Una città tra i vulcani. Rischio multiplo e prevenzione istituzionale a Napoli

Durante una conferenza tenuta il 3 marzo 2006, il filosofo Biagio De Giovanni citò lo scrittore Raffaele La Capria, secondo il quale “Napoli è città della decadenza“. Il contesto in cui venne pronunciata questa frase fu un convegno dai Radicali di Napoli sul rischio Vesuvio (uno dei tanti, nel corso degli ultimi decenni, proposto da quella compagine politica). Le parole di La Capria sono un ottimo sfondo per una questione enorme che, con fatica, si tenta di far emergere nel dibattito sociale, culturale e politico in merito al rischio cui è esposta la città: come ridare un futuro a Napoli, deviando dal percorso attendista cui sembra essersi adagiata negli ultimi decenni, ovvero uscendo da un pantano che ha paralizzato menti e gesti.
Una selezione di interventi di quella giornata del 2006 è stata riproposta il 22 giugno 2017 su “Radio Radicale”: in una trasmissione di oltre 2 ore, curata da Aurelio Aversa, si sono susseguite le voci di Marco Pannella, di De Giovanni, appunto, e di Giuseppe Luongo e Aldo Loris Rossi. E’ possibile ascoltare tutto cliccando qui:

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A mia volta, propongo la trascrizione di alcuni brani delle relazioni di questi ultimi due. Le parole di Luongo e di Rossi, infatti, sono particolarmente adatte per introdurre un articolo che ho firmato insieme a Clementina Sasso per “Napoli MONiTOR”, il 15 giugno 2017, in cui affrontiamo il rischio multiplo della città di Napoli, e di cui farò una presentazione più ampia dopo le due citazioni.

Giuseppe Luongo, vulcanologo (dal minuto 35’30”):

Abbiamo un primato, quello di avere il rischio vulcanico più elevato al mondo. La mitigazione del rischio non solo è un impegno morale e sociale, ma è anche un buon affare, perché possiamo vedere che la riduzione del rischio attraverso una pianificazione dell’uso del territorio – e quindi riducendo l’esposizione del territorio all’evento naturale – riduce l’impegno economico del Paese quando avviene un’emergenza. Se noi scegliamo l’emergenza come unico obiettivo, noi spendiamo almeno il 20% in più di quanto è possibile risparmiare con la pianificazione. […] Perché questo territorio è a rischio? Per la sua natura, innanzitutto: da Ischia alla Penisola Sorrentina è una sorgente di pericolosità. Per pericolosità ci riferiamo all’evento naturale, cioè alla probabilità che possa verificarsi un evento che produce un danno […]. Ebbene, seppur la pericolosità – cioè la probabilità che avvenga un evento – sia bassa in alcuni periodi, il rischio è alto perché è alta la vulnerabilità del territorio, cioè è alto il valore esposto. Tutto ciò significa che, qualora si verificasse un evento, il rischio è il prodotto della probabilità che accadrà l’evento e dei danni possibili che possono realizzarsi: i danni crescono se è alta la vulnerabilità e se è alto il valore esposto. Siccome vulnerabilità e valore esposto sono alti, anche la pericolosità può essere un po’ più bassa, il prodotto risulta comunque molto elevato. Il nostro obiettivo, quindi, è mitigare il rischio attraverso: 1) la riduzione della vulnerabilità del territorio (del costruito, dell’urbanizzato), 2) la riduzione del valore esposto dei territori.
Uno dei problemi, dunque, è come ridurre la vulnerabilità del territorio: come si riduce? Si riduce con una pianificazione dell’uso del territorio: ricerca scientifica alla base, forte conoscenza del comportamento del territorio, e contromisure. […] In altre parole, bisogna ridurre il livello di vulnerabilità del territorio e il numero di abitanti. Quindi, il problema della città di Napoli va risolto in un contesto territoriale molto più ampio: se non si legge questo fenomeno ad un livello almeno regionale, noi non lo risolveremo mai.
Il rischio è anche una grande occasione perché, attraverso la considerazione del rischio, possiamo attrarre risorse per la trasformazione del territorio. Quindi, non è solo un guaio, ma può essere anche un volàno […] ma è necessario canalizzare le idee, cioè avere un progetto che attragga abitanti in zone meno pericolose e, nelle zone più esposte, che recuperi uno sviluppo compatibile (coinvolgendo dunque il Parco Nazionale del Vesuvio, parchi archeologici, attività di alta formazione, turismo avanzato… attività produttive molto soft e poco hard, perché è il cervello ciò che deve produrre e non la fabbrica, in questi casi). Se noi riusciamo a fare un’operazione di questo genere – in 25-30 anni si può anche fare, come elaborazione generale – qui arriva una quantità di quattrini che fa paura. Soprattutto, c’è un progetto, c’è futuro, non c’è attesa.

Aldo Loris Rossi, urbanista (dal minuto 50’12”):

Chi ha modo di girare per l’area metropolitana napoletana può constatare un livello di degrado che non ha paragoni né in Italia, né in Europa. Per avere un minimo riferimento dimensionale, ricordo che la Campania ha la stessa popolazione della Norvegia, della Finlandia e della Danimarca, però concentrata su un’area estremamente più piccola. Pensate che nella provincia di Napoli c’è una densità abitativa di 2800 abitanti per km quadrato, cioè 4 volte quella di Roma, 9 volte quella di Firenze e 10 volte quella di Palermo. Abbiamo, quindi, una densità abitativa esplosiva. Aggiungete, poi, che il territorio è piccolissimo: pensate che la distanza da Napoli a Caserta è di soli 20 km, cioè quanto l’isola di Manhattan, quanto il diametro del Raccordo Anulare di Roma, sicché Caserta e Napoli sono sul Raccordo Anulare di Roma! Pensate che la provincia di Napoli è due terzi del solo comune di Roma.
Allora, in questa condizione disastrosa, è evidente che occorre una strategia strutturale per modificare questa realtà. […] Qui occorrono quattro rivoluzioni intrecciate: occorre una rivoluzione etico-politica, senza la quale non è possibile fare un passo in avanti; occorre una rivoluzione economica, cioè una transazione dalla struttura produttiva tardo industriale a quella post-industriale; occorre una strategia di riequilibrio ambientale; occorre costruire, infine, uno scheletro portante a questo sistema invertebrato, che è quello dell’area metropolitana di Napoli.
I dati sono precipitati negli ultimi 60 anni. Pensate che nel 1945, in Italia, circolavano 300.000 auto; oggi ne abbiamo 40 milioni. Pensate che la rete autostradale del 1945 era di 479 km; oggi siamo a 6.000 km. Per quanto riguarda i vani costruiti, nel 1945 avevamo 35 milioni di vani residenziali; oggi ne abbiamo 120 milioni. Questi dati ci impongono di prendere coscienza di una situazione incontrovertibile: i problemi di Napoli non si possono risolvere all’interno del confine comunale. […]

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Venendo all’articolo mio e di Clementina Sasso, ecco come lo ho presentato in altra sede:

Da due anni la pagina Facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, che curo con Clementina Sasso, riporta (talvolta “traduce”) notizie sul rischio geologico dell’area vesuviana e flegrea, tentando di alimentare un dialogo costante con i residenti nelle zone rosse (e, più in generale, con gli utenti di questo media).
Alcuni giorni fa abbiamo fatto un passo avanti, avviando una collaborazione con “Napoli MONiTOR“: il nostro obiettivo è di proporre periodicamente delle analisi più ampie, rispetto ai post su Fb, in merito al rischio dell’area napoletana. Differenziando i linguaggi e moltiplicando le piattaforme, la nostra ambizione è che il tema del rischio (vulcanico, sismico, ma pure ecologico, sanitario…) cresca nella collettività, così da farne un argomento politico in senso pieno.
Il primo contributo è uscito la settimana scorsa e riguarda soprattutto Napoli, bellissima e millenaria città che, sorta tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, negli ultimi decenni è divenuta una metropoli che ha abbracciato e, anzi, inglobato entrambi i vulcani. Oltre ad analizzare il contesto urbano e gli strumenti istituzionali attualmente in atto, ci siamo spinti ad indicare alcune strade da percorrere. Discuterne pubblicamente sarebbe per noi un gran risultato.
Il testo è pubblicato in una sezione speciale di “Napoli MONiTOR”, intitolata “Lo stato della città”, ossia la versione digitale – in continuo aggiornamento – di un libro collettivo uscito nel 2016.
Inutile dirvi quanto ne sia contento.

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La pagina-Facebook di “Napoli MONiTOR” ha presentato il testo pubblicando questa anteprima:

Oltre al livello essenzialmente tecnico dell’evacuazione, in una futura emergenza vulcanica di Napoli – sia sul versante flegreo che su quello vesuviano – si dovrebbero considerare almeno altri tre piani, tutti da costruire ora che – come si dice nell’ambiente del risk management – è “tempo di pace”. Andrebbe intanto fatta una riflessione su quello che Escobar, Sachs e altri hanno definito “post-sviluppo”, una sorta di strumento critico di ripensamento e ricollocazione. L’invito, cioè, è a considerare lo sviluppo come un fenomeno storico emerso nel secondo dopoguerra in quanto espressione della modernità e del capitalismo, dunque coi suoi eccessi e azzardi. Ciò significa avviare politiche di mitigazione del rischio, che sono difficili, di lungo periodo e che richiedono enorme coraggio politico in varie sedi istituzionali, ma che rappresenterebbero anche la presa di coscienza che l’esposizione attuale degli abitanti che vivono nelle zone rossa e gialla è stata costruita – si potrebbe dire edificata – nel corso degli ultimi decenni.
In secondo luogo, bisognerebbe cominciare un dialogo – quotidiano e continuo – con la popolazione: oggi ne abbiamo i mezzi, per esempio attraverso il web, ma con un’attenzione maggiore rispetto a quella osservata nel paragrafo precedente. Posto che sia fondato e fattibile, infatti, il piano di evacuazione ha qualche possibilità di successo solo se è conosciuto e condiviso, ossia ri/elaborato insieme a chi ne è direttamente coinvolto, i residenti; altrimenti sarà – come attualmente è – non solo ignorato, ma rifiutato.
Infine, sarebbe opportuno iniziare una governance del territorio che promuova la partecipazione e la sussidiarietà: a Napoli, come intorno al Vesuvio e nei Campi Flegrei, ci sono moltissime persone che hanno voglia di fare e che già ora si prendono cura del territorio. Questo, però, accade al di fuori delle istituzioni, in piccoli gruppi di amici, in associazioni talvolta sconosciute: sono comunità di scopo che rappresentano enormi risorse di cittadinanza attiva, interi pezzi di città che vanno coinvolti e messi in rete. Se non si vuole scivolare nell’illusione di far apparire fattibile un piano di evacuazione che metta in salvo centinaia di migliaia di persone in poche ore, anzi se non ci si vuole prestare a una pericolosa forma di “rassicurazionismo” di massa che allontana la consapevolezza e fa abbassare l’attenzione, è ora di cominciare a considerare “beni comuni” anche talune immaterialità, come, appunto, la sicurezza collettiva.

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Come ho commentato sotto un’altra condivisione, tengo a precisare che:

il Piano di Emergenza (a qualsiasi livello venga applicato) non ha il compito di comunicare, così come – a rigore – non ha quello di mitigare. Sono due punti, infatti, che ritengo debbano essere considerati e sviluppati dalla politica (e, Clementina ed io, nel testo non ne abbiamo fatto riferimento in merito alla Protezione Civile o, chessò, al campo scientifico: ne abbiamo parlato discutendo del website dell’Amministrazione Comunale).
Sul comunicare, il dibattito è piuttosto avanzato, sebbene – limitatamente alla comunicazione del rischio – di soluzioni concrete ne veda ancora poche; sulla mitigazione, invece, la questione è prettamente politica: riguarda una determinata visione del territorio e dello sviluppo, oltre che una specifica idea di democrazia e partecipazione (è un’utopia? può darsi, ma come tutte le utopie, non indica una meta, bensì un percorso).
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PS: per dirla tutta, personalmente ritengo il Vesuvio come un caso-studio con cui sperimentare forme prototipali di comunicazione e partecipazione: ormai anni fa, ho proposto sia al Dipartimento di Protezione Civile a Roma, sia all’Assessorato alla Protezione Civile della Campania (ma ne ho parlato anche a livello comunale) un progetto di comunicazione specifico per il Vesuvio, volto a favorire il dialogo e la sussidiarietà. Inutile sottolineare da quanto tempo stia aspettando che ai sorrisi, ai complimenti e alle pacche sulle spalle seguano decisioni concrete.

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Per concludere, segnalo che un’ottima integrazione dell’articolo è, secondo me, la “Piccola storia del PRG Napoli 2004” pubblicata il 17 giugno 2017 da Vezio De Lucia su “Eddyburg”:

Un piano misconosciuto, ancora vigente e positivamente operante poiché costruito e gestito nei decenni in cui le scelte urbanistiche erano espressione di valori sociali e culturali altrove smarriti o contraddetti nei decenni successivi.

La Corte di Strasburgo rigetta il ricorso dei vesuviani

Alla fine di ottobre 2013, dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana presentarono un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano. La motivazione era che «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini».
Dopo varie vicissitudini, oggi la Corte ha rigettato il ricorso di quelle persone, non perché le accuse non sussistano (questo aspetto non è stato valutato), ma perché i ricorrenti avrebbero dovuto prima tentare di avere giustizia davanti ai tribunali nazionali (Tar e Consiglio di Stato) o attraverso una class action [ANSA, Adnkronos, Il Mattino, Metropolis].
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In serata il primo firmatario del ricorso, Rodolfo Viviani, ha così commentato sul suo profilo fb:

Alla Corte europea di Strasburgo si “lavano le mani” rispetto al nostro ricorso per le responsabilità dello Stato italiano in materia di riduzione del rischio Vesuvio. Dovremmo chiedere giustizia ai magistrati che hanno sempre chiuso gli occhi davanti alle pubbliche denunce fatte da Pannella e dai Radicali, non accorgendosi ad esempio, delle decine di migliaia di abitazioni abusive che in questi trenta anni sorgevano in zona sismica e vulcanica. E allora che dire, aspettiamo che il Vesuvio ci lavi col fuoco?

Altri link: 1) mio fb, 2) pagina fb sul rischio vesuviano.

Il Vesuvio alla Corte di Strasburgo

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ho conservato articoli su questa vicenda nei seguenti post: Marco Pannella e il rischio Vesuvio (20 dicembre 2013), L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico (31 ottobre 2013), Il rischio vulcanico (dal basso) (8 febbraio 2011).

Da "Il Roma", 12 aprile 2014

Da “Il Roma”, 12 aprile 2014 (fonte)

Maggiori approfondimenti li ha scritti MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, inoltre, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
In merito al finanziamento dei piani comunali d’emergenza, MalKo ha pubblicato l’articolo seguente: Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: soldi per i piani d’emergenza (“Hyde Park”, 20 aprile 2014).

Marco Pannella e il rischio Vesuvio

Alla fine di ottobre 2013 dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana appartenenti ai Radicali Italiani hanno presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [ne ho scritto QUI; altri articoli sono QUI].
Il 12 dicembre 2013, nell’ambito del convegno «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», organizzato da “Il Fiore Uomosolidale“, il leader storico dei radicali Marco Pannella ha annunciato – con termini piuttosto forti – il ricorso alla Corte Europea.
Eccone alcuni servizi video:





Alcuni articoli sul convegno e sul ricorso europeo dei Radicali sono QUI (Angelo Lomonaco, “Corriere del Mezzogiorno”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”).

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

Una nuova zona rossa. Forse.

ImmagineFino ad ora uno dei criteri di perimetrazione della zona rossa (che, come ogni perimetrazione del rischio, è sempre frutto di una negoziazione e, pertanto, non coincide mai con i confini “scientifici”) è stato quello di coincidere con i confini amministrativi dei comuni interessati. Per questa ragione (e scandalosamente) si sono tenuti fuori alcuni quartieri di Napoli (Ponticelli, Barra e San Giovanni) o altri comuni (Pomigliano d’Arco, ad esempio) perché altrimenti tutto il territorio comunale sarebbe stato dichiarato “zona rossa” (e si provi ad immaginare il colpo che ne avrebbero avuto gli appalti cementizi) (ecco l’aspetto pratico della negoziazione di cui parlavo poco fa).
Ora, che questo principio valga ancora o che si scelga di perimetrare secondo altri confini (ad esempio quelli dei quartieri: è quanto chiedono, ad esempio, i sindaci di alcuni dei “nuovi” comuni a rischio, come Scafati), gli ospedali ponticellesi (esistenti e in costruzione) saranno comunque tutti all’interno della zona di maggior rischio (e dunque anche i reparti di pediatria: nasceranno solo bimbi “esplosivi”). Nel concreto, tuttavia, non cambierà nulla: quelle strutture ormai esistono e non si può abbatterle e trasferirle. Tutt’al più dovranno organizzare delle periodiche esercitazioni di evacuazione (che sarebbero obbligatorie ovunque in Italia, al di là di zone rosse gialle e blu, ma non lo sa e non lo fa quasi nessuno).
Comunque sia, l’allargamento della zona rossa da 18 a 24 comuni è una proposta avanzata in queste settimane dalla Protezione Civile, nell’ambito dei periodici aggiornamenti del Piano di Evacuazione Nazionale per il Vesuvio. Era ora che si avanzasse qualche idea più stringente, a maggior ragione dopo la proposta della Giunta della Regione Campania di far tornare il cemento nella zona rossa (così, di fatto, annullandone ogni principio precauzionale) (a proposito, quello scandaloso Piano Paesistico dorme ancora? Speriamo).

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

Il rischio vulcanico (dal basso)

La prossima (possibile, ma incerta) eruzione vesuviana è probabilmente l’evento geologico più studiato e annunciato al mondo. Direi che solo il “big one” californiano è, tra le catastrofi predette, oggetto di discussione e analisi quanto quello partenopeo.
Il rischio vulcanico che (direttamente) corrono quasi un milione di persone e (come inevitabile conseguenza) l’Italia intera – per le ripercussioni economiche, sociali, lavorative, infrastrutturali, sanitarie e quant’altro -, è frequentemente al centro di convegni, dibattiti, servizi giornalistici, pubblicazioni, trasmissioni televisive e radiofoniche
Il luogo comune nazionale (e non solo) vuole che i vesuviani corrano questo rischio in maniera quasi baldanzosa, irresponsabile, “inconcepibile”. In base alle mie osservazioni e ai miei ascolti, invece, quel rischio non è ignorato (non lo è del tutto, almeno), ma è elaborato secondo logiche diverse da quelle di un esterno/estraneo. Ciò non significa che si sia pronti ad affrontare un’emergenza di dimensioni epiche: ignoranza degli abitanti sulle procedure di early-warning, lacune nella comunicazione alto-basso, mancati controlli del/sul territorio e totale inadempienza delle esercitazioni (presso scuole, uffici, condomìni…) sono problemi gravissimi e da risolvere urgentemente. Tuttavia, la stessa “rimozione del rischio” (definizione complessa e confusa) va intesa, tra i vari significati che può assumere, anche come una “risposta culturale” ad un “rischio naturale” (spacciato per imminente, ma che nell’esperienza di vita – di fatto – non arriva mai).
So che questi pochi cenni non spiegano l’ampiezza dell’argomento ma, da diverse interviste che sto raccogliendo, il quadro della percezione locale del rischio vesuviano è molto più complesso di quanto dicano giornali, televisioni o, anche, alcuni vulcanologi e funzionari delle emergenze.
Forse a livello nazionale non si viene a sapere che localmente il discorso pubblico sul rischio è costante. Non è onnipresente (la vita quotidiana sarebbe impossibile con un tale macigno continuamente in bilico sull’animo degli abitanti della zona vulcanica), ma è senza dubbio molto più corrente di quanto si possa immaginare dal di fuori.
Un anno fa furono organizzati alcuni incontri (da AssoImpero e da ONPS) tra i sindaci dei paesi della “zona rossa” e le rispettive popolazioni. La partecipazione fu importante e così anche le idee e le proposte/provocazioni. Mi sembra un dato da tenere a mente ogni qual volta si levi il qualunquistico (pre)giudizio sulla “immobilità” degli abitanti locali.

Qui di seguito copio l’articolo di Rachele Tarantino che annuncia i quattro incontri tenuti tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo del 2010 in altrettanti comuni del vesuviano.
Tra i commenti, invece, le cronache e le considerazioni di Ciro Teodonno (oltre ad ulteriori link che man mano incontrerò).

“Il mediano”, 30 gennaio 2010, qui
ERCOLANO ED IL RISCHIO VESUVIO
Rachele Tarantino
Alle 18 al Mav inizia il ciclo di conferenze per discutere dei problemi della zona rossa e di possibili soluzioni. Tra i partecipanti figurano i sindaci e gli amministratori locali del territorio.

Parte questa sera il viaggio alla scoperta dei problemi della zona rossa. Attraverso un ciclo di quattro conferenze (che avranno luogo ad Ercolano, Sant’Anastasia, Pompei e Somma) Assoimpero in collaborazione con l’associazione OMPS (osservatorio permanente per la sicurezza) promuove una campagna di sensibilizzazione per il riscatto economico, culturale e per la sicurezza dell’area vesuviana.
«L’iniziativa cercherà di dare voce alle esigenze di tutti i comuni che vivono confinati nell’area rossa, – fa sapere con una nota il presidente dell’Assoimpero Ciro Di Dato- La nostra terra troppe volte ghettizzata e lasciata a un triste destino da una politica spesso inattenta alle esigenze di questo territorio, vittima di uno sviluppo demografico ed edilizio selvaggio ormai senza controllo, al quale si cerca di ottemperare con la regressione, mezzo del tutto inefficace per cercare di decongestionare o mettere in sicurezza un popolo che vive su di una bomba a tempo».
Per tutti coloro che vogliano approfondire temi quali la sicurezza, il rispetto per l’ambiente e le condizioni economiche e culturali dei comuni vesuviani, l’appuntamento è al Mav alle ore 18. All’iniziativa hanno aderito, oltre agli amministratori locali, anche il presidente Tess Leopoldo Spedaliere, Sergio Vigilante presidente Antiracket Portici Luigi Fiengo Consigliere Comunale PD Ercolano, Gennaro Miranda Capogruppo PDL Ercolano, i Rappresentati sindacali cisl Regione Campania, il Professor Rolandi ordinario di Vulcanologia presso Università Federico II di Napoli , Dottor Avvocato Luigi Cesaro Presidente della Provincia di Napoli, il Dottor Russo Giuseppe Consigliere Provinciale, Ingenere Nunzio Di Martino del Ministero delle infrastrutture e dei Traspori dell’ufficio Roma Capitale.
«Questo convegno rappresenta un importante momento che le iistituzioni e i politici hanno l’obbligo di cogliere. – ha dichiarato il dott. Miranda- Tale manifestazione deve far nascere un forte momento di confronto sulle strategie, sugli obbiettivi esulle modalità operative da porre in essere per il rischio vesuvio». Al termine del ciclo di incontri, verranno raccolte tutti gli interventi in un unico volume.
«Attraverso la pubblicazione vogliamo lasciare un segno tangibile delle proposte, delle esigenze e dei disagi che vivono gli abitanti di queste città- ha concluso Di Dato- Questo percorso cercherà di attualizzare, monitorare e movimentare la problematica dell’aria rossa per far sì che questa zona non resti solo un pericolo per chi ci vive e un problema sociale in caso di una eventuale evacuazione, ma diventi fonte di investimento e di sviluppo produttivo e sociale».

Ecco il calendario degli incontri:
30 Gennaio 2010: ore 18.00 nell’auditorium del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano: all’incontro saranno invitati a partecipare i sindaci delle città di Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Del Greco, Torre Annunziata ed Ercolano.
13 Febbraio 2010: ore 17.00 nella biblioteca comunale Giancarlo Siani di Sant’Anastasia: all’incontro saranno invitati a partecipare i sindaci delle città: San Sebastiano Al Vesuvio, Massa di Somma, Pollena Trocchia, Cercola e il commissario della città di Sant’Anastasia.
27 Febbraio 2010: ore 17.30 nell’aula consiliare del comune di Pompei: all’incontro saranno invitati a partecipare i sindaci delle città di Boscotrecase, Boscoreale, Trecase e Pompei.
6 Marzo 2010: ore 17.30 nell’aula consiliare del comune Somma Vesuviana all’incontro saranno invitati a partecipare i sindaci delle città: Ottaviano, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, e Somma Vesuviana.
Ad ogni incontro saranno invitate le autorità dell’ente parco.
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TRA I COMMENTI, ALTRI ARTICOLI SUL RISCHIO VESUVIANO VISTO LOCALMENTE
– Ciro Teodonno, AL VIA IL DIBATTITO SUL RISCHIO VESUVIO (31.01.10, qui)
– Silvia Aurino, RISCHIO VESUVIO. SECONDA TAPPA DEL CONVEGNO A SANT’ANASTASIA (14.02.10, qui)
– Ciro Teodonno, RISCHIO VESUVIO. RIFLESSIONI A ‘FREDDO’ (17.02.10, qui)
– Ciro Teodonno, SOMMA. CONCLUSO IL CICLO DI CONVEGNI SUL RISCHIO VESUVIO (11.03.10, qui)
– Mario Tozzi, Puntata di “Tellus” dedicata al Vesuvio (Radio 2, 05.02.11, qui, 25’39” in streaming)
– Rachele Tarantino, ERCOLANO: RISCHIO VESUVIO E RIQUALIFICA AMBIENTALE AL MAV (14.05.10, qui)
– Silvia Aurino, SANT’ANASTASIA, CONVIVERE CON IL RISCHIO VESUVIO (18.03.10, qui)
– neAnastasis, ZONA ROSSA: SENSO DI RESPONSABILITÁ E SVILUPPO SOSTENIBILE (06.03.11, qui)
– Ciro Teodonno, IL COMITATO CITTADINI PER IL PARCO (18.03.11, qui)
– Valentina Ferrante, DENTRO L’EMERGENZA. INTERVISTA AL DIRETTORE DELL’OSSERVATORIO (mag. ’11, qui, p.3)
– Redazionale, ZONA ROSSA MAI PIU’ (maggio 2011, qui, p.4)
– Club Lions, IL PIANO DI PROTEZIONE CIVILE DEL COMUNE DI POMIGLIANO D’ARCO (18/03/2013, qui)
– Nico Serpico, architetto, ZONA ROSSA E RISCHIO VULCANICO: NE DISCUTE L’ORDINE DEGLI ARCHITETTI P.P.C. (24/05/2013, qui)
– Redazione, LIONS: SENSIBILIZZARE LA CITTADINANZA SUL RISCHIO VESUVIO (21/05/2013, qui)
– Redazione, TRECASE: PD, INCONTRO PUBBLICO SU RISCHIO VESUVIO (23/10/2013, qui)
– Redazione, VESUVIO: ABITANTI A STRASBURGO, SICUREZZA NON GARANTITA (28/10/2013, qui)
– Redazione, LA «ZONA ROSSA» ARRIVA FINO A STRASBURGO (28/10/2013, qui)
– Redazione, SOS VESUVIO: LA “ZONA ROSSA” ARRIVA A STRASBURGO (28/10/2013, qui)
– Fabrizio Ferrante, VESUVIO “BOMBA A OROLOGERIA”. DODICI CITTADINI RICORRONO ALLA CEDU (29/10/2013, qui)
– Fabrizio Ferrante, RISCHIO VESUVIO A NAPOLI, I CITTADINI RICORRONO ALLA CEDU MA GLI ABUSI EDILIZI CONTINUANO (07/11/2013, qui)
– MalKo, I RISCHI VESUVIO E CAMPI FLEGREI APPRODANO ALLA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO PER I DIRITTI UMANI (30/10/2013, qui)
– MalKo, RISCHIO VESUVIO: LA SOLUZIONE E’ IN UN PIANO GIUDIZIARIO? (25/12/2013, qui)
– Convegno, IL RISCHIO SISMICO NELL’AREA VESUVIANA E FLEGREA (UniCredit, Napoli, 15 aprile 2014), con: Edoardo Cosenza, Gaetano Stella, Giuseppe Della Rocca, Andrea Maniscalco, Massimo Rastrelli, Guglielmo Emanuele, Giuseppe Luongo; l’assessore ha dichiarato che la zona rossa dei Campi Flegrei si estenderà a Posillipo e a Chiaia: QUI.

ALTRE INFO E ARTICOLI SUL PNV E, IN PARTICOLARE, SUL
“COMITATO CITTADINI PER IL PARCO”,

SONO TRA I COMMENTI DI QUESTO POST

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val D’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO dell’8 febbraio 2014:
Tavola rotonda “Protezione Civile è Territorio”, martedì 18 febbraio 2014, 17h30, presso il Teatro Sant’Anna (via Madonna del Principio, Torre del Greco, Napoli).
Organizzata da EDiMaS (website + fb) e da Cigl.
Locandina.

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
Il 29 marzo 2014 a San Giuseppe Vesuviano si è tenuto un dibattito pubblico intitolato “Rischio Vesuvio: emergenza, prevenzione e opportunità”, un incontro organizzato dal Collettivo Vocenueva, Lista Libera SGV, Sinistra Ecologia Libertà e dal mensile Laboratorio Pubblico; vi sono intervenuti il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano, il giornalista Antonio Corbo ed il Senatore Giuseppe De Cristofaro (membro Commissione Antimafia, Giustizia ed Esteri). Fonte: “Il mediano“.

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).