Il terremoto è una questione politica e culturale

27 marzo 2017:

Da mesi Alessandro Chiappanuvoli racconta su “Internazionale” l’ultimo, infinito, terremoto nell’Italia Centrale. Pochi giorni fa ha pubblicato un nuovo testo, che però va oltre la cronaca e, anzi, può essere considerato come una riflessione socio-politica sulla prevenzione sismica. L’operazione è ambiziosa: cambiare il paradigma secondo cui il terremoto sia un fenomeno in primo luogo fisico, tecnico ed economico, per proporne, invece, un altro in cui tale problema sia affrontato innanzitutto come culturale, dunque politico e sociale.

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L’articolo è ricco di spunti di riflessione, nonché di contributi da parte di studiosi come Antonello Ciccozzi, Stefano Ventura, Fabio Carnelli (e, niente meno, io stesso).
Nel caso non l’abbiate ancora letto, ve lo consiglio: riguarda tutti noi, nessuno escluso.

giogg-citato-su-internazionale_2017-marzo(Questo secondo screenshot mi è stato inviato dall’Inghilterra, da un’amica che non ne sapeva nulla)

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Su Fb l’articolo è stato molto condiviso e commentato. Ecco alcune presentazioni fatte dai miei contatti:

Alessandro Chiappanuvoli:
Vi prego la massima condivisione, il problema della prevenzione sismica deve diventare una questione nazionale.
Nell’articolo sono citate le persone che mi hanno aiutato a scriverlo: Antonello Ciccozzi, Fabio Carnelli, Stefano Ventura, Giogg, Samanta Di Persio; che ringrazio ancora. In sostanza, da mio nonno e il mio paese, Cansatessa, si introducono alcune delle questioni più rilevanti in tema di prevenzione sismica. La prevenzione è in primo luogo un problema culturale, quindi ci riguarda tutti.

Fabio Carnelli:
Oggi su “Internazionale”, “Oltre il rischio sismico” viene preso in considerazione ed usato per ragionare in modo trasversale sul rischio sismico in Italia (questo era lo scopo del libro).
Grazie ad Alessandro Chiappanuvoli, con Stefano Ventura si è provato anche a dare degli stimoli a partire dalle riflessioni di “Sismografie/Lavoro Culturale” e dal lavoro che che ogni giorno facciamo nel nostro quotidiano.

Giuseppe Forino:
Ieri “Internazionale” ha pubblicato un articolo, molto ben scritto, che rivendica la necessità di ripensare al rischio sismico (e a tutti i tipi di rischi, aggiungerei) come qualcosa che, prima ancora di scienza e tecnica, sia un problema culturale e politico. L’articolo rende giustizia agli accademici che cercano anche di andare oltre l’accademia e attinge a piene mani da un testo importante di Fabio Carnelli e Stefano Ventura, autori di “Oltre il rischio sismico” nonché animatori dei dibattito in corso su “Sismografie/Lavoro Culturale”, e dalle riflessioni dell’antropologo Giogg.
“Dobbiamo comprendere che il problema del rischio sismico deve diventare culturale e politico, e soltanto poi tecnico ed economico”.

Pietro Saitta (tra i commenti di una condivisione):
Molto buono, Alessandro. Anche se non sono affatto convinto che debba diventare un allarme come il fumo o altro. Quelli sono meccanismi neoliberali per eccellenza, che si accompagnano al ritiro dello Stato e alla responsabilizzazione dell’individuo. Insomma dove c’è quel tipo allarme di solito non c’é piú controllo sui processi, né uguaglianza è tantomeno razionalitá. Ma per il resto é davvero ottimo.

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Informare meglio, ricostruire meglio

Il 28 aprile 2016 ho scritto queste considerazioni sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio”:

Le scosse di terremoto in Italia fanno sempre notizia. Giustamente.
Ma su questo genere di eventi ci sono modi diversi per informare, che spesso dipendono dalla professionalità del giornalista/blogger o dal grado di cinismo della testata.
13096183_1801395410080348_5117880619416061710_nIeri ci ha molto colpito il «Corriere del Mezzogiorno» che, lungi dal fare un minimo di analisi e dal chiedersi cosa succederebbe se ci fosse un terremoto serio
, ha pubblicato la cruda notizia di una scossa sismica in Irpinia. Notate la differenza di toni tra:
A) il titolo: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese»;
B) il sottotitolo: «La scossa di lieve entità, magnitudo 2.4, è stata comunque avvertita dalla popolazione»;
C) il testo (comunque brevissimo e senza alcuna analisi): «Una scossa di terremoto, questa mattina alle 9.46, è stata avvertita in Irpinia tra i comuni di Zungoli, Flumeri, San Sossio e San Nicola Baronia. Nonostante la lieve entità, magnitudo 2.4, la popolazione ha comunque avvertito il sisma che, nell’epicentro nel comune di Villanova del Battista, si è verificato a una profondità di 25 chilometri. Non ci sono stati danni o feriti ma soltanto paura tra la gente».

La soglia di avvertibilità di un sisma è considerata la magnitudo 2.5, anche un po’ meno se la scossa è superficiale, ma comunque molto lieve per i sensi umani. Lo spiegano bene i giapponesi, che hanno elaborato una particolare scala per indicare questo parametro “esperienziale”: lo «shindo», di cui tempo fa parlammo anche noi, qui.
Ora, giusto qualche breve considerazione:

  • la prima è che se anche un giornale autorevole e di ampia tiratura segue la logica del clickbait su argomenti così delicati per la popolazione, allora c’è un problema serio nel campo giornalistico, specie nel settore della comunicazione del rischio;
  • la seconda è che bene hanno fatto l’INGV e l’Ordine dei Giornalisti della Campania ad organizzare ad Ariano Irpino (Avellino) il 24 febbraio 2016 un seminario intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore»;
  • la terza è che dal 23 novembre 1980 sono passati quasi 36 anni e, sebbene gli effetti del terremoto siano ancora presenti sul territorio e nelle vite di chi abita nei paesi di quello che allora fu chiamato “Cratere”, la memoria di quel tragico evento si sta affievolendo e, proprio per un futuro migliore, sarebbe necessario evitare di dimenticare [*].

Con tutta evidenza, dunque, lo sforzo per un maggiore rispetto della deontologia giornalistica, per quanto lodevole, non è ancora sufficiente, per cui è necessario continuare ad insistere, a migliorare, ad ampliare, a diffondere, a coinvolgere.

[*] Sul debole processo di costruzione della memoria del terremoto in Irpinia e Basilicata del 1980, si veda il saggio di Stefano Ventura, “Il terremoto in Irpinia del 1980: memorie individuali e collettive del sisma“, in Pietro Saitta (a cura di), “Fukushima, concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro“, Editpress, Firenze, 2015, pp. 187-196: qui.

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Nel pomeriggio dello stesso 28 aprile, Lara Tomasetta di “Orticalab” mi ha chiesto un’intervista sui rischi del click facile:

Screenshot 2016-05-06 16.42.30

Clicca sullo screenshot per accedere all’intervista.

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Infine, il 4 maggio 2016 ho scritto sul mio Fb alcune ulteriori considerazioni sulla comunicazione del rischio sismico (tra Italia e Francia), segnalando due articoli interessanti sulla ricostruzione in Ecuador e la prevenzione in Giappone:

In Italia c’è una sensibilità al rischio sismico piuttosto alta: i giornali e i blog rilanciano ogni minima scossa e, in assoluto, questa è una buona cosa, anche se si porta dietro altri tipi di problemi. Il principale è mediatico: decine di organi di stampa, amplificate dai social-media, diffondono non necessariamente bufale, bensì toni sensazionalistici, in una crescente ricerca del clamore giustificata solo dalla delirante rincorsa all’audience. Ne abbiamo avuto un esempio lampante la settimana scorsa, quando anche il “Corriere del Mezzogiorno” ha titolato con fragore su una flebile scossa di magnitudo 2.4 in Irpinia.
L’effetto sociale, come ho detto in un’intervista a “Orticalab”, è quello per cui c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme». Non a caso, infatti, il tema dell’adeguamento sismico delle abitazioni non è considerato una “grande opera” dai governi, così sensibili a ciò che “vuole” la popolazione.
Negli stessi giorni (e ancora l’altro ieri), in Francia si sono avute due scosse ben più forti, 5.2 (poi ribassata a 4.9) nel dipartimento Charente-Maritime e 4.2 nel dipartimento Indre-et-Loire, un po’ più all’interno, ma sempre sulla costa atlantica.
Non ci sono state vittime, né danni, ma non c’è stata nemmeno una copertura mediatica così esaustiva e attenta. La Francia continentale non è un Paese particolarmente sismico, sicuramente non come l’Italia e men che meno come il Giappone, ma soprattutto è un Paese che non ha percezione di essere esposto al rischio di terremoti [alcune testimonianze sulla recente scossa], che tuttavia nella sua storia non sono mancati. L’11 giugno 1909, ad esempio, a Lambesc (Bouches-du-Rhône) un terremoto di magnitudo 6.2 uccise 46 persone e ne ferì 250, come ha ricordato “Le Monde”, senza specificare tuttavia che oggi quella stessa area è molto più urbanizzata e popolata.
Dal 2011 c’è un sistema centralizzato sul rischio sismico per tutta la Francia (nella mappa qui sotto si possono visualizzare i terremoti avvenuti nell’ultimo anno), ma esistono anche degli osservatori locali più di dettaglio, come ad esempio nelle Alpes-Maritimes, il dipartimento di Nizza, dove tuttavia la memoria collettiva è ancora piuttosto debole, detenuta solo da qualche storico locale.

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Clicca sullo screenshot per accedere alla mappa dei terremoti in Francia durante il 2015-2016.

Intanto, cambiando località e scenari, in Ecuador, dopo i 700 morti del 17 aprile scorso, i sopravvissuti cominciano a ricostruire i propri luoghi e le proprie vite, ma, secondo un reportage di “Napoli Monitor”, evitando il cemento.
A Tokyo, infine, si sa che arriverà un grosso sisma, ma non quando, per cui lo stesso governo nazionale sta cercando di intervenire «rinforzando più case, adottando misure anti-incendio e provando a diminuire la densità di popolazione nelle zone con il maggiore rischio sismico».