Scoperte vulcanologiche sottomarine nel Golfo di Napoli

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 30 settembre 2016: qui.

Ieri [29 settembre 2016] il “Corriere del Mezzogiorno” e “la Repubblica” hanno diffuso la notizia di una nuova scoperta scientifica riguardante il Vesuvio: «Nel Golfo di Napoli nel tratto compreso tra Ercolano e Torre Annunziata, a meno di 3 chilometri dalla costa, ci sono ben sei strutture vulcaniche sottomarine». Lo studio, di cui era stata data informazione già nei giorni scorsi sul website dell’Università di Napoli, è stato pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters” il 23 settembre, a firma di V. Paoletti, S. Passaro, M. Fedi, C. Marino, S. Tamburrino e G. Ventura, tutti dell’INGV (Roma 1), del DISTAR (Federico II di Napoli), dell’IAMC del CNR. [pdf]

14516406_1873273706225851_7233055032106379947_nChe in tale area vi fossero delle emissioni di gas (elio e anidride carbonica), simili a quelle che nutrono i sistemi idrotermali di altri vulcani attivi, è cosa ben nota: si tratta di un punto in cui c’è una importante frattura radiale dell’edificio vulcanico, quindi la ricerca ha messo in evidenza che a tali emissioni corrispondono delle morfologie vulcaniche (si veda la foto allegata). Insomma, nessuna sorpresa, se non conferme, ma va soprattutto specificato che non si tratta di altri “vulcani”, bensì solo di bocche laterali.
Andare a vedere cosa c’è sott’acqua non è uno scherzo e una campagna di rilievi di questo tipo può essere finanziata solo con un progetto ad hoc. L’Osservatorio Vesuviano, che monitora le attività dei vulcani napoletani, non ha partecipato a quest’ultima rilevazione, ma alcuni anni fa ha effettuato uno studio simile al largo dei Campi Flegrei, che in questo periodo sono particolarmente tenuti d’occhio per alcune variazioni dei parametri monitorati.
Come probabilmente ricorderete, nel marzo scorso fu resa nota un’altra scoperta vulcanologica riguardante il fondo del golfo di Napoli: un rigonfiamento sottomarino (allora fu definito, un po’ impropriamente, “duomo”) che rappresenta non un ulteriore motivo di preoccupazione, bensì una maggiore occasione di conoscenza del nostro territorio e dei suoi vulcani.
Dagli abissi del mar Tirreno, infine, tornano ciclicamente alcune notizie riguardanti il vulcano Marsili e del relativo rischio tsunami per le coste di Campania, Calabria e Sicilia. Nei giorni scorsi ne ha scritto “Il Mattino” (poi ripreso da vari website locali, ma con toni più enfatici) in seguito ad un convegno di geologia, dove il prof. Francesco Dramis dell’Università Roma Tre ha specificato: «l’unico modo per convivere con questo “pericolo” è conoscerlo, perché il rischio non si può eliminare, solo mitigare».

14523115_1873273742892514_6722778522255676795_nA proposito di dubbi e di conoscenza, proprio stasera – venerdì 30 settembre 2016 – c’è un’occasione preziosa per tutti noi: la “Notte Europea dei Vulcani”. In Italia è organizzata a Catania e a Napoli (si veda la foto allegata), dove i ricercatori spiegheranno le ultime scoperte e risponderanno alle domande del pubblico.

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Forme di inquinamento dell’informazione

Esistono la manipolazione delle notizie, la sciatteria giornalistica, il pressappochismo e la superficialità, l’imprecisione e la distrazione, la disinformazione, la costruzione e diffusione di falsità, l’analfabetismo funzionale, il menefreghismo, l’ironia e il sarcasmo venuti male, la rincorsa del sensazionale, la deriva del clickbait, l’incapacità di discernere e di verificare le fonti, la patologia clinica, il cinismo e la ricerca di profitto economico-politico.
Tutte queste sono modalità di inquinamento dell’informazione e producono danni tanto quanto ogni altra forma di inquinamento del nostro ecosistema.

Ecco un esempio di ieri, che copio dalla pagina-fb “Rischio Vesuvio“:

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Stamattina, 26 maggio 2016, il sito-web di (discutibile) informazione “Tze Tze” ha lanciato la seguente notizia: “Scossa di magnitudo 4 al largo di Siracusa“.
Immediatamente è stata diffusa su fb (dove ha oltre 1 milione e 100mila follower), senza alcun riferimento al contenuto, ma con uno strillo in pieno stile clickbait: “+++ ULTIM’ORA – FORTE TERREMOTO IN ITALIA! +++“.
Contemporaneamente Beppe Grillo (che ha 1 milione e 900mila follower) (o qualcuno del suo staff) l’ha condivisa con la stessa tecnica allusiva.
Lo abbiamo scoperto poco fa leggendo “Protesi di complotto“, una pagina-fb che fa satira sulle teorie cospirazioniste che girano sul web.
Tra i commenti, tanti sono di condanna, anche tra gli stessi seguaci del comico-politico, per questo modo di fare informazione tutto volto al sensazionalismo, che, com’è intuitivo, spesso sconfina nella disinformazione.
Stando alla mera analisi del linguaggio, tuttavia, ciò che ci domandiamo è che fine abbia fatto il reato di procurato allarme, di cui parlava tre anni fa il precedente Capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli.

Una bella eruzione e tutto si risolve

Un quarto di secolo fa l’allora neo-parlamentare Vittorio Sgarbi, ai primi di aprile del 1992 disse: «Le case di Zafferana [Etnea] sono un orrore, meglio se la lava le cancella» (concetto che ribadì più volte nei giorni successivi e anche dopo parecchi anni). L’Etna aveva cominciato un’intensa attività eruttiva nel dicembre precedente e la colata lavica che ne era fuoriuscita stava minacciando l’abitato di quel versante del vulcano.

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La situazione era talmente delicata che intervennero militari e ingegneri con mine e ruspe… e alcuni abitanti del paese tentarono anche con il sacro, praticando un “rito in emergenza”:

«L’8 aprile 1992 il magma supera lo sbarramento costruito dai militari e dalla Protezione Civile a “Portella Calanna” e tracima verso “Piano dell’Acqua” e “Valle San Giacomo”, minacciando i quartieri “Sciara” e “Ballo”, che cominciano a prepararsi all’evacuazione.
Due giorni dopo, il 10 aprile 1992, la popolazione, allarmata, porta in processione la statua della Patrona, la Madonna della Provvidenza, fino al fronte lavico, al “Piano dell’Acqua”, e chiede l’intercessione della Beata Vergine Maria, affinché il fluire impetuoso e minaccioso della lava si arresti».

Dopo un paio di settimane di preghiere (e di lavoro) la lava si fermò e il parroco fece suonare le campane a festa.

Questa storia m’è tornata in mente oggi, leggendo di una giornalista che l’altra mattina ha detto in tv: «Mi auguro che il Vesuvio si riprenda le case che i napoletani hanno messo là».
In trasmissione si parlava di abusivismo edilizio e, come un riflesso pavloviano, anche in questo caso c’è stato qualcuno che ha tirato fuori il Vesuvio (non capita mai che si esemplifichi facendo riferimento all’abusivismo di Genova, tanto per chiarire). Peccato, però, che intorno al vulcano napoletano l’abusivismo, per quanto gravemente dannoso, sia un fenomeno comunque marginale rispetto al resto della cementificazione, che, al contrario, è del tutto legale. In altre parole, l’urbanizzazione che in alcuni decenni ha prodotto un’esposizione al rischio come in pochi altri posti del mondo, è autorizzata, legittima, regolare, consentita, lecita.

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Stesso discorso per Zafferana, dove non è che non ci sia abusivismo o non ci siano edifici indegni della storia architettonica siciliana e dell’impareggiabile paesaggio etneo, tutt’altro, ma a osservare con più attenzione ci si accorgerebbe che quello è uno dei comuni della provincia di Catania in cui il fenomeno è più basso (secondo un rapporto regionale del 2012).

Bene, precisato ciò, ora possiamo tornare alle chiacchiere da bar e a tifare per l’asteroide.

Emergenze ed evacuazioni

Contrariamente ai terremoti, le eruzioni vulcaniche possono essere previste con un certo anticipo (tra i segnali precursori ci sono proprio i sismi). In questo post raccolgo le notizie relative agli “stati di emergenza” per le popolazioni che vivono intorno ai vulcani. Comincio da un caso andino.

Nei primi giorni di settembre 2013 il vulcano Ubinas, nel sud del Perù, ha cominciato un’attività che non sembra arrestarsi (QUI, QUI e QUI). A causa della «caídas de ceniza [sulla] localidad de Querapi y algunos otros pueblos del valle de Ubinas», nel pomeriggio del 4 settembre l’IGP (Instituto Geofísico del Perú) e l’INGEMMET (Instituto Geológico Minero y Metalúrgico) hanno sollecitato l’evacuazione preventiva dei 150 abitanti di Querapi, un villaggio posto a soli 4 km dal cratere:

«Andina», 4 settembre 2013, QUI

RECOMIENDAN EVACUAR A POBLADORES DE QUERAPI POR ACTIVIDAD DE VOLCAN UBINAS
La evacuación de los pobladores de Querapi, que se ubica a 4 kilómetros al sur del volcán Ubinas, región Moquegua, recomendaron los especialistas del Instituto Geofísico del Perú (IGP) y del Instituto Geológico, Minero y Metalúrgico (Ingemmet), debido a la alta vulnerabilidad de la zona.
[…] Por ello, se aconseja a las poblaciones aledañas al volcán Ubinas, realizar preparativos, a fin de mitigar los efectos de posibles caídas de ceniza en la salud de las personas, áreas de cultivo y fuentes de agua.
Además, como la caída de cenizas afecta principalmente la zona norte y noroeste del volcán, influenciado por la dirección de los vientos, los expertos sugieren a las autoridades locales y regionales, efectuar una evaluación de daños y efectos en dichas zonas.
Asimismo, se sugiere a las autoridades competentes, elevar el nivel de alerta volcánica al color amarillo, así como activar el Plan de Contingencia frente a un eventual incremento de la actividad del Ubinas.
Dentro de las conclusiones, se precisa que el monitoreo sísmico indica, hasta ahora, la inexistencia de evidencias compatibles con ascenso de magma nuevo, necesario para una eventual erupción magmatica inminente.
[…] El volcán Ubinas, considerado el más activo del sur peruano, se ubica en el extremo Norte de la región Moquegua, a 70 kilómetros al Este de la ciudad de Arequipa. Desde el año 1550 D.C. se han producido alrededor de 25 erupciones. La última erupción se registró entre el 2006 y 2009 y fue de magnitud baja, con un Índice de Explosividad Volcánica 2, en una escala que va de 0 a 8.
Dicha erupción afectó principalmente a siete pueblos ubicados al sureste del volcán, por lo que se evacuó a cerca de 2000 pobladores en riesgo, quienes permanecieron en 2 refugios (Anascapa y Chacchagen) durante casi más de 10 meses. […]».

Rispetto al vulcano Ubinas, Querapi si trova QUI (anche QUI, meglio).

L’invito ad evacuare la popolazione presentato dagli esperti è stato subito commentato dalle autorità amministrative locali. Marín Vizcarra, il presidente della regione Moquegua (in cui si trova Querapi), ha dichiarato che «el traslado deberá efectuarse de todas maneras debido a la alta vulnerabilidad de la zona. […] “La población de Querapi está muy cerca al volcán, por ello hay que ponerla a buen resguardo, con fumarolas o sin ellas”» («Moquegua: Evaluarán evacuación de pobladores de Querapi ante cercanía con volcán Ubinas», «La Prensa», 5 settembre 2013, QUI).

AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2014:
Il vulcano Ubinas continua la sua attività, che è sempre più forte. Il livello di allerta è passato all’arancione85 famiglie sono state evacuate a causa della gran quantità di cenere emessa del vulcano. Inoltre, sono stati sfollate 188 persone, oltre 120 capi di bestiame e alcuni animali domestici. Come ha sottolineato un funzionario, “Querapi quedó como un pueblo fantasma”, il villaggio di Querapi è come un villaggio fantasma (Maps).

AGGIORNAMENTO del 9 aprile 2015:
Il blog “Culture Volcan” riferisce che ieri, 8 aprile, c’è stata una nuova (modesta) esplosione sul vulcano Ubinas: QUI.

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AGGIORNAMENTI:

  • Vulcano Sakurajima, Giappone: 4 settembre 2013 (foto).
  • Vulcano Sinabung, Nord Sumatra (Indonesia): 16 settembre 2013 (altre info: qui e qui)
    (Aggiornamenti: qui).
    (Aggiornamenti dell’11 novembre 2013: nuove evacuazioni, qui e qui).
    (Aggiornamento del 24 novembre 2013: si intensifica l’attività del vulcano e il livello di allerta è stato elevato al suo massimo, sia per quanto riguarda il sorvolo aereo, sia per l’evacuazione di altri abitanti – potenzialmente altri 15mila; ieri si sono avute almeno 8 esplosioni che hanno provocato ricadute di cenere in numerose città, tra le quali Medan, a più di 50km a nord-est del vulcano: di notte, le ceneri hanno ridotto la visibilità a 20m: foto; anche “Repubblica” vi dedica una galleria fotografica).
    (Aggiornamento del 28 novembre 2013: “Culture Volcan” dice che «Le dernier recensement, terminé hier en fin d’après-midi par les autorités, indique que ce sont au total 16721 personnes qui ont été déplacées et sont actuellement réparties dans 30 sites. L’évacuation semble donc menée à son terme et, jusqu’à ce que la situation évolue (en mieux ou en pire), ce chiffre ne devrait plus trop varier»).
    (Aggiornamento del 31 dicembre 2013 (c’è un video): “La Repubblica” riferisce che per l’eruzione del vulcano indonesiano Sinabung sono state «evacuate oltre 19 mila persone»: il vulcano, in eruzione da mesi, «questa notte ha riversato lapilli e lava sugli abitanti intorno al cratere. […] “Questa notte, 19.126 persone hanno lasciato le loro case e crediamo che questa cifra continuerà ad aumentare”, ha detto Sutopo Purwo Nugroho, portavoce dell’agenzia responsabile per la prevenzione delle catastrofi naturali. Il Sinabung, che era stato in letargo per quasi un secolo, si era già risvegliato in agosto e settembre del 2010»).
    (Aggiornamento del 12 gennaio 2014: gli sfollati dalle pendici del Sinabung sono saliti a 25.516. “Il Post” ha pubblicato una galleria fotografica che su fb ho commentato così: Le immagini delle calamità si somigliano tutte, nello spazio e nel tempo. In alcune di queste fotografie sembra di rivedere degli scorci vesuviani del 1944: la coltre di fuliggine grigia su ogni cosa, le strade impraticabili dagli automezzi a causa del fango, i camion carichi di oggetti privati, le immagini sacre, una certa rassegnata serenità nello sguardo degli sfollati. “Il Giornale della Protezione Civile” del 15 gennaio 2014 parla di 30mila sfollati: qui).
    (Aggiornamento del 1 febbraio 2014: La situazione intorno al vulcano Sinabung si fa ancora più preoccupante: nelle ultime ore ci sono stati 14 morti, riferisce “RaiNews24“).
    (Aggiornamento del 2 febbraio 2014: il “CorSera” ha pubblicato una galleria fotografica titolata “L’eruzione del Sinabung, Sumatra come Pompei” e un video in cui si afferma che i morti sono almeno 15; “Culture Volcan” fornisce molte più informazioni, anche in merito agli sfollati; si veda anche tra i commenti qui in basso).
    (Aggiornamento del 4 febbraio 2014: “RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung).
    (Aggiornamento del 12 febbraio 2014: Il Sinabung continua la sua attività eruttiva, sebbene ormai solo effusiva. Intanto, “Les habitants de 4 villages, Batu Karang, Rimo Kayu, Cimbang, Ujung Payung tous situés à plus de 5 km de distance, ont été autorisés hier à retourner chez eux, pour commencer à faire le ménage et recommencer à travailler. Pour les aider, un soutient financier de 6000 roupies indonésienne (0.36€) et 400 grammes de riz leur sera donné pendant 30 jours. Cela reste peu car il faudra des semaines, en espérant que les émissions de cendres ne reprennent pas, pour faire ce nettoyage qui, par ailleurs, demande beaucoup d’effort physique“, QUI).
  • Vulcano Etna, Sicilia (Italia): il 23 novembre 2013 c’è stata la 17esima eruzione dall’inizio dell’anno, con una colonna di ceneri di almeno 3km e conseguente ricaduta di lapilli sulle cittadine circostanti: galleria fotografica, altra galleria fotografica. Un VIDEO interessante della cenere piovuta a Giardini Naxos, Taormina e Letojanni.
  • Vulcano Kelud, Giava (Indonesia), 14 febbraio 2014: Sono morte almeno due persone, in 100 mila sono state evacuate, uno strato di cenere e detriti copre un’area vasta 100 chilometri (“Il Post“, con foto). Ulteriori informazioni (più tecniche) sono su “Culture Volcan“: il numero massimo di sfollati è stato di circa 100.250, alloggiati in 293 rifugi. “RaiNews24” parla di oltre 200mila persone in fuga (con foto).
  • Vulcano Mayon, Filippine, 17 settembre 2014: Circa 24mila persone sono state già fatte evacuare dalle autorità filippine per il pericolo legato alla possibile eruzione del vulcano Mayon, il più attivo dell’arcipelago. Dal cratere infatti ha iniziato ad uscire lava, ma il timore dei vulcanologi è che questo possa essere solo l’inizio di un fenomeno assai più violento dal momento che l’attività del vulcano, alto 2.460 metri e distante 340 chilometri dalla capitale Manila, è in graduale intensificazione. Le evacuazioni sono state imposte nella cittadina di Guinobatan, nella provincia di Albay, dove è stato inviato l’esercito per favorire le operazioni. A rischio ci sarebbero 12mila famiglie, per un totale di 60mila persone. L’attività del Mayon ha fatto registrare ad ora diverse scosse sismiche e dal cratere vengono espulsi frammenti di lava e rocce incandescenti con frequenza sempre maggiore. Negli ultimi 500 anni il vulcano ha eruttato 50 volte, in alcuni casi in modo molto violento e minacciando gli abitanti della zona (Il Giornale della Protezione Civile).
  • Vulcano Fogo, Capo Verde, 26 novembre 2014: ha ripreso l’attività eruttiva da alcuni giorni; il complesso vulcanico ricorda quello del Vesuvio: il cratere sorge all’interno di una caldera, parzialmente circondata dall’ampio arco montuoso dell’antico edificio vulcanico. I villaggi di Portela e di Chã das Caldeiras si trovano, come indicano i toponimi stessi, all’interno della caldera [Gmaps] e in queste ore i suoi mille abitanti, dopo alcuni rifiuti iniziali hanno dovuto evacuare [portoghese] [francese]. AGGIORNAMENTO sulla situazione del vulcano FOGO (27 novembre 2014): Oltre una quindicina di case del villaggio di Portela sono state inghiottite dalla colata lavica del vulcano Fogo, nell’arcipelago di Capo Verde: FONTE.
    La colata lavica del Fogo alle porte del villaggio capoverdiano di Portela, 27 nov 2014

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val D’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
Non si tratta di un vulcano, ma di una frana, per la quale è stato evacuato un intero villaggio: in Italia, in Valle d’Aosta, nelle frazioni di Entrèves e La Palud del comune di Courmayeur: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana dal monte La Saxe, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) ) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

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GLOSSARIO e NORMATIVE
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».