Seminario sui riti vesuviani e l’emergenza vulcanica tra media e new media

Martedì 10 maggio 2016, nell’ambito delle attività del corso di “Antropologia della Comunicazione” tenuto dalla prof.ssa Gianfranca Ranisio presso il Dipartimento di “Scienze Sociali” dell’Università di Napoli “Federico II”, ho tenuto un seminario sui linguaggi delle pratiche devozionali vesuviane legate alle attività eruttive, nonché sui toni che il discorso sul rischio vulcanico assume oggi attraverso i new media.

13161769_634958746656022_1557326571351694587_o

Nei giorni precedenti ho postato varie immagini e citazioni d’epoca in merito alle emergenze vesuviane, passate e contemporanee, e al loro legame con la sfera del sacro. Le ripropongo qui:

13116174_635171383301425_8271175224748094728_o

«Dopo pochi istanti, una processione preceduta da una rozza croce di legno, seguita dalla statua di Sant’Anna, e accompagnata da una fittissima calca di popolo si avanzava verso il luogo del disastro. Si pregava, si piangeva; ed il pianto e la preghiera si alternavano col canto delle laudi della chiesa! Tutti imploravano la cessazione del flagello, e perfino gli scettici non trovavano nulla a ridire!»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 34)

13100798_635605053258058_5971268729669587488_n

«Le particolari processioni delle Verginelle scapigliate, e scalze, le donne piangenti, le congregationi, di nobili, & ignobili, la confraternita di diverse religioni, e precisamente quelle del Rosario di PP. Predicatori andavano con tanta devotione, che parevano la trionfante, e gloriosa compagnia di Sant’Ursula»
(Michel’Angelo Masino, “Distinta relatione dell’incendio del sevo Vesuvio”, Gio. Domenico Roncagliolo, Napoli 1632, p. 20)

13147266_636418946510002_8563250262822380192_o

«Il popolo in movimento per l’eruzione del Vesuvio, si avviò al Duomo per ottenere a sera inoltrata la statua di San Gennaro col Sangue. Il cardinale si negò per timore di maggiori disordini, i popolani mossi dallo sdegno volevano scassinare le porte del Duomo per prendersi a viva forza la statua»
(D. D’Anna, “Le Glorie di S. Gennaro. Vita, monumenti, miracolo”, Michele d’Auria Editore, Napoli 1912, p. 108)

13082521_637060493112514_355003302983292399_n

«L’apertura di un’altra discarica provocherebbe la morte definitiva del territorio. [È necessario che le istituzioni ascoltino] il grido di dolore di quanti vogliono difendere la qualità della propria vita [e proteggere] questa meravigliosa terra che il Creatore ci ha consegnato e che tutti, con coraggio, dobbiamo ‘custodire e coltivare’»
(Beniamino Depalma, vescovo di Nola, in “Emergenza rifiuti. Il vescovo di Nola: ‘Discarica morte del territorio’”, articolo redazionale di «La Repubblica», 22 ottobre 2010)

13147784_637335629751667_6110902714646829639_o

«Fu allora che impauriti e sconvolti ma pure con grande fede, i cittadini corsero in chiesa dove confortati da un sacerdote locale, don Vincenzo Precchia, e da lui guidati, presero sulle spalle le statue della Madonna Addolorata e del patrono San Gennaro. […] Fu allora che quasi fuori di senno, qualcuno prima, e tutti in coro poi, gridarono alla Vergine e a San Gennaro: “Ci dovete salvare, salvateci! Salvate il paese o brucerete anche voi con le case nostre”»
(Giuseppe Tortora, parroco di Trecase, cit. in C. Avvisati, “1906: quando il Vesuvio perse la testa”, Nicola Longobardi Editore, Castellammare di Stabia 2008, p. 64)

13179324_637509683067595_2402074120450192558_n

«[Gli abitani] chiedono insistentemente che la Chiesa venga aperta, perché, prima di abbandonare la città, vogliono vedere ancora una volta la bella Madonna, vogliono parlarle le parole del cuore, ed implorare da Lei protezione e salvezza. […] Anche qui è stata trasportata l’immagine di S. M. della Neve, e quando, alle ore 13 circa, la lava resta immobile, sgorgano dagli occhi di tutti gli astanti lagrime di consolazione»
(G. Gargiulo, “Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906”, Tip. Editrice Pontificia M. d’Auria, Napoli 1906, p. 38, 44).

Difendere la scienza

Salvo Di Grazia, medico e divulgatore scientifico con lo pseudonimo di MedBunker, ha condiviso su facebook il link ad una trasmissione televisiva sui vaccini e ha usato queste parole:

Per chi si fosse perso la puntata di Presa Diretta sul tema vaccini, eccola qui (io parlo al minuto 32 circa).
Sono stati raccontati fatti noti agli addetti ai lavori (ed a chi segue l’informazione medica), sono stati forniti numeri e dati, trasmissione corretta. Poi si è parlato dei (pochissimi) medici antivaccino che di questo hanno fatto un mestiere, gente che dice “so che i non vaccinati hanno una salute migliore dei vaccinati” ed alla domanda “dove ha pubblicato le sue osservazioni?” rispondono serenamente “non le ho pubblicate” o altri che “curano” l’autismo con l’aglio omeopatico (ed hanno la fila di pazienti in studio, a 250 € a visita). E poi il “direttore scientifico” di un’azienda omeopatica, quasi imbarazzante per la sua superficialità.
Appare evidente anche ad un occhio profano quanto siano scadenti, inattendibili, quasi patetici, sia come medici che come persone, spargono disinformazione e ciarlataneria. Eppure tanta gente è convinta dicano la verità.
Ignoranza? Spirito di protesta? Incapacità di vivere la realtà? Forse questi medici dicono quello che genitori ansiosi o paurosi vogliono sentirsi dire o forse rappresentano per loro il simbolo della protesta nei confronti delle istituzioni. Ma davanti alla salute del proprio figlio, come si fa a seguire certi personaggi che mentono dalla prima parola all’ultima?
Come si fa ad affidare la vita delle persone più care che abbiamo a questi personaggi?
Non lo so, è uno dei pochi argomenti sul tema a cui non so dare risposta convinta.

La puntata di “Presa Diretta”, andata in onda ieri, 10 gennaio 2016, è qui e dura 1h30″:

presa-diretta_vaccini_2016.01.10

Clicca sull’immagine per accedere allo streaming.

Il tema fa parte di un argomento ancora più ampio, ovvero il rapporto con la scienza, che in Italia è altamente in crisi.

Ne ha scritto oggi Paolo Mieli sul “CorSera”:

Screenshot 2016-01-11 12.18.25

Clicca sul titolo per accedere al testo di Paolo Mieli.

L’Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto. L’ennesima dimostrazione viene dal caso della «Xylella fastidiosa», batterio che produce grave nocumento all’ulivo, penetrato in Europa diciotto anni fa e più recentemente in Italia, nel Salento. […]

Questo editoriale cita un articolo su “La Stampa” del 24 dicembre scorso dei due scienziati Gilberto Corbellini e Roberto Defez, intitolato “No ai processi al metodo scientifico“:

Screenshot 2016-01-11 12.18.51

Clicca sul titolo per accedere al testo di Corbellini e Defez.

Se in Italia sopravvive ancora una comunità scientifica degna di tale nome, ovvero delle accademie scientifiche consapevoli del loro ruolo a difesa dei valori di libertà e indipendenza della scienza, dovrebbero battere urgentemente un colpo. Farsi sentire. […]

– – –

PS: Una piccola precisazione, messa in evidenza dalle scienze sociali: parlare di “processo al metodo scientifico” può essere corretto per molti casi di disinformazione e di complottismo ascientifico e irrazionale, ma non in assoluto. Sia Mieli che i due scienziati, ad esempio, scrivono “contro il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi, per non aver dato l’allarme per il terremoto dell’Aquila“. Questa frase è falsa e sbagliata (anche perché ormai sono passati anni e non è più ammissibile fare confusione; io stesso vi ho dovuto fare molta attenzione perché l’argomento veniva continuamente manipolato dalle parti): quel processo non ha riguardato il non aver dato l’allarme o il non aver previsto il sisma, bensì l’aver rassicurato. In altre parole, non è stato un processo alla scienza, ma alla sciatteria deontologica e alla collusione politica di alcuni scienziati; inoltre, il processo è arrivato a compimento in tutti i suoi gradi di giudizio, con la condanna definitiva di uno dei membri della CGR perché è stata provata la sua responsabilità nell’aver persuaso alcune delle vittime ad abbassare la loro soglia di attenzione, contribuendo così alla loro morte sotto le macerie provocate dal terremoto del 6 aprile 2009. Queste imprecisioni, dunque, se non sono scorrettezze, sono certamente distrazioni che non fanno bene alla scienza stessa e a chi intende difendere il metodo scientifico.

– – –

PPS: tornando ai vaccini, l’8 gennaio12471576_10102586759120781_6301684509450777677_o 2016 il fondatore di facebook, Mark Zuckerberger, ha postato una foto di lui e sua figlia nella sala d’aspetto di un pediatra, poco prima che la bimba ricevesse il suo primo vaccino: “Doctor’s visit — time for vaccines!” (3.137.810 like; 69.000 commenti; 30.699 condivisioni).

– – –

INTEGRAZIONE del 18 gennaio 2016:
La scienza in Italia è in crisi (soprattutto nella sua declinazione sociale; si vedano, appunto, gli antivaccinisti e i salutisti illogici), ma Edoardo Boncinelli (che pure stimo) che in questa intervista spara sulle scienze umane (come se, invece, il metodo scientifico non valga per tutte le “scienze”, appunto) e che ignora l’ibridismo disciplinare (la filosofia della scienza, ad esempio, ma anche l’antropologia dei disastri o, sempre per esemplificare, la sociologia dell’ambiente), fa del bene alla causa dell’alfabetizzazione scientifica e dell’educazione alla logica?
L’intervista è stata pubblicata il 16 gennaio 2016 su “Linkiesta” da Dario Ronzoni e comincia così: “Un po’ di bastonate ai filosofi, che «parlano di tutto, anche di ciò che non conoscono», al sapere umanistico «che anziché parlar bene di sé, parla male della scienza», e poi agli scienziati stessi, ma non tutti: solo quelli «incapaci»“.

– – –

INTEGRAZIONE del 17 marzo 2016:
Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule».

Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”: Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ? Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.

Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.

Il pennacchio intossicato del Vesuvio

ssv_incendio-discarica_2015giugno-luglioLo vedi, ti lacrimano gli occhi.
Lo odori, ti pungono le narici.
Lo tocchi, ti si appiccica sulla pelle.
Lo assapori, ti brucia lo stomaco.
Lo senti, sebbene sia silenzioso.
Sì, ne avverti la presenza e non c’è riparo: ti chiudi in casa in questa afosa calura estiva che meriterebbe finestre spalancate e tende mosse dalla brezza, invece lo ritrovi ovunque, impregna tutto con la sua puzza grassa e nauseante.
Fino ad alcuni anni fa i medici di Napoli prescrivevano soggiorni lassù, alle pendici del vulcano, perché l’aria era fresca, buona, pulita, in grado di guarire tutte le forme d’asma e di rigenerare ogni fatica.
Il Vesuvio, uno dei monti più noti al mondo, celebrato per la sua forza e la sua bellezza, teoricamente protetto da un Parco Nazionale e da una “zona rossa”, oggi agonizza. E, con lui, chi vi abita e, soprattutto, chi lo ama.
Inutile ripercorrere la storia di saccheggio e di rapina ai danni del Vesuvio, la conosciamo tutti molto bene. Quel che forse è meno chiaro è che questo è solo l’ultimo episodio, gravissimo, di un disastro di lunga durata che denunciamo da decenni.
Il 30 giugno qualcuno ha appiccato il fuoco alla discarica illegale a cielo aperto dell’area Novelle-Castelluccio, nota a tutti e ripetutamente segnalata. Per almeno quattro giorni l’incendio non è stato domato, per cui sorge il sospetto che questa inefficacia sia un modo cinico e irresponsabile di risolvere un altro problema, quello del periodico smaltimento di un enorme cumulo di spazzatura che altrimenti non si saprebbe dove dislocare e che renderebbe impraticabile quella zona più di quanto non lo sia già.
Proviamo ad andare a ritroso e poniamoci qualche domanda: com’è possibile che non si sia spento immediatamente quel rogo inquinante? Com’è possibile che solo in pochi informino su tale notizia e che, comunque, non si sollevi un dibattito pubblico? Com’è possibile che amministratori e forze dell’ordine non agiscano? Forse loro non ne sentono la puzza e non ne colgono la pericolosità? Sembra davvero strano. Può darsi che attendano un’analisi chimica dell’atmosfera, ma è davvero così burocraticamente necessario un documento scritto, dinnanzi all’evidenza dell’esperienza diretta, sensoriale e mentale che a migliaia hanno vissuto negli ultimi giorni? Ancora, risalendo la catena di cause ed effetti di questo disastro ambientale – per nulla imprevisto ma, al contrario, preparato da tempo – com’è possibile che la località Novelle-Castelluccio, nel comune di Ercolano, ma a ridosso di San Sebastiano al Vesuvio, sia una zona franca dello Stato italiano, un luogo a legalità sospesa della nostra Repubblica? Com’è possibile che da decenni nessuno veda e risolva la piaga criminale dell’abbandono di rifiuti? Cumuli di immondizia d’ogni tipo – domestica e industriale, di risulta e a trattamento speciale – segnano la strada di terra battuta che attraversa quel territorio, la tracciano nel suo andamento dissestato, la inquadrano nella sua tortuosità. Com’è possibile che non sia mai stata fermata la mano di chi là, per negligenza o per interesse, getta scarti di ogni genere e poi, sempre lo stesso delinquente (è evidente) vi va periodicamente ad appiccare il fuoco per liberare spazio a nuovi futuri depositi? Qui sono responsabili tanto l’ecocriminale quanto le istituzioni cieche e indifferenti o, e forse è ancora peggio, vacue e inconcludenti, perché se così fosse, sarebbero anche inutili.
Dalla metà degli anni Sessanta denunciamo la violenza rappresentata dalla grande discarica a cui è stata ridotta questa zona, perché non c’è differenza alcuna tra la “collina del disonore” dell’Ammendola-Formisano e l’attigua corona di pattume di Novelle-Castelluccio: la violenza di questo immenso immondezzaio è ambientale, paesaggistica, sanitaria, biologica; nella sua fattualità è una violenza della criminalità, organizzata o individuale, ma nell’inoperosità delle istituzioni è anche una violenza politica, una violenza contro il buon senso e il senso della misura, una violenza contro la pazienza, il rispetto, la speranza. È una violenza simbolica e concreta che si riproduce da cinquant’anni, sia quotidianamente negli spargimenti occulti, sebbene sfacciati, sia stagionalmente, nella scellerata pratica incendiaria di cui in questi giorni si pagano le conseguenze.
Quel vasto territorio è in piena area naturale protetta e necessita di una profonda bonifica dal punto di vista naturalistico e legale: si tratta di un’urgenza ecologica, nonché di un imperativo morale. A meno che non venga esplicitamente detto che ci troviamo in un’eterna deroga, in un’infinta eccezione.
Quel pennacchio vesuviano intossica, nel duplice senso che possono cogliere i nostri conterranei: avvelena e fa ammalare, ma fa anche arrabbiare, inquina il rapporto con le istituzioni, contamina la convivenza reciproca e alimenta la sfiducia, la disaffezione, la delusione. Quel pennacchio di diossina è lo specchio in cui non vogliamo rifletterci perché temiamo ciò che vedremmo, ovvero i lineamenti di una società tossica e assuefatta, la fisionomia di una comunità – locale e nazionale – né solida (e solidale), né liquida (e resiliente), ma ormai pulviscolare, gassosa, volatile. Con tutta evidenza, è necessario un nuovo metro, un nuovo stile, una nuova filosofia: una ecosofia che ripulisca l’aria, la terra, le falde acquifere, che ridia dignità al paesaggio e ai sentieri, ma che sia anche in grado di ristabilire un principio di equità, di legalità, di misura in questa autolesionistica deriva etica che nessuno sembra in grado di arrestare.

– – –

Un video di Ciro Teodonno:


– – –
Altre pubblicazioni online su questo incendio:

  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, 30 giugno: QUI;
  • “San Sebastiano al Vesuvio News”, tre foto dall’interno dell’incendio: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Fuoco invisibile“, in “Il Mediano”, 1 luglio 2015: QUI;
  • Ciro Teodonno, “Ercolano: la Terra dei Fuochi e la politica marziana“, in “Il Mediano”, 5 luglio 2015: QUI.

L’agricoltura vesuviana a rischio

Il 16 giugno 2014 un violento temporale si è abbattuto sul versante nord e nord-occidentale del vesuviano. Vento, grandine e pioggia si sono scagliati con furia sullo storico orto botanico di Portici, devastandolo, e sull’intera produzione d’eccellenza di pomodorino del piennolo, albicocca e uva catalanesca, che è andata irrimediabilmente persa.

Immagine tratta da “Il Mattino”

Il disastro, però, è solo parzialmente imputabile alla natura; come ha scritto Ugo Leone, l’agricoltura (e quella vesuviana in particolare) soffre una continua estromissione: «Una emarginazione che è anche fisica a causa della costante riduzione del suolo agricolo consumato dalla espansione dell’inurbamento della popolazione e della conseguente diffusione della urbanizzazione». La sopravvivenza di molte aziende agricole vesuviane è a rischio, la situazione è allarmante, anche perché si aggiunge alla già fortemente penalizzante campagna mediatica sulla cosiddetta “Terra dei fuochi”, intorno alla quale c’è tutt’altro che chiarezza: esiste un censimento delle aree inquinate? si sa cosa è sepolto in quelle zone? l’aumento del tasso di mortalità in talune aree tra Napoli e Caserta è stato accertato, ma questo vale anche per il territorio vesuviano?

Mercoledì 9 luglio 2014, alle ore 10:00, presso la Biblioteca comunale di Massa di Somma si terrà una conferenza stampa sui danni subiti dall’agricoltura vesuviana e sullo stato di avanzamento delle procedure previste dalla legge per la concessione di aiuti agli agricoltori colpiti.
All’incontro, intitolato “Dal disastro alla rinascita: come risollevare l’agricoltura vesuviana“, parteciperanno Giovanni Marino (Presidente del Consorzio di Tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio dop), Ugo Leone (Commissario Straordinario dell’ente Parco Nazionale del Vesuvio), Luca Capasso (Presidente della Comunità del Parco nazionale del Vesuvio), Alessandro Mastrocinque (Presidente CIA Campania) e Michele Pannullo (Presidente Confagricoltura Campania).
Intanto, l’amministrazione comunale di Pollena Trocchia ha organizzato un mercatino a “chilometri zero”  per risollevare le sorti dell’agricoltura locale.

A tre anni da Fukushima

Oggi, tre anni fa, il Giappone veniva devastato da un cataclisma senza pari, un evento così grande e così complesso da aver reso insufficienti le definizioni classiche: da allora la dizione “catastrofe naturale” appare del tutto anacronistica. Vi furono 15.880 morti e 2.694 dispersi, ma per certi versi il post-disastro fu anche più duro: nella sola prefettura di Fukushima perirono 1.656 persone a causa dello stress e per complicazioni di salute, più delle 1.607 morte direttamente nell’evento. Intorno alla centrale nucleare di Daiichi, 13.000 sono i chilometri quadrati da decontaminare e i più giovani sono i maggiormente colpiti dalle radiazioni: è in corso uno studio epidemiologico su circa 360.000 bambini e adolescenti che vivevano nella zona esposta alla contaminazione nel 2011 ed è attivo anche un costante monitoraggio psicologico (un quarto dei bambini dai 3 ai 5 anni che hanno vissuto lo tsunami soffrono di disturbi comportamentali) [QUI].
Il nuovo millennio si è aperto con eventi shockanti: gli attentati di New York (che a loro volta hanno generato altri orrori, come quello di Madrid, di cui oggi è il decennale), lo tsunami di Sumatra, l’inondazione di New Orleans, il terremoto di Haiti, la sequenza disastrosa di Fukushima. Come riuscire a dare una spiegazione a tutto ciò? Se Goethe sosteneva che con il sisma di Lisbona del 1755 Voltaire (cioè “il mondo antico”) aveva lasciato il posto a Rousseau (considerato “il mondo nuovo”, razionale e libero dal peso di Dio), oggi Dupuy ritiene che è proprio l’approccio voltairiano a dover essere recuperato, perché più adatto alla visione postmoderna che guarda in faccia la contingenza dell’evento, piuttosto che «abbandonarsi alle consolazioni finte delle spiegazioni razionalizzanti» [QUI].
Se è difficile dare un senso a catastrofi di tali entità e modalità, l’approccio antropologico può indicare una strada: il fulcro di uno studio socio-culturale di questo tipo non è “dentro all’evento”, ma fuori di esso, nel sistema sociale che è colpito. La comunità disastrata, spiega Lombardi, reagisce «in funzione del tipo di cultura specifico posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di quell’evento» [QUI]. E’ per questa ragione che due episodi di pari intensità e di caratteristiche simili che colpiscono due sistemi sociali diversi non producono mai gli stessi danni e spesso non sono nemmeno paragonabili tra loro [QUI].
Quel che è accaduto a Fukushima e in Giappone tre anni fa ha un significato specifico per le comunità direttamente colpite, ma probabilmente lo ha anche a livello planetario, data la grande eco mediatica ed emotiva che non smette di riverberarsi. Dovremmo domandarci, pertanto, se quella tragedia ha modificato la nostra visione del “male”; dovremmo interrogarci come fecero i contemporanei del disastro di Lisbona: cos’è oggi il male, Dio, la natura, la giustizia?, quali sono le aspirazioni e il destino degli esseri umani?, cos’è veramente “progresso”? Probabilmente risposte definitive non ce ne sono, ma ritengo che vi siano di certo percorsi di conoscenza e, dunque, di presa di coscienza. In quest’ottica, quell’evento può (potrebbe) essere considerato “apocalittico”, ovvero come qualcosa «che è portatore di rivelazione» [Dupuy].

– – –

Oggi, 11 marzo 2014, i principali giornali italiani dedicano un ricordo all’anniversario:

  • Ilaria Maria Sala, Fukushima 3 anni dopo. Il dramma dei bambini colpiti dalle radiazioni. Crescono in modo anomalo i tumori alla tiroide. E in migliaia non possono più giocare all’aria aperta, “La Stampa”: QUI.
  • Redazione, Fukushima, il Giappone ricorda le 18mila vittime dello tsunami di tre anni fa. Ancora non risolti i problemi alla centrale nucleare dell’incidente. Circa 270mila giapponesi non sono ancora potuti tornare nelle loro case, “La Repubblica”: QUI
  • Emilio Fuccillo, Tre anni fa il disastro di Fukushima, l’emergenza continua, “RaiNews”: QUI
  • Damir Sagolj, reportage fotografico, Fukushima: 3 anni dal disastro, “Corriere della Sera”: QUI.

Damir Sagolj, settembre 2013:
“Un blocco stradale impedisce l’ingresso nella zona altamente contaminata di Namie”
(clicca sull’immagine per accedere alle altre fotografie del reportage)

Il VIDEO dell’inchino dell’imperatore Akihito alla cerimonia in onore delle vittime tenuta a Tokyo.

Tre anni fa ero in piena etnografia vesuviana. Il disastro giapponese entrò prepotentemente nelle conversazioni e nelle interviste che raccolsi in quei giorni. Io, però, non riuscii a scriverne nulla, se non questo (che poi ho aggiornato con reportage e analisi pubblicate online).

– – –

INTEGRAZIONE del 12 giugno 2014:
In Finlandia c’è un sito di stoccaggio di scorie radioattive, il complesso di Onkalo, pensato per durare 100mila anni. In altri termini, un’eternità. «Nothing built by man has lasted a tenth of that time, but we consider ourselves a very potent civilization».
Il regista danese Michael Madsen lo ha raccontato nel documentario “Into Eternity” (2010, website), ponendo al centro della riflessione l’avvenire che stiamo lasciando alle generazioni future. «If you, some time far into the future, find this, what will it tell you about us?».
L’opera (1h15′) è visibile su YouTube (en, sub-en):

Il film verrà proiettato il 16 giugno 2014 al Musée du Louvre, dopo la conferenza di Michaël Ferrier intitolata “Notes sur l’art au temps de Fukushima“: QUI.

Apocalittici e complottisti

Anche intorno al Vesuvio gravitano un paio di categorie umane presenti in tanti ambiti del sociale: quella degli apocalittici (“non vi è alcuno scampo all’eruzione che accadrà, che sarà senza eguali“) e quella dei complottisti (“non ci dicono niente, non fanno nulla per evitare una carneficina, vogliono la nostra morte“). Entrambi i gruppi partono da un dato reale, ovvero l’assenza di politiche per la mitigazione del rischio, allo scopo di denunciare uno scenario da fine del mondo che, nel secondo caso, sembrerebbe addirittura determinato da un non meglio specificato grande disegno ai danni degli abitanti locali.
Sul web si incontrano spesso argomentazioni del genere, in canali forse poco visibili, ma comunque con dei loro ascoltatori. (Tra i commenti di questo post ne archivierò tutti quelli che incontrerò nelle mie navigazioni online). Il problema è reale: manca un piano di emergenza adeguato (e conosciuto, condiviso, sperimentato), manca un progetto di convivenza sostenibile con il vulcano, manca la volontà politica di affrontare seriamente la questione (vi sono in ballo interessi economici ed elettorali), ma soprattutto vi sono validi sospetti per dubitare che l’allarme – quando accadrà – verrà lanciato (o verrà lanciato per tempo). Tuttavia, l’idea che tale silenzio sia voluto «da chi detiene il potere» ai danni di «quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello”», mi sembra paranoica e piuttosto fantasiosa, oltre che decisamente irritante («Il Post» ha dedicato un interessante articolo alla psicologia dei complottisti: qui o tra i commenti) (E ugualmente ha fatto «La Stampa»: qui o tra i commenti).
L’ultima versione di questo mantra è di un paio di giorni fa:

«A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere o, più eufemisticamente, potenziali morti per catastrofi naturali, da piangere con funerali di Stato. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroli che lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive. Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area. Ma questo è un segreto militare. […] Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. […] L’incremento demografico all’interno delle zone a rischio non è mai stato contrastato né dalle istituzioni locali e tantomeno dallo Stato centrale» [Fonte].

AGGIORNAMENTO del 23 novembre 2013:
Il prossimo 21 dicembre 2013 a Modena ci sarà il primo corteo/flash-mob italiano contro le “scie chimiche“. Lo annuncia il “Corriere della Sera”, QUI.

AGGIORNAMENTO del 27 novembre 2013:
Tra i commenti di questo post ho archiviato alcuni articoli che spiegano la psicologia dei complottisti (“Il Post”) e la storia di talune teorie cospirazioniste come quella delle “scie chimiche” (“La Stampa”). Oggi è stato pubblicato un nuovo contributo: un’intervista a Paolo Attivissimo, il “cacciatore di bufale”, il quale, tra l’altro, spiega che le teorie del complotto hanno successo «perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato». Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, «creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo». L’intervista integrale è QUI (o tra i commenti) (di Alessandro Martorana, in “International Business Times”, 27 novembre 2013).

– – –

AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

– – –

AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato: I vaccini e l’autismo. La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“.

– – –

AGGIORNAMENTO del 26 marzo 2014:
Mariangela Vaglio (ovvero Galatea) ha scritto un profilo del “bufalista“, colui che amplifica in maniera compulsiva notizie assurde e ricostruzioni complottistiche, colui che «non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria» (“TechEconomy”, 26 marzo 2014, QUI).

– – –

AGGIORNAMENTO del 1° aprile 2014:
Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale“: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).

– – –

AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».

– – –

AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

– – –

AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.

– – –

AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

– – –

AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

– – –

AGGIORNAMENTO del 27 maggio 2014:
“Il Post” ha tradotto un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.

– – –

AGGIORNAMENTO dell’11 ottobre 2014:
Marco Letizia riferisce sul “Corriere della Sera” delle teorie del complotto intorno all’epidemia di ebola: “Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica“: il complotto delle case farmaceutiche, la selezione eugenetica, il complotto teologico, la burla di 4Chan.

– – –

AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

– – –

AGGIORNAMENTI del 2015:
Dopo la strage di Parigi al “Charlie Hebdo” e al supermercato “Hyper cacher”:

Dopo il disastro aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi francesi:

– – –

AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

– – –

AGGIORNAMENTO dell’11 settembre 2015:
Tra i saggi del libro “11/9 La cospirazione impossibile“, curato da Massimo Polidoro e pubblicato dal CICAP nel 2014, c’è il contributo dello psicologo sociale Lorenzo Montali: “Il grande fascino della cospirazione” (il testo intero è tra i commenti qui in basso). Tra l’altro scrive:

«Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. […] Il primo filone […] si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto […]. L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto […]. In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. […] Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene […]. Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità. […] Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997). […] Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte. È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. […] In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale».