L’incendio che ha bruciato un terzo del Vesuvio

L’11 luglio 2017, un mese fa, sul Vesuvio infuriava uno degli incendi più disastrosi della sua storia, profondamente diverso da quelli che sono stati descritti nelle cronache dei secoli scorsi. Gli incendi d’un tempo – così venivano chiamate le eruzioni succedutesi dal 1631 al 1944 – erano certamente spaventosi e, talvolta, distruttivi, ma comunque sempre opera della natura. L’incendio che un mese fa ha bruciato un terzo dell’area del Parco Nazionale istituito nel 1995 intorno al vulcano napoletano, invece, è un atto totalmente umano. Non ne conosciamo ancora le cause, né i colpevoli, infatti le piste investigative sono molte, tutte con una loro quota di verosimiglianza, nonché tutte contemporaneamente possibili: business dell’emergenza, della bonifica e della riforestazione; economia dei rifiuti e dell’abusivismo; espressioni della criminalità spicciola in ascesa o della criminalità organizzata in radicamento; vandalismo urbano e turbe psichiatriche, disattenzione e noncuranza. Ciò su cui insistiamo noi, invece, riguarda il ruolo delle istituzioni: ciò che i roghi vesuviani hanno reso lampante è l’inadeguatezza, l’impreparazione, l’insufficienza, il ritardo della pianificazione, della prevenzione, dell’assunzione di responsabilità da parte degli amministratori pubblici, dall’Ente Parco alla Regione, passando per i Comuni e la Città Metropolitana.
Per tenere memoria di un evento che riteniamo uno spartiacque nella gestione (ordinaria) del nostro territorio, così come nella prevenzione dei rischi (tutti), abbiamo messo insieme dei dati che Natale De Gregorio ha trasformato in tre infografiche: la cronologia delle fiamme sul Vesuvio, i numero del disastro, gli effetti della distruzione (con, alla fine, un piccolo lume di speranza).

RischioVesuvioRoghi

RischioVesuvioNumeri

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E’ bene ricordare, infine, che l’incendio dell’11 luglio non è arrivato all’improvviso, perché il Vesuvio bruciava già da un mese. Pertanto, riproponiamo qui i nostri interventi pubblicati sulla pagina-Fb “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“, nonché i contributi di altri studiosi e attivisti particolarmente utili per una corretta lettura degli eventi.

Un approfondimento interessante è stato pubblicato su “Napoli Monitor”, con vari contributi:

Altre analisi e testimonianze che consigliamo sono le seguenti:

  • 16 luglio, Luigi Vitiello sui volontari che distribuiscono cibo agli animali sopravvissuti.
  • 23 luglio, Giovanni Marino, coordinatore del Movimento “Cittadini per il Parco”, sulla fiducia al Presidente del Parco Nazionale.
  • 26 luglio, Marco Manna sulla Mobilitazione “Vesuvio Basta Fiamme”.
  • 28 luglio, Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della DDA di Napoli, sul pericolo di infiltrazioni criminali nel business del rimboschimento e della bonifica.
  • 6 agosto, Giovanni Marino, coordinatore del Movimento “Cittadini per il Parco”, sul piano di rilancio del Parco da parte del Presidente.
  • 7 agosto, Giovanni Gugg sulla visione d’insieme del fenomeno degli incendi.

PS: questo post è una versione estesa dello status pubblicato su Fb dalla pagina “Rischio Vesuvio”: QUI.

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L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico

Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ripete spesso che i vesuviani e i flegrei sono impreparati al rischio geologico dei loro territori. Intorno a questo punto si gioca molta parte del processo di prevenzione e di mitigazione di un possibile evento disastroso: una popolazione preparata all’emergenza è un fattore imprescindibile per la riduzione della vulnerabilità della stessa. La questione, però, è che lo dice con parole che si prestano ad interpretazioni ambigue.
Alcuni giorni fa ha dichiarato: in quelle aree «riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione […]. Tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare» [QUI].
Nel gennaio scorso aveva detto cose simili: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone. […] Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Ora, posto che effettivamente i vesuviani e i flegrei siano “insensibili” e “inconsapevoli” del rischio geologico del territorio in cui abitano (queste etichette che debordano nel morale non mi convincono mai e mi piacerebbe sapere come sono state ricavate le percentuali fornite), quel che non riesco a cogliere nelle parole di Gabrielli è se egli consideri tale situazione una condizione “di natura” o un risultato “storico” (dunque: “politico”). Si tratta, in altri termini, del nodo intorno al quale si aggroviglia il concetto di resilienza: la capacità di affrontare e superare le avversità è innata o acquisita? Se applicata a dei gruppi umani, la prima sfumatura è molto controversa e può riproporre logiche sociali evoluzioniste ormai ampiamente superate. (Gabrielli era incespicato su questo punto anche nell’ottobre 2012, a proposito della risposta collettiva al sisma data rispettivamente dagli emiliani e dagli abruzzesi: QUI e QUI).
Nella dichiarazione più recente mi sembra che Gabrielli usi parole più accorte rispetto a quelle d’inizio 2013: sembra accennare, infatti, al coacervo di interessi economici ed elettorali che ha soffocato dei territori così fragili e che, con tutta evidenza, rappresenta la vera matassa da sciogliere. In generale, però, nelle sue parole si avverte comunque una sorta di giudizio generalizzato e questo pone una inevitabile domanda: ripetere che le popolazioni suddette sono “ignoranti” e “irrazionali” è un modo per risolvere il problema? A me sembra, piuttosto, che quella “apatia popolare” evidenziata dal capo della Protezione Civile sia, almeno in parte, anche una forma di rifiuto della logica gerarchica mostrata dai pianificatori dell’emergenza annunciata. Pertanto, ritengo che assumere nel novero delle interpretazioni sociologiche anche questa lettura “di contrapposizione” possa rivelarsi fondamentale per realizzare una (più) efficace mitigazione del rischio.
E’ di un paio di giorni fa la notizia di un ricorso presentato da dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [vari articoli: QUI]. Si tratta di una iniziativa innanzitutto politica, in quanto realizzata da esponenti del Partito Radicale e dei Radicali Italiani (il primo firmatario dell’esposto è Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la grande Napoli“), ma rappresenta comunque un esempio lampante di quanto il “disinteresse” locale verso il rischio sia un pregiudizio: «Al di là della necessità di porre fine agli abusivismi edilizi, che oltretutto spesso ostruiscono le vie di fuga previste, mancano soprattutto informazione, sensibilizzazione e chiari piani di evacuazione. Quasi non sappiamo neanche cosa fare se viene un terremoto. Figuriamoci il resto. Ci auguriamo che la Cedu possa richiamare lo Stato all’ordine. Per ora siamo nella fase del “richiamo”, dopo potremo passare alla fase propositiva» [QUI].
A questo punto, come osserva MalKo, «Sarà interessante il trattamento che la corte di Strasburgo riserverà alle denunce italiane, soprattutto in capo al soggetto su cui affibbiare la responsabilità di tali inadempienze» [QUI].

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2013:
Marco Pannella, leader storico dei Radicali Italiani, ha annunciato – con termini molto forti – il ricorso a Corte Europea. Un servizio video di Pupia.tv: VIDEO.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 24 gennaio 2014:
In seguito alla lettura di un nuovo articolo in cui si elencano degli ipotetici gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni italiane (QUI), ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014:
Il 18 marzo 2014 “Fanpage” ha pubblicato un servizio video titolato “Fuga dal Vesuvio: funzionerà il piano di emergenza?“, presentato con queste parole: «La Protezione Civile ha stilato un piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio, ma numerose sono le criticità sottolineate dagli esperti. Abbiamo percorso una delle vie di fuga previste ed abbiamo impiegato mezz’ora per arrivare all’autostrada in condizioni di traffico regolare. In caso di reale emergenza, è realistico supporre che ci siano tempi di percorrenza ben peggiori. “I campani fuggiranno a piedi come i pompeiani” sostiene Francesco Borrelli dei Verdi della Campania, mentre il prof. Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano sottolinea: “Il piano si basa sull’ipotesi di eruzione sub-pliniana, ma da studi della stessa protezione civile la probabilità che si verifichi un’eruzione pliniana -come quella che distrusse Pompei ed Ercolano- potrebbe arrivare anche al 20%. Sono a rischio due milioni di persone”».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2014:
“Repubblica” riferisce di una ricerca “Ispos” per “Save The Children“, secondo cui “a due anni dal varo della legge per l’adozione di un Piano di Emergenza Comunale, i territori più a rischio non si sono ancora adeguati“: Emergenze naturali, il 40 % degli italiani non sa come affrontarle.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

La nuova zona rossa vesuviana

Con la Delibera n. 250 del 26 luglio 2013 la Giunta Regionale della Campania ha definito la nuova «Delimitazione della zona rossa 1 e della zona rossa 2 del piano di emergenza dell’area vesuviana» e ha appurato le proposte comunali in merito a tale riperimetrazione. L’atto è stato pubblicato sul «Bollettino ufficiale della Regione Campania» n. 41 del 29 luglio 2013: QUI (e allegati dai singoli comuni: 1, 2, 3, 4, 5, 6) (sono tutti pdf con download diretto).
La nuova zonizzazione era stata annunciata all’inizio del 2013 (QUI ho raccolto numerosi articoli) e aveva suscitato ampi dibattiti a livello locale, soprattutto per quanto riguarda il caso di Napoli (QUI la cronaca di un consiglio comunale di fine giugno). La Protezione Civile ha individuato una linea “scientifica” («linea Gurioli») che delimita la zona di massimo rischio in caso di eruzione e che tocca 24 comuni, rispetto ai 18 della precedente perimetrazione. Le nuove municipalità interessate hanno dovuto recepire le indicazioni della Protezione Civile e individuare i confini esatti della zona rossa all’interno del loro territorio (ma chissà cosa accadrà con quei comuni della precedente zona rossa che hanno una quota del loro territorio esterna alla «linea Gurioli»).

Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Con questo aggiornamento vengono definite due tipologie di zona rossa (ma la seconda è nient’altro che la “vecchia” zona gialla):

a) Zona rossa 1: «area ad elevato rischio vulcanico, ossia l’area ad alta probabilità di invasione dai flussi piroclastici, ovvero il territorio delimitato dalla linea di invasione dei flussi piroclastici (linea che delimita l’area a media frequenza (invasione >1 evento) di invasione per le principali eruzioni, pliniane e sub pliniane, al Somma – Vesuvio da parte di flussi piroclastici negli ultimi 22.000 anni di attività)».

b) Zona rossa 2: «area ad elevato probabilità di crolli delle coperture degli edifici, ossia l’area in cui è probabile che importanti accumuli di depositi di cenere da caduta determinino il collasso delle coperture più vulnerabili ovvero porzioni di territorio individuate nell’ambito dei progetti di ricerca Europei e Nazionali “Exploris” e “Speed”».

Come in ogni negoziazione, ci sono delle eccezioni al principio generale. Il comune di Scafati, che è toccato per una minima parte dalla «linea Gurioli», è stato fatto rientrare integralmente nella zona rossa 2 (cioè nella ex zona gialla, di cui faceva già parte). Inoltre, è stato deciso che l’enclave di Pomigliano d’Arco dentro il perimetro di Sant’Anastasia e quella di Ottaviano dentro il perimetro di Nola rientrano nella zona rossa 1 (in effetti, in passato, erano spesso citati come esempi dell’inadeguatezza del Piano di Emergenza).
In complesso, come ha affermato l’assessore regionale alla Protezione Civile Edoardo Cosenza, la popolazione interessata – dunque da evacuare in caso di eruzione – passa da 550mila a 700mila persone (ne ha scritto «Il fatto vesuviano» il 29 luglio 2013, riportando anche altre dichiarazioni da tenere a mente, ad esempio riguardo la SS268).

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La notizia è anche sul website della Regione Campania.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2013:
In merito al concetto di negoziazione della perimetrazione del rischio, segnalo un articolo apparso oggi su “Il fatto vesuviano“. Vi si parla dell’intenzione da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte comuni per il “rilancio” dei propri territori.
Si tratta di un punto delicato: si deve sostenere lo “sviluppo economico” dei comuni della zona rossa vesuviana? Rispetto al rischio vulcanico, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area è dato dal suo sovraffollamento, per cui sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto vincoli molto stringenti.
Alcuni sindaci della zona tornano regolarmente su questo argomento, quello, appunto, dei propri territori «vincolati e bloccati» dalla legge regionale 21/2003 e, perciò, «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa». Per mezzo del loro capofila, l’attuale sindaco di Sant’Anastasia che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana, hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ostacolate dalla zona rossa) c’è, però, quella che suona più stonata di tutte: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale». Questa, alle mie orecchie, suona come voglia di cemento.
Ne ha scritto anche il webjournal sorrentino “Corso Italia News“.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Come accadrà, quando accadrà

Il clamore mediatico intorno alle recenti (lievi) scosse sismiche sul Vesuvio ha fatto proliferare molti articoli, post e interviste. Tra queste ultime, spiccano due contributi di Cinzia Craus («architetto e urbanista, tra gli autori nel 2001 dei piani di evacuazione dei diciotto comuni dell’area rossa»), raccolti da Ilaria Puglia, a proposito della sequenza di eventi di una possibile eruzione vesuviana.
Estrapolo dei brani da entrambe le interviste.

Da: “Ma quando il Vesuvio deciderà di eruttare, cosa accadrà?” (“Parallelo 41”, 17 giugno 2013)

[…] Tutti dicono che, al momento, non c’è da temere un’eruzione del Vesuvio. Ma se il vulcano dovesse eruttare darà segnali premonitori oppure potremmo avere un’eruzione per così dire improvvisa?
Il Vesuvio è un vulcano attivo, la cui attività storica è caratterizzata dall’alternanza di periodi di attività prolungata a condotto aperto (cratere non occluso) con eruzioni effusive (colate di lava) o miste (effusive ed esplosive) e periodi di quiescenza di durata pluricentennale interrotti da eruzioni esplosive di maggior energia, di tipo sub-Pliniano e Pliniano. Allo stato attuale nessuno dei parametri geofisici, geochimici, morfologici o di attività sismica legata al vulcanesimo, costantemente monitorati, ha evidenziato deviazioni rispetto alla norma. […] Tale pericolo, si fa rischio, e molto elevato, a causa dell’altissima densità abitativa dell’area circostante il Vesuvio, e della potenzialità esplosiva di quest’ultimo, proprio per la lunga quiescenza. Ciò spiega la rigida sorveglianza e gli studi continui della comunità scientifica internazionale. Tuttavia il rischio vulcanico è fortunatamente annoverabile tra i rischi prevedibili, ossia quelli che prima di palesarsi presentano una serie di fenomeni anticipatori, i cosiddetti precursori. […] L’evacuazione dell’area rossa, quella a maggiore rischio, da effettuarsi appunto in fase di allarme e non di evento in corso […].
Se si dovesse verificare un’eruzione, in base alle statistiche elaborate dagli esperti, di quale tipo sarebbe?
Secondo le statistiche elaborate dagli esperti della Commissione Vesuvio, incaricati di redigere e aggiornare i cosiddetti scenari di evento e di aggiornare la pianificazione di emergenza nazionale l’eruzione teoricamente più probabile (72%) è un’eruzione di tipo stromboliano esplosiva, ossia simile in parte a quelle dell’Etna, con emissione di lapilli e ceneri, seguite da colate di lava e possibili formazioni di colate di fango (lahar). Tuttavia, in considerazione del tempo di quiescenza, della condizione di ostruzione della bocca eruttiva, delle indagini sulle camere magmatiche, la percentuale di rischio (27%) di un’eruzione di tipo sub-Pliniano, simile a quella del 1631, è più che considerevole. […]
Che cosa c’è da temere di più durante un’eruzione: la cenere che cade sui tetti, il materiale che fuoriesce dal vulcano, la discesa della lava?
Tutte e tre le cose e nessuna più della colata piroclastica. […] La colata piroclastica generata dal collasso della colonna eruttiva è in assoluto il rischio più grande di un’eruzione sub-pliniana, almeno nei limiti dell’area rossa. Nei limiti, invece, dell’area gialla individuata e di quella blu, interna ad essa, assumono maggiore importanza la ricaduta di ceneri della fase finale e la formazione di colate di fango. […]

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Da: “Vesuvio: in caso di eruzione cielo oscurato dalla cenere e piogge intense” (“Parallelo 41”, 25 giugno 2013)

[…] 1) Quanto tempo impiega la lava per arrivare nei centri abitati?
In caso di eruzione sub-pliniana, come già specificatonella scorsa puntata, si parla di colata piroclastica che raggiungerebbe i comuni dell’area rossa in pochi minuti dal collasso della colonna eruttiva. Le colate di lava sono molto più lente e se generate, da un’eruzione di tipo stromboliano, sebbene estese e distruttive per il patrimonio edilizio, non rappresenterebbero un rischio per la popolazione, la quale, peraltro, secondo piano, non potrebbe trovarsi nell’area.

2) E’ vero che quando si verifica un’eruzione cambia anche il clima?
La grande quantità di vapore emesso col flusso eruttivo genera inevitabilmente la formazione di nubi che a seconda delle temperature condenseranno più o meno rapidamente generando piogge intense e costanti (il cielo sarà inoltre oscurato dalla presenza di grandi quantità di cenere), per un periodo non inferiore alla durata completa dell’evento.

3) Quanto dura un’eruzione?
I fenomeni acuti di un evento di tipo sub-pliniano si esauriscono di norma entro 3-4 giorni, dopo di che di può avere una fase, che può durare settimane o mesi, in cui la dinamica eruttiva è caratterizzata da fenomeni attenuati, con emissioni di ceneri e vapori associati ad attività sismica di media e bassa energia, accompagnati da piogge e conseguenti colate di fango.

4) Che cosa si intende per lahar?
I lahar sono propriamente colate di fango e detriti generate dalla ri-mobilitazione del materiale di ricaduta dell’evento eruttivo su pendii ripidi. Questa mobilitazione, come gli alluvionamenti, sono entrambi dovuti all’effetto delle piogge abbondanti che accompagnano un’eruzione. A questo rischio sono soggetti i territori alle pendici del vulcano, già ricadenti nell’area rossa, le aree già soggette a rischio idrogeologico da alluvione come la conca di Nola (area blu), le pendici dei versanti appenninici sottovento durante le fasi eruttive. Il rischio permane anche a distanza di anni dall’eruzione, questo perché i nuovi depositi mantengono un limitato stato di coesione con gli strati sottostanti per un lungo periodo. […]

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AGGIORNAMENTO del 19 settembre 2013:
Fosco d’Amelio ha realizzato una trasmissione radiofonica in quattro puntate dedicata al Vesuvio. L’ultima è un mockumentary, ovvero un falso documentario dal futuro, da un’ipotetica emergenza vulcanica. L’esercizio è molto interessante e stimolante, ricorda le lezioni di fantantropologia di Clemente e altri (qui e altrove).
La trasmissione (che è del 14 giugno 2013) dura 15 minuti ed è ascoltabile in podcast QUI. (Altre info: qui).

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

Una nuova zona rossa. Forse.

ImmagineFino ad ora uno dei criteri di perimetrazione della zona rossa (che, come ogni perimetrazione del rischio, è sempre frutto di una negoziazione e, pertanto, non coincide mai con i confini “scientifici”) è stato quello di coincidere con i confini amministrativi dei comuni interessati. Per questa ragione (e scandalosamente) si sono tenuti fuori alcuni quartieri di Napoli (Ponticelli, Barra e San Giovanni) o altri comuni (Pomigliano d’Arco, ad esempio) perché altrimenti tutto il territorio comunale sarebbe stato dichiarato “zona rossa” (e si provi ad immaginare il colpo che ne avrebbero avuto gli appalti cementizi) (ecco l’aspetto pratico della negoziazione di cui parlavo poco fa).
Ora, che questo principio valga ancora o che si scelga di perimetrare secondo altri confini (ad esempio quelli dei quartieri: è quanto chiedono, ad esempio, i sindaci di alcuni dei “nuovi” comuni a rischio, come Scafati), gli ospedali ponticellesi (esistenti e in costruzione) saranno comunque tutti all’interno della zona di maggior rischio (e dunque anche i reparti di pediatria: nasceranno solo bimbi “esplosivi”). Nel concreto, tuttavia, non cambierà nulla: quelle strutture ormai esistono e non si può abbatterle e trasferirle. Tutt’al più dovranno organizzare delle periodiche esercitazioni di evacuazione (che sarebbero obbligatorie ovunque in Italia, al di là di zone rosse gialle e blu, ma non lo sa e non lo fa quasi nessuno).
Comunque sia, l’allargamento della zona rossa da 18 a 24 comuni è una proposta avanzata in queste settimane dalla Protezione Civile, nell’ambito dei periodici aggiornamenti del Piano di Evacuazione Nazionale per il Vesuvio. Era ora che si avanzasse qualche idea più stringente, a maggior ragione dopo la proposta della Giunta della Regione Campania di far tornare il cemento nella zona rossa (così, di fatto, annullandone ogni principio precauzionale) (a proposito, quello scandaloso Piano Paesistico dorme ancora? Speriamo).

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).