Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

Screenshot 2016-03-28 10.12.06

Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo.

– – –

AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

Screenshot 2016-04-27 06.18.08

Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.

Rischio e post-sviluppo vesuviano: un mio contributo sulla rivista “Antropologia Pubblica”

Il 17 dicembre 2015, in occasione dell’apertura del terzo convegno della SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata) presso il PIN (Polo Universitario) di Prato, è stata presentata la nuova rivista dell’associazione: «Antropologia Pubblica», il cui primo numero contiene un editoriale di Antonino Colajanni, un saggio di Jean-Pierre Olivier de Sardan e una serie di contributi sul tema «Antropologi nei disastri».
Questa parte monografica è curata da Mara Benadusi e, oltre ad una sua ricca introduzione della disciplina e del volume, contiene articoli di Irene Falconieri, Rita Ciccaglione, Silvia Pitzalis, Enrico Petrangeli, Giovanna Salome, Enrico Marcorè e del sottoscritto.
Il mio testo si intitola «Rischio e post-sviluppo vesuviano: un’antropologia della ‘catastrofe annunciata’»; e ne sono soddisfatto.
Il volume è pubblicato da Seid Editori di Firenze, che potete contattare per riceverne una copia.
– – –
Quel giorno ero così contento che ho pubblicato per la prima volta un selfie sul mio fb:

Ed eccomi qua, sono a Prato per il terzo convegno [1] della SIAA, Società Italiana di Antropologia Applicata…

Posted by Giogg on Giovedì 17 dicembre 2015

– – –
L’abstract del mio contributo è questo:

Il concetto di rischio, inteso come un prodotto storico e culturalmente gerarchizzato, è un’elaborazione sociale che assume significati diversi a seconda dei contesti. Per quanto inevitabilmente avvolto da indeterminatezza, nei suoi effetti concreti esso è una visione di futuro in grado di influenzare il presente: seguendo determinati princìpi, cioè, sarebbe possibile prevenire, controllare, mitigare un disastro a venire. La pianificazione emergenziale, così, diventa un orizzonte politico fatto di leggi, perimetrazioni territoriali, esercitazioni, prepardness, pedagogia della resilienza.
In questo quadro generale emerge il caso del vulcano Vesuvio in provincia di Napoli, ovvero di quello che nel 2011 è stato definito dalla rivista scientifica Nature «la bomba ad orologeria d’Europa». La certezza di una prossima eruzione unita all’incertezza sulla data e le modalità con cui questa avverrà rendono gli effetti della “catastrofe annunciata” visibili nelle pratiche e nelle politiche che già ora sono attuate dalle amministrazioni e dalle popolazioni locali. Contrariamente a quanto ripete un ricorrente stereotipo, dai dati etnografici emerge che gli abitanti dell’area vesuviana, tutt’altro che indifferenti alla minaccia vulcanica, si pongono in maniera varia e differenziata rispetto ad essa. Per l’antropologia si tratta di un case-study prezioso per riflettere sia sulla “società della prevenzione” e la “cultura del rischio”, sia sugli effetti di un’ideologia dello “sviluppo” che ha condotto ad una sovraurbanizzazione indicata come la principale fonte di vulnerabilità, non solo per un’eventuale catastrofe naturale.

Ulteriori informazioni sono sul mio profilo di Academia: QUI.

Due prospettive diverse sul rischio Vesuvio

Sul numero odierno del “Corriere del Mezzogiorno”, la giornalista e scrittrice Eleonora Puntillo ha pubblicato un articolo sul nostro Vesuvio: «Vesuvio, il gigante (finora) buono
che merita più rispetto. Troppe chiacchiere sul vulcano da esperti a caccia di pubblicità: sarebbe meglio rilanciare i progetti dell’Ente parco con una visione d’insieme».Screenshot 2016-01-18 13.26.21.png

Tra un’immagine romantica («il gigante appare molto amato, abbracciato com’è da un mare di case») e una dimostrazione d’affetto («è una terra piena di risorse, fruttifera, ospitale, salubre, ricca di bellezza e di storia»), Puntillo esprime tutta la sua preoccupazione per il rischio generato dal rapporto squilibrato tra l’azione umana e la natura dell’area, confidando nell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio come unico strumento davvero efficace «per difendere e valorizzare correttamente l’intero territorio». Oltre a speculatori d’ogni tipo, la scrittrice individua altri personaggi “dannosi”, come «imprenditori televisivi bisognosi di introiti pubblicitari» che fanno leva sulla paura, nonché «sedicenti scienziati vogliosi di gloria mediatica», anch’essi preoccupati solo di lanciare allarmi (in questo caso, per la verità, il ragionamento appare più debole perché se si intende difendere l’ambiente e le istituzioni ad esso preposte, allora non si capisce perché chi si oppone alle trivellazioni sfidi «il ridicolo», secondo l’autrice). Comunque sia, l’articolo pone al centro del discorso sul rischio due aspetti poco “da Protezione Civile”, ovvero appunto l’ambiente e la cultura, che come cambio di prospettiva rispetto al solo approccio emergenziale, non ci dispiace affatto.

Per contro, il prossimo 30 gennaio 2016 a Massa di Somma alcune associazioni vesuviane terranno il convegno “Sviluppo sostenibile per la Zona Rossa: definizione del Condono e valorizzazione del territorio” [2]. A giudicare dal comunicato stampa [il download è diretto], in questo caso lo sguardo appare molto diverso da quello proposto da Eleonora Puntillo.

– – –

Queste brevi riflessioni introduttive ai due testi sono anche sulla pagina facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“.

Il Vesuvio su “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city

«Se sei un vulcanologo, nulla può farti più paura del pensiero della prossima eruzione del Vesuvio». Così comincia un articolo pubblicato il 29 luglio 2015 da Erik Klemetti sull’edizione statunitense di “Wired”: The world’s most dangerous volcano may kill another city. Il testo discute la grande pericolosità del vulcano napoletano, ma è ricco di esempi in giro per il mondo, specie negli USA, come l’area di Seattle, soggetta alla possibilità d’un terremoto apocalittico, come ha recentemente evidenziato il “New Yorker” [ne ho scritto qualche breve riflessione qui].
Il testo di “Wired” fornisce dati e link di approfondimento, per cui ne consiglio la lettura integrale; tuttavia di seguito ne estrapolo (e traduco) i passaggi che si riferiscono più esplicitamente a condizioni politico-sociali: il rapporto tra spazio urbano e rischio vulcanico, la comunicazione tra istituzioni e popolazione, l’entità dei possibili danni (e vittime) ed eventuali ripercussioni più ampie, la necessità di una preparazione all’emergenza e di una mitigazione del rischio.

Vesuvius_WIRED_2015lug29

Clicca sull’immagine per accedere all’articolo di Wired.

Il Vesuvio non è “vicino” come il Rainer a Seattle o il Popocatépetl a Città del Messico, ma è un vulcano letteralmente dentro un’area metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti: «il cratere sommitale del Vesuvio si trova a circa 12km dal centro di Napoli. [Per cui] Napoli e l’Italia devono prepararsi ad una inimmaginabile eruzione del Vesuvio [in cui la comunicazione fa la differenza, se non si vuole finire] con catastrofi come Armero o L’Aquila».
Stante questa situazione, però, sorge una domanda che può mettere i brividi: «sarebbe possibile un’evacuazione di milioni di persone nel corso di una grande eruzione del Vesuvio?». La più grande evacuazione della storia degli Stati Uniti si è avuta nel 2005 per l’uragano Rita, quando più di 3 milioni di persone furono evacuate da un’ampia area tra Texas e Louisiana, in gran parte dalla zona metropolitana di Houston. Ma si trattava di una evacuazione temporanea, rientrata dopo pochi giorni dalla tempesta. «Immaginate cosa potrebbe succedere se tutta Napoli dovesse essere evacuata dinnanzi ad una turbolenza del Vesuvio che potrebbe protrarsi per mesi o anni».
Attualmente, sulla zona considerata di maggior rischio vivono oltre 675mila abitanti. Con una grande eruzione, tuttavia, l’area ricoperta di cenere vulcanica sarebbe anche di centinaia di chilometri, per cui avrebbe un impatto su almeno 6 milioni di persone.

«Secondo alcune stime, una grande eruzione del Vesuvio potrebbe uccidere oltre 10.000 persone, ma se dovesse esserci un’evacuazione a lungo termine, il numero potrebbe salire a causa di malattie legate alla precarietà delle condizioni in alloggi temporanei. Il colpo per l’economia italiana potrebbe essere più di 20miliardi di dollari… e questo è probabilmente una stima per difetto che non include le spese di ricovero, potenzialmente per milioni di profughi di origine vesuviana».

Direi che il quadro è piuttosto apocalittico, ma l’autore del pezzo non si ferma a questo stadio deprimente e, invece, tenta di rispondere alla seguente domanda: quindi non c’è alcuna speranza?
Al contrario, risponde Klemetti: «Ecco cosa deve essere fatto perché Napoli (o qualsiasi grande città, vicino a un vulcano) sia pronta per la prossima grande eruzione»:

1) Monitoraggio del vulcano: significa che bisogna avere sia strumenti sufficienti per misurare ogni attività del vulcano, sia – ed è ancora più importante – persone addestrate ad interpretare i segnali.
2) Mitigazione: la pianificazione dell’emergenza deve essere fatta ora, anche per un disastro che potrebbe non avvenire durante la nostra vita. Il piano deve essere chiaro e facile da seguire. in quanto verrà trasmesso a nuove persone nel corso degli anni. Inoltre deve essere costantemente riveduto, ogni volta che sono disponibili nuove informazioni o quando è la città stessa a cambiare.
3) Comunicazione: gli scienziati devono comunicare in modo efficace e in maniera chiara al pubblico a proposito della minaccia rappresentata dal vulcano. Tra gli scienziati, i progettisti, i coordinatori dell’emergenza e il pubblico dev’esserci fiducia – e la comunicazione è la chiave di questa fiducia.
4) Pratica: i piani sono strumenti utili, ma la pratica e le esercitazioni lo sono ancor di più. Un ottimo esempio è rappresentato dal vulcano Rabaul in Papua Nuova Guinea, dove la pratica ha salvato delle vite nel corso di una imponente eruzione.

Evidentemente, ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e sviluppato, magari anche criticamente (le esercitazioni, ad esempio, sono spesso delle vere e proprie macchine per la costruzione di consenso, non per la prevenzione). Ma come conclude l’articolo, per quanto i vulcani possano essere pericolosi e mortali, oltre che belli e imponenti, «essere preparati alla prossima eruzione è la chiave che può rendere o meno il vulcano più pericoloso del mondo nel più mortale».
Credo, tuttavia, che manchi un quinto elemento, ovvero una seria e profonda riflessione sul modello di “sviluppo” che ha concretamente prodotto l’entità del rischio (l’enorme vulnerabilità) dell’area vesuviana. E’ un punto pochissimo dibattuto, che invece reputo centrale, specie se oltre a prepararci all’emergenza intendiamo anche mitigare il rischio per le generazioni future. Come ho scritto altrove (il mio contributo uscirà a settembre):

«Il Vesuvio, prima ancora che questioni sulla sicurezza e sulla prevenzione, ci pone delle domande epocali sul nostro modello economico, sul nostro rapporto col territorio, l’ambiente e l’ecosistema, sul nostro modo di costruire e vivere le città, sulle nostre istituzioni, sulla rappresentanza e la partecipazione».

E questo vale per Napoli quanto per Seattle e qualsiasi altra città del mondo.

– – –

INTEGRAZIONE del 3 agosto 2015:
L’utente fb Fabrizio Centonze ha commentato uno status della pagina “Rischio Vesuvio…” che linkava a questo post. Le sue osservazioni precisano alcuni passaggi dell’articolo originale su “Wired”:

L’articolo originale contiene 2 errori. L’eruzione del 1631 è una VEI 4. L’eruzione di Rabaul bisogna eliminarla dai successi delle protezioni civili perchè è stata un evacuazione spontanea nella notte. Bisogna anche dire che De Natale non era al corrente di questo (io Si) ma i suoi colleghi hanno provveduto ad informarlo. Detto questo l’articolo contiene degli ottimi spunti. Nessun vulcanologo al mondo conosce il tipo di eruzione che farà il vesuvio semplicemente perchè non si può conoscere prima. Si parla di Probabilità per questo. Personalmente preferisco gli scenari. Se parliamo di scenari eruttivi allora vengono fuori tutte le magagne del piano di emergenza.

Mario Tozzi e i duemila anni di Napoli con il Vesuvio

Ieri sera Mario Tozzi ha trasmesso una puntata di “Fuori luogo” dedicata a Napoli: “duemila anni con il vulcano“. Il famoso geologo gira per i vicoli del centro, sale a San Martino, poi scende nel sottosuolo della città e nel Cimitero delle Fontanelle, sempre con lo sguardo rivolto al Vesuvio, per raccontare il rapporto tra la città e il suo territorio.
Con un paio di esperimenti-simulazioni illustra efficacemente il funzionamento del vulcano, facendo intuire i suoi (pesanti) effetti su un’area che negli ultimi 70 anni è stata fortemente urbanizzata.
Inoltre intervista vari esperti, tra i quali Gennaro di Paola, straordinaria memoria storica delle Quattro Giornate e dell’ultima eruzione (peccato che in 2 minuti non si riesca a cogliere la profondità di un incontro con un tale personaggio).
Infine, al “piano di emergenza” sono dedicati gli ultimi 2 o 3 minuti (la puntata dura 64′) e Tozzi non vi si sofferma adeguatamente; tuttavia dice una cosa corretta: sarà un “piano di esodo”, perché non si potrà tornare a vivere (a breve) sui luoghi della prossima eruzione.

tozzi-fuori-luogo-sul-vesuvio_2015-lug-28

Clicca sull’immagine per accedere allo streaming sul website della RAI.

La puntata si intitola “Fuori luogo Napoli: duemila anni con il vulcano“, dura 01h04’57” ed è andata in onda il 28/07/2015. “Mario Tozzi viaggia nei luoghi chiave per capire questo incontro e per spiegare come i cambiamenti del pianeta hanno determinato anche cambiamenti nel nostro modo di vivere“.

Altre trasmissioni televisive dedicate al Vesuvio sono elencate in questo post, nonché qui e qui.

Radio Anch’io sul Vesuvio

Stamattina ho condiviso sul mio fb una breve lezione di filosofia della scienza tenuta per TED da Naomi Oreskes, che in premessa esprime un concetto fondamentale:

«Non possiamo quasi mai giudicare gli assunti scientifici da soli. E questo è vero anche per gli scienziati fuori dall’ambito delle loro specializzazioni. Se ci pensate, un geologo non può dirvi se un vaccino sia sicuro oppure no. La maggior parte dei chimici non è esperto di teoria evolutiva. Un fisico non può dirvi se il tabacco provochi o meno il cancro».

Nella mia presentazione su fb ho usato il plurale, “scienze”, perché appunto esistono numerosi ambiti e tante specialità. Sembra un’ovvietà, eppure non è così, allora continuo: tra le tante discipline scientifiche ci sono anche quelle sociali (apertamente disprezzate dal quel genio di Sheldon Cooper, certo), che a loro volta hanno ulteriori specializzazioni: sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale e sociale e così via.
Ora, oggi ho recuperato una puntata di due giorni fa della trasmissione “Radio Anch’io” (Rai Radio 1) dedicata al Vesuvio e ad altri vulcani italiani, diffusa in diretta dalla sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, con ospiti vulcanologi, esponenti della Protezione Civile e politici regionali. La si può ascoltare in streaming, dura 1h15′.

CKa1cqmWgAAg1jo.jpg_large

Clicca sulla foto per accedere al tweet da cui è tratta.

Tra l’altro, si è parlato anche del rischio vulcanico e della sua prevenzione in area napoletana. Al di là della retorica sull’esistenza del piano di emergenza, dei tempi di preavviso e delle modalità di evacuazione, le difficoltà di attuazione che tutti intuiamo sono dovute, secondo gli intervenuti, sostanzialmente a due fattori: ad un deficit di comunicazione con la popolazione e ad una impreparazione (talvolta definita “inconsapevolezza”) degli abitanti della zona rossa vesuviana. Posto che ciò sia vero (a mio avviso i motivi di preoccupazione sull’efficacia di una fuga di massa organizzata sono anche altri e, comunque, va sottolineato che l’evacuazione non mitiga il rischio, che è una questione del tutto taciuta), ebbene queste non sono cause, bensì prodotti storici.
Ogni disastro (anche se solo annunciato) è tale perché risulta dalla combinazione di tre elementi: l’evento calamitoso (una scossa sismica, un’alluvione, un’eruzione vulcanica…), la propensione al danneggiamento (la vulnerabilità, cioè, ad esempio, come sono state costruite le abitazioni) e la presenza umana (che rimanda alla sfera sociale, psicologica e culturale). Questi fattori hanno solo in parte attinenza con la vulcanologia, perché poi riguardano altri ambiti, come l’ingegneria e, appunto, le scienze sociali. Fa un certo effetto, dunque, sentir parlare di “consapevolezza” o di “fatalismo” chi non ha dimestichezza con tali concetti, col risultato che la puntata riproduce ancora una volta una stigmatizzazione degli “ignoranti” da parte dei “sapienti” (che sapienti non sono in determinati campi), veicolando un’idea della scienza per “fede” e non per “autorevolezza” che continuerà ad erodere la fiducia della gente.
Sarà un problema degli scienziati sociali, evidentemente, che devono partecipare al dibattito pubblico con maggior spirito di servizio, ma è anche vero che sia all’Osservatorio Vesuviano che alla Protezione Civile sono a conoscenza di studi socio-antropologici sul caso vesuviano e sul rischio in generale (a settembre uscirà un numero monografico di una nuova rivista di antropologia applicata, interamente dedicato al rischio e ai disastri). Allora perché continuare ad ignorarli? Davvero possiamo continuare a raccontarci la favola che la gente è indifferente alla natura del territorio in cui vive? Che c’è bisogno di maggiore “cultura del rischio”? Che bisogna comunicare di più? Ma la lingua del posto la conoscono? E le voci locali le hanno mai ascoltate?
La trasmissione avrebbe dovuto prevedere l’intervento di qualcuno che spiegasse perché reagiamo come reagiamo dinnanzi ad un pericolo, perché sembra che ci sia disinteresse rispetto ai catastrofici scenari prospettati, perché il piano di emergenza non è conosciuto (e dunque inapplicabile) e così via. Solo il geologo Fosco d’Amelio, intervenuto telefonicamente sul finire della puntata, ha posto attenzione al “fattore umano”, ma ormai il tempo era in scadenza e, allora, ancora una volta sarà per la prossima volta.