Vulcani e immaginario collettivo: l’eruzione del Tambora nel 1815

Produsse così tante polveri che il sole ne fu offuscato per mesi, sconvolgendo – pare – le strategie belliche di Napoleone, dunque contribuendo alla sua disfatta a Waterloo il 18 giugno 1815. La nube fu talmente spessa ed estesa che il 1816 è noto come l’anno senza estate: a causa del freddo morirono molti capi di bestiame e i campi non produssero sufficienti alimenti, per cui ci furono rivolte per il cibo in diverse parti d’Europa. Alcuni ritengono che proprio quell’estate gelida accelerò la “conquista del West” americano. D’altra parte, però, permise a William Turner di dipingere dei tramonti incredibili e a Mary Shelley – costretta a restare in casa – di scrivere “Frankenstein”.
Secondo qualcuno è l’eruzione che ha cambiato il mondo, ma in ogni caso quella del vulcano Tambora, tra il 10 e l’11 aprile 1815, è una delle esplosioni che più hanno avuto effetti sull’immaginario collettivo.
Oggi ne cade il bicentenario e le poste indonesiane hanno emesso un francobollo celebrativo:

TAMBORA-vulcano-Indonesia_francobollo-bicentenario_1815-2015

I tanti Vesuvio nelle foto di Roberta De Maddi

I simboli non hanno un significato unico, ma innumerevoli, a seconda di chi osserva, da dove, come, perché, quando. A questo meccanismo non fa eccezione il Vesuvio, che, appunto, non è solo un’espressione della natura, ma è anche un simbolo, ovvero un oggetto culturale. Per un anno intero, ogni giorno, la fotoreporter Roberta De Maddi ne ha fermato su pellicola un leggero mutamento, un “cambio d’abito”, con l’implicito invito a leggerne le differenti sfumature di senso.
Il risultato di questo singolare reportage sarà esposto al PAN di Napoli dal 7 al 28 agosto 2014.

Roberta De Maddi, “I cambi d’abito del Vesuvio” PAN di Napoli, 7-28 agosto 2014

Come è anticipato sul website del Comune di Napoli, «Luci, nuvole, sole, luna, stelle, vento e neve abbigliano e spogliano le vette del Vesuvio e del vicino Monte Somma tantissime volte durante l’arco delle giornate. In una città la cui vita scorre frenetica, anche il Vesuvio subisce repentini ed emozionanti cambiamenti di umore ogni giorno. Talvolta serafico, altre angosciato, proprio come se rispecchiasse l’umore dei suoi cittadini, l’imponente custode dell’affascinante Partenope non manca ogni giorno di riempire di stupore gli occhi di chi si ferma ad osservarlo. Il progetto fotografico è un tributo della fotogiornalista alla sua città natale, città dalla quale si può partire ma in cui si vuole ostinatamente ritornare».

Ils sont fous, ces Vésuviens

Recupero dal «Taccuino dell’Altrove» un post del 16 gennaio 2013 che è più appropriato conservare in quest’altro mio blog.

E’ stata presentata la nuova perimetrazione della zona rossa vesuviana, che è stata allargata da 18 a 24 comuni. In un articolo del «CorSera» vengono riportate le parole di Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone». E ancora, spostando l’oggetto dal Vesuvio all’area flegrea, ha aggiunto: «Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Cioè, detto altrimenti, gli abitanti vesuviani (e flegrei) non sanno niente e sono insensibili, per cui le istituzioni (che vorrebbero e si sforzano tantissimo) non riescono a renderli consapevoli del rischio che corrono. Insomma, dev’esserci qualcosa nella natura di questa strana popolazione che la fa essere votata al suicidio di massa. Saranno i troppi caffè che circolano in città e in provincia? Chissà. Intanto, applausi.

D’altra parte Gabrielli non è nuovo a queste perle socioantropologiche: qualche mese fa disse che gli aquilani avevano reagito peggio degli emiliani perché «C’è in alcune comunità un attivismo, una voglia di fare, che sono insiti. La differenza, storicamente, in Italia, non la fa la quantità di denaro destinato agli aiuti ma la capacità di progettualità di ogni singolo territorio» [Ne ho parlato io stesso QUI e al commento #01]. Ancora applausi.

Infine, ancora un’altra considerazione. Questa nuova perimetrazione della zona rossa è stata presentata insieme all’assessore regionale Edoardo Cosenza, che fa parte di quella stessa Giunta che intende reintrodurre il cemento nella zona rossa attraverso un Piano Paesaggistico Regionale che il ministro Passera ha definito «una vera follia» [QUI]. Ovazione.

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
A proposito di capacità (o incapacità) di rialzarsi dopo un disastro, Gian Antonio Stella, in occasione del quinto anniversario del terremoto abruzzese, racconta (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2014) di una ricostruzione lenta (a L’Aquila), se non praticamente ferma (a Onna), talvolta sbagliata come nel caso delle case fatiscenti degli sfollati a Cansatessa, poco distante da Coppito: L’Aquila, 5 anni dopo: macerie e sfollati. La ricostruzione è ancora lontana.
L’anniversario è ricordato anche da Serena Giannico sul “manifesto” del 4 aprile 2014: L’Aquila sospesa.

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

Un vulcano da fotografare

L’Osservatorio Vesuviano ha bandito un concorso fotografico in collaborazione con la sezione Campania/Molise di SIGEA, la Società Italiana di Geologia Ambientale.
Si intitola “Passeggiando tra i paesaggi vulcanici“, la partecipazione è libera e gratuita. I primi dodici classificati saranno premiati con la pubblicazione dei loro scatti sul calendario OV 2012.
La data di scadenza per inviare le proprie immagini è il 31 agosto 2011.
– QUI il regolamento (.pdf) (riprodotto anche tra i commenti di questo post).
– QUI la scheda di partecipazione (.doc).

Tra New Orleans e Nea Polis

Tra alieni e vampiri, serial killer e scrittori nichilisti, professori di chimica e detective problematici, nerd geniali e pubblicitari rampanti raccontati dalle serie-tv americane (in questo sono onnivoro e trovo estremamente interessante i linguaggi visivi e narrativi che questo genere sta sviluppando) c’è una storia che viaggia ad un ritmo molto diverso dal consueto e senza alcuna trama particolarmente avvincente o dominante. Si tratta di “Treme“, che non ho timore a definire “capolavoro”. E’ una serie-tv ancora inedita in Italia e narra la vita di un quartiere di New Orleans alcuni mesi dopo l’uragano Katrina dell’agosto 2005. La sceneggiatura, i dialoghi, la recitazione, le ambientazioni, la fotografia, l’esplorazione di temi sociali e politici, la considerazione antropologica della cultura, l’importanza identitaria della musica, del suono… tutto gira in maniera perfettamente accordata, con delicatezza e decisione.
Se volete saperne di più, rimando alle approfondite recensioni di Serialmente.

Nelle ultime settimane sono tornato su “Treme” per un paio di ragioni: innanzitutto perché sulla HBO è in onda la seconda stagione (ambientata 14 mesi dopo l’inondazione, mentre la prima stagione si svolgeva 3 mesi dopo Katrina) e in secondo luogo perché sto studiando quel disastro come caso di catastrofe “natural-sociale”.
Per due secoli e mezzo siamo stati abituati a distinguere tra disastri di origine naturale (imprevedibili e indiscriminati) e disastri riconducibili a responsabilità umane (talvolta spaventose come la Shoah e i bombardamenti nucleari in Giappone). Se il devastante terremoto di Lisbona del 1755 sconvolse uomini come Rousseau, Voltaire e Kant perché si accorsero con drammatica evidenza che Dio non era responsabile dell’entità della sciagura portoghese (fino ad allora si era parlato di “castighi divini”), oggi, dopo 250 anni, le due categorie di catastrofe naturale e catastrofe sociale sono tornate ad avvicinarsi, anzi a fondersi l’una nell’altra: le conseguenze delle azioni umane sono ormai altrettanto imprevedibili e indiscriminate quanto quelle naturali (e questo ci scombussola profondamente, tant’è vero che ogni volta ci ripetiamo che “poteva essere evitato”). Ad esplicitare questa (nuova) condizione nella maniera più eclatante e dolorosa è stata proprio la devastazione di New Orleans di sei anni fa.
Si tratta di una lettura che sto approfondendo, ma che trovo già molto utile e stimolante perché per certi versi ricalca e rafforza la mia interpretazione del rischio in area vesuviana: la distinzione tra pericoli vulcanico ed ecologico ha forse un senso per gli accademici, ma localmente ne ha molto meno perché si vive indistintamente una più complessa e complessiva “condizione di rischio”. Come ho accennato in un post precedente, rischio ecologico e rischio vulcanico si alimentano e condizionano vicendevolmente; anzi direi addirittura che l’uno è funzionale all’altro.
Bene, tornerò spesso su questo tema, ma ora il focus di queste righe è un altro.
Ho continuato a pensare alle scempiaggini pronunciate da Oscar Giannino qualche giorno fa, a cui ho dedicato il post precedente. Ebbene, immaginate che succeda realmente quel che ha detto, immaginate l’area napoletana e noi tutti tre mesi dopo l’eruzione del nostro vulcano (senza tralasciare che ne abbiamo altri due “col colpo in canna“, come ha ricordato l’indimenticabile Guido Bertolaso: i Campi Flegrei e l’Epomeo). Immaginate cosa dire a personaggi simili e/o ai politici locali e nazionali degli ultimi cinquant’anni (specificherei “politici capital-leghisti”, ma mi tengo sul generale). Ecco, io userei le parole che pronuncia il professor Creighton Bernette (interpretato dal grande John Goodman) ad un impertinente giornalista inglese nella prima puntata della prima stagione di “Treme”:

Giornalista: Sta dicendo che è stato un disastro naturale puro e semplice?

Creighton Bernette: Un disastro naturale? Quello che ha colpito la costa del golfo del Mississippi era un disastro naturale? Un uragano, puro e semplice? L’allagamento di New Orleans è stata una catastrofe causata dall’uomo! Un casino federale di proporzioni epiche e realizzato in decine di anni! Le dighe non sono state fatte esplodere. Non nel ’65 e non tre mesi fa. Il sistema di protezione dagli allagamenti costruito dagli ingegneri dell’esercito, alias il governo federale, ha fallito. E negli ultimi quarant’anni, dopo Betsy, si è detto che avrebbe fallito nuovamente, a meno che si facesse qualcosa. E indovina un po’? Non è stato fatto nulla. Le dighe non sono state fatte saltare, le chiuse hanno fallito, le pareti del canale hanno fallito, le pompe hanno fallito: tutto ciò che pareva essere stato costruito per resistere ad una tempesta molto più grossa.

G: Sta suggerendo una responsabilità criminale?

CB: Assolutamente. Trovare le parti responsabili e metterle sotto processo… Il corpo degli ingegneri, i federali, lo stato, il governo locale, gli appaltatori che hanno usato materiali inferiori allo standard e i dannati politici corrotti che tengono nel taschino.

G: Quindi, dato che tutto è andato in malora, perché i contribuenti americani dovrebbero pagare il conto per mettere a posto New Orleans? Costerà miliardi.

CB: Beh, da quando le nazioni non ricostruiscono le loro grandi città?

G: Ammesso e non concesso che New Orleans fosse una grande città.

CB: Sta dicendo che New Orleans non è una grande città? Una città che vive nell’immaginario collettivo mondiale?

G: Immagino… se uno è un fan della musica… che ha avuto giorni migliori, siamo onesti. Oppure del cibo: una cucina provinciale che molti direbbero essere tipicamente americana: troppo grassa, troppo ricca… Allora sì, naturalmente, New Orleans ha i suoi sostenitori, ma che mi dice del resto del Paese?

CB: Provinciale… passé… Odia il cibo, odia la musica, odia la città… Cosa cazzo state facendo qui? Cazzo di avvoltoi inglesi figli di puttana!

A parte l’incredibile coincidenza di quest’ultima battuta con quanto bisognerebbe dire agli inglesi della BP responsabili dell’altra immensa sciagura ecologica che ha colpito le coste di New Orleans e della Louisiana, cioè l’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico nel 2010, ma voi non sentite un’inquietante analogia con Napoli?
Senza necessariamente arrivare alla più temuta, scegliete a piacimento una delle sue (nostre) innumerevoli emergenze e riadattate il dialogo che ho citato. Non cambierà nulla: la catastrofe (annunciata) non sarà per niente naturale, ma sarà del tutto (im)morale.

PS: su YouTube la sequenza citata è riprodotta in un montaggio che mischia il brano di “Treme” con alcune riprese effettuate in un bar della città durante la messa in onda della puntata. Guardatelo, è da non perdere!

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Sulla stampa italiana è arrivata la notizia che a New Orleans “Marciscono le case donate da Brad Pitt alla popolazione colpita dall’uragano Katrina. Trenta abitazioni su 100 hanno bisogno di lavori di ristrutturazione all’esterno e all’interno. E piovono accuse alla Fondazione “Make it Right” creata dall’attore“. (Anche QUI).

La collina del disonore

A SSV mi è stata definita come “la collina del disonore”. E’ una discarica cresciuta a dismisura tra gli anni Sessanta e i Novanta, chiusa (formalmente, perché intorno è ancora un disastro) solo ai primi degli anni Duemila.
Per il mio studio ha un ruolo molto importante, infatti ogni intervista che ho raccolto ne ha fatto cenno: quella collina squadrata ti entra nella testa con la sua innaturale geometricità, col suo colore malato e la sagoma di quei tre o quattro alberi sacrificati per un illusorio ripristino ecologico. Mi sono ritrovato spesso a volgervi lo sguardo, ma mai come ieri ne sono rimasto impressionato. Pendolavo tra la mia Penisola e Napoli col jet via-mare, guardavo le forme che il vulcano assume quando ci si sposta da sud a nord, scattavo fotografie, riconoscevo luoghi e cognoli. Poi la vista di una sorta di gradino m’ha fatto saltare sul sedile: era il profilo della Ammendola-Formisano.
Di seguito alcuni scatti degli ultimi mesi, da varie angolature. La foto al tramonto è di Ciro Teodonno, le altre sono mie.

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Sentieri e memoria

L’anno scorso, per alcuni mesi, Ciro Teodonno ha proposto ai suoi lettori de “Il mediano” un reportage a puntate sui sentieri del Parco Nazionale di cui fa parte il paese di SSV. L’iniziativa è stata molto apprezzata, sia per la qualità del racconto (non solo naturalistico, ma anche antropico e, per certi versi, personale), sia perché invoglia ad un tipo di fruizione dell’area protetta la cui comunicazione è, invece, usualmente ostica e lacunosa. Io stesso ho sempre grandi difficoltà a recuperare informazioni sulla sentieristica vesuviana e sui permessi, gli orari, gli ostacoli e così via (website scadente, innumerevoli telefonate agli addetti, uffici chiusi di domenica…).
Tra i commenti a questo post raccolgo tutti gli articoli (e i relativi commenti dei lettori) sugli 11 sentieri (più o meno percorribili), cominciando dallo scritto introduttivo che copio qui di seguito (grassetti miei).

“Il mediano”, 12 aprile 2010 (qui)
PASSEGGIATE VESUVIANE
Ciro Teodonno
“Passeggiate Vesuviane” è una nuova rubrica del nostro giornale, ma anche una provocazione. Saranno presentati degli itinerari utili a conoscere meglio il Parco Nazionale; un atto d’amore in barba alle deroghe delle leggi che intendono ridurlo a discarica.

È consolidata abitudine quella di vantarsi delle proprie bellezze artistiche e paesaggistiche, si fa sfoggio, specie qui da noi, del più retrivo sciovinismo, in special modo, quando qualcuno osa mettere in dubbio l’unicità del nostro territorio.
Talvolta ci si veste anche dei millantati panni di esperto del genius loci, ma andando in fondo, sotto sotto, affiora, alla luce del deleterio ed evidente prodotto del nostro disamore, che queste non son altro che il frutto di una posa, una presa di posizione, che tende a nascondere la nostra ignoranza e la nostra inerzia.
È difficile trovare altrove una simile quantità di luoghi comuni e di false promesse d’amore, come nel caso del Vesuvio e del suo parco nazionale, decantato quale vulcano per eccellenza e poi ridotto a discarica a cielo aperto e non solo adesso che le deroghe alla legge lo sanciscono.
Siccome siamo convinti che amore sia anche e soprattutto conoscenza, abbiamo deciso di presentare con questo speciale una serie itinerari che rendano al meglio la reale immagine del fintamente temuto Sterminator Vesevo.
Lo scopo della serie di articoli che seguiranno, non sarà però quello esplicito di denunciare i mali del Vesuvio che, ahinoi sono tanti (altrove abbiamo già trattato e sembra che purtroppo seguiremo a trattare questi tristi argomenti)! Ma sarà quello, forse presuntuoso ma ben determinato, di stimolare la fruizione del nostro più grande patrimonio naturale. Dare spunti, indicazioni, avvertimenti e tutto il necessario bagaglio informativo per fare una piacevole e consapevole passeggiata o escursione a pochi passi da casa. E, allo stesso tempo, tutelarne l’esistenza con la presenza attiva, civile e consapevole del proprio territorio.
Sarà una relazione-guida in “presa diretta” perché avrà il valore di un taccuino di viaggio, con la pretesa, appunto, di avvicinare il più possibile le persone alla natura vesuviana.
Per lo meno ci metteremo tutta la nostra buona volontà e passione, che spesso, come si sa, è assai contagiosa.
Vogliamo andare in ordine progressivo, come ci illustra la bella mappa che, da neanche un anno, ha fatto pubblicare l’Ente Parco e che finalmente rende onore alla montagna, con la sua legenda turistica ma anche con le sue curve di livello che la rendono gradita ai più esigenti escursionisti.
I sentieri ufficiali sono al momento 11, ma non tutti di facile accesso e percorribilità, e anche per questo tenteremo di volta in volta di analizzarli e di guidarvi nella scelta del percorso migliore o del suo stato di percorribilità.
A seguire gli undici sentieri ufficiali che tratteremo nella nostra piccola guida:

n°1 – La Valle dell’Inferno (qui)
n°2 – Lungo i Cognoli (qui)
n°3 – Il Monte Somma (qui)
n°4 – Attraverso la Riserva del Tirone (qui)
n°5 – Il Gran Cono (qui)
n°6 – La Strada Matrone (qui)
n°7 – Il Vallone della Profica (qui)
n°8 – Il Trenino a Cremagliera (qui)
n°9 – Il Fiume di Lava (qui)
n°10 – L’Olivella (qui)
n°11 – La Pineta di Terzigno (qui)

Altri aggiornamenti:
* Ciro Teodonno, Prospettive verdi per Massa di Somma (qui)

Percorsi plurali

Accade spesso che le persone che contatto per la mia ricerca, al momento del nostro incontro mi propongano di fare un giro per il paese. Vogliono mostrarmi i luoghi, dopo che al telefono o per e-mail ho spiegato loro l’oggetto del mio studio. L’appuntamento è davanti alla chiesa o in un bar, generalmente quello equo-solidale. Questo, almeno, finora.
Io, naturalmente, ne sono contento perché osservare le persone nel loro territorio e farselo raccontare percorrendolo insieme era ed è una delle caratteristiche metodologiche che intendo sperimentare. La difficoltà è nel riuscire a raccogliere tutte le informazioni: il discorso segue la strada e lo sguardo spesso viaggia più veloce delle parole, per cui è complicato riuscire a fermarne i tratti essenziali. Sono consapevole che non è quello il momento per essere puntuali, ma mi sto accorgendo di quanto una tale modalità sia importante per un altro tipo di informazioni, quello relativo al modo di muoversi sul territorio, alla padronanza dei luoghi, alle preferenze personali e così via. Mi lascio letteralmente guidare e lascio che l’itinerario sia deciso e illustrato interamente dall’informatore.
Ognuno ha la propria lettura dei luoghi, ognuno mi propone un percorso personale.
Ad esempio, con G.P., un uomo sui sessant’anni, sono andato in giro per il vulcano, salendovi lungo la strada più antica, quella che passa per il borgo collinare di un comune vicino. E’ stata quasi un’escursione biografica, attraversando innanzitutto i luoghi della sua infanzia – quel borgo, appunto – per poi proseguire tra gli spazi e le persone della sua età lavorativa, quindi accanto ai boschi e ai sentieri che invece frequenta adesso da pensionato (anzi, che rifrequenta come da ragazzo) per andare a funghi o per accompagnare amici e nipoti. Ha lavorato come tecnico telefonico e durante la nostra passeggiata mi ha presentato vari amici che hanno le loro attività sulle pendici del Vesuvio: ristoratori, artigiani, venditori di souvenir; tutte persone a cui controllava la linea telefonica e che ancora lo chiamano in caso di qualche imprevisto agli apparecchi. Durante il nostro giro abbiamo fatto sosta all’imbocco di alcuni sentieri o su determinati affacci particolarmente ampi da cui vedere vecchie baracche di fuochi artificiali o l’antica stazione Cook della funicolare, ristrutturata a poca distanza dai decennali cumuli di immondizia di una discarica ormai ricoperta d’erba. Alla fine, così come era cominciata, la nostra escursione si è conclusa a SSV, tra i luoghi del suo quotidiano: la chiesa, il comune, le ottime panetterie…
In una seconda occasione, invece, ho percorso in automobile tutte le strade principali del comune in compagnia di V.C., un imprenditore trentenne che nel tempo libero si occupa di un’associazione molto attenta alla vita politico-amministrativa del paese. Dopo un caffè in centro, dove ci siamo incontrati, siamo andati direttamente nella zona industriale, quella più a valle al confine con altri comuni. Siamo passati accanto ad aziende di vario tipo e ad un paio di locali notturni molto frequentati, ma anche intorno ad un’antica splendida villa settecentesca un po’ malandata e ad un paio di masserie che forse diverranno ristoranti per cerimonie. Ci siamo fermati al cantiere bloccato di un grande albergo e fuori al cancello del parco comunale su cui forse sorgerà una nuova chiesa. In un’altra zona ho visto il terreno su cui qualcuno intende costruire un parcheggio multipiano ed un centro commerciale, e in un’altra – nella zona alta del paese – la strada dove si appartano le coppiette la sera, nei pressi di un maneggio e di alcuni ristoranti da matrimonio. Il giro è terminato in centro, in un paio di zone dove hanno sede alcune associazioni di volontariato come ad esempio la Croce Rossa. La descrizione dei luoghi (e delle loro previste trasformazioni future) era incentrata sull’attualità politico-amministrativa del comune: il mio interlocutore è molto addentro alle questioni locali e conosce provvedimenti e storie che lo rendono un serio competente.
In un altro caso ho incontrato C.T. che, soprattutto attraverso l’impegno giornalistico, frequenta e racconta il suo territorio per mezzo di vari media. Anche lui mi ha proposto di camminare per le strade, ma si era già fatto buio, per cui ho preferito restare a parlare al tavolo di un bar. La sua attitudine da trekker è emersa comunque con grande evidenza: è stato il mio incontro più formale, ma mi ha parlato dei vari luoghi che ama percorrere, sia per monitorarli, sia per continuare a riscoprirli. E’ stato un racconto che dovremo approfondire, ma che mi ha mostrato vari piani di percezione: tra il reale e l’onirico, tra i ricordi e le prospettive future, tra la conservazione e la trasformazione.
Infine, ho parlato con B.C., un giovane e preparatissimo storico locale, che – per ora al telefono – mi ha raccontato dei beni culturali del paese e di alcune vicende arcaiche che possono essere utili a comprendere certe dinamiche attuali. Mi ha molto colpito, ad esempio, la notizia per cui la lava è colata nel territorio di SSV solo in tre occasioni e tutte dopo il 1852, quando per cause geologiche la barriera naturale che protegge l’abitato dal cratere – ovvero la parte più occidentale del monte Somma – si è abbassata rendendo possibile la tracimazione del magma e il suo pericoloso avvicinamento all’abitato. Naturalmente voglio verificare questa informazione con un vulcanologo, tuttavia mi sembra comunque importante (anche se fosse solo parzialmente corretta) se si considera che, invece, il racconto più celebrato narra di una continua e secolare lotta col vulcano fatta di caparbie ricostruzioni post-eruzione da parte degli abitanti: un mito che probabilmente va problematizzato.

In ciascuno degli incontri che ho raccontato in questo post ho avvertito un forte attaccamento al territorio, sebbene in modalità diverse e dando centralità a luoghi differenti. In un caso si trattava dei luoghi dei ricordi, in un altro di quelli del mutamento, in un altro ancora quasi di spazi sensoriali, infine di quelli delle radici. Sono tutti luoghi relazionali, cioè luoghi di scambio e di condivisione dove però il vulcano è presente con pesi diversi.
Ovviamente, la sommaria e provvisoria classificazione che ho appena proposto non è fra compartimenti stagni, ma fra tendenze prevalenti. Il territorio (io preferisco dire il paesaggio) è un testo scritto collettivamente attraverso le generazioni, ma che è letto e interpretato individualmente. Le mie “chiacchierate in movimento” (“intervista” è un termine che mi piace poco, almeno per quanto riguarda il mio lavoro, ma lo spiegherò meglio in un post successivo) mi sembrano un’interessantissima sperimentazione: una forma di dialogo attraverso sentieri non asfaltati e che probabilmente non asfalteremo.