Vulcani e immaginario collettivo: l’eruzione del Tambora nel 1815

Produsse così tante polveri che il sole ne fu offuscato per mesi, sconvolgendo – pare – le strategie belliche di Napoleone, dunque contribuendo alla sua disfatta a Waterloo il 18 giugno 1815. La nube fu talmente spessa ed estesa che il 1816 è noto come l’anno senza estate: a causa del freddo morirono molti capi di bestiame e i campi non produssero sufficienti alimenti, per cui ci furono rivolte per il cibo in diverse parti d’Europa. Alcuni ritengono che proprio quell’estate gelida accelerò la “conquista del West” americano. D’altra parte, però, permise a William Turner di dipingere dei tramonti incredibili e a Mary Shelley – costretta a restare in casa – di scrivere “Frankenstein”.
Secondo qualcuno è l’eruzione che ha cambiato il mondo, ma in ogni caso quella del vulcano Tambora, tra il 10 e l’11 aprile 1815, è una delle esplosioni che più hanno avuto effetti sull’immaginario collettivo.
Oggi ne cade il bicentenario e le poste indonesiane hanno emesso un francobollo celebrativo:

TAMBORA-vulcano-Indonesia_francobollo-bicentenario_1815-2015

Lontano dagli occhi

Non avevo alcun contatto in paese, non conoscevo nessuno che potesse fornirmi qualche indicazione per entrare nel contesto locale. Allora ho vagliato le varie associazioni riconosciute dall’albo comunale e ho contattato quelle che mi sembravano più adatte a recepire il discorso della mia ricerca e, quindi, potenzialmente più disponibili a darmi informazioni e collaborazione. L’associazione che si è rivelata più propensa e collaborativa si occupa di volontariato e di commercio equo e solidale. Ho incontrato il responsabile tre volte e, a partire, dai collaboratori e dai soci, il mio nome ha cominciato a circolare tra genitori e parenti.
G.R., che avrà sui 35 anni, mi ha ascoltato con interesse e subito si è attivato per aiutarmi a rintracciare qualche persona disponibile a farsi intervistare. Ma lui stesso, che abita in paese da una ventina d’anni, è una “fonte” interessante. Nell’ora in cui ci siamo conosciuti ha parlato dell’anziana fornaia di cui devo assolutamente assaggiare il pane e del sindaco, figlio del sindaco precedente che è una sorta di “padre fondatore” del paese attuale dopo l’eruzione che distrusse l’abitato 70 anni fa.
Mentre mi raccontava di queste persone, giravamo per il negozio di prodotti esotici solidali e, ad un certo punto, dietro una scaffalatura, appoggiato al muro col fronte verso la parete, ha preso un grande quadro donato all’associazione da un benefattore. E’ una tela che ritrae un vulcano in eruzione: è un’immagine molto drammatica, scura e su fondo nero, con lampi rossi e macchie di lava che sembrano sangue. E’ una pittura bella e carica di energia, ma indubbiamente inquietante.
G.R. l’apprezza (da una valutazione ha scoperto che potrebbe valere circa 2mila euro), ma esclude categoricamente di affiggerla nel negozio. Potrebbe turbare i clienti, ma anche i collaboratori, oltre che lui stesso. Gesti, sguardi e un leggero sorriso nervoso tradiscono un certo disagio verso quella che, evidentemente, non è solo un’immagine dipinta. Pertanto, non potendo (e volendo) liberarsene, tiene quella pittura lontano dagli occhi, in un angolo contro la parete, dietro numerose scatole di merce, quasi come in un ripostiglio.

Nelle prossime settimane devo fotografare il quadro e la sua “collocazione”, ma soprattutto devo intervistare G.R. su questo punto specifico.