttiva del Vesuvio.
Il cronista non è avulso dal contesto, si è per ciò convinto che sarebbe stata più plausibile e necessaria la costituzione di un centro polifunzionale, aperto a tutte le idee, tutte le confessioni, aperto al libero confronto e pur riconoscendo alla chiesa cattolica un ruolo fondamentale per l’aggregazione giovanile, non si capisce il perché questa debba essere l’unica ad operare in tale contesto. Il comune di SSV ha scelto la strada del campanile e non quella del foro, inteso come luogo di confronto di tutte le parti sociali senza la prevalenza dell’una sull’altra.
Agendo differentemente avrebbe potuto senz’altro lasciare quell’impronta nella storia locale che il sindaco tanto auspicava, sarebbe stata di sicuro una scelta diversa, una scelta civica e dallo spessore non solo locale.

Si tratta di una notizia molto importante ai fini del mio studio: tra spazio sacro e spazio profano il rapporto è tanto stretto quanto ampia è la loro distanza concettuale; inoltre ciò che lascia intendere l’autore è l’ambizione del primo cittadino a lasciare una sua impronta (probabilmente alle prossime elezioni comunali il suo mandato non potrà essere rinnovato), proprio come suo padre prima di lui è considerato il ri-fondatore del paese.

Tra i commenti: le osservazioni dei lettori del “Mediano” e alcuni aggiornamenti.