Due pubblicazioni in sociologia del post-disastro e resilienza

Oggi e domani (1 e 2 dicembre 2016) a Torino si terrà la quinta conferenza nazionale [Fb] della sezione “Sociologia del Territorio” di AIS, l’Associazione Italiana di Sociologia.
Il programma completo è QUI.

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Per la giornata di oggi, in particolare, segnalo che nel pomeriggio ci sarà la presentazione di due imminenti pubblicazioni:

  • Disastri socio-naturali, resilienza e vulnerabilità: la prospettiva territorialista nel dibattito attuale“, numero monografico di “Sociologia Urbana e Rurale”, curato da Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori;
  • Tracce di società in territori fragili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana“, sempre a cura di Silvia Mugnano, Alfredo Mela e Davide Olori, per l’editore Franco Angeli.

In quest’ultimo c’è un mio contributo: “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“, ma ne parlerò più diffusamente quando avrò il volume cartaceo tra le mani.

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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2017:
Per ulteriori informazioni su queste due pubblicazioni, rimando a questo mio post.

L’innaturale disastro dell’uragano Matthew ad Haiti

La settimana scorsa l’uragano Matthew ha causato centinaia di morti ad Haiti (il numero è ancora incerto, ma compreso tra 500 e 1000). Ora c’è un fortissimo rischio di epidemie e, purtroppo, questa cifra aumenterà.
Ieri Jason von Meding e Giuseppe Forino hanno pubblicato su “The Conversation” un articolo che spiega quanto questa catastrofe sia poco naturale. Altri Paesi caraibici e gli Stati Uniti sud-orientali sono stati colpiti dalla tempesta, eppure in nessun altro luogo si è registrata una tale devastazione: come mai? Inoltre, aggiungono gli autori, com’è possibile che ciò accada in un Paese in cui dal 2010, dopo lo sconvolgente terremoto di Port-au-Prince, operano direttamente sul campo sia l’ONU, sia centinaia di ONG?

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “The Conversation”

L’esposizione al rischio e la vulnerabilità di Haiti, spiegano von Meding e Forino, hanno radici nella storia coloniale, nell’ingiustizia strutturale, nel capitalismo predatorio internazionale.
I disastri sono socialmente costruiti e la riduzione del rischio deve necessariamente considerare le cause che ne sono alla base, cioè – osserva il citato Jocelyn McCalla – deve passare per un radicale ripensamento dell’economia, del concetto di sviluppo, della governance.
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L’articolo è disponibile anche sul blog personale di Giuseppe Forino, con l’aggiunta di una premessa in italiano.

Postilla
Ad Haiti fu già estremamente complicato fornire un dato verosimile – per quanto ancora impreciso – sulle vittime del terremoto del 2010. Lo spiegò due anni fa Giovanna Salome in una relazione presentata al convegno SIAA di Rimini, poi pubblicata nel primo numero della rivista “Antropologia Pubblica”, curato da Mara Benadusi e dedicato alla “Antropologia dei disastri” (dicembre 2015): “Saperi mobili. Un’etnografia ibrida dell’emergenza abitativa post-sisma a Port-au-Prince“.

[Questo post è apparso anche su Fb]

Rischio e post-sviluppo vesuviano: un mio contributo sulla rivista “Antropologia Pubblica”

Il 17 dicembre 2015, in occasione dell’apertura del terzo convegno della SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata) presso il PIN (Polo Universitario) di Prato, è stata presentata la nuova rivista dell’associazione: «Antropologia Pubblica», il cui primo numero contiene un editoriale di Antonino Colajanni, un saggio di Jean-Pierre Olivier de Sardan e una serie di contributi sul tema «Antropologi nei disastri».
Questa parte monografica è curata da Mara Benadusi e, oltre ad una sua ricca introduzione della disciplina e del volume, contiene articoli di Irene Falconieri, Rita Ciccaglione, Silvia Pitzalis, Enrico Petrangeli, Giovanna Salome, Enrico Marcorè e del sottoscritto.
Il mio testo si intitola «Rischio e post-sviluppo vesuviano: un’antropologia della ‘catastrofe annunciata’»; e ne sono soddisfatto.
Il volume è pubblicato da Seid Editori di Firenze, che potete contattare per riceverne una copia.
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Quel giorno ero così contento che ho pubblicato per la prima volta un selfie sul mio fb:

Ed eccomi qua, sono a Prato per il terzo convegno [1] della SIAA, Società Italiana di Antropologia Applicata…

Posted by Giogg on Giovedì 17 dicembre 2015

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L’abstract del mio contributo è questo:

Il concetto di rischio, inteso come un prodotto storico e culturalmente gerarchizzato, è un’elaborazione sociale che assume significati diversi a seconda dei contesti. Per quanto inevitabilmente avvolto da indeterminatezza, nei suoi effetti concreti esso è una visione di futuro in grado di influenzare il presente: seguendo determinati princìpi, cioè, sarebbe possibile prevenire, controllare, mitigare un disastro a venire. La pianificazione emergenziale, così, diventa un orizzonte politico fatto di leggi, perimetrazioni territoriali, esercitazioni, prepardness, pedagogia della resilienza.
In questo quadro generale emerge il caso del vulcano Vesuvio in provincia di Napoli, ovvero di quello che nel 2011 è stato definito dalla rivista scientifica Nature «la bomba ad orologeria d’Europa». La certezza di una prossima eruzione unita all’incertezza sulla data e le modalità con cui questa avverrà rendono gli effetti della “catastrofe annunciata” visibili nelle pratiche e nelle politiche che già ora sono attuate dalle amministrazioni e dalle popolazioni locali. Contrariamente a quanto ripete un ricorrente stereotipo, dai dati etnografici emerge che gli abitanti dell’area vesuviana, tutt’altro che indifferenti alla minaccia vulcanica, si pongono in maniera varia e differenziata rispetto ad essa. Per l’antropologia si tratta di un case-study prezioso per riflettere sia sulla “società della prevenzione” e la “cultura del rischio”, sia sugli effetti di un’ideologia dello “sviluppo” che ha condotto ad una sovraurbanizzazione indicata come la principale fonte di vulnerabilità, non solo per un’eventuale catastrofe naturale.

Ulteriori informazioni sono sul mio profilo di Academia: QUI.

La Corte di Strasburgo rigetta il ricorso dei vesuviani

Alla fine di ottobre 2013, dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana presentarono un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano. La motivazione era che «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini».
Dopo varie vicissitudini, oggi la Corte ha rigettato il ricorso di quelle persone, non perché le accuse non sussistano (questo aspetto non è stato valutato), ma perché i ricorrenti avrebbero dovuto prima tentare di avere giustizia davanti ai tribunali nazionali (Tar e Consiglio di Stato) o attraverso una class action [ANSA, Adnkronos, Il Mattino, Metropolis].
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In serata il primo firmatario del ricorso, Rodolfo Viviani, ha così commentato sul suo profilo fb:

Alla Corte europea di Strasburgo si “lavano le mani” rispetto al nostro ricorso per le responsabilità dello Stato italiano in materia di riduzione del rischio Vesuvio. Dovremmo chiedere giustizia ai magistrati che hanno sempre chiuso gli occhi davanti alle pubbliche denunce fatte da Pannella e dai Radicali, non accorgendosi ad esempio, delle decine di migliaia di abitazioni abusive che in questi trenta anni sorgevano in zona sismica e vulcanica. E allora che dire, aspettiamo che il Vesuvio ci lavi col fuoco?

Altri link: 1) mio fb, 2) pagina fb sul rischio vesuviano.

Le mappe del rischio nelle scuole, per cominciare

In vista di un convegno del Consiglio Nazionale dei Geologi, lo studioso Giovanni Calcagnì ha affermato: «L’Italia è un paese sismico, molto pericoloso. 26 milioni di italiani vivono in aree ad altissimo rischio sismico e altri 25 in zone a medio rischio. […] Su 791 Kmq di località abitate in Italia, la quasi totalità dei territori analizzati (l’83%) presenta potenziali amplificazioni forti e ben il 12%, presenta anche fenomeni di instabilità cosismiche, come frane, liquefazioni e cedimenti in caso di sismi intensi» [QUI].
Sono numeri impressionanti, quasi tutti gli italiani (51 milioni su 60 dell’intera popolazione) vivono in zone sismiche. Per la verità, però, due anni fa i numeri erano minori e, sebbene sempre nell’ordine di grandezza di milioni, non si capisce come sia possibile una tale sfasatura: «Ben 3 milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico, 21 milioni quelle che abitano in zone a rischio medio. Le zone ad elevato rischio sismico sono circa il 50% del territorio nazionale. I comuni potenzialmente interessati da un alto rischio sismico sono 725, quelli a rischio medio sono 2.344. Gli edifici che si trovano in zone a rischio sismico sono poco più di 6 milioni mentre le abitazioni sono più di 12 milioni» [Fonte: rapporto “Terra e Sviluppo” del Consiglio Nazionale dei Geologi, diffusi il 20 maggio 2012 da Gian Vito Graziano, allora presidente del Cng: QUI].
Ma le preoccupazioni, in Italia, non provengono solo dai terremoti, al contrario, le varie tipologie di rischio naturale si sommano tra loro e – come evidenziato sopra – frane, allagamenti, inondazioni, liquefazioni, cedimenti e così via sono rischi che coinvolgono un numero esorbitante di persone. Secondo le stime della Coldiretti, l’82% dei comuni del Paese si trova in zone a rischio idrogeologico, ovvero ne sono interessati più di 5 milioni di italiani: «a causa delle frane e delle alluvioni sono morte oltre 4mila persone dal 1960 ad oggi, mentre gli sfollati e i senzatetto per le sole inondazioni superano rispettivamente i 200 mila e i 45 mila» [QUI]. In questo caso si è propensi a individuare la principale responsabilità nei cambiamenti climatici che stanno provocando precipitazioni pluviali sempre più intense e frequenti, con trombe d’aria, grandinate e vere e proprie “bombe d’acqua”. Tuttavia l’incuria può essere più matrigna della natura: come osserva Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, «quello che ci differenzia rispetto agli stati europei confinanti non è tanto la geologia quanto la disattenzione al territorio. [La soluzione, dunque, starebbe nel prevenire e mitigare anziché nel riparare e piangere i danni, ma per fare ciò bisognerebbe] innanzitutto investire sui piccoli progetti di manutenzione anziché sulle grandi opere» [QUI].
Vi sono tre leve che devono essere mosse contemporaneamente per mitigare il rischio e aumentare la resilienza:

  1. la conoscenza scientifica dei fenomeni, dunque la capacità previsionale di un evento e la sua gestione sociale;
  2. l’adeguamento delle infrastrutture: essenzialmente la gestione del territorio, con piani urbanistici rispettosi dei luoghi, edifici resistenti, vie di fuga, segnaletica, sistema informativo esteso e un corpo di protezione civile sempre più capillare e reattivo;
  3. la preparazione della popolazione, ovvero la capacità di far fronte ad un’emergenza, di riconoscerne i segnali e di comprenderne le risposte più efficaci, in buona sostanza una maggiore consapevolezza.

Ciascuno di questi tre ambiti è, in sé, enorme e, probabilmente, l’unico che fa sensibili passi in avanti è il primo, quello scientifico (inteso non solo come corpus di discipline “tecniche”, ma anche “sociali”). Il problema è che questo sapere fa fatica a diventare forma mentis diffusa e, di conseguenza, ad alimentare il pensiero e le azioni politiche.
Forse, come auspica Marco Cattaneo per il caso vesuviano, bisognerebbe affiggere la mappa della zona rossa del vulcano napoletano in ogni aula scolastica, ma probabilmente anche in ogni ufficio, ospedale, condominio…

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Rischio vesuviano: zona rossa.

Ma, con tanti rischi, le mappe sono numerose e riguardano tutta Italia, per cui diffonderle sarebbe un primo passo nel lungo percorso di (ri)costruzione della conoscenza del territorio. Per cominciare, i ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione, insieme al capo della Protezione Civile, dovrebbero far appendere in tutti i luoghi pubblici, comprese appunto le scuole proprio adesso che comincia l’anno di studio, la mappa dei terremoti degli ultimi 30 anni e quella del rischio idrogeologico:

Gabrielli: più informazione e partecipazione per il rischio Vesuvio

Il prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della Protezione Civile, si trova costantemente a contatto con popolazioni colpite da disastri o che abitano in località a rischio e non di rado ne fornisce delle interpretazioni socio-antropologiche che talvolta hanno sollevato delle polemiche. Vediamone alcune degli ultimi due anni e, poi, consideriamo ciò che ha riferito in Senato due giorni fa.

Il 16 ottobre 2012, in un’intervista a “Radio Capital”, disse:

Gabrielli: «E’ sempre molto facile ascrivere ad altri, a qualcuno che sta al di fuori, le responsabilità. Poi c’è anche, come dire, un attivismo, una determinazione, una voglia di fare che molto spesso è insito nelle stesse comunità. [Nella ripresa di un territorio disastrato] l’ha differenza non l’ha fatta la quantità di denaro, la differenza l’ha fatta la capacità di progettualità di ogni singolo territorio».
Giornalista: «Cioè, lei dice: gli emiliani hanno reagito meglio rispetto agli aquilani».
Gabrielli: «Sicuramente».

Il 12 gennaio 2013, parlando della nuova zona rossa vesuviana, disse:

«C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini».

Il 26 ottobre 2013, parlando ancora di Vesuvio e Campi Flegrei, disse:

In quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare».

Pochi giorni fa, il 26 maggio 2014, Gabrielli ha, infine, relazionato (pdf) presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia e ha utilizzato un registro interpretativo molto diverso. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico».
In particolare, ha spiegato che:

per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione». [Una sintesi è qui].

La differenza di atteggiamento tra le parole degli ultimi anni e quelle di due giorni fa è lampante: i vesuviani non sono più “insensibili” e “inconsapevoli”, ma hanno “evidente” la natura del territorio in cui vivono, sebbene “pospongano il problema” (ovvero: scotomizzino). Le istituzioni d’ogni livello e in sinergia tra loro, pertanto, devono impegnarsi a costruire (o a rafforzare) la resilienza dell’area attraverso una campagna informativa chiara, costante e dedicata.
Mi sembra finalmente superato, dunque, il grossolano errore di considerare la capacità sociale di risposta ad un disastro (o di prevenzione di un rischio) come una condizione “di natura”: si tratta, al contrario, di un prodotto “storico”, cioè di una costruzione “politica”. [Ne ho scritto qui].
Un’importante peculiarità dei rischi è la loro localizzazione: una frana in Piemonte o un’alluvione in Veneto non sono la stessa cosa di uno smottamento e un’inondazione in Calabria o in Sardegna. Così, il caso vesuviano è un unicum che va affrontato prestando attenzione a quella realtà specifica, ascoltando gli abitanti del posto ed alimentando la loro partecipazione. Gli individui, oltre a stare nei luoghi, producono luoghi e sono prodotti dai luoghi, pertanto il loro rapporto coi rischi territoriali si sviluppa di volta in volta con connotati propri. E questo non può che avere dei rilevanti risvolti nell’ambito della pianificazione emergenziale e della gestione dei soccorsi.

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PS: Nel gennaio 2014 Gabrielli aveva già presentato una proposta di “costruzione” della resilienza, quando ipotizzò che la “protezione civile” potrebbe diventare materia scolastica: «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune» (“Corriere della Sera“).

PPS: Sulle precedenti dichiarazioni di Gabrielli ho scritto anche QUI e QUI.

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INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo. Al termine del testo è presente un riferimento alla relazione che Gabrielli ha tenuto in Senato di cui ho scritto in questo post.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Marco Pannella e il rischio Vesuvio

Alla fine di ottobre 2013 dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana appartenenti ai Radicali Italiani hanno presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [ne ho scritto QUI; altri articoli sono QUI].
Il 12 dicembre 2013, nell’ambito del convegno «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», organizzato da “Il Fiore Uomosolidale“, il leader storico dei radicali Marco Pannella ha annunciato – con termini piuttosto forti – il ricorso alla Corte Europea.
Eccone alcuni servizi video:





Alcuni articoli sul convegno e sul ricorso europeo dei Radicali sono QUI (Angelo Lomonaco, “Corriere del Mezzogiorno”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”).

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ripete spesso che i vesuviani e i flegrei sono impreparati al rischio geologico dei loro territori. Intorno a questo punto si gioca molta parte del processo di prevenzione e di mitigazione di un possibile evento disastroso: una popolazione preparata all’emergenza è un fattore imprescindibile per la riduzione della vulnerabilità della stessa. La questione, però, è che lo dice con parole che si prestano ad interpretazioni ambigue.
Alcuni giorni fa ha dichiarato: in quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare» [QUI].
Nel gennaio scorso aveva detto cose simili: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Ora, posto che effettivamente i vesuviani e i flegrei siano “insensibili” e “inconsapevoli” del rischio geologico del territorio in cui abitano (queste etichette che debordano nel morale non mi convincono mai e mi piacerebbe sapere come sono state ricavate le percentuali fornite), quel che non riesco a cogliere nelle parole di Gabrielli è se egli consideri tale situazione una condizione “di natura” o un risultato “storico” (dunque: “politico”). Si tratta, in altri termini, del nodo intorno al quale si aggroviglia il concetto di resilienza: la capacità di affrontare e superare le avversità è innata o acquisita? Se applicata a dei gruppi umani, la prima sfumatura è molto controversa e può riproporre logiche sociali evoluzioniste ormai ampiamente superate. (Gabrielli era incespicato su questo punto anche nell’ottobre 2012, a proposito della risposta collettiva al sisma data rispettivamente dagli emiliani e dagli abruzzesi: QUI e QUI).
Nella dichiarazione più recente mi sembra che Gabrielli usi parole più accorte rispetto a quelle d’inizio 2013: sembra accennare, infatti, al coacervo di interessi economici ed elettorali che ha soffocato dei territori così fragili e che, con tutta evidenza, rappresenta la vera matassa da sciogliere. In generale, però, nelle sue parole si avverte comunque una sorta di giudizio generalizzato e questo pone una inevitabile domanda: ripetere che le popolazioni suddette sono “ignoranti” e “irrazionali” è un modo per risolvere il problema? A me sembra, piuttosto, che quella “apatia popolare” evidenziata dal capo della Protezione Civile sia, almeno in parte, anche una forma di rifiuto della logica gerarchica mostrata dai pianificatori dell’emergenza annunciata. Pertanto, ritengo che assumere nel novero delle interpretazioni sociologiche anche questa lettura “di contrapposizione” possa rivelarsi fondamentale per realizzare una (più) efficace mitigazione del rischio.
E’ di un paio di giorni fa la notizia di un ricorso presentato da dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [vari articoli: QUI]. Si tratta di una iniziativa innanzitutto politica, in quanto realizzata da esponenti del Partito Radicale e dei Radicali Italiani (il primo firmatario dell’esposto è Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la grande Napoli“), ma rappresenta comunque un esempio lampante di quanto il “disinteresse” locale verso il rischio sia un pregiudizio: «Al di là della necessità di porre fine agli abusivismi edilizi, che oltretutto spesso ostruiscono le vie di fuga previste, mancano soprattutto informazione, sensibilizzazione e chiari piani di evacuazione. Quasi non sappiamo neanche cosa fare se viene un terremoto. Figuriamoci il resto. Ci auguriamo che la Cedu possa richiamare lo Stato all’ordine. Per ora siamo nella fase del “richiamo”, dopo potremo passare alla fase propositiva» [QUI].
A questo punto, come osserva MalKo, «Sarà interessante il trattamento che la corte di Strasburgo riserverà alle denunce italiane, soprattutto in capo al soggetto su cui affibbiare la responsabilità di tali inadempienze» [QUI].

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2013:
Marco Pannella, leader storico dei Radicali Italiani, ha annunciato – con termini molto forti – il ricorso a Corte Europea. Un servizio video di Pupia.tv: VIDEO.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 24 gennaio 2014:
In seguito alla lettura di un nuovo articolo in cui si elencano degli ipotetici gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane (QUI), ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
Il 18 marzo 2014 “Fanpage” ha pubblicato un servizio video titolato “Fuga dal Vesuvio: funzionerà il piano di emergenza?“, presentato con queste parole: «La Protezione Civile ha stilato un piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio, ma numerose sono le criticità sottolineate dagli esperti. Abbiamo percorso una delle vie di fuga previste ed abbiamo impiegato mezz’ora per arrivare all’autostrada in condizioni di traffico regolare. In caso di reale emergenza, è realistico supporre che ci siano tempi di percorrenza ben peggiori. “I campani fuggiranno a piedi come i pompeiani” sostiene Francesco Borrelli dei Verdi della Campania, mentre il prof. Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano sottolinea: “Il piano si basa sull’ipotesi di eruzione sub-pliniana, ma da studi della stessa protezione civile la probabilità che si verifichi un’eruzione pliniana -come quella che distrusse Pompei ed Ercolano- potrebbe arrivare anche al 20%. Sono a rischio due milioni di persone”».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2014:
“Repubblica” riferisce di una ricerca “Ispos” per “Save The Children“, secondo cui “a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati“: Emergenze naturali, il 40 % degli italiani non sa come affrontarle.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.