Difendere la scienza

Salvo Di Grazia, medico e divulgatore scientifico con lo pseudonimo di MedBunker, ha condiviso su facebook il link ad una trasmissione televisiva sui vaccini e ha usato queste parole:

Per chi si fosse perso la puntata di Presa Diretta sul tema vaccini, eccola qui (io parlo al minuto 32 circa).
Sono stati raccontati fatti noti agli addetti ai lavori (ed a chi segue l’informazione medica), sono stati forniti numeri e dati, trasmissione corretta. Poi si è parlato dei (pochissimi) medici antivaccino che di questo hanno fatto un mestiere, gente che dice “so che i non vaccinati hanno una salute migliore dei vaccinati” ed alla domanda “dove ha pubblicato le sue osservazioni?” rispondono serenamente “non le ho pubblicate” o altri che “curano” l’autismo con l’aglio omeopatico (ed hanno la fila di pazienti in studio, a 250 € a visita). E poi il “direttore scientifico” di un’azienda omeopatica, quasi imbarazzante per la sua superficialità.
Appare evidente anche ad un occhio profano quanto siano scadenti, inattendibili, quasi patetici, sia come medici che come persone, spargono disinformazione e ciarlataneria. Eppure tanta gente è convinta dicano la verità.
Ignoranza? Spirito di protesta? Incapacità di vivere la realtà? Forse questi medici dicono quello che genitori ansiosi o paurosi vogliono sentirsi dire o forse rappresentano per loro il simbolo della protesta nei confronti delle istituzioni. Ma davanti alla salute del proprio figlio, come si fa a seguire certi personaggi che mentono dalla prima parola all’ultima?
Come si fa ad affidare la vita delle persone più care che abbiamo a questi personaggi?
Non lo so, è uno dei pochi argomenti sul tema a cui non so dare risposta convinta.

La puntata di “Presa Diretta”, andata in onda ieri, 10 gennaio 2016, è qui e dura 1h30″:

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Clicca sull’immagine per accedere allo streaming.

Il tema fa parte di un argomento ancora più ampio, ovvero il rapporto con la scienza, che in Italia è altamente in crisi.

Ne ha scritto oggi Paolo Mieli sul “CorSera”:

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Clicca sul titolo per accedere al testo di Paolo Mieli.

L’Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto. L’ennesima dimostrazione viene dal caso della «Xylella fastidiosa», batterio che produce grave nocumento all’ulivo, penetrato in Europa diciotto anni fa e più recentemente in Italia, nel Salento. […]

Questo editoriale cita un articolo su “La Stampa” del 24 dicembre scorso dei due scienziati Gilberto Corbellini e Roberto Defez, intitolato “No ai processi al metodo scientifico“:

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Clicca sul titolo per accedere al testo di Corbellini e Defez.

Se in Italia sopravvive ancora una comunità scientifica degna di tale nome, ovvero delle accademie scientifiche consapevoli del loro ruolo a difesa dei valori di libertà e indipendenza della scienza, dovrebbero battere urgentemente un colpo. Farsi sentire. […]

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PS: Una piccola precisazione, messa in evidenza dalle scienze sociali: parlare di “processo al metodo scientifico” può essere corretto per molti casi di disinformazione e di complottismo ascientifico e irrazionale, ma non in assoluto. Sia Mieli che i due scienziati, ad esempio, scrivono “contro il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi, per non aver dato l’allarme per il terremoto dell’Aquila“. Questa frase è falsa e sbagliata (anche perché ormai sono passati anni e non è più ammissibile fare confusione; io stesso vi ho dovuto fare molta attenzione perché l’argomento veniva continuamente manipolato dalle parti): quel processo non ha riguardato il non aver dato l’allarme o il non aver previsto il sisma, bensì l’aver rassicurato. In altre parole, non è stato un processo alla scienza, ma alla sciatteria deontologica e alla collusione politica di alcuni scienziati; inoltre, il processo è arrivato a compimento in tutti i suoi gradi di giudizio, con la condanna definitiva di uno dei membri della CGR perché è stata provata la sua responsabilità nell’aver persuaso alcune delle vittime ad abbassare la loro soglia di attenzione, contribuendo così alla loro morte sotto le macerie provocate dal terremoto del 6 aprile 2009. Queste imprecisioni, dunque, se non sono scorrettezze, sono certamente distrazioni che non fanno bene alla scienza stessa e a chi intende difendere il metodo scientifico.

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PPS: tornando ai vaccini, l’8 gennaio12471576_10102586759120781_6301684509450777677_o 2016 il fondatore di facebook, Mark Zuckerberger, ha postato una foto di lui e sua figlia nella sala d’aspetto di un pediatra, poco prima che la bimba ricevesse il suo primo vaccino: “Doctor’s visit — time for vaccines!” (3.137.810 like; 69.000 commenti; 30.699 condivisioni).

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INTEGRAZIONE del 18 gennaio 2016:
La scienza in Italia è in crisi (soprattutto nella sua declinazione sociale; si vedano, appunto, gli antivaccinisti e i salutisti illogici), ma Edoardo Boncinelli (che pure stimo) che in questa intervista spara sulle scienze umane (come se, invece, il metodo scientifico non valga per tutte le “scienze”, appunto) e che ignora l’ibridismo disciplinare (la filosofia della scienza, ad esempio, ma anche l’antropologia dei disastri o, sempre per esemplificare, la sociologia dell’ambiente), fa del bene alla causa dell’alfabetizzazione scientifica e dell’educazione alla logica?
L’intervista è stata pubblicata il 16 gennaio 2016 su “Linkiesta” da Dario Ronzoni e comincia così: “Un po’ di bastonate ai filosofi, che «parlano di tutto, anche di ciò che non conoscono», al sapere umanistico «che anziché parlar bene di sé, parla male della scienza», e poi agli scienziati stessi, ma non tutti: solo quelli «incapaci»“.

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INTEGRAZIONE del 17 marzo 2016:
Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule».

Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”: Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ? Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.

Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

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Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.

Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

Il “nesso di causalità” nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo dell’Aquila

Per condannare qualcuno, specie in un processo penale, è basilare che ci siano prove certe – o “oltre ogni ragionevole dubbio” – della responsabilità dell’imputato. In taluni casi nemmeno la presenza di DNA del sospettato sul corpo della vittima è una prova determinante, figuriamoci quanto possano essere dimostrative e indiscutibili delle osservazioni etnografiche. Ai miei occhi, questo è sempre stato il punto più controverso del processo dell’Aquila contro i componenti della Commissione Grandi Rischi ai tempi del terremoto in Abruzzo del 2009. Nel gran clamore che ha suscitato, di quel processo è stato complicato comprendere innanzitutto il capo d’accusa (aver rassicurato la popolazione) ed è stato difficile mantenere un equilibrio tra le tante voci che si sono sovrapposte le une alle altre durante i mesi di dibattimento, spesso deviando e confondendo il discorso.
La sentenza di primo grado si concluse con una severa condanna di membri dell CGR a 6 anni di reclusione (alcuni commenti alle motivazioni sono qui), mentre la sentenza di secondo grado ha assolto tutti, tranne uno tra i tecnici e scienziati di quella Commissione, Bernardo De Bernardinis, perché la sua “condotta colpevole” «ebbe incidenza causale diretta nella formazione dei processi volitivi di alcune delle vittime nei momenti successivi alle due scosse premonitrici». In altre parole, i giudici affermano che le vittime «sono state indotte da tali affermazioni rassicuranti a ritenere che si trattasse di un favorevole fenomeno di scarico di energia e, conseguentemente, ad abbandonare le pregresse abitudini di cautela, restando nelle abitazioni che crollarono per effetto del sisma». Avendo rilasciato un’intervista rassicurante (negligente e imprudente) prima della riunione della CGR del 31 marzo 2009, De Bernardinis è stato condannato a 2 anni di reclusione. Ne ha scritto il quotidiano abruzzese “Il Centro” il 7 febbraio 2015: “Grandi rischi, per i giudici “gli esperti non erano obbligati a parlare”. La Corte d’Appello: ecco perché i 6 imputati vanno assolti. Il caso De Bernardinis“.
Pochi giorni fa sono state depositate le motivazioni della seconda sentenza, consultabili online: QUI.

Come scrivevo in apertura del post, il cuore della questione riguarda le prove che, nel caso del processo aquilano, sono legate al concetto di “nesso di causalità“, il quale, a sua volta, è suggerito dal quadro teorico fornito dall’antropologo Antonello Ciccozzi, ovvero del “modello delle rappresentazioni sociali“. D’altra parte, come sostengono alcuni filosofi della scienza, ogni “osservazione è carica di teoria“, cioè solo con un insieme coerente di definizioni, principi e leggi generali è possibile descrivere, interpretare, classificare (appunto: osservare) i fenomeni che si sta cercando.
Copio alcuni passi del paragrafo 4, “Nesso di causalità” (da pagina 37), in cui, appunto, sono spiegate e motivate tali nozioni:

Premessa la distinzione tra reati commissivi ed omissivi, questi ultimi propri e impropri, richiamata la clausola generale di equivalenza di cui al capoverso dell’art. 40 c.p. nonché i principi generali in tema di causalità […], il Tribunale indaga quale sia nella fattispecie la legge scientifica di copertura, che, esprimendo un canone di regolarità nella successione degli accadimenti, consente al giudice di ancorare il giudizio controfattuale a parametri oggettivi, scevri da margini di discrezionalità e indeterminatezza, in coerenza con il principio di legalità e determinatezza della fattispecie di reato.
Nel caso in esame la legge di copertura è, evidentemente, una legge di tipo statistico (e non universale), che, secondo l’insegnamento della richiamata sentenza, deve assicurare un elevato grado di probabilità logica o di credibilità razionale, da intendersi non in relazione alla percentuale statistica di copertura della legge stessa (che può anche essere bassa o persino ancorata solo a massime consolidate di esperienza), ma in relazione alle particolarità del caso concreto, analizzato con riferimento a tutte le possibili cause dell’evento, previa esclusione dell’interferenza di fattori condizionalistici alternativi, sì da consentire al giudice di pervenire ad un giudizio sul nesso causale espresso in termini di certezza sul piano probatorio e processuale (oltre ogni ragionevole dubbio).
Il Tribunale individua nella condotta ascritta agli imputati, come descritta nei paragrafi precedenti, profili di colpa commissiva (affermazioni e dichiarazioni rese nel corso e a margine della riunione) ed omissiva (mancata o comunque superficiale e inadeguata valutazione degli indicatori di rischio sismico disciplinati dalla normativa), ma non dubita della natura commissiva del reato, pur articolatosi mediante componenti della condotta di segno diverso.
Trae da tale premessa due significative conseguenze:
1) non è necessario accertare se gli imputati, nelle indicate qualità di componenti della CGR, fossero o meno titolari di una posizione giuridica di garanzia nei confronti dei beni tutelati dalle norme di riferimento (vita e incolumità fisica delle persone), e quindi se fossero o meno titolari dell’obbligo giuridico di impedire l’evento (art. 40, cpv., c.p.);
2) il procedimento di eliminazione mentale della condotta asseritamente colpevole – giudizio controfattuale – deve essere svolto su base reale e non ipotetica (come accade nei reati omissivi impropri), e quindi ai sensi del comma I dell’art. 40 c.p., secondo lo schema della causalità commissiva, verificando – attraverso le testimonianze dei parenti e degli amici delle vittime – se, in assenza della condotta commissiva colposa degli imputati, l’evento lesivo si sarebbe ugualmente verificato in termini di certezza giuridica (elevata probabilità logica/elevata credibilità razionale).
Pur a fronte di tale premessa, il primo giudice evidenzia che, anche volendo assumere come prevalenti i profili di colpa omissiva (omessa adeguata valutazione del rischio sismico, omessa corretta e completa informazione), dovrebbe comunque ritenersi che gli imputati fossero titolari di una posizione di garanzia […]. Tutti erano, pertanto, destinatari dell’obbligo giuridico di impedire l’evento.
L’indagine sul nesso causale è svolta dal Tribunale sul base del seguente schema di massima.
Occorrendo ricostruire sulla base delle testimonianze di parenti e amici il processo motivazionale che portò le vittime alla scelta di rimanere in casa la notte a cavallo tra il 5 e il 6 aprile 2009, dopo le due scosse di Magnitudo 3.9 delle ore 22.48 e 3.5 delle ore 00.39, che precedettero di tre ore circa la scossa distruttiva delle ore 3.32, si deve analizzare:
a. il comportamento tenuto dalle vittime prima della riunione della CGR del 31 marzo 2009 in occasione di altre scosse di terremoto, in particolare di quella del 30 marzo;
b. la conoscenza da parte delle vittime dell’esito della riunione;
c. il comportamento tenuto dalle vittime dopo aver avuto conoscenza dell’esito della riunione.
Ciò al fine di accertare se e in quale misura il messaggio fornito dalla CGR abbia influenzato i processi volitivi delle vittime, inducendole, contrariamente a consolidate abitudini precauzionali, a restare in casa la notte del 6 aprile, pur dopo le due scosse premonitrici di intensità minore.
La prove del nesso causale tra la condotta tenuta dagli imputati e gli eventi lesivi è raggiunta, a parere del primo giudice, solo a condizione che sia certo (ovvero con alto grado di probabilità logica e/o di credibilità razionale) che l’informazione rassicurante fornita dalla CGR il 31 marzo 2009 sia stata recepita dalla vittima e sia stata la causa unica e determinante, o anche prevalente e dominante nel caso di motivazioni concorrenti o cumulative, del mutamento dei comportamenti adottati in precedenti occasioni, condizionando la scelta di restare in casa nonostante le due scosse preparatorie.
La necessità di escludere fattori condizionanti alternativi deve portare, peraltro, a verificare se sulla decisione di restare in casa possano aver influito, eventualmente in modo cumulativo, altre circostanze di fatto: per es. la circostanza che le due scosse siano avvenute durante la notte, il clima rigido, la necessità di alzarsi presto il mattino successivo, lo stato di malattia di alcuni componenti della famiglia, l’indisponibilità di autovetture o camper dove trascorrere la notte, la convinzione che l’edificio avrebbe resistito alle scosse, la mancanza di paura del terremoto, le rassicurazioni provenienti da altri soggetti (per es. il Rettore che aveva stabilito di non chiudere le facoltà, ricercatori e studiosi dell’INGV che prima del 31.3.2009 avevano rilasciato interviste ai giornali locali in cui si affermava l’improbabilità di scosse più forti).
Afferma il Tribunale che il nesso causale è ravvisato solo quando la prova testimoniale, rigorosamente analizzata, consente di verificare che per le vittime su indicate la decisione di rimanere in casa, alterando e modificando le abitudini di cautela precedentemente seguite, è derivata in via esclusiva o assolutamente prevalente dalla condotta colposa degli imputati.
Il Tribunale si pone, quindi, il problema di verificare per tutte le vittime se esse e i testi avessero o meno male interpretato gli esiti della riunione della CGR e trae conferma alla risposta negativa dalla ritenuta totale coincidenza tra il contenuto del verbale ufficiale, pur disponibile solo dopo il 6 aprile 2009, la bozza dello stesso, la trascrizione delle interviste rese da alcuni partecipanti e il tenore degli articoli giornalistici e televisivi, da cui le vittime trassero informazioni sull’esito della riunione.

[Il sottoparagrafo 4.1, “Casi di individuazione del nesso causale“, riguarda le prove accertate per ciascuna vittima]

[A pagina 50 il sottoparagrafo 4.2, “Legge scientifica di copertura“, affronta la teoria del “modello delle rappresentazioni sociali”:]
Il Tribunale ha individuato la legge scientifica di copertura nella teoria del “modello delle rappresentazioni sociali”, teorizzato dal CT del PM prof. Antonello Ciccozzi, antropologo culturale presso l’Università di L’Aquila, che può essere sintetizzata nei seguenti termini: poiché l’uomo è animale “culturale” oltre che “sociale”, deve riconoscersi il nesso tra le comunicazioni istituzionali e i comportamenti individuali; se le prime sono di natura scientifica, poi, essendo percepite come la più alta espressione di autorevolezza, esse forniscono alla collettività la “chiave di lettura” dell’ignoto, secondo schemi comprensibili e familiari, contribuendo alla formazione del senso comune che orienta le decisioni e i comportamenti dei singoli.
Nella fattispecie, poiché il fenomeno sismico in atto aveva generato timore e incertezza nella popolazione, alimentati da voci allarmistiche, la maggior parte delle persone continuava ad affidarsi alle misure di precauzione tramandate da padre in figlio, tra cui quella di abbandonare i luoghi chiusi ad ogni scossa significativa. L'”operazione mediatica” voluta dal capo del DPC Bertolaso, diretta a “tranquillizzare” la popolazione, avendo proprio il fine di interpretare il fenomeno in corso e di fornire informazioni tese a modulare i comportamenti, aveva determinato i cambiamenti di abitudini descritti per ognuna delle vittime; il che conferisce certezza alla sussistenza del nesso di causalità tra la condotta degli imputati e gli eventi lesivi.
Il “modello delle rappresentazioni sociali”, dunque, sebbene non offra una regolarità invariabile di successione di eventi, né un apprezzabile coefficiente statistico (mai misurato), è idoneo a spiegare le condotte delle vittime, soprattutto quando, come nei casi descritti, sia certa l’esclusione di altri fattori condizionalistici che possano avere inciso sul processo motivazionale della singola vittima.
Detta certezza non può che passare dalla assoluta credibilità e attendibilità delle deposizioni testimoniali, scrupolosamente verificate in dibattimento, unico strumento a disposizione del giudice per ricostruire i processi volitivi individuali messi in atto dalle diverse vittime nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, dopo le due scosse premonitrici.
Il giudice, peraltro, esclude in radice la possibilità che le vittime, pur influenzate dagli esiti della riunione della CGR, avessero comunque conservato intatta la capacità di autodeterminazione dei propri comportamenti, con conseguente interruzione del nesso causale con l’antecedente della condotta colposa degli imputati, perché un tale assunto non tiene conto del fatto che l’informazione fu inesatta e incompleta. A suo avviso, infatti, gli imputati avevano minato la capacità di intendere delle vittime, fornendo loro informazioni errate e/o incomplete, amplificate da un “apparato scenografico suggestivo e colposamente mistificatore”, che era stato in grado di sradicare consolidate abitudini di prudenza, così condizionando la loro capacità di volere: chi era restato in casa lo aveva fatto sulla base di una volontà non libera, viziata o quantomeno compromessa nel suo processo formativo da una informazione errata.

[Ulteriori approfondimenti al sottoparagrafo 4.3, “Massime di esperienza“, dove tuttavia si citano concetti che preferirei più approfonditi, come “cultura del terremoto“, “conoscenze tradizionali sedimentate nel sapere popolare“, “paura atavica del terremoto“:]
Aggiunge il Tribunale che, pur prescindendo dal modello delle rappresentazioni sociali, il nesso causale, di natura psichica, è comunque spiegabile sulla base di massime di esperienza, intese come generalizzazioni empiriche del senso comune (tratte dalla migliore esperienza del momento storico), così sintetizzate.
L’uomo è un “animale sociale”, che vive in società organizzate, delle quali accetta le regole e rispetta la disciplina; è anche un “animale culturale”, il cui comportamento è basato, oltre che su norme codificate, su una serie di schemi socialmente acquisiti. Detti schemi, se tendono a prescrivere comportamenti, incidono sulle volizioni individuali in misura proporzionale all’autorevolezza della fonte, che è massima per l’autorità scientifica. L’influenza della comunicazione istituzionale sul comportamento individuale aumenta in situazioni di rischio coinvolgenti un gruppo definito di persone, o addirittura l’intera collettività, perché l’ansia che deriva dall’ignoto induce ad affidarsi alla fonte autorevole e ciò avviene in misura maggiore sia quando è elevato il livello culturale e la propensione al rispetto delle istituzioni del soggetto che riceve il messaggio sia quando la fonte sia prossima al ricevente.
Queste cinque massime di esperienza, a parere del primo giudice, contribuiscono, così come il “modello delle rappresentazioni sociali” a dar conto della certa riconducibilità delle volizioni individuali delle vittime alla comunicazione venuta dalla CGR.
La popolazione aquilana, dall’inizio dello sciame sismico, a fronte delle singole scosse, aveva seguito il consolidato protocollo cautelare, una vera e propria “cultura del terremoto”, che integra il complesso delle conoscenze tradizionali sedimentate nel sapere popolare ed impone di uscire dai luoghi chiusi dopo ogni scossa significativa.
L’ansia generalizzata aveva aumentato l’attesa per quanto avrebbero affermato gli scienziati della CGR, di indiscussa autorevolezza, le cui parole avevano innescato una reazione psicologica che si sostanziava in un doppio meccanismo di rimozione della paura atavica del terremoto e di totale adesione alle indicazioni e valutazioni provenienti dalla CGR.
Certo dunque il nesso causale tra la condotta colposa degli imputati e gli eventi lesivi, il Tribunale afferma che detti eventi (morti e lesioni) appartengono proprio alla categoria di eventi che la norma cautelare violata dagli imputati mirava a prevenire.
Infatti, se gli imputati avessero effettuato una corretta analisi del rischio ed avessero fornito una informazione chiara, corretta e completa (e quindi se avessero tenuto la condotta loro richiesta dalla normativa vigente) gli eventi lesivi non si sarebbero verificati o sarebbero stati meno gravi, perché tutte le vittime si sarebbero trovate fuori casa al momento della scossa delle 3,32.
Inoltre le autorità preposte avrebbero adottato misure di prevenzione e cautela (per es. individuazione di punti di raccolta o di aree di ricovero notturno, indicazioni su vie di fuga, modalità sicure di abbandono degli edifici, allestimento di mezzi di intervento, potenziamento dei soccorsi…) che avrebbero contribuito a contenere i danni.

[Altri paragrafi interessanti sono il 5, “Divulgazione dei contenuti della riunione” (dove “il Tribunale non ravvisa alcun ruolo distorsivo dei mezzi di informazione”); il 6, “Casi in cui non è stato ravvisato il nesso causale“; il 7, “Comportamento alternativo lecito” (ovvero il comportamento che, se attuato dagli imputati, avrebbe impedito la verificazione degli eventi dannosi); l’8, “Concorso di cause“; il 9, “Cooperazione colposa].

Linee guida per la pianificazione dell’emergenza

Cittadini ed esperti hanno spesso sottolineato l’assenza di una adeguata pianificazione dell’emergenza per la zona rossa del Vesuvio [ad esempio, qui], soprattutto a livello comunale [qui]. In genere le istituzioni hanno pressoché taciuto tale preoccupazione, sottolineando, piuttosto, che il Piano di Emergenza generale c’è ed è condiviso (lo ha fatto, con grande risonanza mediatica, anche il numero di agosto 2014 de “Le Scienze” [qui e qui]).
Chi segue con regolarità la vicenda, invece, sa bene che le lacune sono tante, soprattutto a livello locale, come si evince chiaramente dal fatto che alcuni mesi fa la Regione Campania ha lanciato un bando di finanziamento dei piani comunali di protezione civile. Ma la situazione è delicata anche a livello più ampio se solo oggi, 25 settembre 2014, sono state approvate le “Indicazioni per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza per la zona rossa del Vesuvio” [pdf]. In altre parole, solo oggi sono state chiarite le modalità con cui dovranno essere redatti i piani d’emergenza comunali (le “aree di attesa” e i “punti di incontro”), regionali (i “punti di prima accoglienza”) ed extra-regionali (le “strutture di accoglienza”).

—>  Linee guida per la pianificazione dell’emergenza vesuviana  <—
(versione parziale, pdf)

Ne hanno scritto vari organi di stampa, compresi “Il Giornale della Protezione Civile” e il “Corriere del Mezzogiorno“. Quel che nessuno scrive, mi sembra, è come si dovranno raggiungere i vari punti di incontro e le strutture di accoglienza. Con mezzi propri? E allora a cosa servono le aree di attesa? E chi non è autosufficiente o ha bisogno di cure mediche o non possiede un’automobile? Ma soprattutto, sappiamo chi sono costoro, quanti sono e dove sono? Insomma, queste “indicazioni per la pianificazione” in cosa consistono, nella ripartizione delle fasi di allerta e nell’organizzazione della catena di comando?
Ancora una volta l’entusiasmo istituzionale e mediatico va preso con molta cautela e scremato da ogni lettura semplicistica. Come ho letto in un commento online,

«si parla di ipotetici “aree di incontro” per censire la popolazione in uscita. Lo si può fare se gli sfollati salgono su un treno o su un pullman, a cui si può imporre di dirigersi verso queste aree, ma chi si sposta a decine di migliaia contemporaneamente con le proprie automobili, ma come si pensa di censirle?? Non certo in partenza, come scritto su questo documento, ma semmai unicamente una volta giunto a destinazione (sempre che qualcuno lo abbia informato quale sia la regione di destinazione).
Altro quesito: come gestisco il nucleo familiare es. di Pompei che mi giunge con la propria macchina sul litorale pontino, perché non ne vuole sapere di recarsi in Valle D’Aosta (sua Regione di destinazione secondo la pianificazione), visto che è a 800 Km di distanza da casa sua e visto che, sempre la pianificazione, prevede l’accoglienza nel Lazio unicamente degli abitanti di Ottaviano e di tre quartieri di Napoli? Che facciamo, chiamiamo i Carabinieri per cacciarli via?».

Le criticità sono e restano molte, ma aspetto di leggere il documento ufficiale completo per poter esprimere un parere ponderato e documentato. Intanto, però, un po’ di onestà intellettuale da parte dei rappresentanti istituzionali quando qualcuno denuncia delle falle non sarebbe male.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

A settant’anni dall’ultima eruzione: un’intervista (o quasi) sull’odierna situazione vesuviana

Il rischio Vesuvio è un argomento complesso, con mille sfaccettature; non è semplice fornirne un quadro esaustivo, soprattutto sul web, dove si è sempre molto brevi e troppo veloci. Ne ho discusso con Simona Ciniglio, la quale ne ha scritto un articolo focalizzato sul ruolo dei mass-media nella costruzione sociale di questo specifico rischio.

“Corso Italia News”, 17 marzo 2014, QUI

RISCHIO VESUVIO: A SETTANT’ANNI DALL’ULTIMA ERUZIONE I DANNI MAGGIORI SONO DI NATURA UMANA
Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio
di Simona Ciniglio

Come sempre, la plebe attribuiva a quell’immane flagello un significato di punizione celeste, vedeva nell’ira del Vesuvio la collera della Vergine, dei Santi, degli Dei del cristiano Olimpo, corrucciati contro i peccati, la corruzione, i vizi degli uomini. E insieme col pentimento, con la dolorosa brama di espiare, con l’avida speranza di veder puniti i malvagi, con l’ingenua fiducia nella giustizia di una così crudele e ingiusta natura, insieme con la vergogna della propria miseria, di cui il popolo ha una triste consapevolezza, si svegliava nella plebe, come sempre, il vile sentimento dell’impunità, origine di tanti atti nefandi, e la miserabile persuasione che in così grande rovina, in così immenso tumulto, tutto sia lecito, e giusto”.
Nel bellissimo e insostenibile romanzo “La Pelle” di Curzio Malaparte, l’orrore e la devastazione legati all’eruzione del Vesuvio del 1944 fungono da estrema oggettivizzazione e castigo per la pestilenza morale che ammorbò la Napoli dell’occupazione alleata americana, un inferno di vizio e vergogna, strascico di disumanità della seconda guerra mondiale.
Le parole di poesia atroce, che attingono parzialmente alla fantasia dello scrittore, sono tra i migliori risultati di mistificazione dei fatti occorsi durante quell’eruzione e, in generale, rappresentano uno splendido esempio di retorica volta a far luce sui molteplici aspetti della natura umana, ciò che fa dell’osservazione della realtà materia letteraria
. […]

CONTINUA QUI (o al primo commento in basso: QUI)

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.