Genova: ad ogni alluvione un processo

La ricerca di verità giudiziarie in merito ai disastri è crescente, come una sorta di necessità sociale sempre più frequente. Ho l’impressione che questo significhi che altre verità (politiche, scientifiche, mediatiche, tecniche, morali…) siano al momento insufficienti o irreperibili o, comunque, con poca credibilità.
Alle due sentenze dell’Aquila e ai numerosi processi in corso in varie località italiane (ad esempio per le alluvioni nel messinese, in Gallura e nelle Cinque Terre), oggi si aggiunge l’indagine su una candidata alla presidenza della Liguria alle prossime elezioni regionali, ex-assessore alla Protezione Civile che, all’epoca dell’ultima disastrosa alluvione genovese, il 9 ottobre 2014, tardò a lanciare l’allarme e, dunque, a coordinare i soccorsi. Tutto questo accade mentre sono ancora in atto udienze per vari processi nella stessa area genovese a proposito di alcune precedenti e ricorrenti alluvioni altrettanto devastanti, come quella di Sestri Levante del 2010, per la quale sono state indagate 24 persone, o l’alluvione di Genova del 2011, quando morirono 6 persone, con milioni di danni, che vede coinvolta l’ex-sindaco Marta Vincenzi.
Il fenomeno dei “disastri in tribunale” non è solo italiano, ma piuttosto diffuso in vari Paesi. In Francia, che osservo con più attenzione, è stato ampiamente seguito il primo processo per la tempesta Xynthia del febbraio 2010, alla fine del quale lo scorso dicembre è stato condannato a 4 anni di reclusione l’ex-sindaco del comune di La Faute-sur-Mer, un piccolo centro turistico sulla costa atlantica dove 29 persone perirono per un’inondazione resa catastrofica dalla forte urbanizzazione avuta negli anni in cui il condannato amministrò il paese (dal 1989 al 2014).
I disastri si hanno per varie cause: imperizia, negligenza, sottovalutazione (e la giustizia ha il dovere di stabilire le responsabilità di chi poteva e doveva agire per prevenire l’evento o mitigarne gli effetti), ma la principale ragione è sempre la stessa: lo sviluppo (lo si può chiamare sottosviluppo, ipersviluppo, mancato sviluppo… ma sono tutte sfumature dello stesso concetto). Già, forse è bene chiarire che i disastri “naturali” non esistono e che quasi mai accadono all’improvviso. Piuttosto, vengono preparati, anzi costruiti.
Ripensiamoci quando la prossima “bomba d’acqua” avrà sommerso mezza Italia; con tutta evidenza, la “verità” la conosceremo già, ma faremo comunque finta di aspettare un’ennesima sentenza giudiziaria che, tuttavia, non sarà in grado di intaccare le cause. Queste, infatti, possono essere cambiate solo dalla politica.
Come ha osservato qualche giorno fa Giuseppe Forino, la chiave è nel ri-guardare i luoghi:

«La riduzione del rischio deve passare per i territori e per la valorizzazione degli stessi come forze e agenti di cambiamento. Territori che non vanno romanticizzati o ridotti a folklore, ma analizzati criticamente e compresi nelle loro potenzialità individuali e collettive, e valorizzati nei loro movimenti sociali e nel loro associazionismo».

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Scosse vesuviane del febbraio 2014

Il 12 febbraio 2014 la pagina fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamociha pubblicato una nota in merito alle lievi scosse di cui ha scritto la stampa locale il 10 e l’11 febbraio (nel Golfo di Napoli e sul Vesuvio):

CHIARIMENTO SULLA SCOSSA DI 1.8 CON EPICENTRO IL VESUVIO REGISTRATA POCHI GIORNI FA

La scossa di cui parla certa stampa ha avuto una magnitudo di 1.8, ovvero molto bassa e difficilmente percepibile dagli esseri umani. Scosse di questo tipo si registrano quotidianamente e fanno parte della normale attività del Vesuvio (che è quiescente, ma non spento).
Lo scorso giugno 2013 vennero registrate scosse leggermente più forti, intorno ad una magnitudo 2 e anche in quel caso vi fu una certa risonanza mediatica.
A fine agosto 2013, infine, il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV diffusero un comunicato congiunto destinato alle redazioni giornalistiche in cui si sottolineava che: “[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra […]”, http://www.protezionecivile.gov.it/
Con tutta evidenza, certa stampa non ha recepito l’invito alla cautela e il loro insistere su notizie di questo tipo sembra tradire solo una spasmodica ricerca del clamore, ovvero dell’audience
.

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La scossa sismica è stata alquanto discussa sui socialnetwork, come ad esempio in questo post su fb di una persona piuttosto conosciuta e seguita nel vesuviano, la cui parola è tenuta in una certa considerazione (come si evince dalle sottolineature che ho effettuato qui).

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Il 13 febbraio 2014, inoltre, anche l’Osservatorio Vesuviano si è espresso ufficialmente con una nota del suo direttore, Giuseppe De Natale:

Tra ieri ed oggi sono arrivate molte segnalazioni di persone allarmate dai tre piccoli terremoti avvenuti recentemente al Vesuvio. In particolare, su alcuni siti web sono apparse discussioni sul perché sia ancora apposta a fianco di tali eventi la scritta ‘preliminare’ anziché ‘supervisionato’. Innanzitutto, voglio ricordare che il Vesuvio ha normalmente una notevole sismicità di fondo, che non desta alcuna preoccupazione in quanto è stata sempre osservata, da quando esistono i sismografi. Il numero medio di piccoli terremoti al Vesuvio, negli ultimi decenni, è di qualche centinaio all’anno, ma in alcuni periodi (es: 1999-2000) il tasso di sismicità è stato molto più alto: alcune migliaia all’anno. Le magnitudo sono comunque molto basse: la più alta si registrò nel 1999 (M=3.7). I piccoli terremoti registrati negli ultimi giorni sono di magnitudo molto bassa, cosiddetti ‘strumentali’ perché in generale non avvertibili dalla popolazione (tranne magari persone particolarmente sensibili molto vicine all’epicentro, a piani molto alti) e registrabili soltanto dai sismografi. Inoltre, faccio presente che la scritta ‘preliminare’ si riferisce esclusivamente al fatto che l’evento non è ancora stato inserito in un determinato data-base interno, ma non ha affatto un significato tipo ‘incompleto’, ‘non analizzato’ o cose del genere. Infatti, i terremoti in questione sono stati regolarmente analizzati e localizzati dagli operatori dell’Osservatorio Vesuviano; non sono presenti nel catalogo degli ultimi terremoti sul sito www.ingv.it in quanto hanno magnitudo inferiore a quella minima riportata (magnitudo di soglia 2.0). Infine, voglio sottolineare che l’Osservatorio Vesuviano – INGV riporta sul suo sito i segnali in tempo reale delle reti sismiche vulcaniche ed appenniniche come servizio alla popolazione, per la massima trasparenza e condivisione. Tale scelta, volontaria, dimostra che non c’è alcuna intenzione di nascondere tali fenomeni naturali alla popolazione, anzi essi vengono condivisi fin dal primo momento. Pertanto, essa deve essere percepita in termini di grande sicurezza e fiducia, e non può e non deve divenire fonte di ansie.

(Questo avviso è stato ulteriormente diffuso da “Il Giornale della Protezione Civile”: Terremoti Vesuvio, l’INGV risponde alle preoccupazioni di alcuni cittadini, 14 febbraio 2014).

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Ricordo che questo è il secondo intervento pubblico di questo tipo da parte del direttore dell’OV dall’inizio del 2014, il precedente è del 4 gennaio, quando, anche in quell’occasione, spiegò l’infondatezza di voci allarmistiche in merito al Vesuvio:

In questi giorni circolano su vari siti web, ed anche tramite Facebook, notizie allarmistiche circa lo stato del Vesuvio.Tali notizie sono assolutamente prive di ogni fondamento: sono un collage di frammenti di notizie datate, spesso distorte, e messe insieme per costruire una pseudo-storia assolutamente inventata. Lo stato del Vesuvio è più o meno costantemente lo stesso dal 1944 (ossia quiescente), ed il vulcano non dà alcun segnale che potrebbe far pensare ad una imminente ripresa di attività eruttiva.

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Infine, è da tener presente che, per il mercato dell’informazione, il Vesuvio è sempre “una notizia bomba” e che già nel giugno 2013 vi era stata una forte mediatizzazione di alcune leggere scosse nell’area vulcanica.

Intanto, per comprendere l’entità della magnitudo sismica, consiglio una tavola molto efficace fornita dal Japan Meteorological Agency:

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Le voci allarmistiche sul Vesuvio continuano e, per la terza volta dall’inizio del 2014, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha pubblicato una nota per chiarire che il vulcano napoletano si trova sempre nello stesso stato: quiescente.

«AVVISO del 21/02/2014
Negli ultimi giorni si è diffuso, per l’ennesima volta, un allarmismo ingiustificato sullo stato del Vesuvio. Tale allarme deriva, a nostra conoscenza e per quanto riferito dalle persone che ci contattano, da due fonti: la prima è una ricostruzione giornalistica, sembra a firma di un ricercatore americano e che viene riportata ogni volta che si diffondono voci allarmistiche sui nostri vulcani, dei dettagli catastrofici di un’eruzione pliniana del Vesuvio; la seconda sarebbe una errata interpretazione del fatto che, essendo stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sui piani di emergenza Vesuvio, essa diventerà operativa entro 45 giorni. Questo fatto sarebbe stato erroneamente interpretato nel senso che ‘fra 45 giorni diventerebbe operativa (ossia inizierebbe) l’evacuazione’. Questa errata ed assurda interpretazione, che sembra stia ricorrendo sul web tramite i ‘social network’ è, ribadiamo, assolutamente falsa. Nel contempo, ribadiamo ancora una volta che l’attuale stato del Vesuvio è lo stesso che persiste dal 1944 ad oggi, ossia di quiescenza. Non c’è alcuna evidenza di attività anomala che potrebbe indicare una ripresa imminente di attività; anzi, l’attuale sismicità di fondo, che è assolutamente normale su ogni vulcano ed è normalmente registrata al Vesuvio dal 1944 ad oggi, è notevolmente più bassa che nel passato. Quindi, per quanto possa essere spaventosa una ricostruzione giornalistica (o cinematografica) di un’eruzione catastrofica, bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), nè sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’.

a cura del Direttore Giuseppe De Natale – http://www.ov.ingv.it/ov/ ».

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AGGIORNAMENTO dell’8 aprile 2014:
Il più importante quotidiano del Mezzogiorno titola “Microscosse sul Vesuvio, voci e timori: «Ma non c’è allarme»” (“Il Mattino”, 7 aprile 2014, QUI) e la notizia viene ripresa da vari webjournal minori (es: “Blitz Quotidiano”, 8 aprile 2014, QUI) che, a loro volta, diventano il palcoscenico per politici di partiti minori, come Francesco Emilio Borrelli dei “Verdi” della Campania, che ha dichiarato: “È dallo scorso febbraio che l’attività sismica sembra intensificarsi, ma i vulcanologi ritengono che tutto rientri nella normale attività. Nessun allarmismo, non vogliamo creare panico ma perché non si fanno le prove di evacuazione?”.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Apocalittici e complottisti

Anche intorno al Vesuvio gravitano un paio di categorie umane presenti in tanti ambiti del sociale: quella degli apocalittici (“non vi è alcuno scampo all’eruzione che accadrà, che sarà senza eguali“) e quella dei complottisti (“non ci dicono niente, non fanno nulla per evitare una carneficina, vogliono la nostra morte“). Entrambi i gruppi partono da un dato reale, ovvero l’assenza di politiche per la mitigazione del rischio, allo scopo di denunciare uno scenario da fine del mondo che, nel secondo caso, sembrerebbe addirittura determinato da un non meglio specificato grande disegno ai danni degli abitanti locali.
Sul web si incontrano spesso argomentazioni del genere, in canali forse poco visibili, ma comunque con dei loro ascoltatori. (Tra i commenti di questo post ne archivierò tutti quelli che incontrerò nelle mie navigazioni online). Il problema è reale: manca un piano di emergenza adeguato (e conosciuto, condiviso, sperimentato), manca un progetto di convivenza sostenibile con il vulcano, manca la volontà politica di affrontare seriamente la questione (vi sono in ballo interessi economici ed elettorali), ma soprattutto vi sono validi sospetti per dubitare che l’allarme – quando accadrà – verrà lanciato (o verrà lanciato per tempo). Tuttavia, l’idea che tale silenzio sia voluto «da chi detiene il potere» ai danni di «quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello”», mi sembra paranoica e piuttosto fantasiosa, oltre che decisamente irritante («Il Post» ha dedicato un interessante articolo alla psicologia dei complottisti: qui o tra i commenti) (E ugualmente ha fatto «La Stampa»: qui o tra i commenti).
L’ultima versione di questo mantra è di un paio di giorni fa:

«A rischio quasi due milioni di persone, considerate “carne da macello” da chi detiene il potere o, più eufemisticamente, potenziali morti per catastrofi naturali, da piangere con funerali di Stato. Sono stati registrati terremoti superficiali con ipocentro localizzato lungo il condotto, oltre che in emissioni fumaroli che lungo i fianchi del cono e del cratere. A parere degli esperti, una più che probabile ripresa dell’attività eruttiva, implicherebbe quindi un rapido rilascio di tutta l’energia accumulata. E’ considerato dagli esperti uno dei vulcani a maggior rischio del mondo. La sua storia ha insegnato che può produrre sia eruzioni effusive, sotto forma di effusione di colate laviche, nonché le ben più pericolose eruzioni esplosive. Nel frattempo, in attesa del peggio, la NATO ha evacuato alcuni suoi insediamenti nell’area. Ma questo è un segreto militare. […] Lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. […] L’incremento demografico all’interno delle zone a rischio non è mai stato contrastato né dalle istituzioni locali e tantomeno dallo Stato centrale» [Fonte].

AGGIORNAMENTO del 23 novembre 2013:
Il prossimo 21 dicembre 2013 a Modena ci sarà il primo corteo/flash-mob italiano contro le “scie chimiche“. Lo annuncia il “Corriere della Sera”, QUI.

AGGIORNAMENTO del 27 novembre 2013:
Tra i commenti di questo post ho archiviato alcuni articoli che spiegano la psicologia dei complottisti (“Il Post”) e la storia di talune teorie cospirazioniste come quella delle “scie chimiche” (“La Stampa”). Oggi è stato pubblicato un nuovo contributo: un’intervista a Paolo Attivissimo, il “cacciatore di bufale”, il quale, tra l’altro, spiega che le teorie del complotto hanno successo «perché sono delle narrazioni affascinanti: sono gialli, dei drammi. Oltretutto appagano alcuni bisogni psicologici comunissimi e perfettamente umani. Uno di questi bisogni è la necessità, il desiderio di trovare ordine nelle cose. Vale a dire che io posso scegliere se pensare che i terremoti capitano per caso e non ci posso fare nulla, quindi avere un senso di impotenza, oppure che i terremoti sono causati da un’installazione americana in Alaska, e quindi avere la sensazione che ci sia un ordine nel mondo: non è colpa mia se sul lavoro vado male e viene promosso il mio collega; è perché il mio collega fa parte della massoneria, o degli Illuminati, o dei rettiliani. Il cospirazionismo è gratificante perché dà ordine al caos. Noi, umanamente, tendiamo di solito ad avere paura di ciò che è disordinato». Tuttavia, si tratta anche di fenomeni socialmente pericolosi: le teorie del complotto, infatti, «creano delle angosce per fenomeni che in realtà non hanno nessun aspetto di pericolosità, e distraggono dai fenomeni che in realtà sono davvero pericolosi. [Queste storie favoriscono] il controllo mentale [e distraggono] da tante questioni che potrebbero essere affrontate più seriamente. Causano danni sociali, come per esempio questa tesi che circola da tempo secondo la quale i vaccini causerebbero l’autismo». L’intervista integrale è QUI (o tra i commenti) (di Alessandro Martorana, in “International Business Times”, 27 novembre 2013).

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AGGIORNAMENTO del 21 marzo 2014:
Fabio Chiusi ha presentato su “Wired” (20 marzo 2014) uno studio condotto da ricercatori delle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston sul ruolo e sulle dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network Facebook. Il paper è disponibile online in pdf e si intitola “Collective Attention in the Age of (Mis)Information“. Tra i risultati, si attesta che «le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate» e che «diverse culture coesistono, ciascuno in competizione per l’attenzione degli utenti». Si tratta di un danno prodotto dal cattivo giornalismo «e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo». Come ha sottolineato il World Economic Forum del 2013, «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Il 22 marzo 2014, ne hanno scritto anche Walter Quattrociocchi e Gianni Riotta su “La Stampa”: Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità.

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
La Procura di Trani, in Puglia, “ha aperto un fascicolo per ora a carico di ignoti all’indomani della denuncia dei genitori di due minori che avrebbero contratto l’autismo e il diabete dopo il vaccino” (QUI). Secondo l’Oms e i pediatri, però, non c’è correlazione (QUI). “Il Post” ne ha scritto un approfondimento molto curato: I vaccini e l’autismo. La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“.

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AGGIORNAMENTO del 26 marzo 2014:
Mariangela Vaglio (ovvero Galatea) ha scritto un profilo del “bufalista“, colui che amplifica in maniera compulsiva notizie assurde e ricostruzioni complottistiche, colui che «non è un prodotto di internet. E’ sempre esistito, fin dalla Preistoria» (“TechEconomy”, 26 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 1° aprile 2014:
Leonardo Tondelli ha raccontato come funziona la “fabbrica delle bufale“: «[…] Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non fa difetto l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1! […] Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso […]» (“ComUnità”, 31 marzo 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
A chi giovano le bufale e le teorie del complotto? Lo spiega (con linguaggio forte e colorito) Fabrizio Leone sul blog “Gente con le PalleQuadre” in un post del 2 aprile 2014, Complottisti: le contraddizioni e chi guadagna realmente: «[…] non fanno altro che sputare su grosse aziende e multinazionali, denigrando il concetto stesso di lavoro e tutto il resto, ma lo fanno intascando bei soldoni da Google (multinazionale) che mostra pubblicità di grosse aziende […]».

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AGGIORNAMENTO del 10 aprile 2014:
Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (“La Repubblica”, 9 aprile 2014, via-Associazione Luca Coscioni) spiegano perché «irrazionalità, fanatismo, emotività, tecnofobia, antimodernismo, anti-industrialismo, populismo» (in merito al caso Stamina, alla sperimentazione animale, al presunto ruolo dei vaccini nell’eziologia dell’autismo e alla ricerca e coltivazione di ogm) sono «una corda alla quale si sta impiccando il futuro di questo Paese», l’Italia. «La confusione sistematica e strumentale tra quel che si può credere, desiderare o preferire soggettivamente, e quel che si può provare o che è stato controllato e accertato oggettivamente, avrà un impatto diseducativo e destabilizzante sul piano di un presupposto culturale e civile che è da secoli il fondamento per una sana e funzionale convivenza democratica: la fiducia nelle istituzioni e quindi anche nella politica». «Manipolare i fatti è pericoloso anche perché si rischia di aizzare le deboli menti impreparate». (Si veda anche “Il Post“).
Giulio Finotti (blog “Dai diamanti non nasce niente”, su “L’Espresso”, 9 aprile 2014), a proposito di bufale, pone l’accento su «cosa produce o rischia di generare questo sistema di pseudo-informazione, che per aumentare i profitti, inietta nella rete informazioni false, spesso inventate di sana pianta, che continuano ad essere poi diffuse anche per anni». Se ci rifacciamo ai soli website di news, la ragione per cui si producono e/o si diffondono notizie false «non può che essere quella legata al marketing virale. Si creano appositamente contenuti dal potenziale virale, ovvero che hanno un’alta probabilità di essere condivisi e diffusi attraverso gli stessi utenti sul web, al solo scopo di generare traffico. Anche se poi la notizia può essere smentita in un secondo momento, l’effetto è ormai ottenuto». Il problema, però, è a lungo termine: «cosa produrrà una tale massa di informazioni false? […] Penso alla sostituzione della realtà che viene effettuata, forse spesso inconsapevolmente (chissà) attraverso queste operazioni. [E’ così che pian piano si crea] il nostro universo percettivo. Come vediamo il mondo, che idea abbiamo di ciò che ci circonda».
In un articolo prettamente politico, Fabio Avallone (“Huffington Post Italia”, 10 aprile 2014) parla della disinformazione a fini elettorali perpetrata da un partito italiano e spiega che le conseguenze di tale “strategia” sono pericolose, a livello sociale: «Sotto il profilo del nostro essere comunità e della fiducia nelle istituzioni, invece, questo atteggiamento è devastante. Instillare la certezza che non si possa credere più a niente, che le istituzioni sono composte da bande di malfattori, falsari e bugiardi, pronti a fregarci con il più classico dei giochi delle tre carte, non può che portare ad un peggioramento della vita di tutti noi».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Razzismo, bufale e complottismo si mischiano nell’ultima notizia falsa che circola sul web, quella di una presunta epidemia di ebola in Italia – ovviamente taciuta dal governo, secondo i diffusori di questa disinformazione – per arginare la quale bisognerebbe chiudere le frontiere e bloccare l’immigrazione, soprattutto dall’Africa. Ne ha scritto ampiamente Leonardo Bianchi su “Vice” del 16 aprile 2014: In Italia non c’è nessuna epidemia di ebola (l’articolo è linkato anche da “Il Post”: Le bufale su ebola in Italia). Io ne ho conservato traccia in questo commento.

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AGGIORNAMENTO del 24 aprile 2014:
Solo oggi ho recuperato lo streaming video di una tavola rotonda dell’ “International Journalism Festival” del 2013 dedicata al complotto: “Con il supporto della Storia scopriremo cosa sia un complotto, come si organizza una congiura e cosa occorre fare perché funzioni. Così da separare quali vicende dei giorni d’oggi possano nascondere dei complotti e quali invece sono solo questioni complicate, dove la teoria del complotto serve a dare una chiave di lettura semplice ma fuorviante. Vedremo che cosa offre spazio alla formulazione di teorie complottiste misleading e qualche esempio pratico di teorie del complotto demolite dai fatti“. Ne parlano Paolo Attivissimo, Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi.

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AGGIORNAMENTO del 29 aprile 2014:
Pietro Minto ha spiegato su “Rivista Studio” (29 aprile 2014) cosa c’è dietro le notizie false e, in particolare, come «il vivacissimo ecosistema delle bufale [abbia] trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e i click e ha fatto della disinformazione la sua linea editoriale, e non solo». Esistono la hoax (la notizia-farsa), la bufala (che punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità, alla palude tra il vero e il falso), la frovocation (la provocazione falsa), la notizia assurda-ma-credibile, il prodotto di fiction, la anti-notizia creata per far ridere, non per disinformare, la bullshit (che è pronunciata da chi «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo»).
Tutto ciò si basa sulla «superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole».
Insomma, «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale» e tra i suoi massimi esponenti c’è Mark Twain, che cominciò proprio così. QUI (o qui).

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AGGIORNAMENTO del 27 maggio 2014:
“Il Post” ha tradotto un articolo di Jesse Walker per “Slate” sugli studi relativi al complottismo, che evidenziano quanto nessuno sia “davvero immune alle teorie cospirazioniste“: E’ tutto un complotto.

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AGGIORNAMENTO dell’11 ottobre 2014:
Marco Letizia riferisce sul “Corriere della Sera” delle teorie del complotto intorno all’epidemia di ebola: “Con il diffondersi del virus aumentano, in rete e non solo, anche le teorie della cospirazione che riguardano la febbre emorragica“: il complotto delle case farmaceutiche, la selezione eugenetica, il complotto teologico, la burla di 4Chan.

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AGGIORNAMENTO del 20 ottobre 2014:
Michael Allen ha raccontato su “Vice” (20 ottobre 2014, QUI) la storia di Chris Bovey, l’uomo che ha trollato i fan della teoria delle scie chimiche.

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AGGIORNAMENTI del 2015:
Dopo la strage di Parigi al “Charlie Hebdo” e al supermercato “Hyper cacher”:

Dopo il disastro aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi francesi:

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AGGIORNAMENTO del 22 aprile 2015:
Raphael Zanotti racconta la vicenda di due avvocati che da alcuni anni sfornano bufale riprese dai mass-media e rilanciate sul web con il solo scopo di farsi pubblicità (“La Stampa”, 22 aprile 2015, QUI).

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AGGIORNAMENTO dell’11 settembre 2015:
Tra i saggi del libro “11/9 La cospirazione impossibile“, curato da Massimo Polidoro e pubblicato dal CICAP nel 2014, c’è il contributo dello psicologo sociale Lorenzo Montali: “Il grande fascino della cospirazione” (il testo intero è tra i commenti qui in basso). Tra l’altro scrive:

«Se guardiamo alla letteratura che ha indagato il problema delle teorie cospirative da un punto di vista psicologico e sociale possiamo distinguere due approcci principali. […] Il primo filone […] si concentra sull’analisi delle variabili psicologiche e microsociologiche che consentono di distinguere chi crede alle teorie cospirative da chi invece le rifiuta. L’obiettivo è quello di individuare dei tratti di personalità, di tipo tendenzialmente stabile, che spieghino perché una persona tende a preferire una spiegazione degli eventi come quella proposta dalle teorie del complotto […]. L’idea che guida tali ricerche è infatti che queste teorie siano l’espressione di una forma di pensiero di tipo paranoico, che nelle persone si sviluppa come reazione, oppure come tentativo di trovare un accomodamento, rispetto a una situazione di difficoltà che hanno vissuto […]. In termini di stili di personalità, quindi, le persone che sentono di essere prive di un reale potere di incidere sulla propria vita avrebbero la tendenza a sviluppare quello che viene chiamato uno stile attribuzionale esterno, che le spinge a incolpare forze esterne, reali o inventate, degli eventi che li colpiscono. […] Le teorie cospirative esprimerebbero quindi una forma di condanna di quel “sistema” che costringe le persone a vivere in una condizione di difficoltà e in questo senso potrebbero essere condivise, ovvero credute reali, da parte di chi, pur non facendo parte di gruppi svantaggiati, ha motivi di critica nei confronti di quel sistema. In entrambi i casi si tratterebbe di uno stile di pensiero che sottrae le persone alle proprie responsabilità e alla necessità di riflettere sulle proprie azioni attraverso un meccanismo di proiezione psicologica che inventa dei nemici sui quali viene scaricata ogni colpa di ciò che avviene […]. Lo studio forse più interessante in questa linea di indagine è quello condotto da Abalakina-Paap e altri (1999), che parte dall’identificazione di cinque ipotesi in grado di spiegare perché le persone credono e diffondono le teorie cospirative: 1) il sentimento di alienazione; 2) la sensazione di non avere alcun potere; 3) il fatto che le cospirazioni servono a semplificare un mondo troppo complesso; 4) l’idea che le cospirazioni possono essere utilizzate per spiegare i propri problemi personali; 5) il fatto che queste teorie forniscono un bersaglio per la propria ostilità. […] Alcuni autori hanno proposto una diversa lettura del fenomeno, che inquadra le teorie cospirative come esempi di etnosociologie, ovvero di teorie che le persone comuni costruiscono e utilizzano per spiegare la realtà sociale. Waters infatti osserva che nella nostra società vi sono pochi chimici, fisici o biotecnologi amatoriali, ma in compenso tutti siamo, o tendiamo ad essere, sociologi o psicologi dilettanti (1997). […] Le teorie che le persone elaborano per interpretare e dare senso al mondo intorno a loro sono quindi delle etnosociologie, ovvero delle spiegazioni elaborate da persone nonesperte. È però importante essere molto chiari: questo non significa che siano sbagliate, ma semplicemente che non sono il frutto di un sapere formalizzato, codificato nei libri di testo, indagato attraverso le normali procedure con le quali si costruisce la conoscenza scientifica. Si tratta infatti di un sapere di tipo ‘ingenuo’, senza che a questo aggettivo si debba dare una connotazione di valore negativo. […] In quest’ottica, la differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale».

Le motivazioni della sentenza

Giuseppe Caporale (“Repubblica”, 18 gennaio 2013) riferisce delle motivazioni della sentenza che condannò i sette esperti della Commissione Grandi Rischi, la quale «rassicurò parte della popolazione» dell’Aquila prima del terremoto del 2009: «Gli esperti lasciarono il loro sapere in un cassetto e si prestarono a un’operazione mediatica». E, inoltre, il giudice specifica che: «I terremoti non si possono prevedere». Tutto l’articolo è  QUI.

Ne scrive anche Virginia Piccolillo sul “CorSera” (18 gennaio 2013): Chiusero i loro saperi in un cassetto. E rassicurarono gli aquilani sulla base di valutazioni «approssimative, generiche e inefficaci». Mentre con una corretta analisi del rischio «si sarebbero potute salvare vite». Eccola la motivazione del processo contro i vertici della Commissione Grandi Rischi. «L’informazione corretta poteva salvare vite», «Si minimizzò lo sciame sismico in corso, inducendo alcune delle vittime a rimanere a casa anche dopo la prima scossa» [QUI].

Alcune reazioni:
Enzo Boschi: «Io non ho dato alcuna rassicurazione, non mi sento colpevole».
Giulio Selvaggi: «Si getta alle ortiche il lavoro di generazioni di sismologi e ingegneri sismici in quanto viene oscurato il valore, cui abbiamo sempre creduto, della prevenzione come strumento fondamentale per difendersi dai terremoti».

Inserirò ulteriori articoli tra i commenti. Altri riflessioni sono qui.

PS: il blog dell’INGV sul processo è QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 9 agosto 2013: «Sisma L’Aquila, ricerca Università: “Nessun segno premonitore da radon”. Lo studio mostra che non ci fu aumento della concentrazione di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Boschi: “È la fine delle polemiche sulla prevedibilità del terremoto”» (“Repubblica“).
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AGGIORNAMENTO del 20 novembre 2013: il 25 luglio 2013 Marco Cattaneo ha pubblicato sul suo blog le riflessioni di Enzo Boschi sul processo dell’Aquila, cui è seguito uno scambio molto interessante tra i commenti (ed io continuo a domandarmi quale sia il ruolo dell’antropologia culturale in questa storia).
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AGGIORNAMENTO del 9 dicembre 2013: è uscito il libro “Il terremoto tra scienza e diritto“, a cura del giurista Fabrizio Marinelli, che affronta il tema della responsabilità dello scienziato, fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale (“Il giornale della protezione civile”, 9 dicembre 2013, QUI o tra i commenti).
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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2014: il blog dell’INGV su “Il terremoto a L’Aquila” ha pubblicato il 20 marzo 2014, (QUI e in basso tra i commenti) il post “Un’analisi della sentenza” scritto dall’astrofisico Giacomo Cavallo, «che ha approfondito la lettura dei documenti processuali e ci ha inviato il suo punto di vista, molto lucido e ben dettagliato. Pubblichiamo nel seguito la sua premessa, a seguire il sommario della sua analisi e rendiamo disponibile il testo integrale dei commenti alla sentenza in formato pdf scaricabile qui».