La nuova zona rossa vesuviana

Con la Delibera n. 250 del 26 luglio 2013 la Giunta Regionale della Campania ha definito la nuova «Delimitazione della zona rossa 1 e della zona rossa 2 del piano di emergenza dell’area vesuviana» e ha appurato le proposte comunali in merito a tale riperimetrazione. L’atto è stato pubblicato sul «Bollettino ufficiale della Regione Campania» n. 41 del 29 luglio 2013: QUI (e allegati dai singoli comuni: 1, 2, 3, 4, 5, 6) (sono tutti pdf con download diretto).
La nuova zonizzazione era stata annunciata all’inizio del 2013 (QUI ho raccolto numerosi articoli) e aveva suscitato ampi dibattiti a livello locale, soprattutto per quanto riguarda il caso di Napoli (QUI la cronaca di un consiglio comunale di fine giugno). La Protezione Civile ha individuato una linea “scientifica” («linea Gurioli») che delimita la zona di massimo rischio in caso di eruzione e che tocca 24 comuni, rispetto ai 18 della precedente perimetrazione. Le nuove municipalità interessate hanno dovuto recepire le indicazioni della Protezione Civile e individuare i confini esatti della zona rossa all’interno del loro territorio (ma chissà cosa accadrà con quei comuni della precedente zona rossa che hanno una quota del loro territorio esterna alla «linea Gurioli»).

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Con questo aggiornamento vengono definite due tipologie di zona rossa (ma la seconda è nient’altro che la “vecchia” zona gialla):

a) Zona rossa 1: «area ad elevato rischio vulcanico, ossia l’area ad alta probabilità di invasione dai flussi piroclastici, ovvero il territorio delimitato dalla linea di invasione dei flussi piroclastici (linea che delimita l’area a media frequenza (invasione >1 evento) di invasione per le principali eruzioni, pliniane e sub pliniane, al Somma – Vesuvio da parte di flussi piroclastici negli ultimi 22.000 anni di attività)».

b) Zona rossa 2: «area ad elevato probabilità di crolli delle coperture degli edifici, ossia l’area in cui è probabile che importanti accumuli di depositi di cenere da caduta determinino il collasso delle coperture più vulnerabili ovvero porzioni di territorio individuate nell’ambito dei progetti di ricerca Europei e Nazionali “Exploris” e “Speed”».

Come in ogni negoziazione, ci sono delle eccezioni al principio generale. Il comune di Scafati, che è toccato per una minima parte dalla «linea Gurioli», è stato fatto rientrare integralmente nella zona rossa 2 (cioè nella ex zona gialla, di cui faceva già parte). Inoltre, è stato deciso che l’enclave di Pomigliano d’Arco dentro il perimetro di Sant’Anastasia e quella di Ottaviano dentro il perimetro di Nola rientrano nella zona rossa 1 (in effetti, in passato, erano spesso citati come esempi dell’inadeguatezza del Piano di Emergenza).
In complesso, come ha affermato l’assessore regionale alla Protezione Civile Edoardo Cosenza, la popolazione interessata – dunque da evacuare in caso di eruzione – passa da 550mila a 700mila persone (ne ha scritto «Il fatto vesuviano» il 29 luglio 2013, riportando anche altre dichiarazioni da tenere a mente, ad esempio riguardo la SS268).

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La notizia è anche sul website della Regione Campania.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2013:
In merito al concetto di negoziazione della perimetrazione del rischio, segnalo un articolo apparso oggi su “Il fatto vesuviano“. Vi si parla dell’intenzione da parte dei sindaci della zona rossa vesuviana di avanzare proposte comuni per il “rilancio” dei propri territori.
Si tratta di un punto delicato: si deve sostenere lo “sviluppo economico” dei comuni della zona rossa vesuviana? Rispetto al rischio vulcanico, è unanimemente riconosciuto che l’alto tasso di vulnerabilità dell’area è dato dal suo sovraffollamento, per cui sembrerebbe logico rendere “meno appetibili” quei comuni. E’ un dilemma serio ed io, sinceramente, non ho una risposta. Tuttavia non me la sento in alcun modo di picconare la zona rossa e il parco nazionale che, senza dubbio, hanno introdotto vincoli molto stringenti.
Alcuni sindaci della zona tornano regolarmente su questo argomento, quello, appunto, dei propri territori «vincolati e bloccati» dalla legge regionale 21/2003 e, perciò, «mortificati da dieci anni di blocco totale derivanti dalla zona rossa». Per mezzo del loro capofila, l’attuale sindaco di Sant’Anastasia che da anni attribuisce alla zona rossa ogni male dell’area vesuviana, hanno annunciato che a breve esprimeranno «un’unica linea politico-amministrativa sulle priorità comuni». Tra le tante necessità indicate (valorizzazione, tutela, sicurezza, vie di fuga… che non si capisce perché siano ostacolate dalla zona rossa) c’è, però, quella che suona più stonata di tutte: «avviare un sistema virtuoso per la rigenerazione e la riqualificazione edilizia ed urbanistica che, tra l’altro, potrebbe contribuire a rimettere in moto realmente l’economia locale». Questa, alle mie orecchie, suona come voglia di cemento.
Ne ha scritto anche il webjournal sorrentino “Corso Italia News“.

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.
Sulla questione dei gemellaggi ho scritto QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

Una nuova zona rossa. Forse.

ImmagineFino ad ora uno dei criteri di perimetrazione della zona rossa (che, come ogni perimetrazione del rischio, è sempre frutto di una negoziazione e, pertanto, non coincide mai con i confini “scientifici”) è stato quello di coincidere con i confini amministrativi dei comuni interessati. Per questa ragione (e scandalosamente) si sono tenuti fuori alcuni quartieri di Napoli (Ponticelli, Barra e San Giovanni) o altri comuni (Pomigliano d’Arco, ad esempio) perché altrimenti tutto il territorio comunale sarebbe stato dichiarato “zona rossa” (e si provi ad immaginare il colpo che ne avrebbero avuto gli appalti cementizi) (ecco l’aspetto pratico della negoziazione di cui parlavo poco fa).
Ora, che questo principio valga ancora o che si scelga di perimetrare secondo altri confini (ad esempio quelli dei quartieri: è quanto chiedono, ad esempio, i sindaci di alcuni dei “nuovi” comuni a rischio, come Scafati), gli ospedali ponticellesi (esistenti e in costruzione) saranno comunque tutti all’interno della zona di maggior rischio (e dunque anche i reparti di pediatria: nasceranno solo bimbi “esplosivi”). Nel concreto, tuttavia, non cambierà nulla: quelle strutture ormai esistono e non si può abbatterle e trasferirle. Tutt’al più dovranno organizzare delle periodiche esercitazioni di evacuazione (che sarebbero obbligatorie ovunque in Italia, al di là di zone rosse gialle e blu, ma non lo sa e non lo fa quasi nessuno).
Comunque sia, l’allargamento della zona rossa da 18 a 24 comuni è una proposta avanzata in queste settimane dalla Protezione Civile, nell’ambito dei periodici aggiornamenti del Piano di Evacuazione Nazionale per il Vesuvio. Era ora che si avanzasse qualche idea più stringente, a maggior ragione dopo la proposta della Giunta della Regione Campania di far tornare il cemento nella zona rossa (così, di fatto, annullandone ogni principio precauzionale) (a proposito, quello scandaloso Piano Paesistico dorme ancora? Speriamo).

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AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).