Gabrielli: più informazione e partecipazione per il rischio Vesuvio

Il prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della Protezione Civile, si trova costantemente a contatto con popolazioni colpite da disastri o che abitano in località a rischio e non di rado ne fornisce delle interpretazioni socio-antropologiche che talvolta hanno sollevato delle polemiche. Vediamone alcune degli ultimi due anni e, poi, consideriamo ciò che ha riferito in Senato due giorni fa.

Il 16 ottobre 2012, in un’intervista a “Radio Capital”, disse:

Gabrielli: «E’ sempre molto facile ascrivere ad altri, a qualcuno che sta al di fuori, le responsabilità. Poi c’è anche, come dire, un attivismo, una determinazione, una voglia di fare che molto spesso è insito nelle stesse comunità. [Nella ripresa di un territorio disastrato] l’ha differenza non l’ha fatta la quantità di denaro, la differenza l’ha fatta la capacità di progettualità di ogni singolo territorio».
Giornalista: «Cioè, lei dice: gli emiliani hanno reagito meglio rispetto agli aquilani».
Gabrielli: «Sicuramente».

Il 12 gennaio 2013, parlando della nuova zona rossa vesuviana, disse:

«C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini».

Il 26 ottobre 2013, parlando ancora di Vesuvio e Campi Flegrei, disse:

In quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare».

Pochi giorni fa, il 26 maggio 2014, Gabrielli ha, infine, relazionato (pdf) presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia e ha utilizzato un registro interpretativo molto diverso. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico».
In particolare, ha spiegato che:

per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione». [Una sintesi è qui].

La differenza di atteggiamento tra le parole degli ultimi anni e quelle di due giorni fa è lampante: i vesuviani non sono più “insensibili” e “inconsapevoli”, ma hanno “evidente” la natura del territorio in cui vivono, sebbene “pospongano il problema” (ovvero: scotomizzino). Le istituzioni d’ogni livello e in sinergia tra loro, pertanto, devono impegnarsi a costruire (o a rafforzare) la resilienza dell’area attraverso una campagna informativa chiara, costante e dedicata.
Mi sembra finalmente superato, dunque, il grossolano errore di considerare la capacità sociale di risposta ad un disastro (o di prevenzione di un rischio) come una condizione “di natura”: si tratta, al contrario, di un prodotto “storico”, cioè di una costruzione “politica”. [Ne ho scritto qui].
Un’importante peculiarità dei rischi è la loro localizzazione: una frana in Piemonte o un’alluvione in Veneto non sono la stessa cosa di uno smottamento e un’inondazione in Calabria o in Sardegna. Così, il caso vesuviano è un unicum che va affrontato prestando attenzione a quella realtà specifica, ascoltando gli abitanti del posto ed alimentando la loro partecipazione. Gli individui, oltre a stare nei luoghi, producono luoghi e sono prodotti dai luoghi, pertanto il loro rapporto coi rischi territoriali si sviluppa di volta in volta con connotati propri. E questo non può che avere dei rilevanti risvolti nell’ambito della pianificazione emergenziale e della gestione dei soccorsi.

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PS: Nel gennaio 2014 Gabrielli aveva già presentato una proposta di “costruzione” della resilienza, quando ipotizzò che la “protezione civile” potrebbe diventare materia scolastica: «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune» (“Corriere della Sera“).

PPS: Sulle precedenti dichiarazioni di Gabrielli ho scritto anche QUI e QUI.

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INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo. Al termine del testo è presente un riferimento alla relazione che Gabrielli ha tenuto in Senato di cui ho scritto in questo post.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ripete spesso che i vesuviani e i flegrei sono impreparati al rischio geologico dei loro territori. Intorno a questo punto si gioca molta parte del processo di prevenzione e di mitigazione di un possibile evento disastroso: una popolazione preparata all’emergenza è un fattore imprescindibile per la riduzione della vulnerabilità della stessa. La questione, però, è che lo dice con parole che si prestano ad interpretazioni ambigue.
Alcuni giorni fa ha dichiarato: in quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare» [QUI].
Nel gennaio scorso aveva detto cose simili: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Ora, posto che effettivamente i vesuviani e i flegrei siano “insensibili” e “inconsapevoli” del rischio geologico del territorio in cui abitano (queste etichette che debordano nel morale non mi convincono mai e mi piacerebbe sapere come sono state ricavate le percentuali fornite), quel che non riesco a cogliere nelle parole di Gabrielli è se egli consideri tale situazione una condizione “di natura” o un risultato “storico” (dunque: “politico”). Si tratta, in altri termini, del nodo intorno al quale si aggroviglia il concetto di resilienza: la capacità di affrontare e superare le avversità è innata o acquisita? Se applicata a dei gruppi umani, la prima sfumatura è molto controversa e può riproporre logiche sociali evoluzioniste ormai ampiamente superate. (Gabrielli era incespicato su questo punto anche nell’ottobre 2012, a proposito della risposta collettiva al sisma data rispettivamente dagli emiliani e dagli abruzzesi: QUI e QUI).
Nella dichiarazione più recente mi sembra che Gabrielli usi parole più accorte rispetto a quelle d’inizio 2013: sembra accennare, infatti, al coacervo di interessi economici ed elettorali che ha soffocato dei territori così fragili e che, con tutta evidenza, rappresenta la vera matassa da sciogliere. In generale, però, nelle sue parole si avverte comunque una sorta di giudizio generalizzato e questo pone una inevitabile domanda: ripetere che le popolazioni suddette sono “ignoranti” e “irrazionali” è un modo per risolvere il problema? A me sembra, piuttosto, che quella “apatia popolare” evidenziata dal capo della Protezione Civile sia, almeno in parte, anche una forma di rifiuto della logica gerarchica mostrata dai pianificatori dell’emergenza annunciata. Pertanto, ritengo che assumere nel novero delle interpretazioni sociologiche anche questa lettura “di contrapposizione” possa rivelarsi fondamentale per realizzare una (più) efficace mitigazione del rischio.
E’ di un paio di giorni fa la notizia di un ricorso presentato da dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [vari articoli: QUI]. Si tratta di una iniziativa innanzitutto politica, in quanto realizzata da esponenti del Partito Radicale e dei Radicali Italiani (il primo firmatario dell’esposto è Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la grande Napoli“), ma rappresenta comunque un esempio lampante di quanto il “disinteresse” locale verso il rischio sia un pregiudizio: «Al di là della necessità di porre fine agli abusivismi edilizi, che oltretutto spesso ostruiscono le vie di fuga previste, mancano soprattutto informazione, sensibilizzazione e chiari piani di evacuazione. Quasi non sappiamo neanche cosa fare se viene un terremoto. Figuriamoci il resto. Ci auguriamo che la Cedu possa richiamare lo Stato all’ordine. Per ora siamo nella fase del “richiamo”, dopo potremo passare alla fase propositiva» [QUI].
A questo punto, come osserva MalKo, «Sarà interessante il trattamento che la corte di Strasburgo riserverà alle denunce italiane, soprattutto in capo al soggetto su cui affibbiare la responsabilità di tali inadempienze» [QUI].

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2013:
Marco Pannella, leader storico dei Radicali Italiani, ha annunciato – con termini molto forti – il ricorso a Corte Europea. Un servizio video di Pupia.tv: VIDEO.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 24 gennaio 2014:
In seguito alla lettura di un nuovo articolo in cui si elencano degli ipotetici gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane (QUI), ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
Il 18 marzo 2014 “Fanpage” ha pubblicato un servizio video titolato “Fuga dal Vesuvio: funzionerà il piano di emergenza?“, presentato con queste parole: «La Protezione Civile ha stilato un piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio, ma numerose sono le criticità sottolineate dagli esperti. Abbiamo percorso una delle vie di fuga previste ed abbiamo impiegato mezz’ora per arrivare all’autostrada in condizioni di traffico regolare. In caso di reale emergenza, è realistico supporre che ci siano tempi di percorrenza ben peggiori. “I campani fuggiranno a piedi come i pompeiani” sostiene Francesco Borrelli dei Verdi della Campania, mentre il prof. Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano sottolinea: “Il piano si basa sull’ipotesi di eruzione sub-pliniana, ma da studi della stessa protezione civile la probabilità che si verifichi un’eruzione pliniana -come quella che distrusse Pompei ed Ercolano- potrebbe arrivare anche al 20%. Sono a rischio due milioni di persone”».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2014:
“Repubblica” riferisce di una ricerca “Ispos” per “Save The Children“, secondo cui “a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati“: Emergenze naturali, il 40 % degli italiani non sa come affrontarle.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.