Aggiornamenti dall’area vesuviana

Dalla pagina-Fb “Rischio Vesuvio“:

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Gli ultimi due mesi sono stati tranquilli per il Vesuvio e i Campi Flegrei, sia dal punto di vista mediatico che, naturalmente, geofisico. Sono state registrate alcune deboli scosse sismiche, è stato trasmesso un film hollywoodiano in tv, ci sono state delle dichiarazioni da parte dei geologi, ma nulla che abbia sollevato particolari attenzioni. Per restare aggiornati, oggi vi proponiamo un minimo di rassegna stampa, suddivisa in quattro argomenti.

Partiamo dagli aspetti geologici: come accade quotidianamente, i sismografi hanno registrato varie scosse sul vulcano e nei suoi dintorni, ma tutte di magnitudo molto bassa, ovvero non percepibile dagli abitanti; tuttavia alcuni webjournal ne hanno dato notizia: il 2-3 marzo e il 21 marzo. Uno pseudo-giornale, in particolare, ha esplicitamente sfruttato l’occasione sia per fare clickbaiting (l’articolo – chiamiamolo così – è costruito con varie sottopagine da cliccare, così da aumentare artificiosamente l’audience), sia per diffondere ansia (due dei quattro “paragrafi” si intitolano “Vulcanologi preoccupati” e “Possibile esplosione“, entrambi falsi). In realtà, come ha specificato anche l’Osservatorio Vesuviano, nel primo caso «non si tratta di terremoti vulcano-tettonici legati alla dinamica del vulcano ma di segnali generati dal distacco e caduta impulsiva di blocchi lavici dal bordo craterico»; nel secondo caso, invece, si tratta di normale attività sismica del vulcano (che, ricordiamolo ancora una volta: è attivo, ma quiescente).

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Un secondo tema di queste ultime settimane riguarda la preparazione all’emergenza e la prevenzione del rischio geologico: il 26 febbraio Gerardo Lombardi, vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania, nonché coordinatore della Commissione Protezione Civile, ha detto che, in caso di terremoto, «I comuni campani non sono preparati»: quasi 2 milioni di abitanti della regione abitano in aree a rischio e 865.778 sono gli edifici pubblici e privati interessati; i comuni campani a dover ancora aggiornare i propri Piani di Emergenza Comunale secondo la nuova normativa nazionale sono addirittura 233. Si tratta di un tema non prettamente vulcanico, ma come si intuisce facilmente, le due forme di rischio sono strettamente legate. E, infatti, sulla scia di questo uniamo l’interessante riflessione pubblicata stamattina dal blogger MalKo relativa ai livelli di allarme del Vesuvio e dei Campi Flegrei, i cui stati attuali abbiamo riprodotto nell’immagine allegata.

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Un terzo argomento che ha portato a scrivere di Vesuvio proviene dal cinema: prendendo spunto dalla programmazione del film catastrofico “Pompei” (2013) su Rai 4, “Famiglia Cristiana” ha raccontato come avvenne la celebre eruzione del 79 d.C.

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Infine, un quarto tema che ha fatto parlare del rischio vesuviano è il contributo che le scienze sociali italiane stanno dando all’analisi dei disastri e alla prevenzione del rischio. In particolare, segnaliamo due recenti pubblicazioni: il numero monografico 111/2016 della rivista “Sociologia Urbana e Rurale” e il volume collettaneo “Territori Vulnerabili. Verso una nuova Sociologia dei disastri Italiana”, entrambi editi dalla FrancoAngeli di Milano. A quest’ultimo volume ha contribuito uno dei due animatori di questa pagina-Fb, l’antropologo Giogg, che ha scritto il saggio “Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio“. Sempre Giogg, inoltre, è citato in un articolo uscito due giorni fa su “Internazionale”, di Alessandro Chiappanuvoli: un testo ricco di spunti di riflessioni e di citazioni in cui si sottolinea come il rischio sismico (e, evidentemente, quello vulcanico) sia innanzitutto un problema culturale e politico, e poi anche tecnico ed economico.

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Come ha dichiarato Giogg, per parlare di reale prevenzione «è necessario immaginare nuove forme di mediazione tra scienziati, operatori umanitari, legislatori e popolazione, ma anche avviare pratiche di sussidiarietà fondate sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini».

Narrazioni divergenti: sismi neozelandesi e sismi italiani

Dalla pagina Fb “Rischio Vesuvio”, 14 novembre 2016:

Ieri, 13 novembre 2016, in Nuova Zelanda c’è stato un forte terremoto di magnitudo 7.8 nella South Island. Attualmente il bilancio è di due vittime, una per infarto e una per crollo di un’abitazione storica. C’è stato anche un allarme tsunami, che poi è rientrato; in ogni caso, le onde sono state di un paio di metri. L’epicentro è stato localizzato poco a nord di Christchurch, che fu colpita da due sismi nel 2010 e nel 2011: 185 morti e danni piuttosto estesi.
La scossa di ieri è stata notevole e in tutto il Paese è scattata l’allerta. Non faremo paragoni tra la tenuta degli edifici in Nuova Zelanda e in Italia perché sarebbe una comparazione sbagliata e ingiusta, ma il modo di raccontare i rispettivi fenomeni tellurici sì, possiamo confrontarli.
Il nostro amico Giuseppe Forino, studioso di risk management in Australia, suggerisce la visione di due servizi video:

  • quello del “New Zealand Herald”, uno dei primi quotidiani nazionali neozelandesi, che – in diretta Skype da Waiau, cittadina di 250 abitanti, epicentro del sisma – non punta la telecamera nelle abitazioni (giusto qualche fotografia), né riprende anziani con le coperte addosso o agenti di soccorso, né fa interviste;
  • quello di una web-tv della Campania che, nel dicembre 2013, racconta la scossa (M 4.2) a Piedimonte Matese, cittadina di 11mila abitanti in provincia di Caserta, senza vittime o feriti; certamente una tv locale non ha gli standard di un network nazionale, tuttavia notate il tono allarmato sulla “notte di paura”, le riprese sulle persone spaventate, sulle scuole, le chiese e i lampeggianti.

Inflessioni del genere, in Italia, sono molto frequenti. Su questa pagina ne scriviamo spesso e, alcuni mesi fa, ci colpirono le parole scelte dal “Corriere del Mezzogiorno” per una scossa di M 2.4 nell’Appennino campano: «Terremoto in Irpinia alle 9.46. Paura nei paesi dell’Avellinese». Come osservammo in un’intervista a “Orticalab”, c’è «il rischio che questi articoli che oggi producono “like” e click diventino un rumore di fondo, ovvero nel medio-lungo periodo producano disaffezione rendendo progressivamente necessario l’innalzamento dell’asticella dei toni dell’allarme».
Ieri, per il terremoto neozelandese, alcuni webjournal italiani di pseudogiornalismo, particolarmente noti per le loro spudorate tecniche di clickbait, hanno scritto titoli sensazionalistici e mostrato immagini apocalittiche, del tutto immotivate sul piano dell’informazione.
La prevenzione del rischio e la gestione delle emergenze riguardano una pluralità di azioni: dalla messa in sicurezza degli edifici alle tecniche d’intervento in caso di allarme, dalla pianificazione del territorio al dialogo con gli abitanti dei luoghi a rischio, dal miglioramento delle conoscenze scientifiche alla loro divulgazione alla popolazione e così via. Tra queste pratiche assume un’importanza sempre maggiore quella di una corretta informazione che, per forza di cose, coinvolge il senso di responsabilità e la deontologia di chi fa giornalismo scientifico, nonché la sua conoscenza dei temi e del linguaggio disciplinare. E’ un argomento piuttosto complesso, data la natura attuale della comunicazione di massa, così frammentata e individualizzata, specie sui socialmedia. Tuttavia uno sforzo va fatto anche su questo piano, come dimostra il seminario dello scorso 24 febbraio 2016, organizzato dall’INGV e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania ad Ariano Irpino (Avellino), intitolato «La deontologia del giornalismo scientifico: diffamazione, rettifiche/repliche, responsabilità del direttore».

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Lo scorso 16 novembre 2016 ho scritto sul mio Fb il seguente post:

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda. Tra gli effetti del sisma sono da registrare alcuni atti di sciacallaggio. La polizia nazionale ha reso noto di aver ricevuto 19 segnalazioni di furto con scasso in proprietà private e commerciali avvenuti nella regione di Canterbury (successivamente ne sono stati confermati 8). Il comandante del distretto di polizia, John Price, ha concluso il suo comunicato esortando le persone a “riconnettersi con i vicini” e, dunque, alla “comunità di prendersi cura della comunità stessa“.
Il saccheggio più noto è quello subito dalla famiglia Mill, che abita a New Brighton, un quartiere costiero di Christchurch, la principale città dell’isola. I signori Melissa e Matt Mill hanno due figlie, la più giovane delle quali è su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare. Dopo la scossa dell’altra notte hanno evacuato la propria casa per alcune ore a causa del rischio tsunami, particolarmente pericoloso proprio per la secondogenita. (Dell’esposizione dei disabili in caso di disastro, in Italia, ha scritto pochi giorni fa Iacopo Melio).
Al loro rientro, intorno alle 5 di mattina, i Mill hanno trovato la casa devastata: il camion di lavoro sparito, il televisore e la X-Box rubati, i regali di Natale scartati, i cassetti divelti, ma soprattutto la sparizione dell’apparecchio acustico wireless della figlia (che, da solo, vale 5000 $), comunque inutilizzabile da altri perché appositamente impostato per la ragazza.
Il ministro dell’educazione neozelandese ha assicurato che fornirà un nuovo microfono wireless, ma la famiglia ha bisogno anche di ulteriore aiuto, così ha aperto una pagina web per le donazioni e in due giorni ha ricevuto oltre 47mila $ da 1.124 benefattori.

Tra i commenti, un amico mi ha segnalato un’ulteriore notizia: il vescovo Brian Tamaki, della Destiny Church, in un sermone ha accusato i gay, i peccatori e gli assassini di aver provocato il sisma. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

Forme di inquinamento dell’informazione

Esistono la manipolazione delle notizie, la sciatteria giornalistica, il pressappochismo e la superficialità, l’imprecisione e la distrazione, la disinformazione, la costruzione e diffusione di falsità, l’analfabetismo funzionale, il menefreghismo, l’ironia e il sarcasmo venuti male, la rincorsa del sensazionale, la deriva del clickbait, l’incapacità di discernere e di verificare le fonti, la patologia clinica, il cinismo e la ricerca di profitto economico-politico.
Tutte queste sono modalità di inquinamento dell’informazione e producono danni tanto quanto ogni altra forma di inquinamento del nostro ecosistema.

Ecco un esempio di ieri, che copio dalla pagina-fb “Rischio Vesuvio“:

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Stamattina, 26 maggio 2016, il sito-web di (discutibile) informazione “Tze Tze” ha lanciato la seguente notizia: “Scossa di magnitudo 4 al largo di Siracusa“.
Immediatamente è stata diffusa su fb (dove ha oltre 1 milione e 100mila follower), senza alcun riferimento al contenuto, ma con uno strillo in pieno stile clickbait: “+++ ULTIM’ORA – FORTE TERREMOTO IN ITALIA! +++“.
Contemporaneamente Beppe Grillo (che ha 1 milione e 900mila follower) (o qualcuno del suo staff) l’ha condivisa con la stessa tecnica allusiva.
Lo abbiamo scoperto poco fa leggendo “Protesi di complotto“, una pagina-fb che fa satira sulle teorie cospirazioniste che girano sul web.
Tra i commenti, tanti sono di condanna, anche tra gli stessi seguaci del comico-politico, per questo modo di fare informazione tutto volto al sensazionalismo, che, com’è intuitivo, spesso sconfina nella disinformazione.
Stando alla mera analisi del linguaggio, tuttavia, ciò che ci domandiamo è che fine abbia fatto il reato di procurato allarme, di cui parlava tre anni fa il precedente Capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli.

Per non essere governati dal rischio

Il rischio di un evento nefasto non è una mera espressione probabilistica, ma un’elaborazione collettiva, un prodotto storico che assume significati diversi a seconda dell’epoca e dei luoghi. In questo senso, il Vesuvio rappresenta un’opportunità per riflettere sul modello economico ed urbano intrapreso negli ultimi settant’anni in provincia di Napoli.
Sollecitato dal prof. Gregorio Arena, presidente di Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), ne ho scritto un editoriale per la newsletter di questo mese (condiviso anche su fb):

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo.

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AGGIORNAMENTO:
Un mese fa ho scritto l’editoriale sul rischio Vesuvio, che ho linkato qui sopra, per “Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà“. Alcuni giorni fa la sezione “Sismografie” di “Lavoro Culturale” ha rilanciato quel testo (con parecchie reazioni su Fb), aggiungendo tre fotografie di Flaviana Frascogna.

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Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo su “Lavoro Culturale”.

Queste immagini, in particolare, sono un’anteprima di un reportage intorno al vulcano napoletano effettuato da Flaviana e che, con un mio testo, sarà pubblicato prossimamente su “Artwort“.
Intanto, fino a fine maggio, potete visitare la mostra “Slideluck On Board” presso l’Aeroporto Internazionale di Napoli “Capodichino”, dove pure sono presenti degli scatti di Flaviana.

Il Vesuvio e l’informazione inquinata

Anche oggi su facebook è circolata una notizia falsa in merito al Vesuvio: non c’è stato nessun sisma sul vulcano, eppure anche stavolta il vuoto è diventato virale. Come spiega questo post, siamo tutti coinvolti, per cui tutti dobbiamo contribuire a disinquinare l’informazione contemporanea (facendo più attenzione a quel che leggiamo e che condividiamo sui social-media).

Dietro alle bufale sul web c’è un fiorente business che trasforma i click in denaro. Questo ecosistema del falso si alimenta di paura e sensazionalismo, di cinismo e pressappochismo. La disinformazione è sempre esistita, nelle sue molteplici varianti di “notizie false” e “notizie farsa”, provocazioni e bugie, manipolazioni e ambiguità, ma mai come negli ultimi anni – per le caratteristiche della comunicazione contemporanea – si erano raggiunti livelli di tale di pervasività.
Oggi, 23 febbraio 2016, su fb è circolata con una velocità impressionante una notizia falsa, anzi una vecchia notizia, che poi era una notizia imprecisa e diffusa con toni allarmistici già un anno fa: il 5 maggio 2015 una lieve scossa sismica fu registrata sul Vesuvio, per una magnitudo di 2.4, a malapena percepibile dagli esseri umani. La sismicità del vulcano napoletano è normale proprio perché è ancora attivo, anche se quiescente da oltre 70 anni, infatti l’Osservatorio Vesuviano precisò che si trattava di «ordinaria amministrazione» e che non c’era da preoccuparsi perché nessun parametro era cambiato.
Stamattina, appunto, quella notizia è stata rilanciata da qualcuno e con molta rapidità si è diffusa una certa inquietudine. Immediatamente i webjournal locali hanno dato “la notizia che circolava una notizia” di una scossa di terremoto nella zona vesuviana, realizzando così un piccolo fenomeno virale di poche ore. Questo pseudo-giornalismo del sentito-dire ha comunque coinvolto gli scienziati napoletani (già alle prese con un commissariamento che turba gli animi), i quali hanno dovuto smentire il vuoto: «Nessuna notizia di scosse di terremoto è pervenuta dalla nostra rete sismica».
A questo punto, dunque, è andata diffondendosi la notizia della smentita della notizia, completando così il triplo avvitamento di un nulla spacciato per realtà, che dovrebbe far riflettere giornalisti e webmaster, scienziati e operatori di protezione civile, politici nazionali e amministratori locali.
Risultato del cattivo giornalismo e della superficialità dei lettori (se non della loro incapacità a discernere e a verificare le fonti), la disinformazione digitale di massa è un fenomeno molto serio, al punto che già nel 2013 il “World Economic Forum” ha affermato che è «uno dei principali rischi per la società moderna».
Per la sua celebrità e il suo far parte dell’immaginario collettivo di larga parte del pianeta, il Vesuvio è uno dei soggetti più ricorrenti in questo pericolosissimo gioco di cinismo e sfacciataggine portato avanti da chi, per sciatteria o pianificazione, procura allarmi collettivi ed erode la serenità di chi abita alle sue pendici.

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L’immagine qui sopra è lo screenshot del sito-web della rete sismica italiana con l’elenco dei terremoti (tutti molto lievi) registrati stamattina: non ce ne sono stati intorno a mezzogiorno, così come non se n’è avvertito nessuno nell’area napoletana.

Due prospettive diverse sul rischio Vesuvio

Sul numero odierno del “Corriere del Mezzogiorno”, la giornalista e scrittrice Eleonora Puntillo ha pubblicato un articolo sul nostro Vesuvio: «Vesuvio, il gigante (finora) buono
che merita più rispetto. Troppe chiacchiere sul vulcano da esperti a caccia di pubblicità: sarebbe meglio rilanciare i progetti dell’Ente parco con una visione d’insieme».Screenshot 2016-01-18 13.26.21.png

Tra un’immagine romantica («il gigante appare molto amato, abbracciato com’è da un mare di case») e una dimostrazione d’affetto («è una terra piena di risorse, fruttifera, ospitale, salubre, ricca di bellezza e di storia»), Puntillo esprime tutta la sua preoccupazione per il rischio generato dal rapporto squilibrato tra l’azione umana e la natura dell’area, confidando nell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio come unico strumento davvero efficace «per difendere e valorizzare correttamente l’intero territorio». Oltre a speculatori d’ogni tipo, la scrittrice individua altri personaggi “dannosi”, come «imprenditori televisivi bisognosi di introiti pubblicitari» che fanno leva sulla paura, nonché «sedicenti scienziati vogliosi di gloria mediatica», anch’essi preoccupati solo di lanciare allarmi (in questo caso, per la verità, il ragionamento appare più debole perché se si intende difendere l’ambiente e le istituzioni ad esso preposte, allora non si capisce perché chi si oppone alle trivellazioni sfidi «il ridicolo», secondo l’autrice). Comunque sia, l’articolo pone al centro del discorso sul rischio due aspetti poco “da Protezione Civile”, ovvero appunto l’ambiente e la cultura, che come cambio di prospettiva rispetto al solo approccio emergenziale, non ci dispiace affatto.

Per contro, il prossimo 30 gennaio 2016 a Massa di Somma alcune associazioni vesuviane terranno il convegno “Sviluppo sostenibile per la Zona Rossa: definizione del Condono e valorizzazione del territorio” [2]. A giudicare dal comunicato stampa [il download è diretto], in questo caso lo sguardo appare molto diverso da quello proposto da Eleonora Puntillo.

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Queste brevi riflessioni introduttive ai due testi sono anche sulla pagina facebook “Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci“.

Difendere la scienza

Salvo Di Grazia, medico e divulgatore scientifico con lo pseudonimo di MedBunker, ha condiviso su facebook il link ad una trasmissione televisiva sui vaccini e ha usato queste parole:

Per chi si fosse perso la puntata di Presa Diretta sul tema vaccini, eccola qui (io parlo al minuto 32 circa).
Sono stati raccontati fatti noti agli addetti ai lavori (ed a chi segue l’informazione medica), sono stati forniti numeri e dati, trasmissione corretta. Poi si è parlato dei (pochissimi) medici antivaccino che di questo hanno fatto un mestiere, gente che dice “so che i non vaccinati hanno una salute migliore dei vaccinati” ed alla domanda “dove ha pubblicato le sue osservazioni?” rispondono serenamente “non le ho pubblicate” o altri che “curano” l’autismo con l’aglio omeopatico (ed hanno la fila di pazienti in studio, a 250 € a visita). E poi il “direttore scientifico” di un’azienda omeopatica, quasi imbarazzante per la sua superficialità.
Appare evidente anche ad un occhio profano quanto siano scadenti, inattendibili, quasi patetici, sia come medici che come persone, spargono disinformazione e ciarlataneria. Eppure tanta gente è convinta dicano la verità.
Ignoranza? Spirito di protesta? Incapacità di vivere la realtà? Forse questi medici dicono quello che genitori ansiosi o paurosi vogliono sentirsi dire o forse rappresentano per loro il simbolo della protesta nei confronti delle istituzioni. Ma davanti alla salute del proprio figlio, come si fa a seguire certi personaggi che mentono dalla prima parola all’ultima?
Come si fa ad affidare la vita delle persone più care che abbiamo a questi personaggi?
Non lo so, è uno dei pochi argomenti sul tema a cui non so dare risposta convinta.

La puntata di “Presa Diretta”, andata in onda ieri, 10 gennaio 2016, è qui e dura 1h30″:

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Clicca sull’immagine per accedere allo streaming.

Il tema fa parte di un argomento ancora più ampio, ovvero il rapporto con la scienza, che in Italia è altamente in crisi.

Ne ha scritto oggi Paolo Mieli sul “CorSera”:

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Clicca sul titolo per accedere al testo di Paolo Mieli.

L’Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto. L’ennesima dimostrazione viene dal caso della «Xylella fastidiosa», batterio che produce grave nocumento all’ulivo, penetrato in Europa diciotto anni fa e più recentemente in Italia, nel Salento. […]

Questo editoriale cita un articolo su “La Stampa” del 24 dicembre scorso dei due scienziati Gilberto Corbellini e Roberto Defez, intitolato “No ai processi al metodo scientifico“:

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Clicca sul titolo per accedere al testo di Corbellini e Defez.

Se in Italia sopravvive ancora una comunità scientifica degna di tale nome, ovvero delle accademie scientifiche consapevoli del loro ruolo a difesa dei valori di libertà e indipendenza della scienza, dovrebbero battere urgentemente un colpo. Farsi sentire. […]

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PS: Una piccola precisazione, messa in evidenza dalle scienze sociali: parlare di “processo al metodo scientifico” può essere corretto per molti casi di disinformazione e di complottismo ascientifico e irrazionale, ma non in assoluto. Sia Mieli che i due scienziati, ad esempio, scrivono “contro il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi, per non aver dato l’allarme per il terremoto dell’Aquila“. Questa frase è falsa e sbagliata (anche perché ormai sono passati anni e non è più ammissibile fare confusione; io stesso vi ho dovuto fare molta attenzione perché l’argomento veniva continuamente manipolato dalle parti): quel processo non ha riguardato il non aver dato l’allarme o il non aver previsto il sisma, bensì l’aver rassicurato. In altre parole, non è stato un processo alla scienza, ma alla sciatteria deontologica e alla collusione politica di alcuni scienziati; inoltre, il processo è arrivato a compimento in tutti i suoi gradi di giudizio, con la condanna definitiva di uno dei membri della CGR perché è stata provata la sua responsabilità nell’aver persuaso alcune delle vittime ad abbassare la loro soglia di attenzione, contribuendo così alla loro morte sotto le macerie provocate dal terremoto del 6 aprile 2009. Queste imprecisioni, dunque, se non sono scorrettezze, sono certamente distrazioni che non fanno bene alla scienza stessa e a chi intende difendere il metodo scientifico.

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PPS: tornando ai vaccini, l’8 gennaio12471576_10102586759120781_6301684509450777677_o 2016 il fondatore di facebook, Mark Zuckerberger, ha postato una foto di lui e sua figlia nella sala d’aspetto di un pediatra, poco prima che la bimba ricevesse il suo primo vaccino: “Doctor’s visit — time for vaccines!” (3.137.810 like; 69.000 commenti; 30.699 condivisioni).

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INTEGRAZIONE del 18 gennaio 2016:
La scienza in Italia è in crisi (soprattutto nella sua declinazione sociale; si vedano, appunto, gli antivaccinisti e i salutisti illogici), ma Edoardo Boncinelli (che pure stimo) che in questa intervista spara sulle scienze umane (come se, invece, il metodo scientifico non valga per tutte le “scienze”, appunto) e che ignora l’ibridismo disciplinare (la filosofia della scienza, ad esempio, ma anche l’antropologia dei disastri o, sempre per esemplificare, la sociologia dell’ambiente), fa del bene alla causa dell’alfabetizzazione scientifica e dell’educazione alla logica?
L’intervista è stata pubblicata il 16 gennaio 2016 su “Linkiesta” da Dario Ronzoni e comincia così: “Un po’ di bastonate ai filosofi, che «parlano di tutto, anche di ciò che non conoscono», al sapere umanistico «che anziché parlar bene di sé, parla male della scienza», e poi agli scienziati stessi, ma non tutti: solo quelli «incapaci»“.

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INTEGRAZIONE del 17 marzo 2016:
Le complotisme, c’est du sérieux. Et, aujourd’hui, il a pris une dimension préoccupante, au point que le Gouvernement français a lancé une campagne intitulée «On te manipule».

Jonathan Bouchet-Petersen n’a écrit sur “Libération”: Le grand complot qui est-il, quel est son réseau ? Alimenté par la défiance envers les institutions, répandu via Internet, le conspirationnisme se renforce, en particulier chez les moins diplômés.

Tuttavia, “La Stampa” riferisce che con quelli “de coccio” pare che non ci sia niente da fare: Perché smentire le bufale è inutile, una completa perdita di tempo.

La dismisura del prossimo disastro

Ieri il “New Yorker” ha pubblicato un articolo di Kathryn Schulz su un prossimo, catastrofico, terremoto che colpirà la costa occidentale nordamericana, in particolare la zona di Seattle e Vancouver, tra gli stati dell’Oregon e di Washington negli USA e del British Columbia in Canada. Già un “big one” è atteso in California, lungo la famosa faglia di Sant’Andrea, ma quest’altro è definito “the real big one“, si muoverà lungo la zona di subduzione della Cascadia, renderà “irriconoscibile” quella regione del continente e causerà la morte di 13.000 persone, nonché il ferimento di altre 27.000. Com’è ovvio, queste cifre sono fintamente precise, emergono da scenari non univoci ed hanno un notevole tasso di aleatorietà (per la prossima eruzione vesuviana, ad esempio, c’è una compagnia di assicurazione che parla di 8.000 morti, ma ci sono altre proiezioni, riprese soprattutto dai siti web sensazionalistici, che hanno cifre molto più alte). Insomma, l’articolo non svela nulla di particolarmente inedito e si ferma sul punto di sempre: l’indeterminatezza sul quando. Intanto, però, quel testo – ben scritto e documentato storicamente – produce già ora delle reazioni sociali. “BuzzFeed” ne ha raccolte alcune, pubblicate su Twitter da persone “andate fuori di testa“.
Ora, come dovremmo reagire?
C’è chi invita ad abbandonare quelle terre e chi insinua un’operazione di speculazione immobiliare per abbassare i prezzi delle case. Oppure c’è chi prospetta emergenze perenni, per cui si dovrebbe vivere in un costante stato di allerta, o addirittura complete ricostruzioni con criteri antisismici (ma per quale magnitudo di riferimento? qual è la soglia accettabile? e per delle città costiere come ci si difende da uno tsunami?).
Ma potremmo cogliere questa occasione per riflettere anche sulla qualità della nostra cultura scientifica, sul ruolo predittivo della scienza, nonché sull’uso che i massmedia fanno di tali notizie, alimentando un’elaborazione sociale che sempre più di frequente passa per i socialmedia, ovvero in uno spazio libero, ma anche sbandato.
Ebbene, siamo sicuri che questi drammatici scenari (che potrebbero avverarsi domani o tra mille anni) aiutino a “prendere consapevolezza”? E, poi, consapevolezza di cosa esattamente? Che il nostro pianeta è vivo e che la crosta terrestre su cui abitiamo si muove? O che le nostre città sono vulnerabili in sé? O che tutto ciò è solo un’ulteriore forma della “culture of fear” di cui sperimentiamo quotidianamente innumerevoli sfumature: dalla politica all’ecologia, dal cibo alla sanità, dalla convivenza interetnica a quella famigliare? C’è un’inquietudine diffusa che sta diventando condizione di vita: ci troviamo costantemente all’ultima spiaggia, siamo perennemente alla vigilia di un’apocalisse, non vengono prospettati che scenari fuori misura (solo ieri circolava la pseudonotizia di una glaciazione nel 2030 e una settimana fa la Nutella faceva venire terribili malattie).
Studiando il caso del Vesuvio, mi sono fatto l’idea che la continua rincorsa dell’eccesso e l’uso di toni esorbitanti non fa che produrre vaghezza e incredulità, che a loro volta alimentano una precisa forma mentis: il sospetto. Questo, però, non è uno scetticismo inteso come postura intellettuale, bensì qualcosa che assomiglia alla caratteristica dei totalitarismi: un’erosione sociale dall’interno, uno svuotamento di senso che rischia di inaridire tutti e tutto.
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Un sunto in francese è stato pubblicato da Slate.fr, mentre io ne ho scritto sul mio fb.

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Il 15 luglio 2015 “Il Post” ha pubblicato un lungo articolo in italiano sul pezzo del New Yorker: Il terremoto che arriverà.
Tra i link dell’articolo c’è questo, che porta al trailer del film catastrofico “San Andreas”:

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INTEGRAZIONE del 24 luglio 2015:
Il webjournal francese “Slate.fr” ha pubblicato un lungo testo del meteorologo Eric Holthaus sul grande sisma oggetto dell’articolo del “New Yorker”: «Un gigantesque tremblement de terre peut-il vraiment rayer Seattle de la carte?».

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AGGIORNAMENTO del 18 aprile 2016:
Kathryn Schulz, autrice dell’articolo pubblicato dal “New Yorker”, di cui ho parlato qui sopra, ha vinto il Premio Pulitzer 2016 per la categoria “Feature Writing”. La motivazione: “For an elegant scientific narrative of the rupturing of the Cascadia fault line, a masterwork of environmental reporting and writing“.

Vesuvio 70: vesuviani che parlano del vulcano

Sabato 20 dicembre 2014 alle ore 19:00 si terrà un convegno-tavola rotonda intitolato “Vesuvio, settant’anni dall’ultima eruzione“, presso la Sala del Refettorio del Convento delle suore francescane “R. Verolino”, in via Principessa Margherita 18 a San Sebastiano al Vesuvio (NA).
Sono previsti interventi di Giuseppe Rolandi, Angelo Pesce, Giovanni Gugg, Bernardo Cozzolino, Umberto Saetta. La seconda parte dell’incontro si svolgerà nella forma di “tavola rotonda” e saranno invitati a intervenire i sindaci di San Sebastiano e di Massa di Somma, Giuseppe Capasso e Antonio Zeno.
L’organizzazione è di GV70, Gruppo Vesuvio 70 (Gaetano Cella, Bernardo Cozzolino, Giovanni Gugg, Gino Scarpato, Ciro Teodonno).

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L’ultima eruzione vesuviana, da cui la colata lavica che ha distrutto nel 1944 i due paesi attigui di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, è nota, raccontata e analizzata in un gran numero di pubblicazioni, da quelle storico-locali ai saggi accademici di scienze naturali, dagli atti dei convegni sul rischio vulcanico fino alle guide turistiche e ai romanzi, come quelli famosi di Norman Lewis, Curzio Malaparte ed Emmanuel Roblès.
Quest’anno, per il 70esimo anniversario di quell’esplosione, sono state organizzate varie iniziative in provincia di Napoli. Presso l’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche,ad esempio, è stata organizzata una giornata di studio storico-scientifico in cui, tra l’altro, è stato ricordato Giuseppe Mercalli a 100 anni dalla morte; presso il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, il Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno” di Torre Annunziata e, ancora, la Biblioteca Universitaria di Napoli, invece, sono state proposte manifestazioni più spettacolari, con proiezioni di materiale audiovisivo d’epoca.
In questi giorni, un gruppo di abitanti di San Sebastiano al Vesuvio e di Massa di Somma propone un’ulteriore occasione d’incontro in cui, oltre alla rievocazione di quanto accadde nel marzo del 1944 nelle due cittadine, viene allargato il focus a ciò che è avvenuto dopo, cioè durante gli ultimi sette decenni, quelli della ricostruzione post-lavica e post-bellica, ma soprattutto quelli di una vasta urbanizzazione che, oltre ad una vera e propria città vesuviana, ha “costruito” anche l’attuale vulnerabilità dell’area. Si tratta, in altre parole, di una circostanza per riflettere non solo sul rischio vulcanico e sulla sua possibile mitigazione (e, a questo proposito, c’è da dire che il lavoro è ancora molto, tra la definizione dei piani di evacuazione comunali, il potenziamento delle vie di fuga, la comunicazione capillare dei comportamenti da tenere in caso di allarme e così via), ma più in generale sulla gestione ordinaria del territorio, segnato da ferite ambientali, cementizie e criminali, e con un potenziale turistico-culturale inespresso e un patrimonio naturalistico occultato.
Contrariamente ad un luogo comune piuttosto diffuso sulla presunta “insensibilità” locale a qualsiasi forma di prevenzione e precauzione, ci sono vari esempi dell’interesse che, tra una parte della popolazione vesuviana, assumono i discorsi sui rischi territoriali e sul futuro dell’area. Questo convegno si pone tra tali esempi: alcuni residenti di due paesi della zona rossa hanno organizzato, in autonomia, un’occasione per ragionare collettivamente sul proprio territorio, alla luce delle sue minacce geologiche e dei danni ecologici che gli sono stati perpetrati, e che nonostante ciò ha delle grandi possibilità di sviluppo compatibile e sostenibile. Questa occasione, in altre parole, evidenzia una necessità di partecipazione, un bisogno di apertura democratica dei processi di pianificazione sia dell’emergenza, sia dell’amministrazione quotidiana della regione, nella ricerca di nuove forme di costruzione della convivenza col vulcano.

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Rassegna stampa:

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AGGIORNAMENTO:
L’AGI, l’Agenzia Giornalistica Italia, il 22 dicembre 2014 ha lanciato una notizia sui risultati del convegno di sabato scorso per i 70 anni dell’ultima eruzione del Vesuvio:

Vulcani: rischio Vesuvio, piano evacuazione sotto lente residenti
(AGI) – Napoli, 22 dic. – Gli abitanti di San Sebastiano al Vesuvio, nel Napoletano, si mobilitano per valutare e capire, grazie a un pool di esperti, come migliorare il piano di evacuazione in caso di un’eruzione del Vesuvio. L’incontro,organizzato da un gruppo di residenti della ‘zona rossa’ vesuviana, e’ legato dal 70esimo anniversario dell’ultima eruzione del vulcano napoletano, che colpi’ soprattutto San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Interventi di rappresentanti di più discipline: vulcanologia (Giuseppe Rolandi), antropologia (Giovanni Gugg), storia (Angelo Pesce e Bernardo Cozzolino), botanica e ambientalismo (Umberto Saetta). Per Gugg il dibattito ha fatto emergere aspetti di una certa rilevanza per quanto riguarda il rischio Vesuvio. “Innanzitutto la necessita’ di una maggiore attenzione da parte delle istituzioni per affrontare ancora più a fondo, con coerenza e costanza, il rischio eruzione”, dice Gugg, ricordando come “al momento, sussiste una sostanziale assenza di comunicazione tra le istituzioni e la popolazione in merito al rischio vulcanico e sismico nell’area. Poi una richiesta di correzione all’attuale Piano di Emergenza Nazionale, sia per quanto riguarda le modalità di perimetrazione della ‘zona rossa’, sia per ciò che concerne i gemellaggi dei comuni più esposti con le altre regioni d’Italia”. “Aspettiamo risposte – conclude – come vivrebbero le decine di migliaia di famiglie di sfollati lontani dal lavoro. Per quanto tempo e dove? Le regioni italiane lo sanno? Per quel che attiene alle infrastrutture sul territorio, le vie di fuga radiali e non circolari come, ad esempio, la statale 268, sono rare, spesso di difficile scorrimento e senza alcun tipo di segnalazione, così come mancano punti informativi e di raccolta, censimenti delle case disabitate nel resto della Campania e delle persone con particolari necessita’”. (AGI)

Il lancio dell’Agi è stato ripreso da molti webjournal; alcuni linkano direttamente l’agenzia, mentre altri inseriscono la notizia sulle proprie pagine:

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Sul “Mattino” di oggi, 23 dicembre 2014, Antonio Cimmino ha dedicato un articolo (ma il titolo non gli rende giustizia) al convegno per i 70 anni dell’ultima eruzione del Vesuvio:

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INTEGRAZIONE del 22 febbraio 2015:
Pannello espositivo per il Convegno “Vesuvio, 70 anni dall’ultima eruzione“, tenutosi a San Sebastiano al Vesuvio il 20 dicembre scorso, organizzato dal Gruppo Vesuvio 70:

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La reazione collettiva allo sconcerto

Dopo un disastro o un evento scioccante, è frequente che le popolazioni sinistrate contestino le autorità giunte in visita sui luoghi sconvolti. Ne scrissi l’anno scorso in seguito alle contestazioni subite dal Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ai funerali di una coppia di imprenditori suicidatasi a Civitanova Marche a causa della crisi economica. Feci rapidamente altri esempi, come le contestazioni vesuviane ai sovrani nel 1872 e nel 1944 o quella dei terremotati irpini a Pertini nel 1980. Stamattina mi è tornato in mente quel post dopo aver letto della sassaiola contro il sindaco di Carrara da parte dei cittadini alluvionati. Naturalmente, si potrebbero citare numerosi altri esempi, a cominciare dalla recente alluvione di Genova e via via sempre più indietro, di disastro in disastro. (E’ quanto mi propongo di fare tra i commenti di questo post o in uno ex-novo che prima o poi scriverò).

il Taccuino dell'Altrove

La stampa riferisce che la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini è stata contestata da alcune persone durante i funerali della coppia suicidatasi a Civitanova Marche perché immiserita dalla crisi economica.
Michele Serra ne ha scritto un’Amaca (7 aprile 2013):

amaca_serra_michele_2013.04.07

Michele Serra ha ragione, ma in parte. E’ vero che attualmente c’è disillusione e rabbia verso le istituzioni e, in particolare, verso la politica, ma quel che è successo a Civitanova Marche riguarda una condizione più generale, quella della gestione collettiva del dolore, anzi dell’angoscia. I momenti di cordoglio sono spesso anche di sconcerto, cioè si è così sconvolti che possono compiersi gesti irrazionali e scomposti per il bisogno di liberarsi della tensione, della pressione, dell’inquietudine. In questo momento storico Laura Boldrini è “lo Stato” – come l’autore specifica in apertura del suo commento – e lo Stato è qualcosa di superiore, che ha responsabilità e poteri non accessibili ai…

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