San Gennaro e il prodigio parziale

Ieri a Meta, in Penisola Sorrentina, ho partecipato alla presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Ponticello, “Un giorno a Napoli con san Gennaro“. E’ stato un appuntamento molto interessante, anche perché vigilia del terzo prodigio annuale del patrono di Napoli, quello del 16 dicembre, anniversario della grande eruzione del 1631. Come il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 19 settembre, il sangue di san Gennaro si scioglie anche il 16 dicembre, appunto, data della cosiddetta “Festa del Patrocinio“. Stamattina, però, il sangue non si è sciolto, per cui si è atteso il pomeriggio per verificare nuovamente l’ampolla e, da quanto ho letto, pare che il prodigio sia avvenuto solo parzialmente. In serata, tuttavia, “Il Mattino” ha spiegato che il cosiddetto “miracolo laico” non c’è stato, aggiungendo le parole pronunciate da monsignor Vincenzo De Gregorio, abate della Cappella del Tesoro di san Gennaro, mentre chiudeva la teca: «Non dobbiamo pensare a sciagure e disgrazie. Noi siamo uomini di fede e dobbiamo continuare a pregare» [*].

Contrariamente a quanto si tramanda, non c’è alcuna evidenza storica che attesti il martirio del vescovo Gennaro per decapitazione il 19 settembre del 305 d.C., per cui è piuttosto controversa anche l’autenticità del liquido (sangue?) custodito nell’ampolla, del cui scioglimento, in ogni caso, si ha la prima notizia oltre mille anni dopo, nel 1389. Nei corso dei secoli, c’è chi ha elencato i vari tipi di pronostici legati alle differenti modalità con cui si liquefa il sangue [1] e chi ha addirittura calcolato le percentuali di effettivo accadimento di tali presagi [2]. Per questi ultimi, nel 76% dei casi di “miracoli infausti” si sono effettivamente verificati degli “avvenimenti tristi”, il ché porta Ponticello a fare la seguente osservazione: «San Gennaro, quindi, può sbagliarsi nel 24% dei casi? Asserito da un uomo di Chiesa, tra l’altro colto com’era Alfano, questa dichiarazione non può non lasciare esterrefatti» (pp. 283-284).
Personalmente, è un po’ di tempo ormai che chiedo a san Gennaro di fare il miracolo di non fare il miracolo, cosicché un tarlo entri nelle coscienze di tutti. Ma, naturalmente, comprendo bene l’esortazione di chi chiede un evento portentoso, anche – in maniera molto napoletana – sollecitando il patrono con qualche insulto: «Faccia Gialla, squaglialo! / Fallo, fallo ‘stu miracolo. / Faccia Gialla, squaglialo! / Fallo, fallo pe’ ‘stu popolo» [3].

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[1] G. Radente, “Segni della prodigiosa liquefazione del sangue“, 1760.
[2] G. B. Alfano – A. Amitrano, “Le scienze occulte e il miracolo di S. Gennaro“, 1922.
[3] Enzo Avitabile, “Faccia Gialla“.

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PS: Oggi la pagina Fb “Napoli nel Cinema” ha pubblicato il breve documentario “Il miracolo di san Gennaro” di Luciano Emmer e Enrico Gras (1948); dura 8’30” ed è molto suggestivo.

PPS: Ho pubblicato questo post anche sul mio Fb.

[*] Le dichiarazioni del sacerdote contengono una contraddizione: se il mancato miracolo non è un cattivo presagio, a che serve pregare?

23 novembre, una data-monumento

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio“:

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I luoghi parlano, i luoghi conservano la nostra memoria, i luoghi ci invitano ad una maggior consapevolezza: tali spunti di riflessione, che tentiamo di veicolare spesso attraverso questa pagina, ci sono stati suggeriti dalla fotografia allegata, originariamente pubblicata in un articolo dell’INGV sul sisma del 1980. Quella foto raffigura la scarpata di faglia sul monte Carpineta, nei pressi di Colliano (Salerno), prodotta appunto dal terremoto del 23 novembre 1980.
Questa data in Italia, specie in Campania e Basilicata, è ricordata da tutti e oggi in tanti stanno esprimendo un pensiero o una considerazione. Ci uniamo anche noi alla trasmissione della memoria, segnalandovi testi e iniziative di particolare interesse.
Oltre al testo scientifico cui abbiamo fatto riferimento qui sopra, intendiamo porre alla vostra attenzione anche gli editoriali odierni di Isaia Sales sul “Mattino” (in merito agli errori da non ripetere), dello storico Stefano Ventura sull'”Osservatorio Doposisma” (cosa vogliamo che domani siano i paesi dell’Appennino?) e del sociologo Gabriele I. Moscaritolo su “Lavoro Culturale” (a proposito della relazione tra memoria individuale e spazi collettivi).
Una galleria di fotografie di Mimmo Jodice sui drammatici giorni di 36 anni fa è proposta da Vincenzo Marasco, attento e appassionato studioso dell’area vesuviana.
I prossimi 25 e 26 novembre, inoltre, nella sede dell’INGV di Grottaminarda (Avellino) sarà esposta l’installazione “Fate Presto Project” dell’architetto Emanuela Di Guglielmo e dell’antropologa Marina Brancato.
Una mostra storica, invece, è quella della celebre “Collezione Terrae Motus“, curata da Lucio Amelio e attualmente visitabile alla Reggia di Caserta in un nuovo allestimento.
Infine, è da ricordare che il sisma del 23 novembre ebbe effetti drammatici anche a distanza dall’epicentro, come a Napoli, a Castellammare di Stabia e in Penisola Sorrentina [*].
Come i luoghi e grazie ai luoghi, anche noi non dimentichiamo.

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[*] Il 23 novembre 1980 è impresso anche nella memoria della Penisola Sorrentina, dove pure ci furono danni e morti. Negli ultimi anni è soprattutto Ciro Ferrigno a raccontare periodicamente quella data sui socialmedia: con una poesia, un ricordo, un’emozione, da poco raccolte nel libro “I racconti del Lunedì“.

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Pochi giorni dopo il sisma del 23 novembre 1980, nella seduta del 4 dicembre alla Camera dei Deputati, l’on. Franco Proietti, PCI, avanzò un’interrogazione al ministro dell’interno Virginio Rognoni, al fine di sapere «quali misure immediate intenda prendere per rimuovere questi anacronistici ed assurdi atteggiamenti burocratici che mortificano gli slanci di generosità di quelle comunità, che arrecano sfiducia verso le istituzioni e le sue capacità di agire, nei momenti di difficoltà quali questi, con adeguata snellezza e che, soprattutto, arrecano gravissimi danni fisici e morali a quelle popolazioni stordite dalla catastrofe».
Ponendo tale quesito, il deputato fece un riferimento concreto, questo: «i comuni di Amatrice, Leonessa e Rieti, già segnati dal terremoto del 19 settembre 1979, hanno sin da ieri 25 novembre messo a disposizione delle popolazioni delle zone meridionali provate dalla catastrofe causata dal terremoto 80 roulottes ed un autocarro pieno di tende militari».

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(Fonte: “Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. VIII Legislatura. Discussioni. Resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1980“, p. 20970)

Il dialogo tra comunità che abitano terre mobili attraversa il tempo e il dramma. Pochi giorni fa gli studenti di Caposele (Avellino) hanno organizzato un incontro solidale con le popolazioni colpite dai sismi degli ultimi mesi nell’Italia Centrale e, in quell’occasione, Simone Valitutto ha recuperato un testo di Alfonso Maria di Nola scritto un anno dopo il terremoto, il 22 novembre 1981. L’articolo, denso e attuale, è ititolato “Le culture distrutte” e apparve su “Il Mattino”.

Questo post è apparso su Fb in tre parti separate: qui, qui e qui.

Gli 8 buoni comportamenti in caso di inondazione

4 ottobre 2016

Il dissesto idrogeologico è tra i problemi più gravi e frequenti d’Italia: come scriveva circa un anno fa Gian Antonio Stella, negli ultimi cinquant’anni abbiamo avuto almeno «5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati» in 2.458 comuni nei disastri causati dall’acqua; e i costi per affrontare i danni e i disagi superano la cifra di 7 miliardi l’anno dal dopoguerra a oggi (dal 1951, il bilancio sarebbe di 448 miliardi di euro, con una accelerazione di anno in anno più marcata).
Secondo un altro calcolo, dal 1960 al 2012 in Italia si sono avute oltre 4.200 tra frane e alluvioni.
Com’era noto già a Leonardo da Vinci, per capire dove si abbatterà il prossimo disastro bisogna conoscere la storia del territorio. Siamo in ottobre, in Italia sta per piovere e i luoghi più esposti sono tanti, ma tutti ben conosciuti. Tra questi anche la Penisola Sorrentino-Amalfitana, della quale tempo fa elencai i principali disastri idrogeologici avvenuti dal 1910 al 2010 (mancano i casi più recenti e dovrei aggiornare la cronologia almeno con la frana del Capo di Sorrento, nel marzo 2014).
Come ho già evidenziato ieri per l’anniversario dell’alluvione in Costa Azzurra, gli “imputati” principali di questa fragilità sono essenzialmente tre:

  1. l’abbandono delle terre, specie quelle collinari;
  2. il riscaldamento climatico che provoca fenomeni metereologici improvvisi e violenti;
  3. l’urbanizzazione eccessiva.

Già nel 1973 Antonio Cederna scriveva che «la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica» sono «il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana». Nel frattempo la consapevolezza del consumo di suolo si è fatta largo, ma intanto, come ricorda Fabio Balocco, «dal 1956 ad oggi la superficie impermeabilizzata dal cemento e dall’asfalto in Italia è aumentata del 500%». Ed è con questo stato delle cose che dobbiamo fare i conti.
Non sono un sostenitore dell’approccio emergenziale, ritengo che i disastri possano essere evitati o, almeno, attenuati aumentando la cura del territorio e il coinvolgimento popolare, ma siccome il meteo è più regolare di un orologio svizzero, in tanti luoghi a rischio d’Italia il prossimo acquazzone può rivelarsi pericolosissimo e, in questo momento, non c’è altro da fare che limitare al massimo il rischio personale e collettivo. Così, ho deciso di condividere con voi un cartello diffuso dal Ministero dell’Ambiente francese in cui sono elencate le otto buone pratiche da seguire in caso di allarme idrogeologico. Non so se ne esista uno anche italiano, probabilmente si, ma non avendolo incrociato, vi propongo questo:

14495294_708778179274078_4135345266960772014_n1) mi informo ascoltando la radio;
2) non prendo la mia auto e segnalo i miei spostamenti;
3) non percorro una strada allagata, sia in auto che a piedi;
4) mi allontano dai corsi d’acqua e non mi fermo sulle rive o sui ponti;
5) non esco durante i temporali;
6) non scendo in cantina, ma mi rifugio ai piani alti;
7) mi occupo dei miei familiari, dei miei vicini e delle persone vulnerabili;
8) non vado a prendere i miei figli a scuola in caso di allagamento, loro sono al sicuro.