Petrolio nel Golfo: archeologia flegrea e vesuviana in tv

Il 28 luglio 2017 la trasmissione “Petrolio” ha dedicato una puntata al Golfo di Napoli, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, tra storia e attualità. Il documentario dura 1h50′ ed è visibile sul website della Rai:

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Il filmato è visibile anche su Fb, dove è introdotto con le seguenti parole:

Nella prima parte della trasmissione, vengono mostrate in esclusiva le immagini del ritrovamento della tomba monumentale di Pompei nei pressi di Porta Stabia: il monumento funerario è decorato in marmo con la più lunga epigrafe funeraria finora ritrovata. “Una scoperta di straordinaria importanza – sottolinea il direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna – che aggiunge nuovi tasselli e risposte su come si svolgesse la vita sociale di Pompei, in particolare sui giochi dei gladiatori e sui banchetti per raccogliere il consenso della popolazione“. L’eccezionale documentazione registrata da Petrolio nel febbraio scorso è un’esclusiva mondiale.
Nel corso della stessa puntata Petrolio esplora, con il passo dell’inviato speciale Duilio Giammaria, uno dei luoghi più straordinariamente rappresentativi delle ricchezze e delle contraddizioni d’Italia. Il cosiddetto Petrolio nel Golfo è quello delle bellezze architettoniche delle ville del Miglio d’Oro, delle ricchezze archeologiche e paesaggistiche del Golfo Di Napoli, per la prima volta raccontate nel loro complesso: da Capo Miseno, porto della Flotta Romana, a Baia, la Beverly Hills delle grandi ville romane ora sommerse dal mare, dai Campi Flegrei al Vesuvio, i luoghi in cui eruzioni e bradisismo hanno modellato il paesaggio e determinato la storia.

Sulle immagini di Petrolio a proposito della scoperta pompeiana di una tomba monumentale ne ha scritto anche “La Repubblica“.

Il Vesuvio radiofonico: giugno 2016

“Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci”, 24 giugno 2016: qui.

Ieri, 23 giugno, Radio 1 ha trasmesso una puntata dedicata al Vesuvio: dura 20′ e vi consigliamo di ascoltarla, perché è sempre importante rinnovare la conoscenza del nostro vulcano.
Almeno una considerazione, però, va fatta su questo tipo di comunicazione.
In trasmissione c’è stato un collegamento con gli Scavi di Pompei e sono intervenuti prestigiosi esponenti della scienza (Osservatorio Vesuviano e Università) e della protezione civile (tecnici e politici). Costoro hanno presentato le caratteristiche geologiche e storiche del vulcano, hanno esposto i princìpi del piano di emergenza nazionale e hanno spiegato alcune lacune del sistema di sicurezza, che tuttavia sarebbero superabili coinvolgendo le scuole (certo, la scuola è l’alfa e l’omega di tutto, lo sappiamo). Infine, è stato citato anche l’abusivismo, tuttavia nessuno ha parlato dell’urbanizzazione legale, a cui è imputabile la gran parte dell’attuale esposizione al rischio.
Anche questa volta è mancata completamente la voce degli urbanisti (si può “aggiustare” la “città vesuviana”?) e degli scienziati sociali (gli abitanti del posto sono pazzi?), ma soprattutto è mancata un’analisi delle cause, individuate le quali è possibile elaborare delle soluzioni. Ancora una volta, dunque, si è risolto tutto nei soliti discorsi, triti e ritriti (almeno, per chi come noi segue costantemente l’argomento).
Insomma, riteniamo che passi in avanti vadano compiuti anche nella comunicazione.

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Commenti:
FodA: Oltretutto l’unica cosa specifica che hanno detto rimane fumosa e imprecisa: i gemellaggi. Il piano nel 2013 era questo: decisa l’evacuazione, gli abitanti vengono portati in “zone limitrofe della Campania” in alberghi, scuole e alloggi IN ATTESA dell’eruzione. Avvenuta poi l’eruzione, si verifica quali paesi sono stati distrutti o danneggiati, e solo allora si trasferiscono le persone nelle regioni gemellate. Per come ne hanno parlato, sembra che il trasferimento alle regioni avvenga prima dell’eruzione. E non è la prima volta che su questo punto non c’è chiarezza. E non è poco dal punto di vista sociale e gestionale
Giogg: Non si sa nemmeno quanta gente evacuare: la “zona rossa 1” non coincide con i confini amministrativi dei comuni, ma è pressoché circolare, per cui quanti sono i residenti entro la “linea Gurioli”? Si dovrebbe effettuare un censimento strada per strada, ma zero anche qui.
FodA: sprecano i soli 10 minuti a spiegare cos’è il Vesuvio, se è addormentato, che scenario eruttivo sarà (e non lo possono sapere neanche loro), che c’è un monitoraggio, che c’è un piano di emergenza… se avessi tempo e pazienza, raccoglierei tutte le trasmissioni che ho sentito sul Vesuvio negli ultimi 10 anni e farei un blob per dimostrare ch non si muovono di un punto.

Mario Tozzi e i duemila anni di Napoli con il Vesuvio

Ieri sera Mario Tozzi ha trasmesso una puntata di “Fuori luogo” dedicata a Napoli: “duemila anni con il vulcano“. Il famoso geologo gira per i vicoli del centro, sale a San Martino, poi scende nel sottosuolo della città e nel Cimitero delle Fontanelle, sempre con lo sguardo rivolto al Vesuvio, per raccontare il rapporto tra la città e il suo territorio.
Con un paio di esperimenti-simulazioni illustra efficacemente il funzionamento del vulcano, facendo intuire i suoi (pesanti) effetti su un’area che negli ultimi 70 anni è stata fortemente urbanizzata.
Inoltre intervista vari esperti, tra i quali Gennaro di Paola, straordinaria memoria storica delle Quattro Giornate e dell’ultima eruzione (peccato che in 2 minuti non si riesca a cogliere la profondità di un incontro con un tale personaggio).
Infine, al “piano di emergenza” sono dedicati gli ultimi 2 o 3 minuti (la puntata dura 64′) e Tozzi non vi si sofferma adeguatamente; tuttavia dice una cosa corretta: sarà un “piano di esodo”, perché non si potrà tornare a vivere (a breve) sui luoghi della prossima eruzione.

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Clicca sull’immagine per accedere allo streaming sul website della RAI.

La puntata si intitola “Fuori luogo Napoli: duemila anni con il vulcano“, dura 01h04’57” ed è andata in onda il 28/07/2015. “Mario Tozzi viaggia nei luoghi chiave per capire questo incontro e per spiegare come i cambiamenti del pianeta hanno determinato anche cambiamenti nel nostro modo di vivere“.

Altre trasmissioni televisive dedicate al Vesuvio sono elencate in questo post, nonché qui e qui.

Parco nazionale, automobili, cemento, piano di emergenza, santi, cinema: il Vesuvio nel mese di agosto 2014

Esattamente un anno fa il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya si domandava (e ci domandava): gli italiani parlano del Vesuvio? A giudicare dal mese di agosto 2014 si direbbe di si, ne parlano molto. Il punto è: come ne parlano? E ancora: ma poi agiscono in base a quel che dicono? Nell’ultimo mese si è discusso del Vesuvio soprattutto per tre questioni: la nomina del nuovo presidente del Parco Nazionale (che non c’è stata, per cui è stato nuovamente rinnovato il commissariamento), l’apertura al cemento concessa dall’attuale Giunta della Regione Campania (che ha dilatato i tempi di due vecchi condoni edilizi), il rischio vulcanico e la sua gestione (tema legato al precedente, ma sollevato anche da un numero della rivista “Le Scienze”). Non sono mancati, però, articoli che hanno riguardato il nostro vulcano anche per altri argomenti, come la devozione popolare in caso di emergenza, il 1935esimo anniversario dell’eruzione del 79 d.C. e un paio di nuovi film in cui il Vesuvio è più o meno protagonista.
Di seguito riporto link e commenti su tali notizie, tratti dai socialmedia che frequento.

6 settembre 2014:
Spesso ci rassicuriamo ripetendoci che un’esplosione vulcanica è preceduta, talvolta per mesi, da segnali precursori. In questo modo – ci diciamo e ci viene detto – avremo modo di evacuare con relativa serenità. Quei sintomi, però, possono anche non avvenire o presentarsi con scarso anticipo, per cui dovremmo considerare seriamente anche l’ipotesi di non avere tempo sufficiente a scappare. Se considerassimo realmente questa possibilità, pretenderemmo politiche urbanistiche e di gestione del territorio molto più restrittive e non di apertura al cemento come l’ultimo “maxiemendamento” promulgato dalla Giunta della Regione Campania. Come scrive MalKo, si tratterebbe di politiche che

comportano il blocco dell’edilizia e il varo di misure atte a delocalizzare sul serio gli abitanti. I ruderi non si riatterebbero ma si demolirebbero; i sottotetti non potrebbero avere altezze da abitabilità; niente più condoni; massicci abbattimenti dei manufatti abusivi ricadenti in zona rossa; reticoli viari di emergenza e non di sviluppo. […] Le amministrazioni comunali non si scervellano per trovare soluzione ai fattori di rischio bensì a quelli del cemento. […] Il premier Matteo Renzi, dovrebbe far recuperare credibilità istituzionale in queste zone, incominciando con l’aprire un’inchiesta sullo sproporzionato numero di abusi edilizi che segnano un territorio a rischio. Incominci poi a sospendere alcune norme del maxiemendamento, a iniziare dai condoni e da qualsiasi altra iniziativa che comporti un aumento del numero di residenti. Se non per abitarci per quale motivo si ristrutturebbero i ruderi? Per sicurezza si possono più facilmente abbattere […].

(MalKo, Rischio Vesuvio: quale difesa?, in “Hyde Park”, 30 agosto 2014).

AGGIORNAMENTO dell’8 settembre 2014:
Un nuovo articolo di MalKo si sofferma sul fenomeno dell’abusivismo in area vesuviana:

[…] l’abusivismo e i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali […].

Nel post è rinnovato, inoltre, l’invito al Presidente del Consiglio Renzi di istituire «una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno».

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6 settembre 2014:
Il 5 agosto 2014 Ciro Teodonno ha pubblicato un articolo sul “maxiemendamento” della Regione Campania in cui si fanno delle concessioni al cemento, anche in zona rossa vesuviana. Dopo un mese l’associazione neAnastasis ha risposto con un pezzo critico verso le interpretazioni di Teodonno, il quale il giorno dopo ha controribattuto. Personalmente, ho contribuito con i seguenti commenti su alcuni socialmedia:

“L’inefficienza e la tolleranza degli Enti locali nel controllo del territorio e l’abusivismo dilagante e talora irresponsabile contribuiscono a determinare, oltre la distruzione di un patrimonio naturale unico al mondo, risorsa essenziale per attività economiche, investimenti e occupazione, le conseguenze disastrose che puntualmente si sono verificate anche nello scorso anno” (Antonio Guida, presidente del Tar della Campania, citato da Vittorio Emiliani il 4 marzo 2012, qui).
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Aprire brecce al cemento, specie in territori già ampiamente inondati da decenni di edilizia selvaggia (cosa che, nel caso specifico, ha causato l’attuale, enorme, vulnerabilità intorno al Vesuvio), è semplicemente irresponsabile. La giustificazione del rilancio occupazionale, poi, è pelosa perché, a conti fatti, ogni condono (aperto, riaperto o dilatato che sia) è antieconomico (Gian Antonio Stella, 10 febbraio 2013, qui).
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Secondo uno studio di Legambiente citato da G.A.Stella nel 2003, sommando la sanatoria del 1985 e quella del 1994, le domande di condono per abusi edilizi nei soli 13 comuni che hanno un pezzo del territorio dentro il Parco nazionale del Vesuvio, furono 49.087 [qui].
Ampliare i termini dei due condoni significa, dunque, rendere potenzialmente legali quasi 50mila edifici che hanno già consumato suolo (agricolo e non), hanno già eroso appeal turistico (il paesaggio, oltre ad essere un “documento” storico e identitario è anche uno straordinario attrattore), hanno già ampliato ulteriormente la vulnerabilità del territorio (dal punto di vista del rischio sismico, vulcanico e idrogeologico), hanno già arricchito la criminalità (il ciclo del cemento in Campania, è noto, è in mano a determinati clan camorristici e un abuso edilizio, com’è evidente, non può che essere realizzato in maniera illegale, ovvero con strutture illegali).
Su come gestiamo il nostro territorio ci guarda e valuta (e giudica) il mondo intero [qui] [qui].

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5 settembre 2014:
“San Sebastiano al Vesuvio News” ha pubblicato un resoconto dell’odierna trasmissione radiofonica “24 Mattina”, dedicata al rischio vulcanico della nostra area. Ospiti: Ugo Leone, commissario del Parco Nazionale del Vesuvio, il giornalista Alessandro Milan, il sindaco di Terzigno Stefano Pagano.

Andresti a vivere nella zona rossa del Vesuvio? Questo il sondaggio lanciato da un reportage del settimanale Panorama a cura di Maria Pirro. Nel mirino le abitazioni costruite alle pendici del Vulcano più pericoloso al mondo ed il timore che si continui ad edificare. Prede spunto da qui, la seconda parte del programma radiofonico 24 Mattino di oggi, in onda su Radio 24.

(I rischi della zona rossa, se ne parla al programma radiofonico “24 Mattina”, in “San Sebastiano al Vesuvio News”, 5 settembre 2014)

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31 agosto 2014:
Abbiamo il governo più veloce del mondo, eppure il ministro dell’ambiente non riesce a trovare il tempo per nominare il nuovo Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio. Nessuna istituzione vive di sei mesi in sei mesi, è dunque lecito chiedersi cosa si voglia fare del territorio vesuviano e, più in generale, del sistema delle aree protette italiane.
Francesco Gravetti, Parco Vesuvio, la storia infinita: ancora una proroga per Ugo Leone. Altri sei mesi di commissariamento per l’area protetta: la scelta del nuovo presidente diventa sempre più un caso politico e istituzionale. Intanto si avvicinano le regionali e impazza il toto nomine (in “Il Mediano”, 31 agosto 2014).

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24 agosto 2014:
Dalla pagina fb del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma:

24 agosto: la data dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è attestata da una lettera di Plinio il giovane a Tacito «Nonum kal. septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie.» (Gaius Plinius Caecilius Saecundus, Epistularum liber VI, 16, C. Plinius Tacito Suo S.), ma alcuni studiosi indicano un periodo successivo all’estate

[1 – Raffigurazione di Bacco e del Vesuvio in un affresco pompeiano precedente al 79 d. C.; 2 – Calco del corpo di una vittima dell’eruzione del Vesubvio del 79 d.C., trovato assieme ad altri nel cosiddetto “Orto dei fuggiaschi” a Pompei; 3 – Pietro Fabris (Napoli, 1740-1792: Eruzione del Vesuvio del 1760-1761; 4 – Alessandro D’Anna (Palermo 1746 – Napoli 1810): Eruzione del Vesuvio del 1794, con la processione dell’Immacolata; 5 – Giorgio Sommer (Francoforte sul Meno 1834 – Napoli 1914): L’eruzione del Vesuvio, 26 Aprile 1872]

«[Mio zio] era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell’ordinario sia per la grandezza sia per l’aspetto. […]» (dalla lettera di Plinio il Giovane a Tacito, il cui testo integrale è qui).

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20 agosto 2014:
Un articolo storico di Giovanni De Luna in cui spiega che durante l’eruzione vesuviana del 1944

ci fu un grande tramestio di santi e madonne; uscirono dalle loro chiese Sant’Anna a Boscotrecase, San Giacomo a Pollena, San Giovanni Battista ad Angri, addobbato con i fogli-fazzoletti delle banconote delle Am-lire, la carta moneta stampata dagli Alleati.

(G. De Luna, Il Vesuvio erutta e San Gennaro gioca in trasferta. Nella Napoli degli sciuscià e delle «segnorine» occupata dagli Alleati, il vulcano distrugge i villaggi e scatena una guerra tra santi, in “La Stampa”, 8 agosto 2014)

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19 agosto 2014:
La trasmissione “Overshoot” di “Radio Radicale” dell’altro ieri [qui] ha avuto ospiti l’urbanista Aldo Loris Rossi e il direttore di “Le Scienze” Marco Cattaneo, che ha dedicato il numero di agosto al rischio vesuviano [qui].
Avevo espresso qualche riserva nei confronti dell’editoriale di Cattaneo, poi ho letto anche l’articolo principale della rivista e il mio scetticismo si è confermato.
In merito a quanto pubblicato, l’analisi più accurata l’ha scritta MalKo, un esperto di gestioni di emergenze, nell’editoriale “Rischio Vesuvio e l’informazione di massa“, in “Hyde Park”, 10 agosto 2014.
Personalmente, ritengo che i servizi de “Le Scienze” e, in parte, anche della trasmissione di “Radio Radicale” abbiano delle lacune – non so quanto inconsapevoli – che veicolano un’idea fuorviante della situazione vesuviana. Non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza, è vero solo che è stata riperimetrata la zona rossa, con conseguente ridefinizione dei gemellaggi. Non è vero che in tre giorni si possono evacuare 700mila persone (con qualsiasi mezzo), soprattutto perché non vi sono vie di fuga, meeting point e indicazioni. I catastrofisti non mi piacciono, ma neppure i rassicurazionisti, come sostanzialmente sono gli autori del numero in questione: la realtà è fatta di lacune istituzionali, se non addirittura di incoerenza (aprire al cemento in zona rossa, come ha fatto di recente la Regione Campania, è qualcosa che va in direzione decisamente contraria alla mitigazione del rischio). Manca – ed è sempre mancato – un serio piano di comunicazione alla popolazione, oltre alla ormai endemica assenza di inclusione nel processo di pianificazione.
Se si intende parlare seriamente di rischio Vesuvio, bisogna distinguere: una cosa è la dimensione scientifica (monitoraggio dell’attività vulcanica e prevedibilità dell’evento atteso), un’altra la dimensione istituzionale (innanzitutto di organizzazione e gestione dell’emergenza, ma soprattutto di responsabilità politico-amministrativa), un’altra cosa ancora è la dimensione socio-antropologica (e questa non è mai presa in considerazione da chi ha il potere di decidere: la popolazione non è ascoltata, non è avvertita, non è coinvolta, ma al contrario viene frequentemente stigmatizzata, se non ridicolizzata).

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8 agosto 2014:
Il prossimo autunno al cinema ci sarà “Sul Vulcano“, un documentario di Gianfranco Pannone che [il 10 agosto è stato] presentato fuori concorso al 67esimo Festival di Locarno. Il vulcano, naturalmente, è il Vesuvio.

Su “Repubblica” di oggi c’è un’intervista al regista: “Ha fatto più danni il Vesuvio in 2000 anni o l’uomo in 100?” (qui). Altre interviste a Pannone sono su: “Cinecittà News“, “Io Donna“, “Il Mattino“.

E’ da segnalare, inoltre, che alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato “Il giovane favoloso“, un film biografico di Mario Martone su Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano. Com’è noto, il poeta visse i suoi ultimi anni in una splendida villa di campagna ai piedi del Vesuvio [sinossi]. Il film uscirà nelle sale il 16 ottobre e questo è il suo primo trailer:

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4 agosto 2014:
Regolamentare il traffico automobilistico sulla bocca di un vulcano? La questione sembrerebbe surreale, e forse lo è, eppure in cima al Vesuvio è necessario porsela. Ci si immaginerebbe che il Gran Cono, in quanto centro e simbolo di un Parco Nazionale, debba godere di un ferreo disciplinamento dei flussi, dei rumori, dei fumi. Invece…
Giovanni Marino, Che succede a quota 1000?, nel blog del Movimento “cittadini per il Parco”, 4 agosto 2014.

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2 agosto 2014:
A proposito degli spiragli cementizi concessi dall’attuale Giunta della Regione Campania, anche nelle zone di pregio paesaggistico e di rischio geologico, e dei dubbi di chi si domanda se il rischio Vesuvio sia “scientificamente reale”, ecco cosa ne pensa Ugo Leone (“La Repubblica“):

«E malamente e volutamente disinformata è da decenni la dirigenza politico amministrativa della Regione che si affida ai piani di evacuazione ignorando più utili e “salutari” alternative» (Ugo Leone)

Mettici la mano tua

Oggi, 19 settembre, festa di San Gennaro Martire, patrono di Napoli, tutto è andato secondo copione: «Si è ripetuto alle 9,41 il prodigio dello scioglimento del sangue di San Gennaro. L’annuncio è stato dato ai fedeli in preghiera nel Duomo di Napoli dal cardinale Crescenzio Sepe che ha sventolato, secondo l’antica tradizione, il fazzoletto bianco ed è stato accolto dai fedeli, giunti nella cattedrale di Napoli sin dalle prime ore del mattino, da un lungo e liberatorio applauso. Il ripetersi del miracolo è letto dai napoletani come un segno di buon auspicio per la città» (ANSA).
Per questa occasione, Leonardo Tondelli ha scritto un lungo post agiografico in cui, però, il santo non è protagonista, ma al centro del testo c’è il Vesuvio. Il legame tra il vulcano napoletano e la religiosità dei suoi abitanti è leggendaria, ma in generale ogni territorio “a rischio”, così come ogni disastro avvenuto, catalizzano e producono bisogni e sensibilità legate al trascendente. Il ragionamento di Tondelli, invece, si concentra sul tangibile, ovvero sulla (im)preparazione al rischio vulcanico. L’articolo si intitola “L’opzione San Gennaro” (su «Il Post» e sul suo blog) e, in merito all’eventualità di un’eruzione, tocca i seguenti dieci punti:

  1. L’intervento di Nakada Setsuya circa la possibilità che il Vesuvio torni ad eruttare: «un segreto di Pulcinella» che nemmeno l’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, negava o sminuiva, ma che anzi riteneva «il più grande problema di Protezione Civile che c’è in Italia» (e per il quale bisognava «predisporre piani di evacuazione per almeno un milione di cittadini, tra cui molti di Napoli»).
  2. Il coinvolgimento attivo delle altre regioni italiane che dovranno accogliere le centinaia di migliaia di persone evacuate dalla “zona rossa vesuviana”. Queste regioni lo sanno? Sono pronte?
  3. Le modalità e i mezzi con cui gli sfollati vesuviani dovrebbero raggiungere le regioni ospitanti. (Attualmente è in progetto un adeguamento della SS 268).
  4. La monitorizzazione scientifica del vulcano: «il Vesuvio è costantemente monitorato. È il vulcano più studiato del mondo».
  5. La storia eruttiva del Vesuvio degli ultimi due millenni e il legame col culto di San Gennaro (che diventa stretto solo dal Seicento).
  6. La memoria dell’ultima eruzione: 1944.
  7. I tre (principali) scenari possibili: [a] «potrebbe risolversi tutto con una sboffata di fumo e la solita colata lavica stile Etna»; [b] «Un’altra possibilità è che la terra cominci a tremare e vada avanti per mesi, come nel 1631. A quel punto avremmo un po’ di tempo per evacuare»; [c] «La terza possibilità è che le cose vadano veramente male: un’eruzione esplosiva senza molto preavviso».
  8. Il progetto “VesuVia” e il suo fallimento.
  9. Un’idea goliardica: girare un film catastrofico, anzi un vero e proprio kolossal con un cast hollywoodiano, che permetta di recuperare consapevolezza sulla natura del territorio di cui stiamo parlando: «Potremmo persino recuperare l’investimento: e sarebbero altri soldi per la statale e per gli svincoli e per i rifugi a prova di nubi tossiche. Ma soprattutto, dopo aver visto un film così, non avremmo più alibi. Sapremmo che viviamo alla pendici del più grande disastro possibile».
  10. La cruda realtà, ovvero il punto di vista di un politico: «Prevenire i disastri naturali costa troppo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricostruire dopo un disastro costa ancora di più, ma non è detto che sia così. Mettiamoci dal punto di vista di un politico. Per lui la prevenzione significa tasse: tasse significa perdere le elezioni. Quindi la prevenzione ha un costo inaccettabile. Viceversa il disastro significa solidarietà. Significa gesti incredibili, che solo un’emergenza può suggerire o giustificare. […] Lasciare che il Vesuvio erutti o esploda può sembrarvi una pazzia, ma a un certo livello di responsabilità diventa un’opzione più praticabile, più conveniente di altre».

Leonardo Tondelli (che ha scritto del Vesuvio anche altre volte: ne ho raccolto i testi in questi miei post) coglie l’aspetto fondamentale di ogni discorso sul rischio: la questione politica che esso porta con sé. Allo stato attuale, la catastrofe annunciata causata da una futura eruzione vesuviana non sarà naturale, bensì prettamente antropica.

Colgo lo spunto di questo articolo di Leonardo per raccogliere tra i commenti di questo post le notizie che in futuro incontrerò sul legame tra rischio e religiosità.

  • Torre Annunziata, fine ottobre 2013: canto alla Madonna della Neve contro la camorra e l’inquinamento, QUI. La Vergine è commemorata sia il 5 agosto (giorno della Madonna della Neve, appunto), sia il 22 ottobre (giorno che rievoca il 22 ottobre 1822, quando la divinità, invocata dai cittadini torresi, fermò miracolosamente la lava del Vesuvio): QUI.
  • San Sebastiano al Vesuvio, il 20 gennaio 2011 il maltempo non ha permesso lo svolgimento della processione del santo patrono: è stato un cattivo presagio? Ne scrissi QUI.
  • Monte Somma, ogni sabato dopo Pasqua si svolge un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” e ogni 3 maggio si festeggia il cosiddetto “Tre della Croce”. Ne scrissi QUI.
  • San Giorgio a Cremano, il 19 maggio viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica. Altre info: QUI (o qui)

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Su “Repubblica.it” del 15 agosto 2011, c’è una galleria fotografica intitolata “Java: ex-voto nel cratere per ringraziare gli dei“.
La didascalia recita: “Indonesia, per ringraziare le divinità indu della prosperità, la salute e il buon raccolto si svolge a Java la tradizionale cerimonia Kasada nel corso della quale i fedeli gettano nel cratere del Monte Bromo ogni genere di offerte: animali vivi, frutta, verdura“.

Clicca sull’immagine per accedere alle 18 fotografie dell’intero reportage.

Approfondimenti sulla cerimonia Kasada sono QUI, QUI e QUI.

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“Il Post” ha pubblicato una foto notevole: è una processione di donne filippine che portano delle effigi sacre sulle macerie lasciate dal tifone Haiyan. Quel sentimento non ha confini: né spaziali, né temporali. Potrebbe essere, infatti, San Sebastiano al Vesuvio nel marzo 1944. O la Sardegna di queste ore.

“Sopravvissuti al tifone Haiyan durante una processione religiosa a Tolosa, nella parte orientale dell’isola di Leyte, nelle Filippine. Secondo le Nazioni Unite 1,9 milioni di persone hanno perso le loro case a causa del tifone”.
Clicca sulla foto per accedere alla pagina originale.

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AGGIORNAMENTO del 4 febbraio 2014:
“RaiNew24” ha pubblicato una galleria fotografica con immagini di preghiere per placare l’eruzione del vulcano Sinabung, nel Nord di Sumatra, in Indonesia: «Una colonna di fumo alta due chilometri e mezzo si alza dal vulcano Sinabung dopo l’ennesima violenta eruzione che ha trasformato la regione circostante in un paesaggio apocalittico».

Clicca sull’immagine per accedere alla galleria fotografica.

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AGGIORNAMENTO del 6 aprile 2014:
Antonio Cimmino riferisce di un musical su San Gennaro e Napoli in scena in questi primi giorni di aprile 2014 presso la Mostra d’Oltremare: Sangue Vivo: il primo musical su San Gennaro (“Il Mediano”, 6 aprile 2014, QUI).

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AGGIORNAMENTO del 19 maggio 2014:
Come scrivevo più su, nel mese di maggio a San Giorgio a Cremano viene celebrata la “Festa della lava“, in ricordo di San Giorgio Martire che nel 1872 salvò miracolosamente la città dalla colata lavica, ma anche in ricordo della processione con cui il santo fu portato dinnanzi al fronte lavico nel 1944, anno dell’ultima eruzione vesuviana. Ieri la celebrazione si è conclusa con l’incontro tra San Giorgio e San Sebastiano nel santuario di quest’ultimo. Ne ha scritto “San Sebastiano al Vesuvio News” sulla sua pagina facebook:

San Sebastiano al Vesuvio, 18 maggio 2014, incontro tra le statue di San Sebastiano e San Giorgio in ricordo dell’eruzione del 1944.

L’incontro di ieri sera, in un emozionante clima di festa, ha riacceso i riflettori sull’ultima eruzione del 1944. Allora erano in gioco il futuro e la sopravvivenza dei paesi vesuviani stretti nella morsa della lava. Divisi in costumi e tradizioni, sospettosi e competitivi, i rispettivi cittadini si trovarono così uniti nel richiamo alla provvidenza divina.
L’esigenza del ricordo si lega alla immutata e complessa natura del nostro territorio, diventando monito per le coscienze: occorre che le istituzioni locali lavorino in sinergia al fine di minimizzare ogni potenziale rischio connesso al Vesuvio.
L’abbraccio fra San Giorgio e San Sebastiano rappresenta, a mio avviso, un importante passo in questa direzione.

Un reportage fotografico dell’evento è stato pubblicato da Anna Esposito sul suo spazio facebook:

Foto di Anna Esposito. Clicca sull’immagine per accedere all’intero reportage pubblicato su fb.

AGGIORNAMENTO del 21 maggio 2014:
La pagina fb di “San Sebastiano al Vesuvio News” ha diffusouna nota storica per meglio comprendere l’incontro fra San Giorgio e San Sebastiano della scorsa domenica“:

Era il 22 marzo del 1944. San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma erano già in parte distrutte dal principale torrente di fuoco ed anche Cercola era minacciata. Norman Lewis, ufficiale alleato a seguito dell’esercito americano, nel suo libro-diario “Napoli44″, descrive così il suo arrivo a San Sebastiano:”Al momento del mio arrivo la lava stava avanzando piano piano lungo la strada principale del paese, e a cinquanta metri dalla grande massa di detriti in lento movimento, alcune centinaia di persone, per lo più in nero, stavano inginocchiate in preghiera.”
Si pregava affinchè un intervento divino giungesse a placare la furia del Vesuvio. Anche i cittadini di San Giorgio a Cremano si raccolsero in preghiera alla notizia che la lava minacciava l’abitato. San Giorgio Martire, secondo la tradizione, aveva salvato la cittadina vesuviana già in occasione dell’eruzione del 1872 – era il 19 maggio – arrestando il fiume di lava proprio al confine con San Sebastiano. Un precedente ci fu anche durante l’eruzione del 1855 quando i san giorgesi invocarono San Giorgio e la Madonna dell’Immacolata promettendo di portare le statue in processione qualora fosse salvo il paese.
Memore di quella promessa, il 22 marzo del 1944, il parroco, mons. Giorgio Tarallo, raccolse a suon di campane la popolazione nella chiesa di S. Maria del Principio. Da questa plevò la statua di San Giorgio Martire mentre dalla contigua Arciconfraternita, quella di Maria SS. Immacolata.
Alle 14 partiva la processione guidata dall’allora Sindaco Salvatore Ambrosio che innalzava un crocifisso. Da Corso Roma, proseguendo per via Pittore, si giunse in corrispondenza del fronte lavico presso le Novelle di Resina. Le statue dei Santi protettori furono poste in prima fila mentre i fedeli intonavano canti e preghiere.
Di li a poco, tra la generale commozione della folla, la lava arrestò il suo cammino risparmiando il paese.

La statua di San Giorgio sul fronte lavico del 1944

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AGGIORNAMENTO del 20 agosto 2014:
Li ho definiti “riti in emergenza”, quelli cioè che si effettuano durante una crisi o un disastro. “Il Post” riferisce che in Liberia i fedeli di una chiesa cristiana locale pregano in riva all’oceano per invocare la fine dell’epidemia di ebola, come documentano le fotografie di John Moore:

INTEGRAZIONE del 20 ottobre 2014:
Anna Momigliano riferisce su “Studio” come gli antropologi aiutano a combattere l’epidemia di ebola in Africa: “Come si ferma un’epidemia in paesi dove c’è chi è convinto che le epidemie siano causate dalle streghe, non dai virus? Per questo a fianco dei medici alcune organizzazioni internazionali hanno voluto anche antropologi“.

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AGGIORNAMENTO del 12 settembre 2014:
Durante le proteste anti-discarica dell’ottobre 2010, tra Terzigno e Boscoreale una manifestante espose un cartello-invocazione: “Madonna della Neve ferma la monnezza come fermasti la lava” [qui].
Nel corso delle varie emergenze dei rifiuti, nel napoletano si è fatto largo uso del sacro per ritagliare spazi puliti nel mare di spazzatura che aveva invaso le strade. Tra i tanti casi, nel 2008 una statua di Padre Pio ha “salvato” una strada tra Pompei e Scafati [qui]; l’anno scorso un’immagine di “san Rifiuto” ha “liberato” un garage a San Giovanni a Tedduccio [qui]; oggi è uscita la notizia di un Padre Pio che sta “proteggendo” un vicolo di Capodimonte a Napoli [qui].
Sebbene sparita dai giornali, sembra proprio che l’emergenza tra le strade del napoletano non sia affatto finita.

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AGGIORNAMENTO del 20 settembre 2014:
Anche ieri san Gennaro ha compiuto il miracolo: il sangue si è sciolto alle 10h11 e tutti hanno gioito. Ne ho raccolto un paio di articoli QUI. Il commento più divertente, ma al contempo stimolante, che ho letto è di Luca Fiorentino: “per quanto io possa odiare tutta quella serie di scaramanzie, feticci e devianze ridicole chiamata religione, provo la massima stima nei confronti di chi bell e buono ha messo in mezzo la storia del sangue di san gennaro […]” (continua QUI o tra i commenti).

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AGGIORNAMENTO del 22 novembre 2014:
Chiara Spagnolo riferisce su “Repubblica TV” di un video di 3 minuti in cui è inscenata una processione e dei funerali per la “peste degli ulivi” in Salento. Si tratta di una vera e propria risposta culturale ad un disastro in corso, un rituale in emergenza in cui, tuttavia, non è facile distinguere l’uso mediatico del sacro dallo spirito religioso vero e proprio. Tra i promotori dell’iniziativa c’è anche la Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “Un mesto corteo funebre in campagna, preghiere recitate con gli occhi pieni di lacrime, donne vestite a lutto e persino il parroco che effonde l’incenso nell’aria: è il funerale degli ulivi, immortalato in un video commissionato dalla Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, che da giorni spopola sul web. Un’iniziativa che la curia ha voluto e promosso attraverso la Fondazione monsignor Vito De Grisantis, per promuovere il dibattito sulla Xylella fastidiosa, “il cancro degli ulivi”, “che si è già diffuso su 40.000 ettari, ha colpito un milione di alberi in Salento – tanti, troppi” come è scritto nei titoli di coda del mini-cortometraggio realizzato da Antonio Scarcella e Michele Rizzo con l’aiuto di Laura Campanile per Iorec produzione. Il video è girato tra il paese di Tiggiano e l’agro di Gallipoli, ovvero le zone più colpite dal batterio killer, e mostra scene di vita quotidiana di anziani salentini, per i quali la morte dell’ulivo è come quella di una persona cara. Di fronte alle foglie seccate dalla xylella le lacrime scendono copiose e bagnano i visi segnati dalla fatica, negli abbracci le donne cercano consolazione per la perdita e ai piedi dell’albero viene infine posta una corona di fiori, per salutarlo come se fosse un figlio“.

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Vesuviodamare

vesuviodamareScongiurando l’eruzione reale, da qualche giorno a Napoli è possibile vivere un quarto d’ora di quella, virtuale, del 79 dC. La spettacolarizzazione del Vesuvio continua con un film in 3D. Eccone la presentazione tratta dal website ufficiale:

«Nella Stazione Marittima di Napoli, al centro di Napoli, tra terra e mare, il Teatro Multimediale i3D/multiD, invita, grandi e piccini,  a rivivere una grande esperienza immersiva,”VESUVIODAMARE”.  Come una macchina del tempo capace di trasferirci in altre epoche, un sofisticato impianto di multiproiezione stereoscopico consentirà di rivivere tutte le fasi della spettacolare eruzione  del Vesuvio del 79 d.C. che ha provocato la distruzione delle città di Ercolano e Pompei.
Una nube nera e terribile, squarciata da guizzi serpeggianti di fuoco, si apriva in vasti bagliori di incendio: erano essi simili a folgori, ma ancora più estesi […] Dopo non molto quella nube si abbassò verso terra e coprì il mare […]. Cadeva già della cenere, ma ancora non fitta. […] Scese la notte, non come quando non v’è luna o il cielo è nuvoloso, ma come quando ci si trova in un locale chiuso a lumi spenti. Udivi i gemiti delle donne, i gridi dei fanciulli, il clamore degli uomini: gli uni cercavano a gran voce i genitori, altri i figli, altri i consorti, li riconoscevan dalle voci; chi commiserava la propria sorte, chi quella dei propri cari: ve n’erano che per timore della morte invocavano la morte […]. (Plinio al suo amico Tacito)
Lo spettatore sarà avvolto da un senso di assorbimento e “immersione” sensoriale  e le immagini tridimensionali sembreranno uscire dallo schermo ed entrare nell’ambiente dove  egli si trova.
Il Teatro Multimediale sarà a servizio della cultura e delle imprese in quanto  può essere uno scenario ideale, declinabile secondo le diverse esigenze. E’ possibile realizzare proiezioni 3D su tematiche: culturali, mediche, artistiche, meccaniche,  etc…  Sofisticati proiettori multipli garantiscono una qualità video in alta risoluzione e luminosità su tutto lo schermo  cinematografico».

Altre e ulteriori info sono tra i commenti di questo post.

AGGIORNAMENTO (31 ottobre 2013):
La spettacolarizzazione del Vesuvio è internazionale. Ieri Neil MacGregor, direttore del “British Museum” di Londra, ha presentato “Pompei”, un vero e proprio “evento cinematografico” che sarà nelle sale solo il 25 e il 26 novembre 2013, basato sulla mostra “Life and death in Pompeii and Herculaneum“. Ulteriori info, QUI.

AGGIORNAMENTO (7 gennaio 2014):
La società DigitalGlobe (specializzata in foto satellitari) ha promosso un concorso fotografico su Facebook in cui ha vinto la foto «Il Monte Vesuvio visto dal satellite». “Il Mattino” titola: Concorso sul web, la foto del Vesuvio dallo spazio è la più bella al mondo: «Come si legge sul sito ufficiale, in 28 giorni ben 30mila persone hanno votato gli scatti provenienti da ogni angolo del mondo. Tra gli scatti in gara anche la reggia di Versailles, Aleppo, il vulcano Manam in Papua Nuova Guinea e il fiume Colorado».

Camorra vesuviana

Ne ho accennato in qualche post precedente, soprattutto in merito alla gestione dei rifiuti e delle discariche (abusive e non), ma la presenza della camorra in area vesuviana è molto più estesa e pervasiva.
In particolare, a SSV la presenza camorristica è ben visibile nella megavilla appartenuta al boss Luigi Vollaro, detto ‘o Califfo, confiscata da decenni e non ancora convertita ad usi sociali.

In questo post raccolgo le notizie riguardanti le commistioni tra politica, economia e camorra in area vesuviana. Comincio con la storia del clan Vollaro, disponibile su una pagina di wikipedia in italiano:

«Il clan Vollaro è un clan camorristico operante nella zona est di Napoli, più precisamente nell’area del Comune di Portici, zona completamente messa a tappeto dalle estorsioni, l’organizzazione è stata definita dalle autorità competenti clan di accattoni, infatti per la venalità dei suoi affiliati non vengono risparmiati alla richiesta di pizzo anche modesti ambulanti che in prevalenza sono cittadini extracomunitari.
Fondato da Luigi Vollaro, detto ‘o califfo, per la sua grande fecondità: 27 figli avuti da una decina di relazioni. Il clan ha combattuto due guerre di camorra: la prima, tra il 1977 ed il 1997, fu una guerra intestina scandita da una ventina di omicidi e l’altra, negli ultimi mesi del 2001 ed i primi del 2002, contro il clan Cozzolino.
Uno dei primi clan a schierarsi con Carmine Alfieri ora pentito, nella lotta alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo ed è all’interno della Nuova Famiglia, che i Vollaro stringono le proprie alleanze.
Nel 1982 ‘o califfo viene arrestato dopo tre anni di latitanza, sospettato dell’omicidio di un suo affiliato, il ventiquattrenne Giuseppe Mutillo ucciso nel 1980. Omicidio per il quale Luigi Vollaro riceve la condanna per ergastolo, condanna passata in definitiva. A questa si affiancherà, nel 2003, il secondo ergastolo per l’omicidio di Carlo Lardone, altro gregario dei Vollaro.
Nel 1992 Luigi Vollaro viene sottoposto al regime del carcere duro, uno dei primi boss di camorra per il quale si dispone il 41 bis. Da questo momento la gestione degli affari illeciti passa ai suoi figli Pietro, Giuseppe e Raffaele [fonte]. Antonio Vollaro (altro figlio del Califfo) è sempre stato estraneo agli affari di famiglia, è stato ingiustamente detenuto per anni per un omicidio commesso dal fratello Ciro, ora collaboratore di giustizia che, con le sue confessioni ha contribuito a dare un duro colpo alla famiglia.
I continui arresti operati dagli agenti agli affiliati delle cosche locali rischia di rompere gli equilibri della criminalità organizzata locale. L’indebolimento delle famiglie locali rischia di aprire la strada al clan Sarno.
Il 10 giugno 2009 vengono arrestati 5 dei 27 figli del califfo, tra cui anche il reggente Antonio Vollaro. Utilizzati anche due plotoni dell’esercito nell’operazione [fonte]».

AGGIORNAMENTO del 29 gennaio 2014
“Napoli Today” riferisce di due arresti in area vesuviana per spaccio di stupefacenti: “Droga, in manette affiliati al clan Abate. I due arrestati sono accusati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Sono un 45enne di San Giorgio a Cremano ed un 35enne di San Sebastiano al Vesuvio“.

Località abbandonate dopo una catastrofe

Non sempre le città risorgono da una catastrofe. I casi esemplificabili sono innumerevoli, da quello celebre di Pompei ai tanti villaggi delle montagne calabresi, abbandonati a causa di un terremoto, di una frana, di un’inondazione. In questo post raccolgo informazioni sui casi che mi capita di incontrare nelle mie letture e nelle mie navigazioni sul web.

Comincio segnalando Villa Epecuén, in Argentina, una cittadina che fu fondata negli anni Venti del Novecento nei pressi di una laguna. Dalla metà del secolo divenne una località turistica sempre più prospera, fino al 10 novembre 1985, quando l’abitato fu inondato e distrutto dalle acque. Non morì nessuno perché la città fu evacuata in tempo, ma in seguito all’evento calamitoso, essa fu abbandonata e mai più ricostruita. Maggiori info e, soprattutto, fotografie sono QUI (ma anche qui e qui).

AGGIORNAMENTO del 7 ottobre 2014:
“Il Post” riporta una selezione di fotografie di Romain Veillon, che ha realizzato un reportage sulle rovine di Villa Epecuen, riemersa da un lago – che l’aveva inondata negli anni Ottanta – a partire dal 2009 a causa della siccità: QUI, ma anche QUI e QUI.
PS: altra galleria fotografica de “Il Post” dedicata a luoghi abbandonati (castelli, ospedali, fabbriche, scuole) è quella di Martin Vaissie: QUI (2013).

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AGGIORNAMENTO del 28 settembre 2013:
A volte la catastrofe è la modernità, nella forma di un aeroporto (rumore, incidenti aerei); è quanto accaduto a Goussainville-Vieux Pays (un villaggio agricolo a 20 chilometri da Parigi) con la costruzione dell’aeroporto Charles De Gaulle: 22 fotografie di Charles Platiau sul villaggio-fantasma sono QUI.

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AGGIORNAMENTO del 13 novembre 2013:
Oggi, nel 1985, ci fu una delle eruzioni più potenti del Novecento: l’esplosione del Nevado del Ruiz, in Colombia, provocò una delle tragedie vulcaniche più grandi degli ultimi cinque secoli. Morirono tra le 20 e le 25mila persone [qui], la città di Armerò e altri 14 villaggi furono completamente sepolti dai lahar [qui] e nella memoria collettiva globale c’è l’agonia di Omayra Sanchez intrappolata nel fango [qui]. Qualche giorno dopo la tragedia, Lucia Annunziata pubblicò questo reportage: Armero, un’immensa palude di morte (17 novembre 1985).
Armero non è stata mai più ricostruita e, oggi, le rovine che ne rimangono formano un paese fantasma inghiottito dalla vegetazione, come è possibile vedere tramite StreetView.
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In occasione del 28esimo anniversario della tragedia di Armero del 1985, il website colombiano “Caracol” ha scritto che il vulcano Nevado del Ruiz «es el más vigilado del mundo»: QUI (ne ho conservato traccia anche in questo post).
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Il website “Armando Armero” tiene viva la memoria di quell’evento: QUI. La sua pagina facebook è QUI.

AGGIORNAMENTO del 14 novembre 2014: Fosco d’Amelio ha scritto un articolo sull’Huffington Post Italia per ricordare la tragedia di Armero di 29 anni fa: QUI.
In un commento d’Amelio ha aggiunto: “il discorso di Omayra Sánchez purtroppo è molto complesso. gran parte della storia di Armero si concentra sulla sua figura, simbolo di quelli che non ce l’hanno fatta. in un modo quasi perverso il mito di Omayra continua ad oscurare i sopravvissuti. c’è una complessità nel “dopo” di questa storia che fa paura. L’unico posto che viene ripulito, curato e visitato delle macerie di Armero è il luogo dove morì Omayra, alla cui figura molte persone associano capacità miracolose. Le due personalità più mediatizzate di Armero sono il pilota che scoprì il disastro (che è così stanco di raccontare che non rilascia più interviste) ed Omayra“.

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2013:
Non sapevo che nei Campi Flegrei nel passato c’era un villaggio che poi è scomparso in seguito ad un fenomeno tellurico. Si tratta del villaggio di Tripergole: «A seguito dell’opera di Pietro da Eboli, il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, gli Angioini incoraggiarono la popolazione all’uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul Lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto un villaggio chiamato Tripergole. Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell’afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) ed una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d’Angiò con annessa una farmacia, poi tre osterie per i forestieri, ed infine una casina di caccia reale, ed una cavallerizza. Con l’eruzione vulcanica del 1538 la topografia del luogo cambia totalmente: viene cancellato completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo; vengono totalmente distrutte o sepolte le antiche sorgenti termali di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare con sei finestre nella cupola, chiamata “Truglio”; infine, il Lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi ad un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana, come appare ancora al giorno d’oggi» (Fonte: Wikipedia).
E’ da ricordare, naturalmente, che un’altra località abbandonata dei Campi Flegrei è il Rione Terra di Pozzuoli, in seguito al bradisismo del 1970.

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AGGIORNAMENTO del 24 novembre 2013:
Cercando informazioni su Gairo e Osini, due paesi dell’Ogliastra abbandonati nel 1951 in seguito ad un’alluvione, ho scoperto “Sardegna Abbandonata“, un website dedicato proprio alle località sarde spopolate per varie ragioni.

Una voce di Wikipedia, inoltre, raccoglie tutte (o, comunque, tante) località italiane abbandonate, ordinate per regione: Città fantasma italiane.
Tra i paesi della Campania è da segnalare San Pietro Infine, in provincia di Caserta: abbandonato in seguito ai massicci bombardamenti della seconda guerra mondiale, dei quali ha conservato memoria il documentario di John Huston “The battle of San Pietro” (che è possibile vedere e/o scaricare QUI).
Un altro paese abbandonato a causa della guerra è Cirella Vecchia (Cosenza), lasciato dai suoi abitanti nel 1806 in quanto bombardato dalla flotta francese durante la “insurrezione calabrese“.

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I “paesi fantasma” sono diventati spesso set cinematografici. Qualche esempio:

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ALTRE LOCALITA’
Oggi, 5 febbraio 2014, è l’anniversario di uno dei terremoti più catastrofici della storia della penisola italiana, quello che nel 1783 devastò la Calabria meridionale e che, ancora oggi, è ricordato come “Gran flagello”. Vi furono tra le 30mila e le 50mila vittime e cambiò addirittura l’orografia del territorio. (Wikipedia).
Alcuni anni fa, durante una campagna etnofotografica tra i rituali della Settimana Santa calabrese, feci tappa anche a Briatico Vecchia, un paese devastato da quella scossa e poi abbandonato dai sopravvissuti. Questi sono i miei appunti di quella giornata: “I ruderi di Briatico vecchia” (16 aprile 2006).
Il 19 febbraio 2014 il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post storico (e molto interessante) sul sisma calabrese del 1783: “I Borboni di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783“.

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INTEGRAZIONE:
Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014), in cui, osservando i due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale “si tramutano, ancora una volta, in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità“. E si domanda: “Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva“.

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INTEGRAZIONE de 2 aprile 2014:
Un particolare tipo di abbandono è quello della fuga dalla galera in caso di terremoto. E’ quanto accaduto la scorsa notte a Iquique, nel nord del Cile, in seguito ad una forte scossa registrata nell’oceano Pacifico: “Tra le conseguenze del terremoto una fuga di massa dal carcere di Iquique, da cui sono evase circa 300 detenute. Il ministro degli Interni, Rodrigo Penailillo, ha precisato che questo è stato l’unico incidente di rilievo registrato finora a causa del sisma, smentendo le voci circolate su presunti saccheggi. E ha annunciato l’impiego dei militari per mantenere l’ordine” (Fonte: Terremoto di magnitudo 8.2 al largo del Cile, tsunami di oltre due metri: cinque morti. Allarme per tutta la costa latinoamericana sul Pacifico e per le Hawaii. Ordinata l’evacuazione delle zone vicine all’epicentro. A migliaia senza corrente elettrica, la presidente Bachelet dichiara lo stato di calamità naturale nelle regioni del Nord, “Repubblica” e “INGV“).

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INTEGRAZIONE:
Il blog “INGV terremoti” ha pubblicato il 26 giugno 2014 la storia del grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688, che rase al suolo i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi e che provocò enormi danni anche nelle città di Napoli, Avellino e, soprattutto, Benevento. Le vittime furono almeno 10mila. [Si veda anche su Wikipedia].
In particolare, il vecchio abitato di Cerreto Sannita, totalmente distrutto dalla scossa, fu abbandonato e il conte Marzio Carafa, feudatario del paese, «decise di ricostruire la nuova cittadina più a valle, su un terreno considerato più stabile e seguendo criteri di costruzione considerati all’epoca moderni e antisismici: una pianta con strade larghe, isolati squadrati, edifici di 1 o 2 piani, muri di pietre squadrate, ecc.)».

Una veduta odierna dei resti del vecchio abitato di Cerreto Sannita,
raso al suolo dal terremoto del 1688 e successivamente abbandonato (QUI)
.

Sulla ricostruzione del paese sannita segnalo un testo di Billy Nuzzolillo, disponibile online in pdf, intitolato: Cerreto Sannita, un modello di ricostruzione post-sismica (Sannio Press, 2002): «All’indomani del terribile terremoto del 1688 a Cerreto Sannita fu realizzata una delle più belle pagine della storia dell’architettura meridionale».
Dopo circa un secolo, in occasione del terremoto del 1783, i Borbone applicarono ulteriori criteri antisismici che recentemente sono stati considerati ancora validi da uno studio ingegneristico/storico: «Corriere della Sera», 9 settembre 2013, QUI.
(Di prevenzione e misure antisismiche ho scritto e scrivo anche in questo post).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2014:
Galleria fotografica di “Repubblica”, 21 novembre 2014, QUI
Sono definiti “villaggi fantasma” perché della vita che un tempo li animava è rimasto solo il segno dei ruderi. Dall’Italia all’America, passando per la Turchia, ecco un viaggio attraverso una piccola parte delle migliaia di luoghi ormai deserti in Italia e nel mondo, disabitati perché colpiti da catastrofi naturali o dimenticati a seguito di guerre. Spesso rivalutati dalle amministrazioni locali, diventano sede di attrazioni e iniziative per i turisti affascinati dalla decadenza e dai segni del tempo. Ma spesso, purtroppo, restano immobili nel loro abbandono, sullo sfondo di altre città, come ricordo delle origini di transfughi costretti a lasciare le loro case. (A cura di Virginia Della Sala)

Le località fotografate, ordinate per Paese:

ITALIA:

  • Craco, provincia di Matera, Basilicata. Il centro storico fu abbandonato intorno agli anni Sessanta a causa di una frana (e completamente svuotato in seguito per un alluvione e il terremoto del 1980). Oggi, completamente abbandonato, è definito una città fantasma.
  • Pentedattilo, Calabria. Adiacente alla Rupe del Monte Calvario, si è spopolato nell’ultimo decennio e la popolazione ha formato un nuovo piccolo centro più a valle. Il borgo ha ripreso vita grazie ai commercianti e gli artigiani locali che vi hanno aperto alcune botteghe.
  • Curon, Bolzano. Più che una città, a Curon (nella provincia autonoma di Bolzano), di fantasma c’è il vecchio campanile sommerso del Lago di Resia. Risalente al 1357, una leggenda vuole che d’inverno si sentano suonare le campane, rimosse intorno al 1950.
  • Valle Piola, Torricella Sicura, Teramo. E’ un paese disabitato dal 1977. Lo spopolamento fu dovuto all’eccessivo isolamento del paese.
  • Roghudi vecchio, Reggio Calabria. Fu abitato fino al 1950. Poi, dopo due alluvioni, fu dichiarata inagibile.
  • Romagnano al Monte, Campania. Abbandonata dopo il terremoto del 1980.
  • Monterano, Lazio. Città fiorente fino al XVIII secolo fu pian piano abbandonata con la perdita della sua importanza commerciale e per diverse dispute e saccheggi. Il castello, fu riprogettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1679.

ARGENTINA:

  • Villa Epecuén, Buenos Aires, Argentina. Fu un importante villaggio turistico, ma nel 1985 il vicino Lago Epecuén sommerse l’abitato che iniziò a riemergere solo nel 2009.

FRANCIA:

  • Occi, Corsica. L’ultimo abitante dell’antico villaggio morì nel 1927 e le rovine del paese sono oggi un perfetto punto panoramico sul mare.

GIAPPONE:

  • L’isola giapponese abbandonata Hashima. Dal 1887 al 1974 è stata una base per l’estrazione del carbone sottomarino.

IRAN:

  • Ghalat, Iran. Il villaggio è stato distrutto da un terremoto.

NAMIBIA:

  • Kolmanskop, in Namibia, fu una città mineraria fondata dai tedeschi nei primi anni del XX secolo e poi abbandonata. Oggi è invasa dalla sabbia.

OMAN:

  • Villaggio di Jebel Akhdar, Oman. Un villaggio di montagna abbandonato intorno al 1960 dopo l’omonima guerra.

PORTOGALLO:

  • Indefinito villaggio abbandonato, Portogallo

REGNO UNITO, CARAIBI:

  • La città abbandonata di Plymouth, UK. Situata sulle isole Leeward, fu abbandonata per le eruzioni vulcaniche nel 1997.

SPAGNA:

  • Gallicant, Tarragona, Spagna. Villaggio montano abbandonato.
  • Ochate, Spagna. Fu abbandonato intorno agli anni ’20 e oggi è famoso per presunti fenomeni paranormali legati agli UFO.
  • Villaggio di Peguera, Catalogna.
  • Rodén, Saragozza. Il villaggio fu distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

TURCHIA:

  • Kayaköy, in Turchia. Era abitato da cristiani ortodossi di lingua greca che abbandonarono il villaggio dopo la guerra Greco-turca e il trattato di Losanna del 1923. Oggi è un museo all’aperto con circa 500 case in rovina e chiese da visitare. L’UNESCO ha dichiarato Kadiköy un “villaggio dell’amicizia e della pace nel mondo”.

USA:

  • Frisco, Beaver County, Utah. E ‘stato un campo di minatori attivo dal 1879 al 1929.
  • Orla, Texas. Fu fondata nel 1890, durante la costruzione della Ferrovia della Valle del Pecos. Ha registrato al massimo 250 abitanti e oggi ne restano solo due.

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INTEGRAZIONE del 7 marzo 2015:
Cento anni fa nella Marsica ci fu uno dei più gravi terremoti della storia italiana (oltre 30 mila vittime e ingenti danni in numerosi centri abitati dell’Abruzzo).
Tra le iniziative di questo anniversario c’è la pubblicazione di “Le Radici Spezzate, Marsica 1915 – 2015“, un documentario di Lucrezia Lo Bianco ed Agostino Pozzi, finanziato dall’INGV. La prima parte (di tre) è disponibile da ieri su YouTube e vi sono raccolte memorie – del sisma e, soprattutto, del dopo-sisma – legate al borgo di Frattura, frazione di Scanno (AQ), la cui popolazione, delocalizzata in un nuovo centro, ancora oggi mantiene un forte legame col paese abbandonato (fb e web):

A metà marzo 2015 sono uscite anche le altre due parti de “Le Radici Spezzate”: QUI.

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INTEGRAZIONE del 22 marzo 2015:
Non in seguito ad un disastro naturale, né in conseguenza d’una guerra, ma per un processo di pace e per un ritiro militare, il caso della cittadina israeliana di Yamit, nella parte settentrionale della penisola del Sinai (Egitto), è comunque piuttosto interessante ai fini archivistici di questo post. Aveva circa 2500 abitanti e fu costruita durante l’occupazione israeliana di quel territorio, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, ma fu evacuata nell’aprile 1982 quando l’area fu consegnata all’Egitto in base al Trattato di Pace tra i due Paesi siglato nel 1979. L’insediamento di Yamit fu anche distrutto coi bulldozer perché l’accordo prevedeva che il territorio venisse reso nelle medesime condizioni in cui si trovava prima dell’occupazione. Ulteriori informazioni sono su Wikipedia: english e français. E qui, invece, un video dell’epoca:

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INTEGRAZIONE del 24 maggio 2015:
“Il Post” ha pubblicato un articolo sul libro “North Brother Island: The Last Unknown Place in New York City”, del fotografo americano Chris Payne, dedicato all’isola abbandonata di North Brother, nei pressi del Bronx a New York. L’isola è disabitata da circa cinquant’anni, ma non in seguito ad una calamità, bensì ad una sorta di decadimento progressivo della sua funzione di luogo d’isolamento (per pazienti affetti da malattie infettive).

Il National Geographic e il Vesuvio

Il “National Geographic Magazine” dedica spesso articoli e servizi fotografici al nostro vulcano (cercate all’interno del website la parola “vesuvius“: in questo momento emergono 999 risultati). Tempo fa consultai centinaia di numeri d’epoca nell’incredibile labirinto cartaceo del Cliff’s Books di Pasadena, uno dei luoghi di culto degli appassionati di libri usati; ero all’inizio del mio percorso di ricerca e mi stavo dedicando soprattutto alle modalità di comunicazione del sapere scientifico vesuviano. La rivista della National Geographic Society è sicuramente tra gli organi di divulgazione scientifica più antichi e di successo, soprattutto perché non è chiusa ad un àmbito di specialisti, tuttavia il suo stile giornalistico tendenzialmente sensazionalistico non sempre mi convince.
Comunque sia, ciò che mi interessa maggiormente è la sua edizione italiana, soprattutto a partire da un articolo di Stephen S. Hall del settembre 2007 intitolato “Vesuvio, l’eruzione che verrà” in cui l’autore, tra l’altro, scrive: “All’idea che il Vesuvio è ancora attivo, gli abitanti della zona reagiscono con filosofia, o, in termini psicologici, con la rimozione: ignorano il pericolo e, forse ancor più che in altre parti d’Italia, vivono alla giornata con una sorta di serafico fatalismo“.

In questo post, dunque, intendo raccogliere cronologicamente i principali articoli dedicati al Vesuvio (in italiano o in altre lingue) pubblicati dal NGM o da altre riviste simili. (Gli articoli rimanderanno alle rispettive versioni originali, quando possibile, ma saranno comunque tutti riprodotti tra i commenti qui in basso).

  • Stephen S. Hall, VESUVIO, L’ERUZIONE CHE VERRA’, “National Geographic Italia”, 30 settembre 2007, QUI (#01)
  • Conchita Sannino, RIFIUTI D’ORO, “National Geographic Italia”, 1 aprile 2008, QUI (#09)
  • Michele Gravino, VESUVIO, LA SCOMMESSA, “National Geographic Italia”, 1 febbraio 2009, QUI (#03)
  • Michele Gravino, PERICOLO VESUVIO: NG ITALIA L’HA SCRITTO NEL 2007, “National Geographic Italia”, 29 aprile 2010, QUI (#02)
  • Stefania Martorelli, COME MORIRONO I POMPEIANI? BRUCIATI, “National Geographic Italia”, 15 giugno 2010, QUI (#06)
  • Michele Gravino, I RIFIUTI SOTTO IL VULCANO, “National Geographic Italia”, 22 ottobre 2010, QUI (#07)
  • Katherine Barnes, EUROPE’S TICKING TIME BOMB, “Nature”, 12 maggio 2011 (#05)
  • senza autore, VESUVIO, LA BOMBA AD OROLOGERIA D’EUROPA, “National Geographic Italia”, 13 maggio 2011, QUI (#04)
  • Jacopo Pasotti, L’ULTIMA SORPRESA DEL VESUVIO: SI E’ SOLLEVATO, “La Repubblica”, 24 novembre 2011, QUI (#10)
  • Elena Dusi, L’ALLARME DEI SISMOLOGI: “POTREBBE DURARE ANNI”, «Repubblica.it», 30 maggio 2012, QUI (#11)

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INTEGRAZIONE del 5 agosto 2014:
Le-Scienze_n-552_agosto-2014_COPERTINA Il numero in edicola di “Le Scienze” (agosto 2014) ha la copertina dedicata al “Rischio Vesuvio” e, al suo interno, un articolo di Silvia Bencivelli intitolato “Vesuvio, la nuova zona rossa”, oltre all’editoriale di Marco Cattaneo “Occhio al Vesuvio” (disponibile qui o tra i commenti).
Non abbiamo letto la rivista, se non il suo indice e, appunto, l’editoriale, pertanto non possiamo esprimerci sull’articolo dedicato al nostro vulcano. Il testo di Cattaneo, dal canto suo, è giusto una presentazione e non svela nulla di nuovo, anzi rivela qualche falla: non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza (sono stati cambiati i confini della zona rossa e rinnovati i gemellaggi, ma non si è ripensato o definito altro) e, soprattutto, non ci sono i piani di evacuazione dai singoli comuni. Viene detto che in tre giorni dovranno essere evacuate 700mila persone (altro dato incerto: il numero di potenziali sfollati non lo si conosce), ma il punto fondamentale è che non sappiamo con quali mezzi, per quali vie e con quali modalità si dovrà lasciare l’area di maggior pericolo. E infine, questione di non poco conto, l’allarme verrà lanciato con un tweet?