Il costo economico di una catastrofe nelle città del mondo (anche Napoli), secondo i Lloyd’s di Londra

Il «Lloyd City Index 2015-2025» ha calcolato il costo, per 301 città del pianeta, di un crollo del mercato, di un cyber-attacco, di un sisma o di un’eruzione.

Con 6,98 miliardi di dollari di danni economici potenziali, al 161° posto al mondo c’è Napoli. Si tratta della terza città italiana, dopo Milano (16,08 mld) e Roma (15,40 mld). Ciò che cambia è la tipologia di minacce cui sono rispettivamente soggette le varie città.
A Napoli, nell’ordine:
1) un crollo del mercato costerebbe 1,69 miliardi di dollari (il 24,28% della ricchezza cittadina);
2) uno shock del prezzo del petrolio causerebbe 1,36 mld di costo (il 19,55%);
3) un’eruzione vulcanica equivarrebbe a 1,08 mld (ovvero il 15,48%).
Seguono un cyber attacco, un’epidemia, un sisma, un’alluvione e così via. (QUI sono elencati i dati in versione pdf).

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Clicca sull’immagine per accedere alla pagina dedicata a Napoli.

Una presentazione generale dell’analisi è su «Rivista Studio»​, in cui si osserva che:

Come riportato dall’Independent, in caso di crollo del mercato lo studio stima una potenziale perdita per il Pil mondiale di 1.05 milioni di miliardi di dollari. Numero di gran lunga superiore ai danni dal secondo evento rischioso in classifica, la pandemia. L’evento meno preoccupante per l’economia globale pare essere invece lo tsunami.

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In testa alla classifica ci sono tre città asiatiche (Taipei, Tokyo, Seoul) mentre tra le europee la più esposta è Istanbul al settimo posto. New York è quinta.
La ricerca, che si basa su uno studio dell’Università di Cambridge, sottolinea poi come oltre il 91% del totale del Pil mondiale a rischio sia tale a causa di sole 10 città, evidenziando anche come le economie emergenti siano quelle che hanno più da perdere e come la globalizzazione abbia ampliato l’effetto di alcune minacce – la cyber-guerra e le tempeste solari, ad esempio.

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Su questo blog, altri post dedicati a previsioni, assicurazioni e costi di disastri sono QUI e QUI.

Disuguaglianze, povertà e disastri

L’uragano Katrina che ha devastato New Orleans nel 2005 ha cambiato gli studi (sociali) sui disastri. In qualche modo ha riproposto questioni che sorsero in seguito al terremoto di Lisbona del 1755: un disastro naturale è solo opera della natura? (All’epoca ci si domandò se il sisma lusitano fosse “solo” una punizione divina). Con Katrina si è rilevato che un disastro, pur abbattendosi su tutta la popolazione, in realtà schianta i poveri (che, nel caso della Louisiana, equivale a dire gli afroamericani). (A questo proposito Mike Davis ha parlato addirittura di «parziale pulizia etnica»). (In questo blog ne ho raccolto vari articoli e video: QUI).
Dopo anni da quel terribile uragano, continuano ad essere pubblicate analisi su quanto quel disastro avesse poco di “naturale”. In questa scia si inserisce “Inequality, Poverty and Disaster in America“, un articolo di Jennifer Trivedi (pubblicato su «Anthropology News» il 7 novembre 2013) in cui l’autrice osserva che la prevenzione comincia impegnandosi nella riduzione delle diseguaglianze sociali e della povertà:

«[…] As inequality grows, it can affect disaster preparedness and recovery. People may be left unable to adequately insure their homes, if they can at all. People may be unable to evacuate—they cannot afford to take the time off from work, they cannot put gas in their car before a paycheck, they do not have access to affordable transportation alternatives. […]
Wealth disparities leave poor people with different access to resources and knowledge than the wealthy, which can have particular effects on their disaster preparedness and recovery efforts. This is not to say that all poor people are affected the same way or that they all face the same problems, nor it is to say that others do not face similar problems. However, the differential impact of wealth disparities can cause problems for people living in poverty, particularly in disasters.
Individuals and families who struggle financially may lack resources that would enable them to prepare for disaster or evacuate. They may have nothing or little in the way of savings. They may be working hourly wage jobs that restrict time off or they may be unable to afford to take time away from one or more such jobs. Such financial restrictions can create problems when trying to plan an evacuation. These same people may not be able to afford a place to stay outside of the affected area or en route to stay with friends and family members, or be able to put enough gas in their car to evacuate. […]
Some people living in poverty may be forced to choose between disaster preparedness and daily necessities, like heat, food or medication. […]
Disasters like Katrina and Sandy reveal the need for the US to address the issues of poverty and growing wealth disparity in order to fully prepare for and recover from disasters. […]».

Comprensibilmente, si potrebbe osservare che i peggiori disastri, ogni anno, colpiscono i Paesi più poveri del mondo e che tuttavia, nonostante questa ripetuta ed evidente possibilità di analisi, la relazione tra disastri e disuguaglianze/povertà è emersa in maniera lampante solo dopo il devastante passaggio di Katrina su New Orleans. In effetti, per quanto tale legame fosse noto già da tempo agli studi sociali più avanzati, è appunto con l’uragano del 2005 sulla Louisiana che le disuguaglianze e la povertà vengono considerate fattori cui ricondurre l’entità del disastro, dunque elementi che aumentano la vulnerabilità delle persone dinnanzi ad un “agente di impatto” (naturale o meno che sia). La ragione di questa “tardiva” attenzione è che tale relazione è meno visibile nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo”, mentre invece è (stata) particolarmente evidente proprio a New Orleans perché il disastro è accaduto (con proporzioni immani) nel Paese più ricco e (secondo la rappresentazione dominante) invincibile.

Intanto, è proprio di oggi la notizia che nelle Filippine il tifone Haiyan ha causato un’ecatombe: al momento, le vittime della tempesta sono almeno 1.200: QUI. Aggiornamento: «Filippine devastate dal tifone Haiyan, oltre 10.000 morti. La tempesta, una delle più violente della storia, ha colpito in particolare le isole di Leyte e Samar. Migliaia di persone ancora disperse. Comunicazioni ed elettricità interrotte in molte zone», QUI.

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Segnalo, infine, che da qualche giorno è stato diffuso il trailer della quarta (ed ultima) stagione di una delle serie-tv più belle degli ultimi anni: “Treme”, sul post-Katrina a New Orleans [ne avevo già scritto qui]:

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AGGIORNAMENTO del 18 novembre 2013:
Un’infografica pubblicata da “Oggi Scienza” mostra il numero di tifoni, uragani e cicloni che si sono avuti nel mondo dal 1900 ad oggi: sono “Sempre più potenti e distruttivi“.

PS: per curiosità, ho diviso il numero delle vittime per quello dei fenomeni censiti; ne derivano dei dati interessanti, ma che tuttavia vanno presi con molta cautela perché non tengono conto di numerose variabili, come ad esempio l’entità dei singoli eventi, la densità demografica dei luoghi colpiti, la natura di quei territori (ovvero la loro esposizione geografica a tali fenomeni), la violenza e la frequenza con cui si abbattono sulla popolazione. E’ da osservare, inoltre, che la divisione per continenti è puramente indicativa e che sarebbe più utile restringere il campo alle aree effettivamente soggette a tali manifestazioni meteorologiche. Comunque sia, un dato emerge sugli altri, quello della mortalità dei tifoni asiatici:
Asia, 848.4 (vittime per evento) – America, 88.7 – Africa, 24.0 – Europa, 17.3 – Oceania, 7.3.
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Sempre “Oggi Scienza”, nel pomeriggio del 18 novembre 2013 ha pubblicato un articolo che definisce la differenza tra tifoni, uragani e cicloni; fa luce sulla correlazione tra tifoni e global warming; spiega che «A differenza dei terremoti, impossibili da prevedere ma da cui ci si può in qualche modo opportunamente difendere, nel caso dei tifoni il problema non è la previsione, ma la possibilità pratica di far fronte alla calamità».

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AGGIORNAMENTO del 19 novembre 2013:
“Il Post” ha pubblicato un’infografica con il numero di morti per frana e per alluvione in Italia dal 1960 al 2012:

“Dove si muore per frane e alluvioni in Italia” (Fonte: ANSA-Centimetri, via “Il Post”)

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Marta Serafini segnala sul “CorSera” che in occasione della tempesta di gelo nominata “Hercules”, il neo-sindaco di New York Bill De Blasio ha introdotto il “codice blu” per i senzatetto, ovvero «misure eccezionali per salvaguardare gli homeless dalla tempesta di neve»: il “codice blu” «significa che tutti i centri di accoglienza sono aperti 24 ore su 24 e che viene momentaneamente sospesa la procedura burocratica che permette di accedervi». Altre info su “Hercules” sono QUI e QUI.

A New Orleans, intanto, pare che 30 delle 100 case donate da Brad Pitt per gli alluvionati di Katrina nel 2005 siano da rifare a causa dell’umidità che le ha fatte marcire: QUI. Stando all’articolo, tuttavia, “Per la star di Hollywood la vicenda potrebbe trasformarsi in un brutto colpo per la sua immagine“.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 13 febbraio 2014:
La situazione del dissesto idrogeologico in Italia è gravissima: l’82% dei comuni italiani presenta infatti aree a rischio idrogeologico (si veda: “Ecosistema Rischio 2013“, pdf). In dieci anni di denuncia da parte di ‪Legambiente‬ e Protezione Civile‬ “è cambiato poco o nulla”, dice ‪Gabrielli‬, “urge passare dalla parole ai fatti”: L’Italia frana: dieci anni di denuncia. Gabrielli: “Passare dalle parole ai fatti” (“Il Giornale della Protezione Civile”, 13 febbraio 2014, QUI).

La colpa dei disastri

Nel 2006, il pastore John Hagee disse che l’uragano Katrina dell’anno prima era una punizione che Dio aveva mandato su New Orleans per aver ospitato una parata del Gay Pride [audioarticolo].

Nel 2010, dopo un violento terremoto in Iran, il religioso che dirige la preghiera del venerdì a Teheran, Hojatoleslam Kazem Sediqi, affermò pubblicamente che: «Molte donne che non si vestono in modo modesto conducono i ragazzi alla perdizione e diffondono l’adulterio nella società, e questo aumenta i terremoti… Cosa possiamo fare per evitare di essere sepolti sotto le macerie? Non c’è altra soluzione che rifugiarsi nella religione e adattare le nostre vite ai codici morali dell’Islam» [eng, ita e ancora qui]. In seguito a tale dichiarazione, una ricercatrice di Seattle, Jennifer McCreight, avviò una campagna su Facebook denominata Boobquake (“Scossa tetturica”) per mezzo della quale le donne di tutto il mondo erano invitate a vestirsi «in modo non modesto» in un giorno specifico, così da verificare «il presunto potere soprannaturale del loro seno» [qui e, per la cronaca, non accadde nulla].

Nel 2011, in seguito ad un terremoto di magnitudo 5.8 sulla costa est degli Usa e, poi, al ciclone Irene abbattutosi su New York pochi giorni dopo, la candidata alla primarie repubblicane per le successive elezioni presidenziali Michele Bachmann dichiarò: «E’ stata una punizione divina contro i politici di Washington; per di più subito dopo un terremoto: cos’altro deve fare Dio per farsi sentire dai nostri politici?» [video di 1’12″ e articolo].

Questi esempi dimostrano che c’è sempre qualcuno che avvia un “processo di attribuzione della colpa” per i disastri (o anche solo gli imprevisti) che accadono al proprio gruppo. Il blaming, come osserva Mary Douglas, è il processo per mezzo del quale una comunità si spiega l’inspiegabile, dà senso agli eventi che non può o non sa governare e, soprattutto, con cui purifica il gruppo dal negativo che l’ha colpito. E’ responsabile chi è esterno alla società o chi, interno ad essa, ne ha violato le regole fondamentali, ovvero quelle morali. E’ una sorta di individuazione del capro espiatorio, ma nelle società complesse, più che ad una persona, questo fa riferimento spesso ad una categoria di soggetti o, in senso ancora più ampio, ad un comportamento disdicevole.
Quello che conta non è il ragionamento in sé o l’errore empirico dei nessi causali, ma, appunto, il processo attraverso il quale viene attribuita la responsabilità. In altre parole, non bisogna guardare all’eventuale errore che viene commesso nello spiegare l’evento, ma si deve osservare a chi viene data la colpa. In questo modo si svelerà una dinamica di potere da parte di chi solleva il blaming, ovvero da parte di colui/coloro che si pongono come depositari dei princìpi morali cui fa riferimento la comunità. In questo senso, il blaming può essere equiparato ad una sorta di lotta per il potere (morale) con la quale si ambisce ad essere confermati o investiti del titolo di capo carismatico. Evidentemente, le finalità politiche sono due: in primo luogo, ribadire la propria influenza sul gruppo o occuparne il vuoto di potere apertosi proprio con il disastro (una instabilità che può essere tangibile e fisica, perché, ad esempio, dovuta alla scomparsa del leader, o di “fiducia”, nel caso in cui la leadership precedente fosse ritenuta inadempiente o inadeguata alla sciagura avvenuta) e, in secondo luogo, lo scopo è tenere unito il gruppo, renderlo più coeso dinnanzi alla possibile disgregazione conseguente al trauma dell’evento nefasto.
Le modalità che possono essere assunte dal blaming sono innumerevoli: dagli episodi in cui si fa esplicito riferimento al genere e ai costumi di chi viene indicato come colpevole, ad altri casi più allusivi e sottintesi che lasciano intendere responsabilità di tecnici, finanziatori e politici (la loro corruzione, il loro cinismo, la loro indifferenza e arroganza: «Ascoltate il popolo americano perché ora sta ruggendo. Sa che il governo è obeso e che dobbiamo limitare la spesa», aggiunse Bachmann nel 2011).
Il blaming, dunque, è un processo politico che può passare – ma non necessariamente – attraverso manipolazioni, falsificazioni o strumentalizzazioni. Tuttavia, al di là delle inesattezze che, volutamente o meno, possono essere commesse, l’individuazione del colpevole è da considerare come una “risposta culturale” volta a ridare senso al mondo, cioè come una tappa di quel percorso con cui la comunità colpita spiega a se stessa l’evento subìto e per mezzo del quale tenta di ritessere un lessico della propria organizzazione sociale, recuperando e rimettendo in azione le proprie istituzioni culturali, i propri “valori”.

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AGGIORNAMENTO del 3 aprile 2014:
Le trivellazioni, che siano effettuate per scopi scientifici o per ricercare idrocarburi, sono sempre un metodo controverso per i suoi effetti sull’ecosistema e sulla sicurezza dell’ambiente abitato dagli esseri umani. Negli ultimi anni si è parlato spesso di “fracking” e dei suoi supposti e temuti effetti sismici; in Italia questo argomento è stato utilizzato da alcuni politici per “attribuire la colpa” del terremoto in Emilia del 2011; ne ho accennato qui e qui, ma ne ha scritto più diffusamente Leonardo Tondelli qui (o qui).
Negli ultimi giorni le trivellazioni sono tornate in prima pagina in due casi:

  • i Campi Flegrei: Amalia De Simone, Le trivelle che mettono a rischio 3 milioni di persone. Inchiesta della Procura di Napoli sulle ricerche geologiche nel «supervulcano» dei Campi Flegrei, “CorSera“, 2 aprile 2014, con video-intervista al vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, il quale spiega che «Non possiamo collegare con certezza i due eventi ma un anno e mezzo fa, dopo le trivellazioni a Bagnoli, si verificò una sequenza sismica di oltre 200 scosse in poche ore. Ribadisco che non è possibile allo stato mettere con certezza in correlazione le due cose ma questo fenomeno ci dice chiaramente quanto il sistema sia instabile»;
  • il Mar Adriatico: Valerio Gualerzi, Il Senato chiede stop a prospezioni in Adriatico, blog “2050” in “La Repubblica“, 2 aprile 2014, in cui viene spiegato che il Senato ha approvato «una moratoria sulle trivellazioni per gli idrocarburi nel mare Adriatico [entro] le 12 miglia di linea marina rispetto alla costa».

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
Secondo il rapporto della commissione Ichese (International commission on hydrocarbon exploration and seismicity in the Emilia region) anticipato da Science e poi reso pubblico il 15 aprile 2014, non si può escludere che il sisma del 20 maggio 2012 in Emila-Romagna sia stato scatenato dall’estrazione di petrolio dal pozzo di Cavone, a circa 20 chilometri dall’epicentro del terremoto.
È improbabile che l’estrazione di petrolio e l’immissione di fluidi da soli abbiano potuto generare la pressione necessaria a provocare un forte terremoto, ma potrebbero aver contribuito a innescarlo.
Alcuni dei principali articoli che trattano dei risultati della commissione Ichese:

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del 25 maggio 2014 hanno decretato la netta vittoria, in Italia, del Partito Democratico guidato da Matteo Renzi. Al secondo posto è giunto il Movimento 5 Stelle, che per tutta la campagna elettorale aveva ripetuto insistentemente che avrebbe superato il PD e vinto la consultazione. La realtà delle urne, però, è stata appunto molto diversa (40% contro 21%) e la delusione tra i sostenitori di Beppe Grillo è stata notevole.
Alcuni di questi si sono scagliati contro la cittadina di Mirandola, tra le più colpite dal sisma in Emilia del maggio 2012, a cui il M5S aveva devoluto diverse centinaia di migliaia di euro di sostegno alla ricostruzione.
Giuditta Pini (PD) ha raccolto (e commentato) gli screenshot di tali commenti rabbiosi che, da un punto di vista antropologico, mostrano chiaramente quanto il blaming (cioè l’attribuzione della colpa) sia un processo morale:

Fonte 1 + Fonte 2

Hanno riportato la notizia anche organi di stampa come “RaiNews24” e “L’Unità” (28 maggio 2014).

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AGGIORNAMENTO del 30 maggio 2014:
In occasione del secondo anniversario del sisma in Emilia, il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato 10 risposte su quell’evento fornite dai ricercatori che lo stanno studiando: Luigi Improta (INGV-Roma1), Enrico Serpelloni (INGV-BO), Romano Camassi (INGV-BO), Carlo Meletti (INGV-Pi), Claudio Chiarabba (Direttore Struttura Terremoti INGV).
Il link è tra i commenti.

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INTEGRAZIONE del 19 settembre 2014:
Alessandro Capriccioli ha raccontato sul blog “Libernazione” che un centinaio di prelati liberiani considerano l’epidemia di ebola come una punizione divina dovuta alla corruzione e agli atti immorali (come l’omosessualità): “God is angry with Liberia, and that Ebola is a plague. Liberians have to pray and seek God’s forgiveness over the corruption and immoral acts (such as homosexualism, etc.) that continue to penetrate our society” (ne aveva già scritto il “Washington Post” il 6 agosto 2014).
Legata alla stessa piaga è anche, in Guinea, la convinzione che l’ebola sia un’invenzione dei bianchi per sterminare i neri (“CorSera”, 19 settembre 2014); un’attribuzione della colpa che, sempre in Africa, ricalca quella, ampiamente diffusa, circa l’aids (“BBC”, 26 settembre 2007).

INTEGRAZIONE del 6 maggio 2015:
Christopher Hooton riferisce su “The Independent” che per il clero iraniano i terremoti sono causati dalle donne promiscue:

“The Independent”, 6 maggio 2015, QUI
PROMISCUOUS WOMEN CAUSE EARTHQUAKES, CLAIMS IRANIAN CLERIC
by Christopher Hooton
In about the most extreme example of slut shaming yet, a prayer leader in Tehran has blamed earthquakes on women who dress provocatively and tempt people into promiscuity.
“When promiscuity spreads, earthquakes increase,” Hojatoleslam Kazim Sadeghi said during prayers on Friday, a video of which was later posted on YouTube.
“There is no way other than taking refuge in religion and adapting ourselves to Islamic behavior,” he added.
Sadeghi is a senior cleric who was last year appointed by Supreme Leader Ayatollah Khamenei as a substitute prayer leader in Tehran, a powerful position with Khamenei himself being the official prayer leader.
Iran has suffered greatly from earthquakes, with one in the city of Bam killing tens of thousands in 2003.
Sadeghi is not the first religious figure to blame the natural disasters on human behaviour.
US televangelist Pat Robertson previously said that Haiti’s devastating earthquake was down to an alleged pact the Haitians had made with the devil in the 18th century.

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INTEGRAZIONE dell’11 giugno 2015:
In Malesia sono state arrestate quattro persone (tra i 22 e i 24 anni, di nazionalità olandese, britannica e canadese) per essersi fotografate nude sul monte Kinabalu, nello stato malesiano del Sabah,considerato sacro dalla popolazione locale. Il viceministro dello stato, Joseph Pairin Kitingan, ha tenuto una conferenza stampa spiegando di aver notato «quasi certamente una connessione» fra l’incidente coi dieci ragazzi e il terremoto che si è verificato alcuni giorni dopo (causando 18 morti e danni), senza ovviamente nessun fondamento scientifico: «Dobbiamo prendere questo avvenimento come un monito: ai costumi e alle credenze locali non bisogna mancare di rispetto. Si tratta di una montagna sacra, e non la si può prendere sotto gamba. […] A prescindere dal fatto che altri ci credano o no, questo è quello in cui noi del Sabah crediamo. Il terremoto è stata una specie di conferma delle nostre credenze» (“Il Post”, 11 giugno 2015, QUI).

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INTEGRAZIONE del 2 novembre 2016:
I movimenti tellurici della fine di ottobre 2016 che hanno scosso il Centro Italia hanno visto spuntare innumerevoli bufale, nonché varie interpretazioni legate al sacro (ne ho scritto almeno anche qui e qui):

  • il ministro israeliano per la Cooperazione, Ayooub Kara (druso, cristiano), ha detto che il terremoto è stata «una punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione dell’Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme», che, a giudizio di Israele e delle comunità ebraiche del mondo, ha negato i legami millenari di Israele con l’ebraismo: 28 ottobre 2016. (Israele poi si è scusata).
  • il giornalista cattolico integralista Antonio Socci ha polemizzato contro Papa Francesco: «Il terremoto devasta la terra di San Benedetto (e di San Francesco) cuore dell’Europa cristiana. Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità, Bergoglio dovrebbe consacrare l’italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna»: 30 ottobre 2016.
  • l’emittente cattolica “Radio Maria”, a poche ore dall’ultima scossa, ha fatto dire ad uno dei suoi speaker le seguenti parole: «Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino»: 3 novembre 2016.
    (Successivamente il Vaticano ha condannato Radio Maria attraverso monsignor Angelo Becciu, Segretario di Stato: “Chiediamo perdono è una affermazione pagana, non cristiana. L’emittente corregga i toni del suo linguaggio e si conformi di più al Vangelo“. Ma il conduttore radiofonico, padre Giovanni Cavalcoli, non si discosta dalla sua singolare posizione: evoca “Sodoma e Gommora” e ribatte “Il Vaticano? Si ripassino il catechismo“. Per cui Radio Maria ha ritenuto di prendere provvedimenti drastici perché “Ritiene inaccettabile la posizione di padre Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile“).
    Va ulteriormente aggiunto che l’11 novembre 2016 un gruppo di 223 cattolici ha scritto una lettera aperta di solidarietà a padre Cavalcoli perché costui, si legge nel testo, “non ha collegato il terremoto alle unioni civili (una legge che riteniamo comunque ingiusta, perché va contro quell’ineliminabile pilastro della vera uguaglianza che si chiama diritto naturale), rispetto a cui si è limitato a dire che “creano molta difficoltà a noi credenti”. Ha invece ricordato che i disastri naturali “sono una conseguenza del peccato originale”, chiarendo inoltre che quello che chiamiamo “castigo divino” […] non va inteso “nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze”“.

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Cambiando epoca ed evento, segnalo che sul webjournal “Il Mediano” lo storico vesuviano Carmine Cimmino ha scritto il 6 novembre un articolo che rievoca un episodio della seconda metà del Settecento: “La “Radio Maria” del 1767: il Vesuvio si scatena per punire il re di Napoli che ha osato cacciar via dal Regno i Gesuiti” (la discussione su Fb).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2016:
Nella notte tra il 13 e il 14 novembre un forte terremoto (M 7.5) ha colpito la South Island della Nuova Zelanda (ne ho scritto QUI). Secondo Brian Tamaki, vescovo della Destiny Church, le cause del sisma sono da attribuire ai gay, ai peccatori e agli assassini. Tali affermazioni sono state definite “ridicole” da John Key, Primo Ministro del Paese, e “patetiche” da Winston Gray, sindaco di Kaikoura.

Tra New Orleans e Nea Polis

Tra alieni e vampiri, serial killer e scrittori nichilisti, professori di chimica e detective problematici, nerd geniali e pubblicitari rampanti raccontati dalle serie-tv americane (in questo sono onnivoro e trovo estremamente interessante i linguaggi visivi e narrativi che questo genere sta sviluppando) c’è una storia che viaggia ad un ritmo molto diverso dal consueto e senza alcuna trama particolarmente avvincente o dominante. Si tratta di “Treme“, che non ho timore a definire “capolavoro”. E’ una serie-tv ancora inedita in Italia e narra la vita di un quartiere di New Orleans alcuni mesi dopo l’uragano Katrina dell’agosto 2005. La sceneggiatura, i dialoghi, la recitazione, le ambientazioni, la fotografia, l’esplorazione di temi sociali e politici, la considerazione antropologica della cultura, l’importanza identitaria della musica, del suono… tutto gira in maniera perfettamente accordata, con delicatezza e decisione.
Se volete saperne di più, rimando alle approfondite recensioni di Serialmente.

Nelle ultime settimane sono tornato su “Treme” per un paio di ragioni: innanzitutto perché sulla HBO è in onda la seconda stagione (ambientata 14 mesi dopo l’inondazione, mentre la prima stagione si svolgeva 3 mesi dopo Katrina) e in secondo luogo perché sto studiando quel disastro come caso di catastrofe “natural-sociale”.
Per due secoli e mezzo siamo stati abituati a distinguere tra disastri di origine naturale (imprevedibili e indiscriminati) e disastri riconducibili a responsabilità umane (talvolta spaventose come la Shoah e i bombardamenti nucleari in Giappone). Se il devastante terremoto di Lisbona del 1755 sconvolse uomini come Rousseau, Voltaire e Kant perché si accorsero con drammatica evidenza che Dio non era responsabile dell’entità della sciagura portoghese (fino ad allora si era parlato di “castighi divini”), oggi, dopo 250 anni, le due categorie di catastrofe naturale e catastrofe sociale sono tornate ad avvicinarsi, anzi a fondersi l’una nell’altra: le conseguenze delle azioni umane sono ormai altrettanto imprevedibili e indiscriminate quanto quelle naturali (e questo ci scombussola profondamente, tant’è vero che ogni volta ci ripetiamo che “poteva essere evitato”). Ad esplicitare questa (nuova) condizione nella maniera più eclatante e dolorosa è stata proprio la devastazione di New Orleans di sei anni fa.
Si tratta di una lettura che sto approfondendo, ma che trovo già molto utile e stimolante perché per certi versi ricalca e rafforza la mia interpretazione del rischio in area vesuviana: la distinzione tra pericoli vulcanico ed ecologico ha forse un senso per gli accademici, ma localmente ne ha molto meno perché si vive indistintamente una più complessa e complessiva “condizione di rischio”. Come ho accennato in un post precedente, rischio ecologico e rischio vulcanico si alimentano e condizionano vicendevolmente; anzi direi addirittura che l’uno è funzionale all’altro.
Bene, tornerò spesso su questo tema, ma ora il focus di queste righe è un altro.
Ho continuato a pensare alle scempiaggini pronunciate da Oscar Giannino qualche giorno fa, a cui ho dedicato il post precedente. Ebbene, immaginate che succeda realmente quel che ha detto, immaginate l’area napoletana e noi tutti tre mesi dopo l’eruzione del nostro vulcano (senza tralasciare che ne abbiamo altri due “col colpo in canna“, come ha ricordato l’indimenticabile Guido Bertolaso: i Campi Flegrei e l’Epomeo). Immaginate cosa dire a personaggi simili e/o ai politici locali e nazionali degli ultimi cinquant’anni (specificherei “politici capital-leghisti”, ma mi tengo sul generale). Ecco, io userei le parole che pronuncia il professor Creighton Bernette (interpretato dal grande John Goodman) ad un impertinente giornalista inglese nella prima puntata della prima stagione di “Treme”:

Giornalista: Sta dicendo che è stato un disastro naturale puro e semplice?

Creighton Bernette: Un disastro naturale? Quello che ha colpito la costa del golfo del Mississippi era un disastro naturale? Un uragano, puro e semplice? L’allagamento di New Orleans è stata una catastrofe causata dall’uomo! Un casino federale di proporzioni epiche e realizzato in decine di anni! Le dighe non sono state fatte esplodere. Non nel ’65 e non tre mesi fa. Il sistema di protezione dagli allagamenti costruito dagli ingegneri dell’esercito, alias il governo federale, ha fallito. E negli ultimi quarant’anni, dopo Betsy, si è detto che avrebbe fallito nuovamente, a meno che si facesse qualcosa. E indovina un po’? Non è stato fatto nulla. Le dighe non sono state fatte saltare, le chiuse hanno fallito, le pareti del canale hanno fallito, le pompe hanno fallito: tutto ciò che pareva essere stato costruito per resistere ad una tempesta molto più grossa.

G: Sta suggerendo una responsabilità criminale?

CB: Assolutamente. Trovare le parti responsabili e metterle sotto processo… Il corpo degli ingegneri, i federali, lo stato, il governo locale, gli appaltatori che hanno usato materiali inferiori allo standard e i dannati politici corrotti che tengono nel taschino.

G: Quindi, dato che tutto è andato in malora, perché i contribuenti americani dovrebbero pagare il conto per mettere a posto New Orleans? Costerà miliardi.

CB: Beh, da quando le nazioni non ricostruiscono le loro grandi città?

G: Ammesso e non concesso che New Orleans fosse una grande città.

CB: Sta dicendo che New Orleans non è una grande città? Una città che vive nell’immaginario collettivo mondiale?

G: Immagino… se uno è un fan della musica… che ha avuto giorni migliori, siamo onesti. Oppure del cibo: una cucina provinciale che molti direbbero essere tipicamente americana: troppo grassa, troppo ricca… Allora sì, naturalmente, New Orleans ha i suoi sostenitori, ma che mi dice del resto del Paese?

CB: Provinciale… passé… Odia il cibo, odia la musica, odia la città… Cosa cazzo state facendo qui? Cazzo di avvoltoi inglesi figli di puttana!

A parte l’incredibile coincidenza di quest’ultima battuta con quanto bisognerebbe dire agli inglesi della BP responsabili dell’altra immensa sciagura ecologica che ha colpito le coste di New Orleans e della Louisiana, cioè l’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico nel 2010, ma voi non sentite un’inquietante analogia con Napoli?
Senza necessariamente arrivare alla più temuta, scegliete a piacimento una delle sue (nostre) innumerevoli emergenze e riadattate il dialogo che ho citato. Non cambierà nulla: la catastrofe (annunciata) non sarà per niente naturale, ma sarà del tutto (im)morale.

PS: su YouTube la sequenza citata è riprodotta in un montaggio che mischia il brano di “Treme” con alcune riprese effettuate in un bar della città durante la messa in onda della puntata. Guardatelo, è da non perdere!

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Sulla stampa italiana è arrivata la notizia che a New Orleans “Marciscono le case donate da Brad Pitt alla popolazione colpita dall’uragano Katrina. Trenta abitazioni su 100 hanno bisogno di lavori di ristrutturazione all’esterno e all’interno. E piovono accuse alla Fondazione “Make it Right” creata dall’attore“. (Anche QUI).