Aggiornamenti dall’area vesuviana

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio“:

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Gli ultimi due mesi sono stati tranquilli per il Vesuvio e i Campi Flegrei, sia dal punto di vista mediatico che, naturalmente, geofisico. Sono state registrate alcune deboli scosse sismiche, è stato trasmesso un film hollywoodiano in tv, ci sono state delle dichiarazioni da parte dei geologi, ma nulla che abbia sollevato particolari attenzioni. Per restare aggiornati, oggi vi proponiamo un minimo di rassegna stampa, suddivisa in quattro argomenti.

Partiamo dagli aspetti geologici: come accade quotidianamente, i sismografi hanno registrato varie scosse sul vulcano e nei suoi dintorni, ma tutte di magnitudo molto bassa, ovvero non percepibile dagli abitanti; tuttavia alcuni webjournal ne hanno dato notizia: il 2-3 marzo e il 21 marzo. Uno pseudo-giornale, in particolare, ha esplicitamente sfruttato l’occasione sia per fare clickbaiting (l’articolo – chiamiamolo così – è costruito con varie sottopagine da cliccare, così da aumentare artificiosamente l’audience), sia per diffondere ansia (due dei quattro “paragrafi” si intitolano “Vulcanologi preoccupati” e “Possibile esplosione“, entrambi falsi). In realtà, come ha specificato anche l’Osservatorio Vesuviano, nel primo caso «non si tratta di terremoti vulcano-tettonici legati alla dinamica del vulcano ma di segnali generati dal distacco e caduta impulsiva di blocchi lavici dal bordo craterico»; nel secondo caso, invece, si tratta di normale attività sismica del vulcano (che, ricordiamolo ancora una volta: è attivo, ma quiescente).

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Un secondo tema di queste ultime settimane riguarda la preparazione all’emergenza e la prevenzione del rischio geologico: il 26 febbraio Gerardo Lombardi, vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania, nonché coordinatore della Commissione Protezione Civile, ha detto che, in caso di terremoto, «I comuni campani non sono preparati»: quasi 2 milioni di abitanti della regione abitano in aree a rischio e 865.778 sono gli edifici pubblici e privati interessati; i comuni campani a dover ancora aggiornare i propri Piani di Emergenza Comunale secondo la nuova normativa nazionale sono addirittura 233. Si tratta di un tema non prettamente vulcanico, ma come si intuisce facilmente, le due forme di rischio sono strettamente legate. E, infatti, sulla scia di questo uniamo l’interessante riflessione pubblicata stamattina dal blogger MalKo relativa ai livelli di allarme del Vesuvio e dei Campi Flegrei, i cui stati attuali abbiamo riprodotto nell’immagine allegata.

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Un terzo argomento che ha portato a scrivere di Vesuvio proviene dal cinema: prendendo spunto dalla programmazione del film catastrofico “Pompei” (2013) su Rai 4, “Famiglia Cristiana” ha raccontato come avvenne la celebre eruzione del 79 d.C.

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Infine, un quarto tema che ha fatto parlare del rischio vesuviano è il contributo che le scienze sociali italiane stanno dando all’analisi dei disastri e alla prevenzione del rischio. In particolare, segnaliamo due recenti pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana”, entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano. A quest’ultimo volume ha contribuito uno dei due animatori di questa pagina-Fb, l’antropologo Giogg, che ha scritto il saggio “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“. Sempre Giogg, inoltre, è citato in un articolo uscito due giorni fa su “Internazionale”, di Alessandro Chiappanuvoli: un testo ricco di spunti di riflessioni e di citazioni in cui si sottolinea come il rischio sismico (e, evidentemente, quello vulcanico) sia innanzitutto un problema culturale e politico, e poi anche tecnico ed economico.

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Come ha dichiarato Giogg, per parlare di reale prevenzione «è necessario immaginare nuove forme di mediazione tra scienziati, operatori umanitari, legislatori e popolazione, ma anche avviare pratiche di sussidiarietà fondate sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini».

Un nuovo studio vulcanologico sui Campi Flegrei

Due post recenti della pagina Fb “Rischio Vesuvio”:

1) 22 dicembre 2016:

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Lo scorso 20 dicembre 2016 la rivista online “Nature Communications” ha pubblicato lo studio di un gruppo di scienziati internazionale, intitolato “Magmas near the critical degassing pressure drive volcanic unrest towards a critical state“, ovvero sulla pressione esercitata dal rilascio di gas da parte del magma della caldera dei Campi Flegrei, la quale, raggiungendo un determinato punto critico, può determinare un’instabilità del vulcano e produrre un sollevamento del magma stesso verso la crosta (ma ciò non significa che un’eruzione sia imminente).
Ne hanno scritto “The Guardian” in lingua inglese e “Le Scienze” in italiano: il primo ha ricordato che nell’area abitano circa 500mila persone, mentre il secondo ha spiegato che il fenomeno del sollevamento del suolo flegreo è nuovamente evidente dal 2005, al punto che nel 2012 si è passati dal livello di attenzione “verde” (quiete) a “giallo” (“attenzione scientifica”).
Che i Campi Flegrei siano attualmente il territorio napoletano geologicamente più monitorato, è noto, come ha spiegato due mesi fa la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, Francesca Bianco. All’attenzione scientifica, dunque, deve corrispondere un adeguato impegno politico-istituzionale, che va da una efficace e realistica pianificazione della fase di emergenza ad una serie di misure (urbanistiche, informative e socio-culturali) volte alla mitigazione del rischio.
A questo proposito, qualcosa si muove: ricordiamo, infatti, che dall’agosto 2016 esiste un Piano di Emergenza per i Campi Flegrei elaborato dalla Regione Campania e dalla Protezione Civile, il quale coinvolge quasi per intero anche la città di Napoli [6] (che da poco ha un proprio piano di emergenza comunale).

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2) 27 dicembre 2016:

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Negli ultimi giorni è stata molto condivisa la notizia di un possibile “allarme per i Campi Flegrei“. La stampa nazionale ha dato risalto ad uno studio pubblicato su “Nature Communications” che aiuta a capire meglio il funzionamento del complesso vulcanico di Pozzuoli, ad ovest di Napoli, e che può essere utile dal punto di vista della valutazione del rischio, ma che non dice ci sia un pericolo imminente. Ne avevamo scritto anche noi.
Per spiegarlo con parole diverse, usiamo quelle di Giancarlo Manfredi, un esperto di early warning:

«la ricerca ci rivela dell’esistenza di segni di “depressurizzazione del magma” nella caldera dei Campi Flegrei. Si tratta del rilascio di grandi quantità di vapore acqueo che sta riscaldando lo strato roccioso tra il magma e la superficie e che potrebbe evolvere verso un possibile stato di “pressione critica”. Lo studio, peraltro, non fa ipotesi sull’evoluzione della situazione, ma sostiene che servono nuove indagini e rilevazioni per stabilire la possibile evoluzione futura. I fatti parlano di deformazioni rilevate sul terreno, dell’aumento degli eventi sismici nella zona e di una attività più intensa di alcune fumarole, le previsioni non prospettano scenari disastrosi, se non la necessita’ di un monitoraggio costante, di una comunicazione del rischio corretta e di una pianificazione accurata della possibile emergenza».

Insomma, i Campi Flegrei sono attivi, ma non c’è alcuna emergenza in corso o imminente. D’altra parte è fin dal 2012 che l’attenzione è aumentata, cioè da quando si è passati dal livello “verde” (quiete) a “giallo” (“attenzione scientifica”).
I titoli delle notizie degli ultimi giorni, però, hanno avuto spesso toni “emotivi”: tra gli screenshot che alleghiamo, osservate in particolare quello di “La Repubblica“, che non fa un buon servizio alla popolazione; al contrario, leggete quello de “Il Post“, che invece spiega con precisione e capacità divulgativa (gli altri link sono qui, qui e qui).
Chi ci segue sa che scriviamo spesso sulla necessità di un migliore giornalismo scientifico e, perché no, di un osservatorio sulla disinformazione in merito al rischio di disastri; l’ultima volta ne abbiamo parlato l’8 dicembre scorso, meno di venti giorni fa.

Sul commissariamento dell’Osservatorio Vesuviano

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

Il 17 febbraio 2016 il Consiglio di Amministrazione dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), a quel tempo presieduto da Stefano Gresta, commissariò Giuseppe De Natale, allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano (che è la sede napoletana dell’ente) per «gravissime criticità nella Direzione della Sezione, in ordine all’organizzazione, al funzionamento e alla gestione di vari servizi anche essenziali, al riconoscimento della leadership dirigenziale e al benessere organizzativo della Sezione». La notizia fu data da tutti i giornali campani e nazionali: “Il Mattino“, “La Repubblica“, “Corriere del Mezzogiorno“.
L’attività di monitoraggio dei vulcani Vesuvio e Campi Flegrei non è mai stata a rischio, perché il provvedimento ha riguardato solo aspetti amministrativi, tuttavia per gran parte del 2016 all’interno dell’OV non si è respirata un’atmosfera serena. Per lunghi mesi si è passati tra sospensioni del commissariamento e nuove ri-sospensioni, tra ricorsi alla giustizia amministrativa e attesa del pronunciamento, che è finalmente avvenuto il 12 ottobre scorso. In tale sentenza il TAR Campania ha dichiarato illegittimo il commissariamento [la sentenza è disponibile anche qui], tuttavia De Natale non potrà comunque tornare alla direzione, in quanto nel frattempo è giunta la scadenza naturale dei tre anni dell’incarico. In ogni caso, potrebbe avviare un’azione risarcitoria, che però lui stesso esclude in un’intervista rilasciata ieri a “Il Mediano”.

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Come ci hanno insegnato i filosofi della scienza e gli scienziati sociali, anche la comunità scientifica (o, per dirla con Pierre Bourdieu, il campo della scienza) è attraversata da lotte furibonde al proprio interno: pensare che i ricercatori siano tutti uniti e con lo sguardo teso all’orizzonte della conoscenza è una visione ingenua e falsa, perché in realtà sono altamente competitivi tra loro e, nella gestione del potere, talvolta anche irrazionali o non adeguati al ruolo. Bisognerebbe, dunque, anche domandarsi perché si è arrivati al commissariamento, perché nel febbraio scorso l’Osservatorio Vesuviano abbia ricevuto un colpo così duro, in seguito a proteste e dimissioni [anche qui]. Ciò che speriamo è che questa vicenda, in futuro, serva da lezione per tutti.
Intanto, dagli inizi di settembre il nuovo direttore dell’OV è la dottoressa Francesca Bianco, esperta di sismologia, a cui auguriamo buon lavoro.

INTEGRAZIONE:
La vicenda giuridica accennata nel post è piuttosto complessa e per comprenderla a pieno sarebbe necessario leggere ed ascoltare di più. Per limitarci ai documenti pubblici, ci sembra opportuno segnalare la Delibera del Consiglio di Amministrazione dell’INGV n. 285, del 29 novembre 2016, con la quale le parti si impegnano a «sottoscrivere un accordo transattivo con il Dott. Giuseppe De Natale, [attraverso il quale costui] si impegna a non esperire qualsivoglia azione giudiziaria nei confronti di INGV in merito ai provvedimenti che avevano determinato il Commissariamento della Sezione di Napoli»: pdf [il download è diretto; l’elenco delle delibere 2016 è qui].

Scoperte vulcanologiche sottomarine nel Golfo di Napoli

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 30 settembre 2016: qui.

Ieri [29 settembre 2016] il “Corriere del Mezzogiorno” e “la Repubblica” hanno diffuso la notizia di una nuova scoperta scientifica riguardante il Vesuvio: «Nel Golfo di Napoli nel tratto compreso tra Ercolano e Torre Annunziata, a meno di 3 chilometri dalla costa, ci sono ben sei strutture vulcaniche sottomarine». Lo studio, di cui era stata data informazione già nei giorni scorsi sul website dell’Università di Napoli, è stato pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters” il 23 settembre, a firma di V. Paoletti, S. Passaro, M. Fedi, C. Marino, S. Tamburrino e G. Ventura, tutti dell’INGV (Roma 1), del DISTAR (Federico II di Napoli), dell’IAMC del CNR. [pdf]

14516406_1873273706225851_7233055032106379947_nChe in tale area vi fossero delle emissioni di gas (elio e anidride carbonica), simili a quelle che nutrono i sistemi idrotermali di altri vulcani attivi, è cosa ben nota: si tratta di un punto in cui c’è una importante frattura radiale dell’edificio vulcanico, quindi la ricerca ha messo in evidenza che a tali emissioni corrispondono delle morfologie vulcaniche (si veda la foto allegata). Insomma, nessuna sorpresa, se non conferme, ma va soprattutto specificato che non si tratta di altri “vulcani”, bensì solo di bocche laterali.
Andare a vedere cosa c’è sott’acqua non è uno scherzo e una campagna di rilievi di questo tipo può essere finanziata solo con un progetto ad hoc. L’Osservatorio Vesuviano, che monitora le attività dei vulcani napoletani, non ha partecipato a quest’ultima rilevazione, ma alcuni anni fa ha effettuato uno studio simile al largo dei Campi Flegrei, che in questo periodo sono particolarmente tenuti d’occhio per alcune variazioni dei parametri monitorati.
Come probabilmente ricorderete, nel marzo scorso fu resa nota un’altra scoperta vulcanologica riguardante il fondo del golfo di Napoli: un rigonfiamento sottomarino (allora fu definito, un po’ impropriamente, “duomo”) che rappresenta non un ulteriore motivo di preoccupazione, bensì una maggiore occasione di conoscenza del nostro territorio e dei suoi vulcani.
Dagli abissi del mar Tirreno, infine, tornano ciclicamente alcune notizie riguardanti il vulcano Marsili e del relativo rischio tsunami per le coste di Campania, Calabria e Sicilia. Nei giorni scorsi ne ha scritto “Il Mattino” (poi ripreso da vari website locali, ma con toni più enfatici) in seguito ad un convegno di geologia, dove il prof. Francesco Dramis dell’Università Roma Tre ha specificato: «l’unico modo per convivere con questo “pericolo” è conoscerlo, perché il rischio non si può eliminare, solo mitigare».

14523115_1873273742892514_6722778522255676795_nA proposito di dubbi e di conoscenza, proprio stasera – venerdì 30 settembre 2016 – c’è un’occasione preziosa per tutti noi: la “Notte Europea dei Vulcani”. In Italia è organizzata a Catania e a Napoli (si veda la foto allegata), dove i ricercatori spiegheranno le ultime scoperte e risponderanno alle domande del pubblico.

Difendere la scienza

Salvo Di Grazia, medico e divulgatore scientifico con lo pseudonimo di MedBunker, ha condiviso su facebook il link ad una trasmissione televisiva sui vaccini e ha usato queste parole:

Per chi si fosse perso la puntata di Presa Diretta sul tema vaccini, eccola qui (io parlo al minuto 32 circa).
Sono stati raccontati fatti noti agli addetti ai lavori (ed a chi segue l’informazione medica), sono stati forniti numeri e dati, trasmissione corretta. Poi si è parlato dei (pochissimi) medici antivaccino che di questo hanno fatto un mestiere, gente che dice “so che i non vaccinati hanno una salute migliore dei vaccinati” ed alla domanda “dove ha pubblicato le sue osservazioni?” rispondono serenamente “non le ho pubblicate” o altri che “curano” l’autismo con l’aglio omeopatico (ed hanno la fila di pazienti in studio, a 250 € a visita). E poi il “direttore scientifico” di un’azienda omeopatica, quasi imbarazzante per la sua superficialità.
Appare evidente anche ad un occhio profano quanto siano scadenti, inattendibili, quasi patetici, sia come medici che come persone, spargono disinformazione e ciarlataneria. Eppure tanta gente è convinta dicano la verità.
Ignoranza? Spirito di protesta? Incapacità di vivere la realtà? Forse questi medici dicono quello che genitori ansiosi o paurosi vogliono sentirsi dire o forse rappresentano per loro il simbolo della protesta nei confronti delle istituzioni. Ma davanti alla salute del proprio figlio, come si fa a seguire certi personaggi che mentono dalla prima parola all’ultima?
Come si fa ad affidare la vita delle persone più care che abbiamo a questi personaggi?
Non lo so, è uno dei pochi argomenti sul tema a cui non so dare risposta convinta.

La puntata di “Presa Diretta”, andata in onda ieri, 10 gennaio 2016, è qui e dura 1h30″:

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Clicca sull’immagine per accedere allo streaming.

Il tema fa parte di un argomento ancora più ampio, ovvero il rapporto con la scienza, che in Italia è altamente in crisi.

Ne ha scritto oggi Paolo Mieli sul “CorSera”:

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Clicca sul titolo per accedere al testo di Paolo Mieli.

L’Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto. L’ennesima dimostrazione viene dal caso della «Xylella fastidiosa», batterio che produce grave nocumento all’ulivo, penetrato in Europa diciotto anni fa e più recentemente in Italia, nel Salento. […]

Questo editoriale cita un articolo su “La Stampa” del 24 dicembre scorso dei due scienziati Gilberto Corbellini e Roberto Defez, intitolato “No ai processi al metodo scientifico“:

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Clicca sul titolo per accedere al testo di Corbellini e Defez.

Se in Italia sopravvive ancora una comunità scientifica degna di tale nome, ovvero delle accademie scientifiche consapevoli del loro ruolo a difesa dei valori di libertà e indipendenza della scienza, dovrebbero battere urgentemente un colpo. Farsi sentire. […]

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PS: Una piccola precisazione, messa in evidenza dalle scienze sociali: parlare di “processo al metodo scientifico” può essere corretto per molti casi di disinformazione e di complottismo ascientifico e irrazionale, ma non in assoluto. Sia Mieli che i due scienziati, ad esempio, scrivono “contro il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi, per non aver dato l’allarme per il terremoto dell’Aquila“. Questa frase è falsa e sbagliata (anche perché ormai sono passati anni e non è più ammissibile fare confusione; io stesso vi ho dovuto fare molta attenzione perché l’argomento veniva continuamente manipolato dalle parti): quel processo non ha riguardato il non aver dato l’allarme o il non aver previsto il sisma, bensì l’aver rassicurato. In altre parole, non è stato un processo alla scienza, ma alla sciatteria deontologica e alla collusione politica di alcuni scienziati; inoltre, il processo è arrivato a compimento in tutti i suoi gradi di giudizio, con la condanna definitiva di uno dei membri della CGR perché è stata provata la sua responsabilità nell’aver persuaso alcune delle vittime ad abbassare la loro soglia di attenzione, contribuendo così alla loro morte sotto le macerie provocate dal terremoto del 6 aprile 2009. Queste imprecisioni, dunque, se non sono scorrettezze, sono certamente distrazioni che non fanno bene alla scienza stessa e a chi intende difendere il metodo scientifico.

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PPS: tornando ai vaccini, l’8 gennaio12471576_10102586759120781_6301684509450777677_o 2016 il fondatore di facebook, Mark Zuckerberger, ha postato una foto di lui e sua figlia nella sala d’aspetto di un pediatra, poco prima che la bimba ricevesse il suo primo vaccino: “Doctor’s visit — time for vaccines!” (3.137.810 like; 69.000 commenti; 30.699 condivisioni).

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INTEGRAZIONE del 18 gennaio 2016:
La scienza in Italia è in crisi (soprattutto nella sua declinazione sociale; si vedano, appunto, gli antivaccinisti e i salutisti illogici), ma Edoardo Boncinelli (che pure stimo) che in questa intervista spara sulle scienze umane (come se, invece, il metodo scientifico non valga per tutte le “scienze”, appunto) e che ignora l’ibridismo disciplinare (la filosofia della scienza, ad esempio, ma anche l’antropologia dei disastri o, sempre per esemplificare, la sociologia dell’ambiente), fa del bene alla causa dell’alfabetizzazione scientifica e dell’educazione alla logica?
L’intervista è stata pubblicata il 16 gennaio 2016 su “Linkiesta” da Dario Ronzoni e comincia così: “Un po’ di bastonate ai filosofi, che «parlano di tutto, anche di ciò che non conoscono», al sapere umanistico «che anziché parlar bene di sé, parla male della scienza», e poi agli scienziati stessi, ma non tutti: solo quelli «incapaci»“.

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INTEGRAZIONE del 17 marzo 2016:
Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule».

Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”: Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ? Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.

Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.

Animali veggenti

Gli animali sono in grado di “prevedere” un disastro? Prove scientifiche non ce ne sono e, al momento, tale ipotesi appare piuttosto debole, tuttavia vi è qualche caso che merita maggior attenzione, come quello degli elefanti per i sismi o degli usignoli per i tornado.
Non avendo risposte, in questo post mi limito a raccogliere notizie su tale ambito.

«[…] Durante le finte cariche [degli elefanti], il calpestio e le vocalizzazioni degli elefanti producono onde sismiche che si propagano anche per 30 chilometri. Altri elefanti possono percepire queste vibrazioni e interpretarle come un segno della presenza di un pericolo. […] Il fatto poi che gli animali percepiscano le onde sismiche potrebbe spiegare perché, per esempio, quando piove in Angola gli elefanti di Etosha si muovono verso nord. Molto probabilmente, essi percepiscono le onde sismiche generate dai tuoni e sanno quindi che l’acqua è in arrivo»
(La comunicazione sismica degli elefanti, “Le Scienze”, 13 marzo 2001) (Ne ha scritto anche Lee Dye su “ABC News” il 23 settembre 2009: Elephants Communicate Through Seismic Waves).

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«Si sente spesso dire che c’è aria di terremoto, come una cappa afosa, anche in inverno, che preluderebbe al sisma. Come l’agitazione di cani, gatti, galline e maiali. A parte il fatto che i poveri maiali restano sotto le macerie come gli uomini, il boato del terremoto si risente anche nel campo degli ultrasuoni non percepiti dagli umani, ma dagli animali. Solo però qualche decimo di secondo prima della scossa. E i fenomeni meteorologici avvengono migliaia di metri sopra le nostre teste, quelli sismici decine di migliaia sotto i nostri piedi: nessuna relazione è possibile […]»
(Mario Tozzi, Se il cane abbaia prima della scossa. Le leggende (da sfatare) sul sisma, “La Stampa”, 1 giugno 2012).

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«L’hanno già chiamata l’«intelligence» degli uccellini. Si tratta di usignoli dotati di «sensori» naturali a infrasuoni in grado di percepire con largo margine di anticipo l’arrivo di perturbazioni come i tornado. E’ questo il risultato di uno studio dell’Università del Minnesota, secondo il quale una specie di usignoli – quelli dalle ali dorate, chiamati in inglese «Golden-winged» – sono capaci di «sentire» le vibrazioni di una perturbazione in arrivo e quindi di darsi alla fuga molto prima degli umani. Secondo il rapporto, che ha analizzato le conseguenze di 80 tornado che si sono abbattuti sul Midwest degli Usa, uccidendo 35 persone, il comportamento dei volatili è stato sorprendente: in un raggio di 900 km, indipendentemente gli uni dagli altri, hanno preso il volo verso Sud. Il fatto che ha più stupito è che gli usignoli hanno poi fatto rapidamente ritorno nelle zone di provenienza, una volta passata la tempesta […]»
(Francesco Semprini, Gli usignoli intelligenti che previdero i tornado negli Usa. La fuga prima delle tempeste che fecero 35 morti: “Sentirono gli infrasuoni nell’atmosfera”, “La Stampa”, 29 dicembre 2014).

Quando mi chiedono del Vesuvio

Il Vesuvio è un oggetto culturale, oltre che un’espressione della natura. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlarne diverse volte in pubblico e anche in alcune interviste. L’ultima è stata pubblicata ieri, 2 luglio 2014, su «Econote.it», a cura di Gennaro Esposito.

IL VESUVIO VISTO DA UN ANTROPOLOGO. INTERVISTA A GIOGG

Lo studio dei vulcani viene solitamente associato alla vulcanologia: una specializzazione della geologia che si occupa di fenomeni vulcanici, degli eventi eruttivi e dei rischi ad essi collegati. Il vulcanologo è quindi uno scienziato rigoroso che opera secondo metodi e strumenti delle scienze naturali. Questa impostazione non ci permette di riconoscere un altro aspetto molto importante in merito all’argomento: i vulcani costituiscono un rilevante elemento del territorio e i gruppi umani stabiliscono rapporti di significato con i luoghi che abitano. Proprio per questo ho intervistato l’antropologo culturale Giogg che mi ha parlato del suo studio sul “rischio Vesuvio”.

Qual è stato l’oggetto della tua ricerca?
Per il mio dottorato mi sono occupato dell’elaborazione culturale del rischio vulcanico in un paese della zona rossa vesuviana. Indagando il rapporto che gli abitanti hanno col vulcano, ho studiato quali sfumature assume, oggi, la percezione collettiva del rischio. In altre parole, ho osservato l’influenza che vari fattori hanno su questo processo: la selezione della memoria dell’ultima eruzione (1944), le dinamiche politiche della ricostruzione e della conseguente urbanizzazione dell’area, le forme che assume il dibattito locale intorno al Piano di Emergenza della Protezione Civile (istituito nel 1995 e parzialmente modificato lo scorso anno). La questione che ho analizzato riguarda il vivere quotidiano in quella che è definita dai mass-media una “catastrofe annunciata”. La preparazione o l’impreparazione ad un’emergenza non sono innate in un determinato gruppo umano, ma sono caratteristiche storiche, costruzioni politiche. […]

CONTINUA QUI (oppure QUI)

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Altre due interviste in cui parlo di alcuni aspetti storici e culturali del Vesuvio sono le seguenti:

Simona Ciniglio, “Rischio Vesuvio: a settant’anni dall’ultima eruzione i danni maggiori sono di natura umana” (“Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio…”), in «Corso Italia News», 17 marzo 2014, QUI (oppure QUI);

Ciro Teodonno, “Giogg, l’antropologo Vesuviano” (“Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo…”), in «Il Mediano», 31 marzo 2014, QUI (oppure QUI).