In Francia si è aperto il processo sulle conseguenze della tempesta Xynthia

Nella notte del 27-28 febbraio 2010 in Vandée e in Charente-Maritime, sulla costa atlantica francese, 53 persone morirono a causa della tempesta Xynthia, di cui 29 nella sola località di La Faute-sur-Mer. Qui, una cittadina turistica dalla forte urbanizzazione tra gli anni ’90 e 2000, la maggior parte delle vittime fu colta nelle proprie case, allagate dopo l’inondazione di una diga [Wikipédia].

Dopo anni di indagini, alla fine dell’agosto 2013 è stata annunciata l’incriminazione del sindaco di La Faute-sur-Mer (primo cittadino dal 1989 al 2014) e di altri esponenti delle istituzioni e delle imprese edili-immobiliari locali [Libération].
Il processo, cominciato il 15 settembre 2014, li giudicherà per omicidio colposo, un reato che, ritiene l’accusa, è stato perpetrato a causa di una condotta amministrativa quanto meno negligente, ovvero per aver concesso premessi di costruzione in zone pericolose, per aver rifiutato di prendere delle misure di sicurezza e, la fatidica notte, per aver ignorato l’allarme della tempesta in arrivo [Le-Monde] [Chroniques-Judiciaires] [Libération].
La sentenza è prevista per il 12 dicembre 2014.

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PS: raccolgo notizie sui processi ai disastri in QUESTO post.

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L’antica fragilità delle comunicazioni in caso di calamità

Una delle preoccupazioni contemporanee in caso di calamità è la caduta della rete di comunicazione. Di recente, durante le alluvioni delle Cinque Terre e di Genova nel 2011 c’è stato un vasto black out elettrico (anche il 9-10 ottobre 2014: VIDEO) e gran parte dei telefoni cellulari non ha avuto linea [qui e qui]; lo stesso è accaduto con i terremoti emiliani del 2012, quando è stato praticamente impossibile telefonare per molte ore [qui]; e a Londra, in seguito agli attentati del 2005, sono saltate addirittura le comunicazioni radio [Chiara Fonio, qui].
Per quanto possa sembrarci fragile, però, il ramificato sistema di comunicazione attuale è paradossalmente più sicuro rispetto a qualsiasi altro mezzo centralizzato: «Il socialnetwork ha più facoltà di resistere a delle catastrofi naturali di quanto non ne abbia una complessa catena di comando di tipo tradizionale» (Maurizio Ferraris, qui), e questo anche grazie al fatto che, in caso di emergenza, ognuno di noi può contribuire alla sua stabilità togliendo la password alla nostra connessione wi-fi.
Comunque, dicevo, quella della fragilità dei mass-media è una questione ormai antica: il 18 novembre 1929, infatti, un terremoto sottomarino di oltre 7 gradi di magnitudo spezzò 12 cavi telegrafici sul fondo dell’oceano Atlantico, a circa 400 km a sud dell’isola di Terranova, interrompendo le comunicazioni tra Nord America ed Europa [en, fr]. Il sisma, inoltre, causò uno tsunami che si abbatté su sei villaggi della parte meridionale della penisola di Burin, in Canada: Port-au-Bras, Lord’s Cove, Point-au-Gaul, Kelly’s Cove, Allan’s Island e Taylor’s Bay. Ci furono 28 morti, alcune località furono quasi cancellate e le onde arrivarono fino a Montreal e New York da un lato e sulla costa portoghese dall’altro.
Per l’isolamento dei villaggi e per l’impossibilità di comunicare in alcun modo, l’allarme fu lanciato solo tre giorni dopo, quando una nave attraccò nel porto di Burin e riuscì a mettersi in contatto col resto del mondo [qui]. Come scrisse il “Daily News” di St. John il 22 novembre 1929,

Improvvisamente, senza preavviso, sentono un boato di acqua. Più forte di quello delle onde normali, il rumore è assordante e, tutto ad un tratto, con violenza inaudita, un muro d’acqua di quindici piedi (cinque metri) invade la loro piccola casa, entrando attraverso porte e finestre, e poi, ritirandosi, porta via la casa, la madre e i figli! Ogni comunicazione con il resto del mondo era tagliata. [qui]

Litorale devastato di Port au Bras, Terranova, 1929.
Altre immagini sono qui: http://www.collectionscanada.gc.ca/sos/002028-1101-f.html?PHPSESSID=lk1jqh51t3qh2gdfu4jlm9lr40

PS: l’importanza del mantenimento e dell’efficienza delle comunicazioni durante una fase d’emergenza è tale che la Fondazione Vodafone organizza e finanzia insieme al Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) un corso di “IT Emergency Management” (giunto alla sua 10° edizione). Ne scrive “La Stampa” (18 novembre 2013): “A scuola per gestire le catastrofi. Così nasce la risposta umanitaria“.

Prevenzione e precauzione

Tutti riconosciamo che la prevenzione è fondamentale, tuttavia raramente ne applichiamo i princìpi. Comunque sia, quello della prevenzione non è un concetto univoco. Ad esempio: quando la prevenzione è sufficiente? chi decide che è abbastanza? o, ancora, qual è la sua differenza con il controverso “principio di precauzione”?
Non ho intenzione di indagare qui le varie sfumature di tali categorie, ma prendo spunto da un articolo del blog «INGV Terremoti» per conservare gli articoli che ne parlano.
Attiguo è il tema dei “costi dei disastri”, le cui notizie archivio in QUEST’ALTRO post.

«INGV Terremoti», 12 luglio 2013, QUI
LA PREVENZIONE PAGA
Carlo Meletti – Centro di Pericolosità Sismica INGV

Appena avvertita la scossa di terremoto di magnitudo 5.2 che venerdì 21 giugno ha colpito la Lunigiana orientale, il primo pensiero di chi si occupa professionalmente di terremoti è stato quello di un disastro che poteva aver provocato molti crolli e quindi probabilmente anche vittime. La magnitudo 5.2 di per sé non è una magnitudo elevatissima (in Italia si sono avuti storicamente eventi che hanno superato magnitudo 7, ultimi tra questi il terremoto di Reggio Calabria-Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915) ed è stata frequentemente rilevata: dal 1900 a oggi sono oltre 150 le scosse di magnitudo pari o uguale a 5.2 verificatesi nel territorio nazionale.
Abbiamo però un record negativo nel nostro paese: una elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio, vale a dire una scarsa capacità di resistere ai terremoti. Le ragioni di questa fragilità sono molteplici: sicuramente un’età elevata delle nostre case, probabilmente gli effetti degli anni di boom economico durante i quali si è costruito senza guardare troppo per il sottile, sicuramente una scarsa tradizione nella progettazione di edifici con criteri antisismici. Fino agli anni ’80 una zona veniva dichiarata sismica solo dopo che vi si era verificato un forte terremoto e conseguentemente diventava obbligatorio adottare le norme antisismiche del momento nella progettazione del nuovo, ma nessun vincolo particolare era imposto sugli edifici esistenti
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CONTINUA (anche QUI)

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AGGIORNAMENTO dalla CAMPANIA (24 luglio 2013):
Presentato il nuovo sistema regionale di protezione civile: QUI. In particolare, «per quanto riguarda il Piano Vesuvio, a giorni approveremo la delibera per la delimitazione della nuova zona rossa 1 e 2 del Piano di emergenza in base alle proposte che sono pervenute dai Comuni interessati».

AGGIORNAMENTO (1 ottobre 2013):
Per il terzo anno consecutivo si è svolta la campagna di sensibilizzazione “Terremoto io non rischio”, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. Al termine del fine settimana dedicato a questo tema, il capo del DPC, Franco Gabrielli, ha dichiarato che il nostro Paese «ha bisogno di essere consapevolizzato, non tranquillizzato» («Il giornale della protezione civile», 1 ottobre 2013, QUI). Altre info sono tra i commenti.

AGGIORNAMENTO (7 ottobre 2013):
Per organizzare una buona prevenzione bisogna, evidentemente, comprendere quale sia il senso sociale del rischio (di ciascun tipo di rischio). Credo che questo lavoro vada compiuto antropologicamente, cioè indagando il vissuto delle persone, osservandole sui propri luoghi, registrandone le relazioni e così via, ma più di frequente lo si svolge (quando lo si svolge) tramite questionari rigidi, tipici degli approcci quantitativi. E’ quanto ha compiuto l’INGV per indagare «la percezione del rischio sismico in Italia». Eccone i risultati (a voi i commenti): Blog «INGV Terremoti», 7 ottobre 2013, QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 gennaio 2014:
E se la “protezione civile” diventasse materia scolastica? In effetti le società non sono resilienti per natura, al limite lo diventano. E’ la proposta avanzata dal capo del DPC Franco Gabrielli, riferisce Gianluca Testa (“Corriere della Sera“): «insegnare la protezione civile a scuola può essere d’aiuto. Cittadini più consapevoli possono stimolare le amministrazioni locali e le comunità, possono rappresentare le sentinelle vigili dei territori e – perché no? – applicare conoscenza e consapevolezza anche nell’acquisto di una nuova casa. Saprebbero valutare se la zona dove andranno ad abitare è a rischio oppure no. Saprebbero come dialogare col proprio Comune».

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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Un filmato caricato su YouTube il 5 maggio 2010 intitolato “Tu e il terremoto“, presentato così: “Conoscere come è fatta la propria casa è importante per affrontare un eventuale terremoto. Questa breve animazione realizzata nell’ambito del progetto EDURISK (www.edurisk.it) suggerisce da dove cominciare…

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AGGIORNAMENTO del 17 aprile 2014:
«E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2014 la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2014 relativa al Programma nazionale di soccorso per il rischio sismico. La Direttiva fornisce – per quanto riguarda il rischio sismico – le indicazioni per la redazione della pianificazione dell’emergenza, in particolare di livello nazionale, in continuità con le indicazioni riportate nella Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2008, presupposto indispensabile per assicurare la capacità di allertamento, attivazione e intervento del Servizio nazionale della protezione civile in caso di emergenza» CONTINUA QUI (o tra i commenti).

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INTEGRAZIONE del 1° luglio 2014:
Il rischio viene presentato spesso come un dato oggettivo, ma invece la sua caratteristica – come per ogni probabilità – è l’incertezza. “Il Post” ha tradotto un articolo del “Washington Post” in cui, tra le righe, emerge quanto il rischio sia una costruzione sociale, una negoziazione politica. Non potendo rispondere con esattezza a questioni sul dove-come-quando-quanto, soprattutto in merito a previsioni di lungo periodo, la domanda su cui ci si dovrebbe concentrare è: «quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro per questa particolare cultura?».

COSA ASPETTARSI DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
di Lori Montgomery – Washington Post – 1 luglio 2014
La storia esemplare degli abitanti di una costa americana, che non vogliono sapere se le loro case saranno sott’acqua tra un secolo: anche perché non lo possiamo sapere, se lo saranno.

CONTINUA QUI (oppure QUI)
(La versione originale in inglese è QUI)

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INTEGRAZIONE del 22 gennaio 2015:
Il 19 gennaio è cominciato “EDURISK 2015“, un progetto di formazione e sensibilizzazione per 332 docenti di 34 istituti scolastici dei comuni delle zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
L’intento è di coinvolgere il mondo scolastico in un percorso di scoperta dei rischi, al fine di diffondere efficacemente le informazioni scientifiche e, così, accrescere la consapevolezza e avviare strategie di prevenzione e riduzione dei rischi naturali.
Il programma si svolge in varie scuole fino al 27 gennaio.
Ulteriori informazioni sono sul website della “Regione Campania“, sugli spazi web e social di EDURISK e in un articolo de “Il Giornale della Protezione Civile“.

Il vulcano dei record

In giro per il web il Vesuvio è spesso presentato come «il vulcano più…».
Ecco un piccolo campionario di quel che si dice intorno ad un vulcano che definire “solo vulcano” pare non sia sufficiente (in aggiornamento, mi fanno piacere ulteriori segnalazioni):

  • «Il più pericoloso al mondo»: QUI
  • «Il più pericoloso d’Europa»: QUI
  • «Il più temuto del mondo»: QUI
  • «Il più temuto in Europa»: QUI
  • «Il più antropizzato al mondo»: QUI
  • «Il più abitato»: QUI
  • «Il più monitorato d’Italia»: QUI
  • «Il più monitorato del mondo»: QUI
  • «Il più controllato al mondo»: QUI
  • «Il più sorvegliato al mondo»: QUI
  • «Il più visitato al mondo»: QUI
  • «Il più dipinto, più fotografato, più monitorato del mondo»: QUI
  • «Il più fotografato, dipinto, narrato, studiato, monitorato e temuto»: QUI
  • «Il più famoso del mondo»: QUI
  • «Il più celebre al mondo»: QUI

Inserendo in Google.it alcune locuzioni virgolettate, ecco i risultati che si hanno oggi, 24 maggio 2013:

Da una ricerca in Google.it (24 maggio 2013)

Accorpando i dati relativi a definizioni analoghe, il grafico risulta più chiaro:

Dalla stessa ricerca di cui sopra, ma con dati accorpati

Infine: attenzione, il Vesuvio non risulta essere «il più amato dagli europei» perché questo record appartiene all’Etna (il vulcano napoletano è solo quarto: QUI). Inoltre, mancano ancora vari titoli, come quello del vulcano più «deturpato», «vandalizzato», «sporcato».
Ah, e non bisogna dimenticare che un giorno il Vesuvio potrebbe conquistare anche il titolo di «vulcano più spettacolare». Per allora, però, speriamo di aver capito che non si tratta di un film in 3D.

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AGGIORNAMENTO del 13 novembre 2013:
In occasione del 28esimo anniversario della tragedia di Armero del 1985, il website colombiano “Caracol” ha scritto che il vulcano Nevado del Ruiz «es el más vigilado del mundo»: QUI (e qui sotto, tra i commenti).

AGGIORNAMENTO (7 gennaio 2014):
La società DigitalGlobe (specializzata in foto satellitari) ha promosso un concorso fotografico su Facebook in cui ha vinto la foto «Il Monte Vesuvio visto dal satellite».

“Il Mattino” titola: Concorso sul web, la foto del Vesuvio dallo spazio è la più bella al mondo: «Come si legge sul sito ufficiale, in 28 giorni ben 30mila persone hanno votato gli scatti provenienti da ogni angolo del mondo. Tra gli scatti in gara anche la reggia di Versailles, Aleppo, il vulcano Manam in Papua Nuova Guinea e il fiume Colorado».

Località abbandonate dopo una catastrofe

Non sempre le città risorgono da una catastrofe. I casi esemplificabili sono innumerevoli, da quello celebre di Pompei ai tanti villaggi delle montagne calabresi, abbandonati a causa di un terremoto, di una frana, di un’inondazione. In questo post raccolgo informazioni sui casi che mi capita di incontrare nelle mie letture e nelle mie navigazioni sul web.

Comincio segnalando Villa Epecuén, in Argentina, una cittadina che fu fondata negli anni Venti del Novecento nei pressi di una laguna. Dalla metà del secolo divenne una località turistica sempre più prospera, fino al 10 novembre 1985, quando l’abitato fu inondato e distrutto dalle acque. Non morì nessuno perché la città fu evacuata in tempo, ma in seguito all’evento calamitoso, essa fu abbandonata e mai più ricostruita. Maggiori info e, soprattutto, fotografie sono QUI (ma anche qui e qui).

AGGIORNAMENTO del 7 ottobre 2014:
“Il Post” riporta una selezione di fotografie di Romain Veillon, che ha realizzato un reportage sulle rovine di Villa Epecuen, riemersa da un lago – che l’aveva inondata negli anni Ottanta – a partire dal 2009 a causa della siccità: QUI, ma anche QUI e QUI.
PS: altra galleria fotografica de “Il Post” dedicata a luoghi abbandonati (castelli, ospedali, fabbriche, scuole) è quella di Martin Vaissie: QUI (2013).

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AGGIORNAMENTO del 28 settembre 2013:
A volte la catastrofe è la modernità, nella forma di un aeroporto (rumore, incidenti aerei); è quanto accaduto a Goussainville-Vieux Pays (un villaggio agricolo a 20 chilometri da Parigi) con la costruzione dell’aeroporto Charles De Gaulle: 22 fotografie di Charles Platiau sul villaggio-fantasma sono QUI.

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AGGIORNAMENTO del 13 novembre 2013:
Oggi, nel 1985, ci fu una delle eruzioni più potenti del Novecento: l’esplosione del Nevado del Ruiz, in Colombia, provocò una delle tragedie vulcaniche più grandi degli ultimi cinque secoli. Morirono tra le 20 e le 25mila persone [qui], la città di Armerò e altri 14 villaggi furono completamente sepolti dai lahar [qui] e nella memoria collettiva globale c’è l’agonia di Omayra Sanchez intrappolata nel fango [qui]. Qualche giorno dopo la tragedia, Lucia Annunziata pubblicò questo reportage: Armero, un’immensa palude di morte (17 novembre 1985).
Armero non è stata mai più ricostruita e, oggi, le rovine che ne rimangono formano un paese fantasma inghiottito dalla vegetazione, come è possibile vedere tramite StreetView.
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In occasione del 28esimo anniversario della tragedia di Armero del 1985, il website colombiano “Caracol” ha scritto che il vulcano Nevado del Ruiz «es el más vigilado del mundo»: QUI (ne ho conservato traccia anche in questo post).
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Il website “Armando Armero” tiene viva la memoria di quell’evento: QUI. La sua pagina facebook è QUI.

AGGIORNAMENTO del 14 novembre 2014: Fosco d’Amelio ha scritto un articolo sull’Huffington Post Italia per ricordare la tragedia di Armero di 29 anni fa: QUI.
In un commento d’Amelio ha aggiunto: “il discorso di Omayra Sánchez purtroppo è molto complesso. gran parte della storia di Armero si concentra sulla sua figura, simbolo di quelli che non ce l’hanno fatta. in un modo quasi perverso il mito di Omayra continua ad oscurare i sopravvissuti. c’è una complessità nel “dopo” di questa storia che fa paura. L’unico posto che viene ripulito, curato e visitato delle macerie di Armero è il luogo dove morì Omayra, alla cui figura molte persone associano capacità miracolose. Le due personalità più mediatizzate di Armero sono il pilota che scoprì il disastro (che è così stanco di raccontare che non rilascia più interviste) ed Omayra“.

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2013:
Non sapevo che nei Campi Flegrei nel passato c’era un villaggio che poi è scomparso in seguito ad un fenomeno tellurico. Si tratta del villaggio di Tripergole: «A seguito dell’opera di Pietro da Eboli, il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, gli Angioini incoraggiarono la popolazione all’uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul Lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto un villaggio chiamato Tripergole. Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell’afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) ed una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d’Angiò con annessa una farmacia, poi tre osterie per i forestieri, ed infine una casina di caccia reale, ed una cavallerizza. Con l’eruzione vulcanica del 1538 la topografia del luogo cambia totalmente: viene cancellato completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo; vengono totalmente distrutte o sepolte le antiche sorgenti termali di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare con sei finestre nella cupola, chiamata “Truglio”; infine, il Lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi ad un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana, come appare ancora al giorno d’oggi» (Fonte: Wikipedia).
E’ da ricordare, naturalmente, che un’altra località abbandonata dei Campi Flegrei è il Rione Terra di Pozzuoli, in seguito al bradisismo del 1970.

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AGGIORNAMENTO del 24 novembre 2013:
Cercando informazioni su Gairo e Osini, due paesi dell’Ogliastra abbandonati nel 1951 in seguito ad un’alluvione, ho scoperto “Sardegna Abbandonata“, un website dedicato proprio alle località sarde spopolate per varie ragioni.

Una voce di Wikipedia, inoltre, raccoglie tutte (o, comunque, tante) località italiane abbandonate, ordinate per regione: Città fantasma italiane.
Tra i paesi della Campania è da segnalare San Pietro Infine, in provincia di Caserta: abbandonato in seguito ai massicci bombardamenti della seconda guerra mondiale, dei quali ha conservato memoria il documentario di John Huston “The battle of San Pietro” (che è possibile vedere e/o scaricare QUI).
Un altro paese abbandonato a causa della guerra è Cirella Vecchia (Cosenza), lasciato dai suoi abitanti nel 1806 in quanto bombardato dalla flotta francese durante la “insurrezione calabrese“.

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I “paesi fantasma” sono diventati spesso set cinematografici. Qualche esempio:

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ALTRE LOCALITA’
Oggi, 5 febbraio 2014, è l’anniversario di uno dei terremoti più catastrofici della storia della penisola italiana, quello che nel 1783 devastò la Calabria meridionale e che, ancora oggi, è ricordato come “Gran flagello”. Vi furono tra le 30mila e le 50mila vittime e cambiò addirittura l’orografia del territorio. (Wikipedia).
Alcuni anni fa, durante una campagna etnofotografica tra i rituali della Settimana Santa calabrese, feci tappa anche a Briatico Vecchia, un paese devastato da quella scossa e poi abbandonato dai sopravvissuti. Questi sono i miei appunti di quella giornata: “I ruderi di Briatico vecchia” (16 aprile 2006).
Il 19 febbraio 2014 il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post storico (e molto interessante) sul sisma calabrese del 1783: “I Borboni di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783“.

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INTEGRAZIONE:
Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014), in cui, osservando i due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale “si tramutano, ancora una volta, in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità“. E si domanda: “Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva“.

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INTEGRAZIONE de 2 aprile 2014:
Un particolare tipo di abbandono è quello della fuga dalla galera in caso di terremoto. E’ quanto accaduto la scorsa notte a Iquique, nel nord del Cile, in seguito ad una forte scossa registrata nell’oceano Pacifico: “Tra le conseguenze del terremoto una fuga di massa dal carcere di Iquique, da cui sono evase circa 300 detenute. Il ministro degli Interni, Rodrigo Penailillo, ha precisato che questo è stato l’unico incidente di rilievo registrato finora a causa del sisma, smentendo le voci circolate su presunti saccheggi. E ha annunciato l’impiego dei militari per mantenere l’ordine” (Fonte: Terremoto di magnitudo 8.2 al largo del Cile, tsunami di oltre due metri: cinque morti. Allarme per tutta la costa latinoamericana sul Pacifico e per le Hawaii. Ordinata l’evacuazione delle zone vicine all’epicentro. A migliaia senza corrente elettrica, la presidente Bachelet dichiara lo stato di calamità naturale nelle regioni del Nord, “Repubblica” e “INGV“).

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INTEGRAZIONE:
Il blog “INGV terremoti” ha pubblicato il 26 giugno 2014 la storia del grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688, che rase al suolo i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi e che provocò enormi danni anche nelle città di Napoli, Avellino e, soprattutto, Benevento. Le vittime furono almeno 10mila. [Si veda anche su Wikipedia].
In particolare, il vecchio abitato di Cerreto Sannita, totalmente distrutto dalla scossa, fu abbandonato e il conte Marzio Carafa, feudatario del paese, «decise di ricostruire la nuova cittadina più a valle, su un terreno considerato più stabile e seguendo criteri di costruzione considerati all’epoca moderni e antisismici: una pianta con strade larghe, isolati squadrati, edifici di 1 o 2 piani, muri di pietre squadrate, ecc.)».

Una veduta odierna dei resti del vecchio abitato di Cerreto Sannita,
raso al suolo dal terremoto del 1688 e successivamente abbandonato (QUI)
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Sulla ricostruzione del paese sannita segnalo un testo di Billy Nuzzolillo, disponibile online in pdf, intitolato: Cerreto Sannita, un modello di ricostruzione post-sismica (Sannio Press, 2002): «All’indomani del terribile terremoto del 1688 a Cerreto Sannita fu realizzata una delle più belle pagine della storia dell’architettura meridionale».
Dopo circa un secolo, in occasione del terremoto del 1783, i Borbone applicarono ulteriori criteri antisismici che recentemente sono stati considerati ancora validi da uno studio ingegneristico/storico: «Corriere della Sera», 9 settembre 2013, QUI.
(Di prevenzione e misure antisismiche ho scritto e scrivo anche in questo post).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2014:
Galleria fotografica di “Repubblica”, 21 novembre 2014, QUI
Sono definiti “villaggi fantasma” perché della vita che un tempo li animava è rimasto solo il segno dei ruderi. Dall’Italia all’America, passando per la Turchia, ecco un viaggio attraverso una piccola parte delle migliaia di luoghi ormai deserti in Italia e nel mondo, disabitati perché colpiti da catastrofi naturali o dimenticati a seguito di guerre. Spesso rivalutati dalle amministrazioni locali, diventano sede di attrazioni e iniziative per i turisti affascinati dalla decadenza e dai segni del tempo. Ma spesso, purtroppo, restano immobili nel loro abbandono, sullo sfondo di altre città, come ricordo delle origini di transfughi costretti a lasciare le loro case. (A cura di Virginia Della Sala)

Le località fotografate, ordinate per Paese:

ITALIA:

  • Craco, provincia di Matera, Basilicata. Il centro storico fu abbandonato intorno agli anni Sessanta a causa di una frana (e completamente svuotato in seguito per un alluvione e il terremoto del 1980). Oggi, completamente abbandonato, è definito una città fantasma.
  • Pentedattilo, Calabria. Adiacente alla Rupe del Monte Calvario, si è spopolato nell’ultimo decennio e la popolazione ha formato un nuovo piccolo centro più a valle. Il borgo ha ripreso vita grazie ai commercianti e gli artigiani locali che vi hanno aperto alcune botteghe.
  • Curon, Bolzano. Più che una città, a Curon (nella provincia autonoma di Bolzano), di fantasma c’è il vecchio campanile sommerso del Lago di Resia. Risalente al 1357, una leggenda vuole che d’inverno si sentano suonare le campane, rimosse intorno al 1950.
  • Valle Piola, Torricella Sicura, Teramo. E’ un paese disabitato dal 1977. Lo spopolamento fu dovuto all’eccessivo isolamento del paese.
  • Roghudi vecchio, Reggio Calabria. Fu abitato fino al 1950. Poi, dopo due alluvioni, fu dichiarata inagibile.
  • Romagnano al Monte, Campania. Abbandonata dopo il terremoto del 1980.
  • Monterano, Lazio. Città fiorente fino al XVIII secolo fu pian piano abbandonata con la perdita della sua importanza commerciale e per diverse dispute e saccheggi. Il castello, fu riprogettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1679.

ARGENTINA:

  • Villa Epecuén, Buenos Aires, Argentina. Fu un importante villaggio turistico, ma nel 1985 il vicino Lago Epecuén sommerse l’abitato che iniziò a riemergere solo nel 2009.

FRANCIA:

  • Occi, Corsica. L’ultimo abitante dell’antico villaggio morì nel 1927 e le rovine del paese sono oggi un perfetto punto panoramico sul mare.

GIAPPONE:

  • L’isola giapponese abbandonata Hashima. Dal 1887 al 1974 è stata una base per l’estrazione del carbone sottomarino.

IRAN:

  • Ghalat, Iran. Il villaggio è stato distrutto da un terremoto.

NAMIBIA:

  • Kolmanskop, in Namibia, fu una città mineraria fondata dai tedeschi nei primi anni del XX secolo e poi abbandonata. Oggi è invasa dalla sabbia.

OMAN:

  • Villaggio di Jebel Akhdar, Oman. Un villaggio di montagna abbandonato intorno al 1960 dopo l’omonima guerra.

PORTOGALLO:

  • Indefinito villaggio abbandonato, Portogallo

REGNO UNITO, CARAIBI:

  • La città abbandonata di Plymouth, UK. Situata sulle isole Leeward, fu abbandonata per le eruzioni vulcaniche nel 1997.

SPAGNA:

  • Gallicant, Tarragona, Spagna. Villaggio montano abbandonato.
  • Ochate, Spagna. Fu abbandonato intorno agli anni ’20 e oggi è famoso per presunti fenomeni paranormali legati agli UFO.
  • Villaggio di Peguera, Catalogna.
  • Rodén, Saragozza. Il villaggio fu distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

TURCHIA:

  • Kayaköy, in Turchia. Era abitato da cristiani ortodossi di lingua greca che abbandonarono il villaggio dopo la guerra Greco-turca e il trattato di Losanna del 1923. Oggi è un museo all’aperto con circa 500 case in rovina e chiese da visitare. L’UNESCO ha dichiarato Kadiköy un “villaggio dell’amicizia e della pace nel mondo”.

USA:

  • Frisco, Beaver County, Utah. E ‘stato un campo di minatori attivo dal 1879 al 1929.
  • Orla, Texas. Fu fondata nel 1890, durante la costruzione della Ferrovia della Valle del Pecos. Ha registrato al massimo 250 abitanti e oggi ne restano solo due.

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INTEGRAZIONE del 7 marzo 2015:
Cento anni fa nella Marsica ci fu uno dei più gravi terremoti della storia italiana (oltre 30 mila vittime e ingenti danni in numerosi centri abitati dell’Abruzzo).
Tra le iniziative di questo anniversario c’è la pubblicazione di “Le Radici Spezzate, Marsica 1915 – 2015“, un documentario di Lucrezia Lo Bianco ed Agostino Pozzi, finanziato dall’INGV. La prima parte (di tre) è disponibile da ieri su YouTube e vi sono raccolte memorie – del sisma e, soprattutto, del dopo-sisma – legate al borgo di Frattura, frazione di Scanno (AQ), la cui popolazione, delocalizzata in un nuovo centro, ancora oggi mantiene un forte legame col paese abbandonato (fb e web):

A metà marzo 2015 sono uscite anche le altre due parti de “Le Radici Spezzate”: QUI.

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INTEGRAZIONE del 22 marzo 2015:
Non in seguito ad un disastro naturale, né in conseguenza d’una guerra, ma per un processo di pace e per un ritiro militare, il caso della cittadina israeliana di Yamit, nella parte settentrionale della penisola del Sinai (Egitto), è comunque piuttosto interessante ai fini archivistici di questo post. Aveva circa 2500 abitanti e fu costruita durante l’occupazione israeliana di quel territorio, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, ma fu evacuata nell’aprile 1982 quando l’area fu consegnata all’Egitto in base al Trattato di Pace tra i due Paesi siglato nel 1979. L’insediamento di Yamit fu anche distrutto coi bulldozer perché l’accordo prevedeva che il territorio venisse reso nelle medesime condizioni in cui si trovava prima dell’occupazione. Ulteriori informazioni sono su Wikipedia: english e français. E qui, invece, un video dell’epoca:

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INTEGRAZIONE del 24 maggio 2015:
“Il Post” ha pubblicato un articolo sul libro “North Brother Island: The Last Unknown Place in New York City”, del fotografo americano Chris Payne, dedicato all’isola abbandonata di North Brother, nei pressi del Bronx a New York. L’isola è disabitata da circa cinquant’anni, ma non in seguito ad una calamità, bensì ad una sorta di decadimento progressivo della sua funzione di luogo d’isolamento (per pazienti affetti da malattie infettive).