L’agricoltura vesuviana a rischio

Il 16 giugno 2014 un violento temporale si è abbattuto sul versante nord e nord-occidentale del vesuviano. Vento, grandine e pioggia si sono scagliati con furia sullo storico orto botanico di Portici, devastandolo, e sull’intera produzione d’eccellenza di pomodorino del piennolo, albicocca e uva catalanesca, che è andata irrimediabilmente persa.

Immagine tratta da “Il Mattino”

Il disastro, però, è solo parzialmente imputabile alla natura; come ha scritto Ugo Leone, l’agricoltura (e quella vesuviana in particolare) soffre una continua estromissione: «Una emarginazione che è anche fisica a causa della costante riduzione del suolo agricolo consumato dalla espansione dell’inurbamento della popolazione e della conseguente diffusione della urbanizzazione». La sopravvivenza di molte aziende agricole vesuviane è a rischio, la situazione è allarmante, anche perché si aggiunge alla già fortemente penalizzante campagna mediatica sulla cosiddetta “Terra dei fuochi”, intorno alla quale c’è tutt’altro che chiarezza: esiste un censimento delle aree inquinate? si sa cosa è sepolto in quelle zone? l’aumento del tasso di mortalità in talune aree tra Napoli e Caserta è stato accertato, ma questo vale anche per il territorio vesuviano?

Mercoledì 9 luglio 2014, alle ore 10:00, presso la Biblioteca comunale di Massa di Somma si terrà una conferenza stampa sui danni subiti dall’agricoltura vesuviana e sullo stato di avanzamento delle procedure previste dalla legge per la concessione di aiuti agli agricoltori colpiti.
All’incontro, intitolato “Dal disastro alla rinascita: come risollevare l’agricoltura vesuviana“, parteciperanno Giovanni Marino (Presidente del Consorzio di Tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio dop), Ugo Leone (Commissario Straordinario dell’ente Parco Nazionale del Vesuvio), Luca Capasso (Presidente della Comunità del Parco nazionale del Vesuvio), Alessandro Mastrocinque (Presidente CIA Campania) e Michele Pannullo (Presidente Confagricoltura Campania).
Intanto, l’amministrazione comunale di Pollena Trocchia ha organizzato un mercatino a “chilometri zero”  per risollevare le sorti dell’agricoltura locale.

L’emergenza permanente

In un celebre aforisma, Carl Schmitt spiega che «sovrano è chi decide dello stato di eccezione». La filosofia che circonda il sintagma stato di eccezione – inteso come una sospensione legalizzata dell’ordine costituzionale – è stata ampiamente analizzata ed ulteriormente elaborata da Giorgio Agamben (Stato di eccezione, 2003). Costui, osservando il mondo post-11 settembre 2001, sostiene che lo stato di eccezione ha assunto il suo «massimo dispiegamento planetario» (grazie innanzitutto all’emanazione negli USA del “military order”, una sorta di decreto che autorizza la “indefinite detention” e il giudizio dei detenuti davanti a delle “military commissions”). Nello stato di eccezione – prosegue Agamben – «l’aspetto normativo del diritto può essere così impunemente obliterato e contraddetto da una violenza governamentale che, ignorando all’esterno, il diritto internazionale e producendo all’interno, uno stato di eccezione permanente, pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto». Evidentemente, da questa situazione degenerata non è possibile tornare ad uno stato di diritto perché i concetti stessi di stato e di diritto sarebbero ormai vuoti.
Ora, perché mi è venuta in mente questa pagina di filosofia del diritto? Beh, innanzitutto perché penso che si possa accostare lo stato di eccezione allo stato di emergenza (cioè alle emergenze più o meno naturali, cui personalmente presto maggiore attenzione). E, inoltre, perché ho il sospetto che attraverso questa particolare variante, anche in Italia spesso si eluda il diritto costituito per esercitare un potere sostanzialmente arbitrario che, a sua volta, tende a ridefinire il rapporto tra diritto e violenza. (Le new town aquilane sono un chiaro esempio di come l’emergenza ignori deliberatamente la legge preesistente, nel caso specifico il piano regolatore cittadino approvato nel 2004 e, al momento del terremoto del 6 aprile 2009, in attesa di attuazione: quiqui e qui; documenti: quiqui).
Per fare un esempio, ci sarebbe da riflettere sull’esponenziale crescita – politica, decisionale, economica, militare: sostanzialmente, di potere – che la Protezione Civile ha avuto negli ultimi anni. Ormai questo dipartimento si occupa di qualsiasi cosa: dall’organizzazione di eventi sportivi ai summit internazionali, dalla gestione post-sismica in Abruzzo alla crisi dei rifiuti in Campania, dai ciclici nubifragi autunnali al recupero delle navi incagliate tra gli scogli. Interviene dopo l’evento, ma già prima è in grado di sancire uno stato di emergenza, appunto.
Cautelarsi contro una catastrofe naturale significa scongiurare uno stato di eccezione. Simmetricamente, non prevenirla – dunque: non informare, non compiere esercitazioni, non educare, non controllare l’uso del territorio – vuol dire preparare uno stato di emergenza in cui il diritto sarà messo tra parentesi. E di questa responsabilità sono investite tutte le istituzioni, ad ogni livello.
Mi domando se sia legittimo avanzare questo rischio per la democrazia in caso di eruzione del Vesuvio o se finisco per passare anche io per un “apocalittico”. Un serio e preventivo Piano d’emergenza (partecipato, condiviso, conosciuto dagli abitanti, messo in pratica attraverso periodiche esercitazioni, differenziato a seconda degli scenari e così via) potrebbe scongiurare il possibile annullamento del diritto che generalmente si verifica nelle zone disastrate, ovvero la militarizzazione del territorio e la riduzione degli abitanti a meri corpi. Il problema, però, è che questo auspicabile Piano non c’è. Non c’è perché non è conosciuto, perché è confuso, perché è calato dall’alto, perché non è fatto “vivere” tra la gente, perché non lo si discute con gli interessati e perché non lo si adatta e aggiorna alla mutevole realtà sociale e ambientale locale.
Ho avuto consapevolezza di questa situazione quando a SSV, chiedendo un parere sulla preparazione giapponese ai terremoti, ho ricevuto la seguente risposta: «In Paesi in cui fenomeni di questo tipo avvengono con una frequenza molto più alta è più facile che ci sia questa preparazione. Considera che lì almeno un paio di volte al mese c’è un terremoto». In altre parole, i giapponesi sono pronti e disciplinati perché avvezzi ai terremoti.
Ho ripensato a questa frase nei giorni scorsi, durante lo snowmageddon del 3 febbraio 2012 a Roma, quando di fronte alla palese impreparazione e inefficienza delle autorità sentivo spesso giustificazioni di questo tipo: «I romani non sono abituati alla neve, a Roma nevica ogni 25-30 anni». Inutile ricordare che si tratta della capitale di uno dei Paesi più ricchi e industrializzati del mondo (per adesso), inutile sottolineare che non si è trattato di un fenomeno improvviso e imprevisto, inutile specificare che gli Appennini sono a poche decine di chilometri dalla città e che, dunque, gli spazzaneve dovrebbero essere immediatamente a disposizione. In casi come questi il pensiero localistico è quanto mai inopportuno: in Italia i terremoti sono frequentissimi e i nubifragi (e le copiose nevicate) accadono con annuale regolarità, pertanto sarebbe auspicabile un allargamento del pensiero da una dimensione paesana o cittadina ad un’altra quantomeno nazionale. In questo modo ci si accorgerebbe che è l’Italia intera ad essere un Paese costantemente a rischio (rischi d’ogni tipo: sismico, idrogeologico, vulcanico, energetico, ecologico…), a cui bisogna aggiungere un rischio particolare, quello della sospensione del diritto (un rischio politico, per la democrazia) che i continui stati di emergenza rendono ogni giorno sempre più “regola” durevole e ordinaria. (Lo stesso governo Monti, ad esempio, ci è stato fatto accettare per senso di responsabilità verso una profonda crisi economica che minaccia di farci saltare come Stato).
Il rischio permanente conduce all’emergenza permanente, dunque all’eccezione permanente. Tutto questo può essere scongiurato investendo sulla sicurezza ambientale, ovvero sulla conoscenza del territorio, sul rispetto delle sue caratteristiche, sulla lotta all’abusivismo e al consumo di suolo, sull’applicazione della legge, sulla periodica educazione alla gestione delle situazioni di pericolo, sulla cura e sulla prevenzione. In ultima analisi, sul ribaltamento del concetto di sviluppo, sganciandolo finalmente dall’idea che esso coincida con “crescita”.

– – –

L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

– – –

AGGIORNAMENTO del 3 febbraio 2014
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».